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Bombe e martiri: trent'anni fa la Mafia attaccò la Chiesa

Nel maggio '93, il Papa denunciò i clan. A luglio, gli attentati a Roma. A settembre, la morte di Puglisi

San Giovanni in Laterano, la cattedrale del Papa, subito dopo l'attentato mafioso: un'autobomba esplose nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993.

Nel maggio '93, il Papa denunciò i clan. A luglio, gli attentati a Roma. A settembre, la morte di Puglisi

A fine luglio 1993 Roma fu colpita da una serie di attentati mafiosi. Il più clamoroso fu un'autobomba alla facciata settentrionale della basilica di San Giovanni in Laterano, dove ha sede il Vicariato di Roma, la curia diocesana. San Giovanni è la cattedrale del Papa. Pochi minuti dopo l'attentato al Laterano, era la notte tra il 27 e il 28 luglio 1993, fu anche colpita San Giorgio in Velabro, un'antica chiesa, senza il significato simbolico di San Giovanni, probabilmente perché ubicata in un angolo poco frequentato di Roma antica. 

La mafia si era sentita sfidata da Karol Wojtyla, che l'aveva chiamata per nome, accusandola degli assassini compiuti e aveva invitato i mafiosi al pentimento. Il forte discorso del Papa, quasi un'invettiva, era avvenuto in Sicilia, ad Agrigento, pochi mesi prima dell'attentato in Laterano, il 9 maggio 1993. Giuseppe Pignatone che, come magistrato, ha operato contro la mafia, ma che è anche uno studioso del fenomeno, ha ricostruito, su La Repubblica, l'impatto che l'invettiva papale ebbe sui capi mafiosi. Ha pubblicato le parole di un boss mafioso intercettato mentre assisteva ai funerali di Giovanni Paolo II in televisione: «Poverino che era. A parte quella sbracata (sparata) che ha fatto quando è venuto qua». 

La memoria del discorso di Agrigento restava viva tra i mafiosi. Del resto, nel settembre 1993, i capi di Cosa Nostra avevano lanciato un avvertimento, purtroppo sanguinoso, uccidendo don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio a Palermo, che aveva scosso le coscienze di non pochi. La "sbrasata" di Wojtyla ancora scottava ai mafiosi persino nel 2013. Dopo vent'anni, Totò Riina, intercettato in carcere, parla della denuncia del Papa ad Agrigento con queste parole: «Invece di fare il Papa, faceva l'antimafia pure lui!... Il Papa si deve fare i fatti suoi, si deve interessare dell'anima, dello spirito...». Riina dà consigli al Papa e alla Chiesa: questa si deve interessare delle questioni spirituali e non entrare nella vita concreta.

Incredibile trovare sulla bocca di un mafioso, responsabile, tra l'altro, degli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, condannato a ventisei ergastoli, l'idea di una Chiesa chiusa nel suo recinto, muta sui fatti e i dolori che toccano la vita della gente. È una proposta che ha secoli di storia, fatta svariate volte da tante istanze e con più intelligenza rispetto alla rozzezza del boss mafioso. La Chiesa si deve occupare dello spirito, altrimenti "fa politica". 

Ma che vuol dire occuparsi dello spirito? Wojtyla aveva parlato a un popolo siciliano sconvolto e umiliato da tanti assassini e da quindici anni di guerra mafiosa. Colpendo San Giovanni in Laterano, i mafiosi volevano intimidire la Chiesa. 

La parola del Vangelo, letta nella storia, fa paura agli operatori del male. Così va messa a tacere. È la storia di monsignor Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador che predicava la pace, ucciso sull'altare nel 1980. È la storia dei "nuovi martiri" del XX e XXI secolo.


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