Colpire l'arte per difendere l'ambiente: un triste controsenso

La polizia di Palazzo Madama imbrattato dagli attivisti di Ultima generazione

Una nazione, senza storia, non ha identità né futuro. Chi lo fa non considera i beni culturali patrimonio di tutti

I1 Consiglio dei ministri ha approvato nuove sanzioni "in materia di distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni culturali o paesaggistici". Un aggravamento delle sanzioni già previste dalla legge. 

C'è stata infatti un'intensificazione degli attacchi ai beni artistici: la facciata del Senato, il muro imbrattato di Palazzo Vecchio a Firenze, la teca di un'opera di Van Gogh e la fontana della Barcaccia a Roma. Nell'ultimo anno ci sono state circa 450 denunce per reati di questo tipo. La domanda è: perché colpire beni artistici che appartengono alla collettività e sono anche, in alcuni casi, patrimonio dell'umanità? 

Naturalmente atti di questo tipo hanno una forte risonanza pubblica, anche se ormai non più in tutti i casi. La pubblicità è uno dei motivi di queste azioni. 

Colpire però beni comuni per affermare interessi collettivi, come la difesa dell'ambiente, è un controsenso. Al fondo, c'è la poca considerazione del fatto che i beni culturali sono un patrimonio degli italiani (e mondiale) e una grande ricchezza per l'Italia. Quali che siano i motivi dei gesti estremi, non sono una giustificazione valida. C'è poi sempre il rischio di danneggiamenti. Ricordo quando, nel 1972, un australiano con disturbi psichici prese a martellate la Pietà di Michelangelo a San Pietro, facendo gravi danni. 

I beni culturali esprimono la storia comune di un popolo. Una storia che non si cancella, perché - giusta o sbagliata - è quella da cui veniamo. In questo senso è comune, nonostante l'approccio critico con tante vicende. 

Una nazione, senza storia, non esiste e non ha identità. In questo mondo globale, complesso e sconfinato, si sente il bisogno di rafforzare la nostra identità come Paese. Non è un'identità contro altre, tanto che è rappresentata da due bandiere che sventolano a fianco, il tricolore e il vessillo europeo.

L'idea di cancellare la storia, segnata da fatti deprecabili o in cui non ci riconosciamo, non può essere accettata. Si capisce come, dopo il 25 luglio 1943, con la caduta del fascismo, gli italiani sentissero il bisogno di rimuovere i segni del regime. Tuttavia, non avrebbe senso oggi abbattere gli edifici littori dell'Eur a Roma o di altre città italiane. Ragionando in questo modo anche il Colosseo romano, spazio in cui, mi pare, i diritti umani non erano rispettati, non meriterebbe l'attenzione e le cure che gli riserviamo. 

La cancellazione della storia lascia un vuoto e spegne la voglia di futuro. Sono rimasto molto impressionato, durante una recente visita in Iraq, nel vedere Bagdad, una città antica di 1200 anni, ora divenuta tutta nuova, frutto di cementificazione e speculazione edilizia (e corruzione). Già Saddam Hussein aveva compiuto la sua opera distruttiva, volendo creare la sua capitale. Ma niente (o quasi) è rimasto del passato. Lo stesso museo nazionale, che raccoglie i tesori delle civiltà mesopotamiche, è stato parzialmente saccheggiato alla caduta del regime. 

Il valore delle città italiane e europee, anche per la lunga politica di conservazione, è quello di essere luoghi dove la storia vive, con i suoi segni, in mezzo alla contemporaneità. Non città museo, ma organismi vivi, segnati dal passato e aperti al futuro. Il rispetto dei nostri beni culturali fa parte del nostro essere cittadini europei e democratici.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 23/04/2023

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