Passa ai contenuti principali

Don Santoro, un prete di Roma in Oriente. Un libro di Augusto D'Angelo lo ricorda

Don Andrea Santoro

Non un politico, e nemmeno un professore, ma un sacerdote, informato e capace, col desiderio di essere un nuovo avamposto della fede in una terra decristianizzata Un libro di Augusto D'Angelo lo ricorda. Il commento di Andrea Riccardi



SCHEDA LIBRO 
Perché tanta attenzione attorno ad Andrea Santoro? Attorno a un prete? In fondo il nostro mondo dimentica rapidamente anche le storie più tragiche, in pochi giorni, pure dopo intense commozioni. Una società senza storia (e non è forse logorato oggi l'uso della storia?) vive un'identità emozionale e cangiante, senza memoria. La storia di Andrea Santoro si lega a quella di Hrant Dirk, giornalista armeno ucciso a Istanbul nel 2007 (un nipote di sopravvissuti ai massacri dei cristiani durante la prima guerra mondiale) e a quella di monsignor Luigi Padovese, vescovo cattolico in Turchia, assassinato cinque anni dopo don Andrea, nel 2010. Siamo ormai dopo il tempo dell'emozione. Perché tanta attenzione a un prete? I preti non sembrano fare notizia, quando fanno il loro dovere. I preti appartengono a una categoria che, tra gli anni Sessanta e Settanta, è stata sottoposta non solo alla consueta carica di anticlericalismo, ma a una vera erosione. Una razza in estinzione: titolava una pubblicazione del dissenso che guardava a una Chiesa senza casta sacerdotale, come si diceva. Sono critiche sentite molto da una generazione, quella di Santoro, nato nel 1945, entrato in seminario minore negli anni Cinquanta e uscito dal maggiore nel 1970 (che negli ultimi anni cambia tre rettori: segno dei tempi caldi). È una generazione di seminaristi e di preti che conosce crisi e abbandoni in modo molto intenso, tanto è forte la pressione, il gusto di novità, la frattura profonda in cui s`è formata. Bisogna considerare questo dato nella storia di don Andrea: i preti della sua età sono pochi. Il cardinale Poletti, una figura che emerge da questo libro, morto quasi venti anni fa, era sempre in affanno proprio sulla mancanza dei preti. Don Andrea è un uomo che conosce stagioni di effervescente impegno, mai conformista, come emerge dalle pagine di Augusto D`Angelo: belle, da vero storico, anche quelle dedicate al ministero parrocchiale alla Trasfigurazione, a Verderocca, ai Santi Fabiano e Venanzio. Ma lui è e resta prete: prete, prete... - diceva con Giuseppe De Luca, storico, erudito e prete romano. Perché questo libro è la storia di un prete, non di un operatore sociale o di dialogo, non di un intellettuale. Non un politico, non un uomo di cultura (don Andrea è sensibile e informato, ma non è un professore); bensì un prete, cioè qualcuno che vive la fede, la comunica e la celebra. Ma così, un uomo può essere incisivo nella vicenda umana e molto. Questo è un fatto - a ben vedere - un po' scandaloso. Invece generazioni di preti, anonimi, hanno fatto la storia della nostra società, tra le parrocchie e gli angoli dove vivevano: fra obbedienza e creatività. Questa storia non è finita ma continua, come si vede da questa storia di don Andrea, piena di obbedienza e creatività (perché tale è la dinamica della vita della Chiesa). Il cardinale Ruini, che ha conosciuto bene Santoro dagli anni Novanta, nell'omelia ai funerali ha rilevato finemente l'inquietudine di don Andrea: non un'inquietudine immatura, ma quella di un uomo serio, abituato a fare le cose in prima persona prima di dirle agli altri, che non si accontenta innanzitutto di sé. Il cardinale Ruini dà il permesso a don Andrea di andare in Turchia, anche perché lui ci vuole andare da prete di Roma. Cosa rappresenta la Turchia? La Turchia è la terra degli altri: paese mu sulmano, repubblica laica, regione di antiche memorie cristiane, apostoliche, prima sede dell'ortodossia, il patriarcato ecumenico, ma anche patria degli armeni (che nel Novecento hanno conosciuto il primo genocidio della storia), e di quei poveri cristiani di montagna, del Tur Abdin, la montagna dei servitori di Dio, che sono i siriaci. I frammenti cristiani del passato appena si percepiscono nel paesaggio turco: rovine, chiese cintate o trasformate in altro. La Turchia moderna sembra altrove. La Turchia non è terra di missione, ma terra del tramonto del cristianesimo, degli ultimi giorni di antiche comunità. Eppure - per una generazione come quella di don Andrea - quella terra è salita alla ribalta con la visita di Paolo VI ad Atenagora e con l'incontro del Papa con il Patriarca a Gerusalemme. Poi, nel 1979, Giovanni Paolo II l'ha visitata nonostante le preoccupazioni per la sua vita e le dichiarazioni aggressive del suo futuro attentatore sulla stampa turca. Questi eventi hanno rivelato che, sotto la polvere della Turchia, c'è tanto: storia, memoria, santità e forse futuro. La Turchia è l'alterità alle frontiere di casa nostra, legata da antichi e un po' logori fili al nostro mondo e al cristianesimo. C'è un fascino, un`attrazione, di quel paese, esercitata sui cuori e le menti dei cristiani. 

Da Avvenire del 31 gennaio 2016

Commenti

Post popolari in questo blog

Sudan, la guerra invisibile che riguarda anche l'Europa

Profughi sudanesi in Ciad, ad Adre - 24 Gennaio 2025 - Foto Foreign Office UK/Russel Watkins Da 3 anni il Paese è devastato da scontri tra fazioni. E i rifugiati diventeranno un nostro problema Tra le troppe guerre aperte (oltre 50), forse una delle più sanguinose è quella in Sudan, dove il conflitto civile è iniziato nell'aprile del 2023. Se ne parla solo a tratti.  Sulle vittime i dati sono scarsi perché la guerra è avvolta dal silenzio e dal disinteresse: è raro che giornalisti indipendenti od operatori umanitari abbiano accesso alle aree degli scontri. Si parla di circa 30 mila morti in combattimento e di 150 mila per fame e malattie. Secondo gli esperti, tuttavia, oltre 5 milioni di sudanesi sono a rischio.  La guerra è esplosa tra i due alleati del golpe del 2021: l'esercito ufficiale (Saf, Sudanese Armed Forces) e le Forze rapide di supporto (Rsf), milizia paramilitare usata per combattere i ribelli del Darfur. I due gruppi si sono divisi per ragioni economiche (il c...

La Settimana Santa ci richiama alla compassione. Dall'Ucraina al Libano e all'intero Medio Oriente, non possiamo abituarci al grande dolore delle guerre

Siamo in tempi difficili. Talvolta spaesati e disorientati. Non si vede come le guerre in corso - basta pensare all'Ucraina o alla situazione infiammata in Medio Oriente - approdino a una tregua o alla pace. Ma siamo nella Settimana Santa, in cui la memoria della Passione di Gesù ci spinge a pensare al suo grande amore e alle croci di tanti uomini e donne.   Il piccolo Libano, paese di convivenza (non sempre facile) tra cristiani e musulmani, con meno di sei milioni di abitanti, accoglie due milioni di profughi spinti dal Sud del Paese verso il Centro e il Nord. Una situazione dolorosa e di estremo bisogno.  Non si dimentichi che il Libano ospita dal 1949 mezzo milione di rifugiati palestinesi e da qualche anno due milioni di siriani che hanno lasciato la Siria per la guerra civile. E noi ci lamentiamo di qualche rifugiato!  La Passione e la Croce di Gesù ci chiamano a stare vicini a chi soffre: accanto a noi e in terre lontane. È la scelta di Maria, delle donne, del dis...

I bisognosi vanno messi al centro della nostra fede. Nella Giornata mondiale a loro dedicata siamo invitati a considerarli una "questione familiare"

Foto Sant'Egidio La Chiesa celebra il 16 novembre la IX Giornata mondiale dei poveri, un'idea di papa Francesco per mettere gli ultimi al centro della Chiesa. Non è un fatto solo umanitario. Nemmeno una celebrazione dell'assistenza cattolica e delle sue istituzioni.  Ricordare i poveri con una giornata è decisivo per la coscienza del cristiano e la comunità ecclesiale. Il povero è nel cuore della fede cristiana. Papa Leone ha scritto, con un tocco personale, nell'esortazione Dilexi te : «Tante volte mi domando perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni». È una domanda da porci in questa giornata. Perché ci avviciniamo poco ai poveri e non diventiamo loro amici? Francesco avrebbe detto: perché non li tocchiamo? Spesso pensiamo che ci sono istituzioni preposte alla loro assistenza.  Giovanni Crisostomo, il Padre della Chiesa che ha tanto riflettuto sulla ...