venerdì 26 maggio 2017

Le guerre dimenticate: l'Occidente non può voltare la testa

La guerra è una realtà molto presente nel mondo di oggi, sono ancora tante le regioni da pacificare. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana del 28/05/2017

Donald Trump, in visita a Riad, ha dichiarato ai leader arabi e musulmani: «Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede». Parlava del radicalismo islamico, ancora protagonista della scena mediorientale. La regione è ben lontana dalla pace. E non solo per l'islamismo. Forse abbiamo voltato la testa dall'altra parte e ci siamo dimenticati che in Siria si combatte ancora. E anche in Iraq.

Quello che è avvenuto in Siria resterà come una voragine aperta nella coscienza dei primi decenni del XXI secolo. Non si sono risparmiate vite umane per affermarsi sul campo. Non significava niente l'immenso patrimonio umano e culturale di Aleppo. Un recente libro dello storico Philip Mansel, Aleppo, ripercorre la storia ricca, stratificata e millenaria di questa città, monumento della civiltà del vivere insieme. La sua distruzione ci ricorda come, in pochi anni, possa andare perduto un patrimonio dell'umanità e possano scomparire migliaia di persone. In Siria ne sono state uccise 500 mila. Oggi si cerca di trasformare la guerra siriana in un conflitto a bassa intensità: forse il futuro sarà la spartizione del Paese.

La guerra continua nello Yemen che non fa notizia. Qui l'Arabia Saudita lotta contro i miliziani houti (sciiti), mentre si è determinata una grave crisi umanitaria con un'epidemia di colera e diffusa malnutrizione infantile. Nessun obiettivo civile viene risparmiato. E ci sono due milioni e mezzo di sfollati. In Sud Sudan, Stato di fresca indipendenza, si continua a combattere tra milizie delle varie etnie, mentre c'è una gravissima crisi umanitaria. Un milione e mezzo di persone espatriate in Etiopia e in Uganda. Quale peso di rifugiati sopportano i Paesi africani in confronto a quelli europei! È vergognoso che il popolo sudanese, che ha tanto aspirato all'indipendenza, sia oggi ostaggio delle logiche politico-etniche.

La guerra è una realtà molto presente nel mondo di oggi. Non dimentichiamo che la Libia non ha ancora trovato stabilità. Il conflitto a bassa intensità in Ucraina fa pagare un alto prezzo alle popolazioni della regione orientale del Donbass (senza che nessuno ne parli). Il terrorismo e il radicalismo islamico sono gravi problemi da affrontare. Ma ci sono regioni intere da pacificare. E le guerre si eternizzano, non fosse per gli interessi economici e per il lucroso traffico di armi. Seguire le vicende politiche, apprendere elementi di geopolitica, prendere parte manifesta che non ci siamo rassegnati alla guerra: avere un'opinione è anche un modo di far pesare la propria volontà di pace. E la preghiera per la pace è, tra l'altro, un modo di ricordare sempre e di non rassegnarsi alle "guerre degli altri".

lunedì 22 maggio 2017

Quei cardinali «di periferia» scelti dal Papa

Dal Corriere della Sera del 22 maggio 2017

Papa Francesco è arrivato alla quarta «infornata» di cardinali (così si diceva nel vecchio linguaggio curiale): esigua rispetto alle precedenti, senza ultraottantenni con la porpora ad honorem. Il Papa, ogni anno, riempie i posti vacanti tra gli elettori.

Anche questa volta ha confermato la tendenza verso personalità di «periferia», addirittura 4 su 5: monsignor Zerbo (vescovo in Mali, Paese travagliato dal con- flitto e dal radicalismo islamico con 240 mila cattolici, meno del 2% degli abitanti), monsignor Arborelius (primo vescovo di origine svedese dalla Riforma in un Paese con no mila cattolici, molti immigrati), monsignor Mangkhanekhoun (nel Laos buddista e comunista con soli 42 mila cattolici) e Gregorio Rosa Chavez, vescovo ausiliare di San Salvador in Centro America. Solo il cardinalato dell'arcivescovo di Barcellona, Omella, non desta sorpresa: questi, con il cardinale Osoro di Madrid, rappresenta una linea «aperta», differente da quella dominante in Spagna. Già il Papa l'aveva voluto nella congregazione dei vescovi, dove si fanno le nomine alla testa delle diocesi. «Quando mai Paesi poco conosciuti potranno essere rappresentati nel sacro collegio?» - avrebbe risposto Francesco alle obiezioni sulla nomina di cardinali periferici nei precedenti concistori. A seguito di queste scelte, Paesi come Myanmar, Bangladesh, Malaysia, Capo Verde, Haiti, Tonga, Centrafrica, Isole Maurizio, Papua Nuova Guinea, per la prima volta sono rappresentati tra i cardinali.

Spesso Paesi con pochi cattolici. Così i periferici - è la visione del Papa sul ruolo delle periferie - peseranno nella scelta più importante della Chiesa: l'elezione del Papa. Tuttavia, non interpreteranno necessariamente una linea bergogliana in un futuro Conclave. Anzi talvolta nelle periferie - come in Africa - si delinea un certo distacco da questo pontificato. C'è poi un'altra categoria di cardinali «periferici», quelli di diocesi non storicamente cardinalizie anche se d'importanti Paesi cattolici, scelti per un significato strategico-simbolico (così uno proveniente da uno Stato messicano provato dal narcotraffico o il cardinal Montenegro che ha Lampedusa nella Diocesi). La nomina di Rosa Chavez, da sempre ai margini tra i vescovi di El Salvador, sottolinea il legame con il vescovo-martire Romero, beatificato da Francesco nel 2015, contro l'opinione di una parte dell'episcopato latinoamericano e della Curia. Si disegna una geografia complessa dei futuri elettori del Papa che esalterà da un lato il ruolo di figure ponte capaci di coagulare un collegio frammentato e, dall'altro, offrirà l'accesso alla voce del più largo numero di Chiese.

APPROFONDIMENTI
Andrea Riccardi sul Corriere della Sera >>

Risposta all'appello di Riccardi sulla strage di Debrà Libanòs: un gruppo di lavoro al Ministero Difesa

In seguito all'appello lanciato da Andrea Riccardi sulle pagine del Corriere della Sera a non dimenticare la strage di Debrà Libanòs, in Etiopia, dove nel 1937 le truppe italiane assassinarono oltre 2000 tra monaci, diaconi, giovani e pellegrini, il Ministero della Difesa ha dichiarato con un comunicato stampa l'istituzione di un gruppo di lavoro che approfondirà la vicenda, perché se ne tenga viva la memoria.
Segue il testo del comunicato stampa, pubblicato sul sito del Ministero della Difesa.

"Era il 21 maggio del 1937, durante l'occupazione italiana dell'Etiopia, per rappresaglia, il regime fascista fece strage della comunità dei copti; monaci, studenti, e fedeli del monastero di Debrà Libanòs.
L'eccidio durò vari giorni, crudele e metodico. In Italia con il silenzio di tutti,  durante il fascismo ma anche dopo, l'episodio era stato dimenticato. Poche settimane fa Andrea Riccardi, dalle pagine del Corriere della Sera, ha avuto il merito di ricordarlo.
A distanza di 80 anni da quella strage, per tenere viva la memoria di quei fatti e riaffermare i valori universali della civiltà umana, il Ministero della Difesa costituirà un gruppo di lavoro composto da studiosi, militari ed esperti finalizzato ad un approfondimento storico della vicenda. Per non dimenticare".

domenica 21 maggio 2017

Nell’80° della strage di Debre Libanos, restituire all'Etiopia i beni trafugati

Si compie oggi l’80° anniversario della strage di Debre Libanos, compiuta dalle truppe italiane agli ordini del generale Maletti, sotto la guida del maresciallo Graziani e di Mussolini. Un vergognoso assassinio di oltre 2000 tra monaci, diaconi, giovani e pellegrini. La strage fu accompagnata anche dall’incendio del monastero e dalla razzia di oggetti preziosi e testi antichi.
In occasione di questo 80° anniversario un docufilm di TV2000 ha sensibilizzato l’opinione pubblica e io stesso sono intervenuto sul tema nelle pagine del Corriere e di Avvenire. Anche il giornalista Gian Antonio Stella ha lanciato un appello a non dimenticare.
Sono convinto che sia necessaria l’individuazione e la restituzione dei beni trafugati e portati in Italia. Le istituzioni dello Stato e le forze armate hanno la responsabilità di rendere omaggio ai caduti e di condannare l’accaduto, gravissimo episodio, espressivo dei metodi con cui fu condotta la repressione in Etiopia da parte degli italiani.
Un gesto sarebbe auspicabile da parte della Chiesa cattolica italiana che benedì l’impresa come “apertura dell’Etiopia alla fede cattolica e alla civiltà romana” propagando una cultura del disprezzo verso quello che definì un clero “ignorante e corrotto”. Finora purtroppo sembra che le istituzioni del nostro paese preferiscano non ricordare.


Andrea Riccardi
Roma, 21 maggio 2017

giovedì 18 maggio 2017

G7 di Taormina: la sfida dei migranti per i leader del mondo

Alla vigilia del G7 di Taormina una riflessione di Andrea Riccardi sull'incontro tra i capi di Stato e di governo, che quest'anno vede anche la presenza di Donald Trump, Theresa May ed Emmanuel Macron.

Il 26 e il 27 maggio si tiene in Italia, a Taormina, il summit del G7. La collocazione nell'isola, scelta da Matteo Renzi, è significativa: pone chiaramente il problema dei rifugiati e dei migranti nel Mediterraneo. È una questione che l'Italia non può affrontare da sola. Nessuno Stato nazionale oggi può gestirla in solitudine. Le grandi ondate migratorie sono uno dei problemi maggiori del nuovo disordine globale: riguardano non solo l'Europa, ma tutti i continenti. Un nuovo ordine mondiale deve tener conto della grande spinta migratoria dal Sud verso il Nord con un approccio multilaterale. La collocazione del G7 nel cuore del Mediterraneo pone il problema dei rapporti tra Sud e Nord, tra mondo islamico e occidentale. Gentiloni sente molto questa problematica, su cui deve intervenire più efficacemente l'Unione europea (presente con il presidente del Consiglio europeo Tusk e della Commissione Juncker). È stato anche invitato al summit il presidente tunisino, Beffi Caid Essebsi. Il suo Paese, retto da un regime democratico, rappresenta l'unico caso riuscito delle Primavere arabe.

Taormina è il primo impatto collettivo del presidente Trump con tutti i grandi leader occidentali. Molti gli interrogativi aperti. Che farà Trump sulle questioni ecologiche e sull'accordo di Parigi sul clima? Cambierà politica rispetto alle scelte di Obama? C'è poi la novità della presenza del neoeletto Macron che si affianca ad altri due nuovi del summit: l'italiano Gentiloni e l'inglese May. L'esclusione di Putin (dal 2014) manifesta una grave tensione irrisolta tra Russia e Occidente, che ha le sue radici nella questione ucraina ma che è ormai divenuta un confronto globale.

Per Trump questo è il primo viaggio all'estero nella sua nuova carica. Il presidente arriva a Taormina dopo tre tappe rilevanti: in Arabia Saudita (dove rivolge un invito ai leader musulmani per lottare contro il radicalismo), in Israele (ottimi i rapporti tra Gerusalemme e la nuova presidenza) e infine a Roma, dove incontra papa Francesco, oltre al presidente Mattarella. Le tre tappe hanno anche un significato di dialogo con le tre religioni. Trump, che ha aspettato a recarsi all'estero, dà quasi un senso simbolico al suo primo tour.

L'incontro dei leader delle grandi democrazie, il G7, ha rilievo in un mondo in cui i Governi assistono alla crescita delle "democrature", cioè dei regimi autoritari e populisti. Da Taormina si sperano passi significativi per affrontare il "disordine mondiale". Per l'Italia è un evento importante. Tra l'altro, il fatto che si tenga in Sicilia smentisce l'immagine negativa di "isola della mafia", troppo diffusa nel mondo.

Da Famiglia Cristiana del 21/05/2017

giovedì 11 maggio 2017

Il dialogo è una scelta, non un debole ripiego

Dopo la storica visita di papa Francesco al Cairo, l'incontro con l'Imam Al Tayyib, il patriarca copto Tawadros, Andrea Riccardi riflette sul messaggio che il papa ha voluto dare al mondo sul rapporto tra le Chiese cristiane, l'Islam, le altri fedi: che l'alleanza tra le religioni è indispensabile per spezzare il legame tra fede e violenza.

I1 viaggio di papa Francesco in Egitto non è stato solo un evento importante, ma un vero messaggio, proposto al mondo, alla sua Chiesa, alle altre Chiese cristiane e anche all'Islam e alle religioni. Innanzitutto è stato un viaggio coraggioso, per i pericoli all'orizzonte di un Egitto tormentato. Ma il Papa non ha voluto misure di sicurezza particolari. Del resto si è incontrato con il martirio, così recente, dei copti: i cristiani uccisi al Cairo, proprio in una chiesa del grande complesso dove risiede il patriarca papa Tawadros II e dove Francesco si è recato per pregare e onorare i caduti; ma anche quelli assassinati la Domenica delle Palme ad Alessandria. Attraverso Francesco, la Chiesa cattolica si è definitivamente immedesimata con quella copta. Oggi, in Egitto, anche andare a pregare in chiesa è un rischio per i fedeli. Francesco, parlando delle vittime e rivolgendosi a Tawadros II, ha affermato: «Unico è il nostro martirologio, e le vostre sofferenze sono anche le nostre sofferenze, il loro sangue innocente ci unisce». Non sempre sono stati idilliaci i rapporti tra Roma e la Chiesa copta. Ormai sembra avvenuta una svolta profonda. «Adoperiamoci per opporci alla violenza predicando e seminando il bene, facendo crescere la concordia e l'unità»: il Papa ha indicato la via. Il viaggio di Francesco è stato un messaggio ecumenico. In un clima tanto drammatico, la divisione tra cristiani sembra un non senso. C'è stato un altro messaggio di grande rilievo.
Il Papa ha visitato l'Università islamica di al-Azhar, il più autorevole centro nel mondo musulmano, incontrando il suo grande imam, alTayyib. La visita è avvenuta nel quadro d'una conferenza internazionale per la pace, cui partecipavano non solo musulmani, ebrei e cristiani, ma anche rappresentanti delle religioni asiatiche. Francesco ha proposto di allearsi per il bene comune, smascherando la violenza religiosa. In questo modo si toglie spazio al radicalismo e si spezza il legame tra fede e violenza. Ci si chiede: gli interlocutori sono affidabili? La proposta del Papa può sembrare un'ingenuità. Ma lui è giustamente convinto che bisogna sostenere quanti, in ogni religione, cercano una convivenza pacifica, perché nessuna fede è condannata di per sé a un destino di violenza. Ha indicato il bivio che ci sta di fronte: «L'unica alternativa alla civiltà dell'incontro è l'inciviltà dello scontro». Il patriarca ortodosso Bartolomeo, presente all'evento, ha commentato: «Non abbiamo altra strada che il dialogo». È la verità, non una scelta debole.


martedì 9 maggio 2017

Il 9 maggio a Madrid presentazione del libro Periferias di Andrea Riccardi

Stasera alle 19:30 nella chiesa di Nostra Signora de las Maravillas a Madrid (C/ Dos de Mayo 11) si presenta "Periferias", l'edizione spagnola del libro Periferie di Andrea Riccardi.
Oltre all'autore, intervengono il card. Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Madrid, Tiscar Espigares, della Comunità di Sant'Egidio di Madrid e la direttrice delle edizioni San Pablo Maria Angeles Lopez Romero.
Clicca sull'immagine per ingrandirla

giovedì 4 maggio 2017

C'è tanta Europa nel voto francese

All'indomani del dibattito televisivo tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, una riflessione di Andrea Riccardi sul voto francese, divenuto anch'esso mobile ed emotivo, non legato più a fedeltà storiche o ideologiche. Colpisce che per la prima volta gollisti e socialisti siano rimasti fuori dal ballottaggio. Certi valori però sopravvivono. E i francesi, sostiene Riccardi, hanno votato per l'Europa. Un fatto rilevante per il futuro di tutto il continente. 


Le elezioni presidenziali in Francia hanno tenuto l'Europa con il fiato sospeso. La grande domanda era sull'affermazione di Marine Le Pen che, al primo scrutinio, è risultata importante, ma piuttosto contenuta: il 21,3%. Nel 2002, suo padre, Jean-Marie, era arrivato al ballottaggio con quasi il 17%, primo esponente di destra non gollista a giungere a una simile posizione. Alle elezioni del 2012, Marine era arrivata quasi al 18%, che non le consentì comunque di entrare in ballottaggio con Hollande. Quest'anno non si è verificata quella valanga di voti che si temeva, anche se non va sottovalutata l'attrazione del voto populista su un mondo di francesi spaesati. Per la prima volta, i candidati legati ai partiti protagonisti della Quinta Repubblica, gollisti e socialisti, non entrano nel ballottaggio per il presidente. Tuttavia Fillon, con il 20% dei suffragi, mostra che i gollisti hanno ancora un patrimonio elettorale. Hamon, con il suo modesto 6%, ha messo in luce l'erosione grave del partito socialista, insidiato dalla sinistra di Mélenchon (che ha mobilitato, anche attraverso la Rete, un vasto sostegno alla sua persona) con il 19,6% . Forse, se si fosse presentato Hollande, i socialisti avrebbero avuto un maggiore successo. Anche in Francia, oggi, nessun risultato è scontato. Lo mostra soprattutto il successo di Emmanuel Macron con il 24,1% di voti cui, nel prossimo ballottaggio, si aggiungeranno quelli di Fillon e della sinistra. In Italia si discute molto di Macron e se ne traggono conseguenze per la nostra politica. In realtà Italia e Francia sono diverse, non fosse per la forza dello Stato in quest'ultimo Paese.
Il candidato all'Eliseo con più probabilità di successo ha una sua storia come banchiere, vicino a Hollande, di cui è stato ministro. Ha ottenuto l'appoggio dei centristi "storici" per la sua candidatura. Giovane e dinamico, è cresciuto nella campagna elettorale, venendo a rappresentare, per la sua età e il suo carattere innovativo, il rinnovamento, ma anche una sicurezza per la sua storia istituzionale e il suo equilibrio. Oggi, con l'eventuale presidenza Macron e con la probabile vittoria della Merkel alle prossime elezioni, si può contare su una base politica sicura per procedere a realizzare il progetto di un'Unione più stretta tra i Paesi europei interessati. Non si può più aspettare. L'irrilevanza dei singoli Stati europei, in un quadro di disordine mondiale, diventa sempre più pericolosa. I populisti dicono di voler salvare le nazioni dalla burocrazia europea: in realtà per salvare la nostra civiltà e per aprirla al futuro ci vuole più Europa. E i francesi hanno votato per l'Europa.

giovedì 27 aprile 2017

Turchia, il sultano Erdogan e il futuro dell'Europa

Il fragile equilibrio del Mediterraneo ha bisogno della stabilità di un Paese composito e complicato come la Turchia
di Andrea Riccardi


 La Turchia è un Paese complesso. La storia dell'Impero ottomano, con la sua molteplicità, vive ancora nella Repubblica fondata da Kemal Ataturk nel 1923. Il mondo ottomano era abitato da gruppi etnici e religiosi diversi, tra cui i cristiani, ma sotto l'egemonia musulmana (e turca). Poi gran parte dei cristiani scomparve. Ma la pluralità non è finita. Ci sono i curdi nell'Est. Istanbul resta un crocevia di popoli. Religiosamente il Paese è musulmano sunnita, ma gli aleviti, vicini agli sciiti, sono tanti. Le confraternite musulmane, sopravvissute malgrado l'abolizione di Ataturk, sono riemerse. Nei decenni della Repubblica si sono sviluppati poi un folto ceto laico, aperto alla modernità, e una rigogliosa classe intellettuale, molto connessa all'Europa e agli Stati Uniti. Nello stesso periodo, le forze armate hanno rappresentato il severo guardiano della laicità dello Stato, intervenendo varie volte nella scena politica. Recep Tayyip Erdogan, al potere dal 2003, è un fenomeno nuovo nella storia repubblicana anche per il suo riferimento all'islam politico.
Ha rappresentato il mondo anatolico, ma anche Istanbul, di cui è stato sindaco. Ha profondamente cambiato la Turchia, modernizzando quella dell'interno e realizzando una forte crescita economica. In nome dell'avvicinamento all'Europa, ha smantellato la struttura kemalista e militare che controllava Governo e politica. E ora ha le mani libere più di qualunque altro predecessore.
Erdogan ha voluto imprimere una svolta alla Turchia, creando una Repubblica presidenziale con un forte accentramento di poteri nel presidente. Non guarda più all'Europa, anzi, la sfida con l'idea di un referendum sulla pena di morte. Ha un forte sostegno internazionale tanto che dopo la vittoria al referendum sui poteri presidenziali (nonostante i sospetti degli osservatori Osce sulla correttezza del voto), sono arrivati gli auguri di Putin e Trump.
L'Unione europea resta invece perplessa, ma Erdogan va avanti. Tra l'altro controlla milioni di rifugiati siriani e può riaprire i flussi verso l'Europa. I risultati del referendum, al di là dei dubbi, sono la radiografia di un Paese spaccato a metà in cui Erdogan ha avuto una vittoria di stretta misura. Molto alta l'affluenza ai seggi, rivelatrice dello scontro che divide i turchi. Ma Istanbul, Ankara, Smirne, le regioni curde e quelle mediterranee non hanno dato la maggioranza al leader. Solo metà del popolo turco si riconosce in lui. Sarebbe opportuno comporre lo scontro. Non sembra però la scelta di Erdogan. Una politica più articolata eviterebbe spaccature e radicalizzazioni. La Turchia confina con Paesi in guerra o in grave difficoltà. Il fragile equilibrio mediterraneo ha bisogno della sua stabilità.

sabato 22 aprile 2017

Il restauro del Santo Sepolcro è il segno di una nuova stagione ecumenica

In Medio Oriente, di fronte alle violenze, sta maturando un forte riavvicinamento tra cristiani divisi. Lo prova il restauro, da tanto tempo atteso, del Santo Sepolcro. Una riflessione di Andrea Riccardi (apparsa sul magazine "Sette" del Corriere della Sera)  
La basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme è un luogo tanto particolare: ricorda il sepolcro di Cristo e la sua resurrezione. Da secoli vi si recano pellegrini e visitatori del mondo intero. Qui, nel 335, fu consacrata una prima chiesa, per volontà dell'imperatore Costantino e di sua madre Elena. Da allora, nonostante le traversie dell'edificio e del Paese, c'è stata una presenza cristiana. Tuttavia, per chi va al Santo Sepolcro, l'impatto è sconcertante, non solo perché la basilica è molto particolare per tanti ambienti di culto (non sempre in buono stato), interconnessi tra loro al suo interno. Colpisce oggi la presenza così divisa dei cristiani: celebrazioni diverse, talvolta contemporanee, altari distinti, tensioni tra le varie confessioni cristiane per affermare il proprio spazio... La divisione dei cristiani emerge con evidenza e senza grazia anche in un luogo così denso di memoria. Fino a pochi anni fa, c'erano aperti conflitti tra le Chiese, tanto che i restauri della basilica erano impossibili per l'assenza d'intesa. D'altra parte, il Santo Sepolcro è l'unica chiesa al mondo dove convivono, sotto lo stesso tetto, le diverse Chiese cristiane. L'attrazione per il sepolcro di Cristo ha tenuto insieme le comunità pur in polemica, mentre si scomunicavano e non riconoscevano agli altri la qualità di cristiani. Hanno dovuto convivere, come separati in casa. Infatti le divisioni tra i cristiani sono cominciate in Oriente. 
I copti, balzati recentemente all'onore delle cronache per i terribili attentati in Egitto, sono un'antica Chiesa orientale della stessa famiglia degli armeni, dei siriaci, degli etiopi, dei cristiani indiani detti di san Tommaso. Queste comunità cristiane, mai legate all'impero bizantino, sono divise dalla cristianità orientale (ortodossa) e cattolico-occidentale dal quinto secolo. Nel 1054 è avvenuto il grande scisma tra Roma e Costantinopoli. Forse la divisione ha facilitato la sopravvivenza cristiana sotto il potere musulmano. In Oriente, i cristiani hanno sempre celebrato riti diversi, hanno costruito chiese differenti, ben distinti gli uni dagli altri. Anche di fronte al potere musulmano. E, al Santo Sepolcro, sono due famiglie musulmane a custodire la chiave della basilica, per garantire neutralità rispetto alle confessioni cristiane. Fu la Sublime Porta che, nel 1852, regolò con un firmano (conosciuto in Occidente come Statu quo) i conflitti tra cattolici e ortodossi. Le difficoltà tra cristiani avevano reso fino a poco tempo fa impossibile il restauro della basilica: la cella del Sepolcro era tenuta da travi di ferro, poste nel lontano 1947 dalla Gran Bretagna, che allora aveva il mandato sulla Palestina. Ma il disaccordo tra religiosi aveva impedito ai lavori di andare avanti da dopo la Seconda guerra mondiale. 
Dal 22 marzo scorso, i pellegrini e i visitatori possono vedere finalmente il Santo Sepolcro libero dalle impalcature. I restauri sono il frutto dell`accordo, nel 2016, tra il patriarcato ortodosso di Gerusalemme, quello armeno e i frati francescani della custodia di Terra Santa. È il segno di una nuova stagione ecumenica. Altri e più impegnativi lavori sono in progetto. «La giornata di oggi ha un significato di unità, collaborazione e cooperazione», ha detto il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, alla cerimonia ecumenica d'inaugurazione con il patriarca ortodosso di Gerusalemme, quello armeno, il custode francescano di Terra Santa e il patriarca cattolico di Gerusalemme, Pizzaballa. Presenti anche le altre confessioni religiose. 
Non era scontato che pregassero insieme al Santo Sepolcro. Tra i presenti pure il primo ministro, Tsipras, per manifestare l'interesse greco alla presenza ortodossa nell'area. Questa vicenda dei restauri sembrerà una storia di nicchia o archeologica. In realtà, in Medio Oriente, di fronte alle violenze, sta maturando un forte riavvicinamento tra cristiani divisi. Lo mostra anche il prossimo viaggio di papa Francesco in Egitto, a sostegno dei cristiani copti e del dialogo. Forse la solidarietà e i gesti concreti porteranno all'unità prima del dialogo teologico.

giovedì 20 aprile 2017

La memoria dei martiri unisce i cristiani

I martiri rivelano come il cristiano abbia una forza debole, fatta di fede e di amore, nel resistere al male. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana, a pochi giorni dalla preghiera di Papa Francesco con la Comunità di Sant'Egidio presso il memoriale dei nuovi martiri nella basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina.

Papa Francesco visita a Roma la basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina per ricordare i nuovi martiri, quando abbiamo ancora negli occhi le immagini dei cristiani uccisi in Egitto.

La basilica, che conserva la memoria di Sant'Adalberto, ucciso nel 997 perché evangelizzatore, ricorda soprattutto i martiri contemporanei. Esprime la coscienza maturata nel Giubileo del 2000: la Chiesa è tornata a essere una comunità di martiri come nei primi secoli. Questo non era, allora, il pensiero dominante: i cristiani venivano considerati più persecutori che perseguitati. Giovanni Paolo II pensava il contrario: era stato testimone della persecuzione nazista e del massacro degli ebrei prima e, in seguito, della lotta antireligiosa comunista. Per lui, il Novecento era il secolo del martirio. Per questo, Wojtyla volle una commissione che raccogliesse le storie dei nuovi martiri (che operò nei locali vicino a San Bartolomeo). Emersero tante vicende dolorose, spesso ignote. Il 7 maggio 2000, al Colosseo, alla presenza di alcuni testimoni della persecuzione, Giovanni Paolo II presiedette una memoria ecumenica dei nuovi martiri, perché il sangue dei martiri unisce i cristiani.

I martiri «costituiscono come un grande affresco dell'umanità cristiana del ventesimo secolo», disse Wojtyla. Bisognava ricordarli e raccogliere la loro eredità. Così San Bartolomeo, su iniziativa della Comunità di Sant'Egidio e per decisione di Giovanni Paolo II, è divenuta il memoriale dei nuovi martiri. Nell'abside campeggia una grande icona dei caduti, tra cui si vedono l'arcivescovo salvadoregno Romero, gli armeni vittime della strage, i monaci etiopi uccisi dagli italiani, i cristiani russi e tanti altri.

Nelle sei cappelle, alcuni segni fanno memoria dei martiri contemporanei in tutti i continenti. Si conservano il calice di don Andrea Santoro ucciso in Turchia, la fascia del vescovo argentino Angelelli assassinato dai militari, la Bibbia di un giovane ruandese caduto nel genocidio, la lettera di un pastore evangelico dal campo nazista di Buchenwald. La loro memoria, però, non invita alla vendetta. I martiri rivelano come il cristiano abbia una "forza debole", quella della fede e dell'amore, nel resistere al male. Il loro testamento va aperto e vissuto nella Chiesa di oggi.

venerdì 14 aprile 2017

Il mercato della fede tra sette, miracoli e promesse di soluzione dei problemi quotidiani

Nell'editoriale di Andrea Riccardi sul magazine Sette del Corriere della Sera si parla di sette, Benin, Africa. Una sfida sempre più urgente per le Chiese tradizionali.

In passato il cattolicesimo e il protestantesimo sono state le religioni "favorite" dalla colonizzazione e dalla occidentalizzazione del mondo. Non solo erano favorite dai governi coloniali, ma rappresentavano per le popolazioni del Sud del mondo le religioni evolute e del futuro. C'erano, talvolta, conflitti tra Stato e Chiesa in madrepatria, come in Francia, ma non venivano estesi alle colonie: «La laicità non è un prodotto d'esportazione», sosteneva il politico francese dell'Ottocento Léon Gambetta. Così, tra il XIX e il XX secolo, la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti si sono installate in Africa con i missionari: hanno dato origine a comunità legate alle loro tradizioni che, da decenni, hanno però leader locali.

Ma il mondo è oggi cambiato. Nei Sud del mondo sono in crescita comunità neoprotestanti, neopentecostali, o dall'impostazione più varia che hanno comunque un riferimento al cristianesimo. Polemicamente sono definite "sette". Quasi sempre, prevale l'aspetto del miracolo. Nel mondo, divenuto mercato globale, la religione "favorita" è proprio questa realtà magmatica, spesso caratterizzata dall'iniziativa di profeti o pastori, che risponde ai bisogni immediati della gente. Questo nuovo mondo religioso, così frammentario, ha una profonda affinità culturale con la mentalità da consumatore tipica del mercato globale. Anzi s'instaura un mercato delle religioni, spesso competitivo e polemico. Il fenomeno è molto diffuso in Africa.

In Benin, un Paese africano di poco più di dieci milioni di abitanti, sul Golfo di Guinea, c'è uno sviluppo sorprendente d'iniziative religiose. Il Paese, ex colonia francese, spicca per la sua cultura ed è chiamato il "quartiere latino" dell'Africa, ma anche per tanti culti meticci come il Vodun (un incrocio afro-brasiliano realizzato dagli ex schiavi beninesi). La domenica mattina s'incontrano sulla stessa strada varie chiese di varie denominazioni. Grosse strutture o anche semplici garage. Jésus pour réussir, una di queste sette, unisce momenti di fervida preghiera a corsi d`insegnamento per il successo e agenzie immobiliari per trovare casa. Così si presenta: «Una Chiesa viva che vi aiuta a manifestare... in tutti i campi (lavoro, affari, coppia, salute), che Cristo è il Dio della Riuscita". Il Ministero della potenza della risurrezione di Cristo (che la gente chiama Auto-Auto) raduna migliaia di persone sotto un tendone nella capitale che, tra preghiere, prediche e balli, attendono l`incontro con ruomo di Dio": tecnologie ed effetti acustici sono utilizzati per creare un clima intenso, mentre è forte l'attesa del miracolo. Non sono che due casi di una galassia (che si dice cristiana, ma non ha rapporti con le Chiesa della tradizione): piccole sale e imprese più vaste si accavallano in ambienti in cui la gratuità non sembra essere una caratteristica prevalente e dove l'attesa miracolistica del successo personale o della guarigione prevalgono. Diverso è il caso della cosiddetta Chiesa cattolica "privata" di Banamè, che sta creando gravi preoccupazioni ai vescovi cattolici. È nata nel zori attorno a una ragazza, Parfaite, che si proclama dio e al suo direttore spirituale, un prete cattolico, nominato da lei Papa (con il nome di Cristoforo XVIII). Banamè si presenta come il vero cattolicesimo, assumendo simboli, abiti e riti della Chiesa, in una sintesi tra cattolicesimo e miracolismo. Parfaite, il dio autoproclamato, e il Papa hanno attorno una corte di cardinali, vescovi, preti, tutti vestiti come gli ecclesiastici cattolici. Accorrono tanti fedeli. Non mancano gli scontri - anche fisici - con altre comunità cristiane o la popolazione. Il "mercato" religioso, in Benin e generalmente in Africa, pullula di nuove iniziative e di scissioni ed è molto animato. È il modo di esistere delle nuove religioni nella società, caratterizzato da grande mobilità dei fedeli e da forte competitività, che erode le Chiese tradizionali.

giovedì 13 aprile 2017

Impariamo dai copti testimoni di vita e di fede

Un'attenta analisi della Chiesa Copta in Egitto, dopo i terribili attentati a Tanta e Alessandria.

E’ incredibile e vile quanto è avvenuto in Egitto: donne, uomini, bambini in preghiera, indifesi in chiesa, uccisi dai terroristi. Eppure è successo nella Domenica delle Palme ad Alessandria e a Tanta. È stata opera probabilmente dell’Isis, che ha attaccato proprio in un giorno in cui i cristiani copti celebrano la festa con solennità e partecipazione. Per una coincidenza di calendari, quest’anno la Domenica delle Palme e la Pasqua cadono nella stessa settimana per tutte le Chiese. In un certo senso, l’Isis ha colpito tutti i cristiani, attaccando i più vicini e deboli.

Dobbiamo riflettere sul messaggio di questa Domenica di sangue. Oggi, in alcune parti del mondo, i discepoli di Gesù soffrono l’odio e la violenza, come lui stesso aveva preannunziato. Che vuol dire per i cristiani occidentali? I persecutori, cioè i terroristi, hanno parlato di "crociati copti". Mai i cristiani copti hanno fatto crociate o guerre. Al contrario, dopo l’invasione araba in Egitto hanno subìto molte umiliazioni che li hanno confinati a cittadini di seconda categoria. La sofferenza e l’umiliazione hanno segnato la loro storia. E il martirio: i copti cominciano a contare gli anni proprio dal martirio dei cristiani sotto Domiziano. In una storia dolorosa, hanno mostrato però un paziente e tenace attaccamento alla fede. Oggi sono un "popolo" consapevole della propria fede e del proprio ruolo in Egitto. Gli attentati non toccano solo alcuni cristiani lontani da noi. Lo fa capire bene papa Francesco che sta per andare in visita alla Chiesa in Egitto, mostrando come sia parte di una più larga comunione.

E il Papa copto, Tawadros, ha sentito la necessità di venire a Roma e incontrare Francesco appena eletto: gli ha confidato le sue pene. Da quel momento i rapporti tra i due Papi sono strettissimi. «Nel sangue dei martiri siamo già uniti», diceva Giovanni Paolo II, e Francesco lo crede profondamente. Ci vuole solidarietà. Ma anche s’impongono passi decisi verso l’unità. C’è soprattutto da imparare dai cristiani egiziani un modo di vita nella società, mite, fedele e non violento: i copti chiedono al Governo soltanto protezione e lotta al terrorismo. Colpisce come, nonostante i rischi, non rinuncino a frequentare in tanti le loro chiese e a vivere con intensità la passione e la risurrezione del Signore, facendo della liturgia il cuore dell’esistenza. È una grande testimonianza: rischiare la vita per la preghiera della Chiesa. Bibbia, liturgia, fede di popolo alimentano la vita dei copti, facendone una testimonianza per un cristianesimo occidentale talvolta distratto, vittimista o aggressivo.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 16 aprile 2017

giovedì 6 aprile 2017

Una simpatia immensa verso il mondo

L'invito di papa Francesco a farsi prossimi alle periferie del mondo e della vita è una manifestazione di simpatia verso l'umano, che sta cambiando il volto della Chiesa.
Da un'editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana 
 
La prossima Pasqua è la quarta che Jorge Bergoglio celebra come Papa. In quattro anni la Chiesa è tanto cambiata, anche grazie al suo messaggio. Ma è pure molto cambiato il mondo e non proprio in meglio. Bisogna tenere conto di questo. Lo scenario internazionale è caratterizzato da vari conflitti: basta ricordare quello lunghissimo in Siria. Nella "confusione" internazionale, la tendenza è chiudersi, costruire muri, presidiare le proprie frontiere, insomma ritagliarsi uno spazio nella storia il più sicuro possibile. Due fenomeni accrescono il senso d'incertezza: le migrazioni (percepite come invasioni) e l'assenza di una o più superpotenze capaci di creare ordine. La stessa Chiesa potrebbe essere tentata di ritirarsi da un mondo complesso ed estraneo ai suoi valori, chiudersi nel gruppo dei credenti o nei luoghi di culto, magari dopo aver detto con chiarezza la sua verità. Papa Francesco ha creato un clima di simpatia verso il suo messaggio e la Chiesa. La simpatia non è secondaria: la evocò Paolo VI, parlando di «simpatia immensa» per definire l'atteggiamento della Chiesa del Concilio verso il mondo. Francesco ha chiesto ai cattolici di "uscire" dai quadri e dai luoghi abituali della loro vita per incontrare gli altri, vivere la solidarietà con i più deboli, comunicare il Vangelo. Si può dire che, mentre la tendenza generale è chiudersi di fronte a un mondo globale, quella della Chiesa di Francesco è invece uscire. Il messaggio del Papa non è dominato dal pessimismo né sulla Chiesa né sulla sorte del mondo, anche se ha più volte chiesto di agire in modo responsabile, tenendo conto del bene di tutti e non solo di pochi: ha parlato delle guerre e della povertà, ha ricordato la grande questione dell'ecologia. In questi quattro anni, Francesco ha indicato a tutti l'importanza di essere attenti al proprio cuore, alla dimensione personale della propria vita: «Le guerre non cominciano là [dove si combattono], cominciano nel tuo cuore, nel nostro cuore», ha detto parlando agli studenti di Roma. C'è bisogno di una liberazione dagli egocentrismi personali, nazionali o di gruppo. Un saggio vescovo ortodosso, Anastasio d'Albania, ha affermato: «Il contrario della pace non è la guerra, ma l'egocentrismo». Papa Francesco aiuta le donne e gli uomini del nostro tempo a uscire da una dimensione spaventata e centrata su di sé. Lo fa chiedendo di rivolgersi prima di tutto ai periferici della società. Ha portato i poveri al centro della Chiesa, ma ha anche insegnato l'esodo da sé stessi, fiduciosi che si possa costruire un mondo più umano. In questa età della paura e dei rinascenti odi, Francesco invita a credere nella Pasqua di Risurrezione, che dà vita e speranza.

Proprio oggi che prevalgono gli egoismi, il Papa ci chiede di "uscire" per incontrare i poveri

venerdì 31 marzo 2017

C'è un museo a Phnom Penh che ci inchioda di fronte alla follia degli uomini

Focus sull'Asia in questo post di Andrea Riccardi (apparso su "Sette", il magazine del Corriere della Sera del 31 marzo 2107). L'autore riporta l'attenzione su un genocidio dimenticato del '900, quello compiuto dai Khmer Rossi in Cambogia. 

C'è anche questo nella nostra storia: l'incredibile vicenda della Cambogia dove, tra il 1975 e il 1979, i khmer rossi decisero di costruire una civiltà di donne e uomini nuovi, il vero comunismo basato su un egualitarismo assoluto, che si richiamava anche a tradizioni ancestrali.
In realtà non fu una civiltà nuova, ma un incredibile genocidio di cui è difficile calcolare le dimensioni (tra uno e due milioni di morti, un quarto della popolazione del Paese). L'operazione avvenne sotto la guida del partito comunista cambogiano, il famoso Angkar Padevat, i cui leader a lungo risultarono sconosciuti. L'Angkar era una presenza onnipotente nella vita quotidiana: i suoi ordini indiscutibili. Guidava il popolo verso un "futuro migliore" esercitando il diritto di vita o di morte sui cittadini. La sicurezza rivoluzionaria era un'ossessione: «Meglio uccidere un innocente che lasciare in vita un colpevole». Il primo atto con cui i rivoluzionari si fecero conoscere fu l'abbandono forzato della capitale Phnom Penh da parte degli abitanti. Phnom Penh era una città gradevole, caratterizzata da un misto di architettura cambogiana e coloniale francese. Ma, per i khmer rossi, incarnava la corruzione: «La città è cattiva», dicevano, «perché c'è il denaro, dunque l'ineguaglianza. In città non coltivate il riso che mangiate». Così la popolazione urbana senza alcuna eccezione, compresi i malati degli ospedali, fu costretta a un drammatico esodo verso le campagne.
Era aprile, il mese caldo, e le condizioni di vita erano terribili per la marea umana in movimento. A un certo punto, gli ufficiali, gli intellettuali e il personale amministrativo vennero richiamati con un falso motivo e subito eliminati. Cominciava così l'applicazione del principio della purificazione della popolazione: prima quanti erano stati legati al passato regime, poi gli intellettuali (anche solo quelli che avevano gli occhiali) e quanti avevano gestito attività economiche, infine doveva scomparire chi non era inquadrabile nella classe dei contadini.
Bisognava insomma eliminare tutti i potenziali nemici. Nessuna rieducazione era possibile. Il sospetto, la delazione e il controllo assoluto dominavano la vita dei cambogiani, ormai collettivizzata in villaggi contadini. L'Angkar controllava tutto. La società fu ristrutturata per realizzare il socialismo contadino: abolito il denaro, si viveva in villaggi senza alcuna proprietà privata, si mangiava insieme, mentre la vita personale era ridotta a niente. I ragazzi, dai sei ai dodici anni, vivevano in case separate, educati dal partito: loro dovevano essere i protagonisti del futuro socialista, non deformati dal capitalismo come i loro genitori.
Una bambina dodicenne riuscì a fuggire. Avrebbe poi raccontato la sua testimonianza dolorosa in un libro, Il racconto di Peuw bambina cambogiana. Gli adulti erano costretti a sfibranti giornate di lavoro nei campi. Il popolo, ridotto a una massa di schiavi, però non rispondeva adeguatamente secondo Pol Pot. Questi, alla guida del sistema, già nel 1976 dichiarava: «Una malattia si annida nel partito... Noi cerchiamo i microbi che si annidano nel partito senza successo». Da qui, la follia di purghe, epurazioni ed esecuzioni alla ricerca del nemico da cui purificare la rivoluzione socialista. A Phnom Penh, il museo del genocidio è oggi allestito a Tuol Sleng, un carcere, dove sono state uccise circa 20.000 persone (ne sono sopravvissute solo sette, perché tutti erano condannati a morte). La prigione era uno snodo nel sistema concentrazionario. Vedendo le testimonianze di orrore e di sadismo in quegli ambienti, si misura la follia della "nuova civiltà" di Pol Pot e della banda dei sei. Il loro utopismo veniva da lontano. Pol Pot aveva conosciuto il marxismo durante gli studi in Francia e si era convinto che avrebbe potuto liberare la Cambogia dal controllo francese e ripristinare la pura civiltà khmer. Il suo potere sul Paese dura meno di quattro anni. Ma la sua visione crudele e priva di senso della realtà ha trasformato la Cambogia in un inferno.

giovedì 30 marzo 2017

Il futuro dell'Europa? Velocità diverse, ma un'unica direzione

Un editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 2 aprile 2017 invita a non scandalizzarsi per le divergenze, che sono il frutto della democrazia. "L'Europa è cambiata in meglio - afferma l'autore - I leader nel 1957 erano 6 ora sono 27".


L'Europa torna in Campidoglio. Nel 1957, i Paesi all'inizio del processo di unificazione erano sei. Oggi, sessant'anni dopo, sono 27. Il numero mostra la storia alle spalle di questo successo. Il continente è cambiato, e in meglio. È avvenuta la liberazione dal fascismo di Spagna e Portogallo. C'è stata la caduta del Muro di Berlino, che ha permesso la riunificazione della Germania e l'ingresso nell'Unione da parte dei Paesi dell'Europa centrale e orientale, fino al 1989 sotto l'egemonia dell'Urss.
È finito il colonialismo europeo: nel 1957 la Francia era alla vigilia della sanguinosa guerra d'Algeria. Sono vicende positive, mentre la prima metà del '900 ha conosciuto il fascismo e il nazismo, le dittature comuniste e due terribili guerre. Non bisogna dimenticare questa storia di morti e di grandi sofferenze, quando si guarda ai leader europei riuniti al Campidoglio: un messaggio
altamente positivo che fatica a venire da altre macroaree (Asia, America latina, mondo arabo), con l'eccezione africana che si è dotata di un'Unione, che però ha ancora molte carenze.
Quello europeo è un grande risultato di cui ci possiamo accorgere se usciamo dalla cronaca e guardiamo i fatti, nella prospettiva della storia. Si è temuto che la premier polacca, Beata Szydio, non firmasse il documento condusivo. Alexis Tsipras, primo ministro greco, aveva suscitato problemi. Le incertezze sono congeniali alla politica europea. Non bisogna scandalizzarsi. In Europa si determinano spesso oscillazioni, perché le decisioni sono frutto di concertazioni. E queste, in un tempo di politiche gridate, sembrano incertezze. In realtà sono il frutto della democrazia europea: uniti, ma non eguali. Tuttavia, la ricerca dell'unanimità non può bloccare sviluppi ulteriori verso l'unità: di fronte alle novità dello scenario mondiale, l'Europa deve necessariamente essere un polo coeso. Così l'accordo di Roma (un testo di compromesso) prevede: «Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi, se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione». Ci possono essere intensità diverse nell'azione congiunta degli Stati: insomma un'Europa a più velocità non porterà al divorzio. I Paesi dell'Est, che non vogliono una maggiore unificazione, temono però le fughe in avanti di altri Stati, specie dell'Europa occidentale. Tuttavia sarà necessario rendere possibili azioni e processi unitari a quegli Stati che ne sentano l'esigenza e la responsabilità. È una porta aperta a un'Europa più stretta. Un importante passo avanti è stato fatto sulla difesa comune. A suo modo, l'Unione va avanti e mostra di rappresentare nel mondo uno spazio di pace e di prosperità.

venerdì 24 marzo 2017

Per capire la nuova geografia politica bisogna scrutare l'orizzonte del Medio Oriente

Interessante ricostruzione storica di Andrea Riccardi nella rubrica "Religioni e civiltà" del magazine "Sette" del Corriere della Sera del 24 marzo 2017

Il Medio Oriente è un punto d'orientamento nella geografia politica. Spesso, da questa regione non vengono buone notizie. Si pensi alla guerra di Siria, che in questi giorni compie sei lunghi anni: circa 470.000 vittime e cinque milioni di siriani esuli dal Paese. Il Medio Oriente ha radici storiche antichissime ed è stato la culla delle tre religioni monoteistiche, l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam. Tuttavia, come area geopolitica, è un'invenzione recente. Quello che oggi si chiama Medio Oriente era un insieme di province, vilayet, dell'impero ottomano: una regione dove gli arabi dominanti convivevano con altri, tra cui molti cristiani ed ebrei. Il London Times del 1902 pubblicò una serie di articoli di Valentine Chirol, che consacrarono l'espressione "Middle East", già utilizzata da altri prima. Era l'Asia intermedia, cui si guardava con interesse dall'India britannica, come cerniera tra Oceano indiano e Mar Mediterraneo. Così la Mesopotamia, terra di reminiscenze bibliche, doveva rifiorire, mentre il Golfo Persico diventava importante. L'invenzione del Medio Oriente è soprattutto britannica. Non più il Proche Orient, cui aveva guardato la Francia protettrice dei cristiani d'Oriente, ma una terra strategica tra l'Europa e l'Asia. Il suo valore cresce con la scoperta del petrolio.
 Dalla fine dell'impero ottomano, sconfitto nella Prima guerra mondiale, nasce il nuovo Medio Oriente, progettato dai britannici con la cooperazione francese. È un'ardita ristrutturazione politica, su cui molto pesano gli interessi delle potenze. Londra aveva giocato, durante la guerra, la carta dei nazionalismi. Soprattutto quello arabo che aveva nello sceriffo della Mecca, al-Husayn, il suo massimo esponente. Ai sionisti, con la dichiarazione Balfour del 1917, era riconosciuto il diritto a un focolare ebraico in Palestina. L'assetto mediorientale dopo i1 1918 non rispetta queste e altre promesse.
Già nel 1916, Francia e Gran Bretagna avevano stretto un patto segreto, l'accordo Sykes-Picot, per spartirsi il Medio Oriente tra loro e con la Russia. Così vennero i "mandati" - non più colonie - affidati alle potenze. Nascono nuovi Stati, il Libano (a maggioranza - allora - cristiana), la Siria sotto mandato francese, la Palestina e l'Iraq sotto mandato britannico. La Transgiordania, controllata dagli inglesi, viene data a un figlio dello sceriffo della Mecca, al-Husayn, sconfitto nel suo regno dai sauditi, nuovi interlocutori dei britannici e poi degli americani. Un altro suo figlio, Faysal, diviene re dell'Iraq sotto controllo britannico. Questa è la nuova architettura attraverso cui Gran Bretagna e Francia credono di controllare a lungo il Medio Oriente, anche usando le minoranze: cristiani, alauiti e drusi in Siria contro sunniti o, in Iraq, sunniti contro sciiti. Ma la storia non si ferma. L'Iraq nel 1932, il Libano nel 1943 e la Siria nel 1946 diventano indipendenti. Gli Stati mediorientali hanno frontiere spesso fittizie e i loro popoli sono un mosaico etnico-religioso. In questo quadro s'inserisce lo Stato d`Israele, dal 1948, percepito come una sfida dal mondo arabo. Si apre la questione palestinese: per l'Onu i profughi palestinesi erano circa 700.000 nel 1950 e ora sono cinque milioni.
Irrisolta è la questione dei curdi, solo recentemente autonomi nel Kurdistan iracheno e in alcune aree siriane. Il sogno di uno Stato cristiano va in fumo dopo il 1918 e il Libano diventa il rifugio dei cristiani, finché la guerra civile non lo sconvolge, mentre i musulmani libanesi hanno superato il numero dei cristiani. Queste sono solo alcune complessità mediorientali. L'affermazione transnazionale di Daesh, nel 2014, in Siria e Iraq ha sconvolto le frontiere. Finisce il Medio Oriente, sorto un secolo fa? Stati, nati sulla carta, hanno oggi storia e consistenza, anche se le correnti panarabe e panislamiche li hanno sempre scossi. La storia però non torna indietro. Il vero problema oggi è dare sicurezza alle minoranze in quadri nazionali complicati. Soprattutto la grave questione è la pace, in Paesi dove la democrazia appare un miraggio.

giovedì 23 marzo 2017

Esempio Olanda. L'Europa "tiene" davanti all'ondata populista

Nella settimana del 60mo anniversario dei Trattati di Roma, che celebra l'avvio del processo di unificazione europea, l'Unione si trova ad affrontare grosse sfide: le spinte centrifughe, le politiche di chiusura dei confini, la Brexit, e anche, ce lo ha drammaticamente ricordato l'attentato di ieri a Londra, la minaccia terroristica. Tuttavia, nota in questo editoriale Andrea Riccardi, ci sono notizie positive, come quella giunta la settimana scorsa dall'Olanda. Il risultato delle elezioni olandesi - afferma - fa ben sperare per quelle francesi, dove non è scontato che Marine Le Pen possa essere fermata (l'articolo verrà pubblicato su Famiglia Cristiana del 26 marzo 2017)

L'accoglienza di Trump alla cancelliera Merkel alla Casa Bianca è stata fredda. Eppure si trattava del primo viaggio di un leader dell'Unione europea dal nuovo presidente del più importante Paese del continente, con la quarta economia del mondo. Che ci siano divergenze tra alleati è normale, ma colpisce l'atteggiamento quasi scostante di Trump. Forse è un messaggio per l'elettorato americano: il nuovo Governo si disinteressa dell'Europa e si occuperà di problemi interni. Ma la Germania è un grande alleato degli Usa: sul suo territorio sono stanziati 56.200 militari, il più grosso contingente americano all'estero. Che messaggio si dà al mondo? Bisogna essere attenti al linguaggio: espressioni dure, antagonistiche, fredde o aggressive sono pericolose in un tempo di relazioni internazionali fluide, in cui ogni Paese gioca da solo. Invece la cancelliera tedesca rappresenta uno Stato che crede ancora a un linguaggio diplomatico di dialogo e che non gioca da solo ma all'interno dell'Unione e dell'alleanza occidentale. Il linguaggio tra i leader degli Stati non può essere quello virulento delle campagne elettorali e della politica interna. Purtroppo abbiamo visto recentemente un intreccio sconcertante tra politica interna e rapporti internazionali nella campagna elettorale olandese. Il capo del partito liberale Vvd, Mark Rutte, ha rifiutato il permesso a due ministri turchi di entrare in Olanda per un comizio nel quadro del referendum in Turchia. Si è trattato di una decisione, alla vigilia delle elezioni olandesi, per contrastare la propaganda di Geert Wilders, capo del partito populista schierato contro l'islam e l'Unione. I comizi di ministri stranieri ai loro connazionali in Paesi esteri capitano talvolta (li fanno anche gli italiani), ma il momento era incandescente. Il presidente turco Erdogan ha risposto duramente agli olandesi accusandoli di fascismo e razzismo e criticando aspramente la Merkel che li appoggiava.
Del resto, la partita in Olanda era veramente grossa, seguita con ansietà dall'Europa. Dopo Brexit, non poteva uscire anche l'Olanda. È andata bene: i populisti di Wilders (che volevano un referendum per andarsene dall'Unione e chiedevano di chiudere le moschee) non hanno vinto. Il sistema proporzionale olandese, facendo perno sul partito di Rutte, consente un Governo che ha quasi la maggioranza alla Camera bassa. Due fatti notevoli si sono registrati in Olanda: l'alto numero di votanti, oltre l'80%, e l'affermazione della nuova sinistra ecologista di Jesse Klave. Le elezioni olandesi fanno ben sperare per quelle francesi tra un mese, dove non è del tutto scontato che Marine Le Pen possa essere fermata, soprattutto in caso di fuga dal voto.

mercoledì 22 marzo 2017

Pace non è solo assenza di guerra - Videointervista a @QuanteStorieRai

Cosa ne è rimasto del movimento della pace? Come è possibile riuscire a convivere in pace in un mondo ferito da guerre e povertà? Di questo e molto altro si è parlato oggi, a Quante Storie su RAI3, con Andrea Riccardi, a partire dal suo ultimo libro "La forza disarmata della Pace"

lunedì 20 marzo 2017

Sognare l'Europa con papa Francesco

"Sogno un'Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un'Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia". Dal discorso di papa Francesco al conferimento del Premio Carlo Magno (6 maggio 2016) Vai al testo completo

Questa settimana, il 25 marzo, si celebra il 60mo anniversario della firma dei Trattati di Roma, ovvero l'atto costitutivo di quella che diventerà l'Unione Europea.
Nel piccolo volume "Sognare l'Europa", Andrea Riccardi e Lucio Caracciolo hanno raccolto i discorsi del papa sull'Europa, corredati di due contributi dei curatori.
"Papa Francesco  - osserva Lucio Caracciolo - osserva l'Europa con lo sguardo di Magellano, ovvero con l'occhio della periferia che scruta il centro."
Mentre Andrea Riccardi si addentra nell'utopia europea di papa Francesco, che, prendendo le distanze da un'Europa arrocata, chiusa come una fortezza, si apre all'accoglienza dei migranti e dei rifugiati, balurado dei diritti umani e trova in questo una nuova giovinezza.

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sabato 18 marzo 2017

Le ferite della storia e quelle di oggi in Medio Oriente

Andrea Riccardi partecipa al convegno Medì sulle città del Mediterrano, una rassegna promossa dalle Comunità di Sant'Egidio della Toscana.
Quest'anno, il convegno ricorda anche i 100 anni dagli accordi Sykes-Picot, che di fatto disegnarono il Medio Oriente come lo abbiamo conosciuto finora.
Si è parlato dei rapporti tra Oriente ed Occidente, il ruolo dell'istruzione e della scuola nella costruzione di una città per tutti, infine il tema dell'accoglienza dei profughi nel Mediterraneo e il rapporto tra le civiltà e i fenomeni migratori.
Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant'Egidio, ha fatto il punto sulle sfide destinate a modificare l'ordine globale. 

Con l'accordo Sykes-Picot dalle spoglie della periferia ottomana  - ha ricordato - nacque il Medio Oriente.Venne esclusa la Turchia. Il governo Erdogan ha fatto occupare una parte della Siria, segno attuale della volontà della Turchia di essere presente. Si deve registrare la difficoltà nel ritessere la geometria dei vincitori della Prima guerra mondiale, in una terra di grande complessità. Riccardi si è poi soffermato su alcune delle implicazioni odierne, dalla tratta dei migranti al terrorismo. "Salviamo il Mediterraneo", il suo appello.
Per saperne di più

venerdì 17 marzo 2017

Le politiche sulle migrazioni devono partire dai giovani africani che usano Internet e il cellulare

Proviamo a guardare i migranti non solo dall'Europa, ma anche dai Paesi di provenienza, in particolare l'Africa. Non basta uno sguardo dal Nord. Tanto ripetere che bisogna sigillare le frontiere europee nasce proprio da una scarsa comprensione di storie, motivazioni e spinte dei migranti. Nel 2016 ne sono morti circa 5.000 nel Mediterraneo. È un dramma, cui non si può restare insensibili.
Non abbiamo visto nessun capo di Stato africano venire a Lampedusa a inchinarsi davanti alla morte di tanti connazionali. Infatti l'80% delle vittime in mare viene dai Paesi africani. Il fenomeno migratorio non è all'ordine del giorno della politica di molti Paesi africani. L'esodo è talvolta una valvola di sfogo per le tensioni politiche e sociali. I giovani, infatti, sono spesso il motore della contestazione contro poteri corrotti e immutabili. La vita dei giovani africani si sviluppa all'insegna dell'«esodo». Lasciano le campagne in modo massiccio per accalcarsi nelle città africane, le cui periferie sono formate spesso da baraccopoli, prive d'infrastrutture, acqua e fognature. Una città in sviluppo come Nairobi, in cui sono stati fatti importanti lavori urbani, cresce con un tasso insostenibile del 4,4% l'anno. Nelle città, manca lavoro e c'è poca industria. Nelle campagne si trova una qualche forma di lavoro. Ma ormai l'Africa del futuro pulsa in città: i1 40% della popolazione subsahariana vive qui. È un cambiamento avvenuto in breve tempo, che recide molti legami. L'esodo dei giovani in città è un modo di avvicinarsi al centro, dove pulsa la vita, e ci sono opportunità di studiare e lavorare. I giovani africani usano Internet e il cellulare: sono una generazione connessa e informata, molto meno periferica di quella delle indipendenze nazionali e del postcolonialismo. I figli delle indipendenze e degli anni successivi credevano nel proprio Paese, liberatosi dal dominio delle potenze europee: nazionalismo e socialismo africano costituivano un orizzonte di valori e di sogni.
Il centro della loro vita era in Africa. I miti dell'indipendenza sono crollati. I governanti si sono spesso rivelati poco all'altezza o corrotti. Già nel 1968, il romanziere ivoriano, Ahmadou Kourouma, denunciava la crisi degli Stati indipendenti, nel romanzo Les soleils des indépendances. L'Africa indipendente, nata con il sogno della giustizia al posto dello sfruttamento coloniale e con miti egualitari, ha invece registrato - negli ultimi decenni - la crescita di grandi ricchezze in mano a pochi e di larghe povertà per tanti. La delusione dei giovani africani verso la politica e, ancor più, verso il proprio Paese è palpabile. I giovani sono scettici sulla crescita delle società africane, puntano a uscire da situazioni bloccate e dalla diffusa disoccupazione. Eppure sono la vera ricchezza di queste società. In Malawi, i giovani, per dire che non hanno lavoro, usano un'espressione piena di rassegnazione: «I'm staying». Si diffonde tra i giovani la convinzione di vivere nella periferia del mondo e di non avere alcun futuro. Così matura, tra gente globale e molto mobile, il sogno di raggiungere il "centro": l'Europa. Circolano, tra loro, storie di successo di chi ce l'ha fatta, magari parenti e amici ora in Europa. Non mancano, certo, le narrazioni di dolori nei viaggi del deserto, nei campi di detenzione, come quelli libici, nelle traversate in mare. Ma la società non insiste su questo. E i giovani sognano e sperano. Spesso la famiglia mette insieme il necessario per l'«esodo». Il ritorno a casa, di chi ha tentato il "viaggio" senza successo, è umiliante. Del resto anche i ricchi promuovono la migrazione dei colletti bianchi, i loro figli, mandati a studiare e lavorare in America o in Europa. Perché restare? I giovani globalizzati non hanno fiducia nel destino comune dei loro Paesi. Per questo, una politica sulle migrazioni, se vuole essere efficace, deve concentrarsi sull'Africa, sul lavoro e sulla creazione di fiducia fra i giovani. I muri servono a poco e fanno male. 

Articolo di Andrea Riccardi sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 17 marzo 2017

giovedì 16 marzo 2017

Riapriamo ai rifugiati il continente che si chiude

L'Europa non può essere solo quella dei muri o dei barconi. Ma deve aprire porte e ponti: lo afferma Andrea Riccardi in questo editoriale sul Famiglia Cristiana (del 19/3/2017)
 
Una famiglia di Aleppo cristiano-ortodossa con tre figli ha subìto il rapimento di uno dei suoi membri da parte di un gruppo armato. Ha chiesto al Belgio un visto per motivi umanitari, consentito dall'articolo 25 del regolamento europeo. La richiesta è stata respinta. Forse la famiglia aleppina credeva in un' Europa dei diritti umani o amica dei cristiani perseguitati? S'è illusa.
Lo conferma la Corte europea di giustizia, che ha espresso parere negativo al ricorso della famiglia, interpretando l'articolo 25 in modo restrittivo: non ha preso in considerazione la posizione dell`avvocato generale, secondo cui la protezione degli esposti a trattamenti inumani deriva dai princìpi della Carta dell'Unione e ha rinviato alle legislazioni nazionali. Gli Stati membri non devono concedere il visto umanitario, ma possono farlo in base alla legislazione nazionale.
Ecco la grande contraddizione: l'Europa ha un buon sistema di protezione internazionale, ma non si pone in prospettiva il problema di ingressi regolari. Ha commentato il direttore di Migrantes, Giancarlo Perego: così si spinge «a utilizzare solo le vie illegali mettendo a rischio vite umane, dando soldi alla criminalità organizzata. La sola soluzione sta nei "corridoi umanitari"». Ha ragione. Non si può negare il diritto d'asilo a chi fugge, travolto dalla guerra e da immani disgrazie. C'è chi obietta che l'Europa non può essere la patria dei perseguitati del mondo intero. Ma così si chiudono le porte e si condannano tanti a situazioni inumane, se non alla morte. L'Italia, attraverso i "corridoi umanitari" dal Libano e dall'Etiopia, promossi in due ondate per 1.500 persone da Sant'Egidio, gli evangelici e la Cei, ha mostrato un altro volto dell'Europa: i richiedenti asilo, selezionati secondo il criterio della vulnerabilità, possono raggiungere il nostro Paese con viaggi sicuri e trovare accoglienza e cura. Anche la Francia si è mossa in questa linea. Martedì scorso è stato firmato un primo accordo per accogliere 500 siriani dal Libano tra lo Stato e i promotori (protestanti, vescovi cattolici e Sant`Egidio). La Conferenza episcopale spagnola ha chiesto al Governo di fare aperture in questo senso. I "corridoi umanitari" danno garanzia di sicurezza per il viaggio e di controllo sui rifugiati, accolti dalla società civile. L'Europa non può essere solo quella dei muri o dei barconi. Ma deve aprire porte e ponti perché possa essere raggiunta in maniera regolare e programmata. È la lotta concreta contro i mercanti di vite umane. Del resto, le nostre società in crisi demografica hanno bisogno di "nuovi europei".

martedì 14 marzo 2017

venerdì 10 marzo 2017

La sfida dei prossimi anni? Scoprire il valore della vecchiaia

Cresce il numero degli anziani, un fenomeno globale, una sfida per le società chiamate a scoprire il valore della vecchiaia fino a cambiare la mentalità corrente. Ne parla Andrea Riccardi in questo articolo pubblicato oggi 10 marzo 2017 sul magazine Sette del Corriere della Sera.

C'è una grande sfida per la nostra civiltà: l'aumento della popolazione anziana. Se ne parla troppo poco. Si discute al massimo di alcuni aspetti secondari, come il maggior carico per il sistema sanitario o pensionistico. Eppure c'è un fatto assolutamente nuovo: si vive molto di più che in passato. La cosiddetta terza età conosce un prolungamento unico nella storia dell'umanità. L'ultimo censimento Istat (per il decennio 2001-2011) ha registrato un enorme balzo in avanti nella classe degli ultracentenari, aumentata di ben il 204%. Si è realizzato un sogno antico dell'umanità: vivere di più e allontanare lo spettro della morte.

Tuttavia la società non è attrezzata a dare significato e gestire un fenomeno, di per sé, molto positivo. Forse perché si tratta di una stagione segnata dal declino, dalla riduzione dell'autonomia e da una presenza forte della malattia. Ma c'è qualcosa di più serio: manca nella mentalità corrente il senso del valore della vecchiaia. Siamo ancora al latino Terenzio per cui senectus ipsa est morbus (la vecchiaia è per se stessa una malattia). Invece è una stagione della vita da "reinventare" nel suo complesso: per gli anziani e per la società.

Oggi, a differenza del passato, gli anziani sono tanti. In Italia quelli oltre i 65 anni sono il 21,7% della popolazione (e quelli oltre gli 80 arrivano al 6,5%). Il fenomeno non riguarda però solo le società industriali, ma è globale. In Africa cresce il numero degli anziani e declina la funzione sociale dei vecchi. Nel 1962, lo scrittore maliano Amadou Hampate Ba parlò così del ruolo del vecchio: «In Africa ogni volta che un anziano muore è come se bruciasse una biblioteca». La società africana è cambiata. Ci sono tanti anziani, comunemente senza pensione e assistenza sanitaria. La povertà degli anziani africani è un grave problema. In qualche caso vengono eliminati con l'accusa di stregoneria. L'anziano non è più il saggio della comunità, ma un peso in una società in rapido cambiamento.

La crescita degli anziani come fenomeno di massa si scontra con l'impreparazione della società. Talvolta si reagisce soggettivamente negando l'età che avanza e nascondendola in una specie di giovanilismo. D'altra parte la vecchiaia viene vissuta come naufragio di una stagione della vita senza senso. Innanzitutto, c'è il problema di dove e come vivono gli anziani. In Italia il 30,4% abita da solo: la famiglia si è ristretta e ha meno capacità di gestire i suoi anziani. A questa difficoltà ha risposto in parte l'invenzione creativa della badante, quasi sempre immigrata. Per il 2,1% degli anziani c'è l'istituto: una soluzione dolorosa, se la si vede da vicino. Per alcune famiglie, in situazioni di povertà, la pensione del vecchio rappresenta ancora una risorsa, seppur piccola.

Lo storico francese Philippe Ariès ha parlato della "scoperta dell'infanzia" nell'età moderna con l'attribuzione di nuovi valori e di un posto particolare per il bambino nella famiglia (che - secondo lo studioso - è tutt'altro che decaduta negli ultimi secoli). In questa età postmoderna non sarebbe necessario scoprire i valori della vecchiaia e renderli un fatto di mentalità corrente? Una lunga vita, la possibilità di instaurare rapporti gratuiti e meno caratterizzati economicamente, una relazione con le generazioni più giovani (i nonni con i nipoti e gli anziani con i bambini), la manifestazione che la vita non è solo ascesa sociale e progresso infinito sono alcuni di questi valori. Altri vanno scoperti.

Certo il mondo degli anziani può rappresentare, in società troppo competitive, una compensazione nel senso della gratuità delle relazioni. Il grande studioso romeno, Mircea Eliade, scriveva: «Siamo nati tutti con una superstizione: che ci attendano posti migliori in alto, mai più in basso». La sfida degli anziani (nel 2050 secondo le proiezioni più di un italiano su tre sarà vecchio) mostrerà se la nostra società, così emotiva e cangiante, sarà capace di produrre sapienza e significati. Vedremo se saprà dare senso alla vita di un terzo della popolazione e non considerarla una sopravvivenza residuale.

giovedì 9 marzo 2017

Tutti si armano contro tutti. Guerra fredda? No, molto peggio

Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana (del 12/3/2017): Il rafforzamento militare rischia l'escalation di una conflittualità fuori controllo. Il sogno che nasca un movimento per la pace
Il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin. Il primo ha annunciato un aumento delle spese militari, il secondo vuole rafforzare il proprio potenziale nucleare. Ma molti altri Paesi, soprattutto in Asia, si stanno armando sempre di più.
La Svezia, Paese neutrale e pacifico, ripristina il servizio militare obbligatorio e investe in armi. Un brutto segnale che mostra il deterioramento della situazione internazionale. Il presidente americano Trump ha annunciato un aumento delle spese militari. Gli Usa secondo lui non devono rinunciare al ruolo di prima potenza militare, anche se non sono più il gendarme del mondo e non suppliranno alle carenze della Nato. La Russia ha mostrato, negli ultimi tempi, una forte capacità d'intervento militare e Putin ha dichiarato di voler rafforzare il potenziale nucleare. La Svezia ha paura del suo forte vicino, che possiede più testate nucleari degli Usa, mentre il suo armamento convenzionale e l'alto numero di tank preoccupano gli europei. La Cina, potenza atomica, ha il più grande esercito del mondo. Aumenta le spese militari del 7% sul 2016. Pechino non pensa a teatri militari all'estero, ma alla difesa del territorio e alle proprie rotte. Il Giappone lo scorso anno ha approvato una legge che permette la costituzione di vere forze armate (ci sarà un aumento dell'1,4% per le spese militari). Le Filippine di Duterte spenderanno il 18% in più. L'India, altra potenza nucleare, è in testa agli acquisti di armi (il 13% del mercato globale). E poi l'Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati, la Thailandia e altri Paesi si vanno armando. Il rapporto del Sipri, l'istituto svedese che osserva il commercio delle armi, registra per gli anni 2012-2016 la crescita dell'8,6%. Siamo quasi tornati ai tempi della Guerra fredda. Ma ormai il quadro è un disordine mondiale, in cui ci si arma contro tutti. Non si tratta più della deterrenza tra Est e Ovest. La corsa agli armamenti può trascinare in avventure politico-militari pericolose oltre le intenzioni: vere escalation di una conflittualità fuori controllo. Tutto è pericolosamente in movimento. La politica internazionale e la corsa agli armamenti sono una partita giocata sopra la gente comune. Che si può fare? Non smettere di seguire la politica internazionale, di farsi sentire. I mercanti delle armi e gli arsenali pieni spingono alla guerra. Ma il sogno è che nasca un forte movimento di pressione per la pace nell'opinione pubblica. In questa linea si muove papa Francesco, che ha denunciato la corsa agli armamenti: «La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato».

venerdì 3 marzo 2017

Quella tragica campagna di Russia che fu presentata come una "guerra santa"

Andrea Riccardi nella rubrica Religioni e civiltà del magazine Sette del Corriere della Sera, ripercorre la drammatica vicenda dei soldati italiani in Russia rievocata in un libro di M.Teresa Giusti, recentemente presentato alla Dante Alighieri.

La campagna di Russia fu presentata come una guerra di civiltà e di religione dai nazisti che la aprirono nel 1941 con il blitzkrieg, la guerra lampo della Germania contro l'Unione Sovietica. Mussolini voleva partecipare al banchetto della vittoria nell'Europa dell`Est e chiese insistentemente di combattere a fianco dei tedeschi. È la storia della sfortunata vicenda dei soldati italiani (raccontata in un bel libro di
Maria Teresa Giusti, La campagna di Russia, 1941-1943): quella del Corpo di spedizione italiano in Russia poi dell'Armir. Un disastro: partirono 229.000 uomini per la Russia e più di un terzo non fece ritorno, mentre dei circa 70.000 prigionieri in mano sovietica ne tornarono a casa solo 10.000. Gli ultimi furono liberati nel 1954. Intere famiglie hanno aspettato per anni il ritorno dei loro cari dall'Urss nella speranza che fossero sopravvissuti. Fu una lotta, non solo contro l'accanita resistenza e la controffensiva dei sovietici, ma anche contro il freddo dell'inverno: i soldati combatterono in condizioni d'impreparazione con calzature e vestiti inadatti. Il dolore di questa storia ha colpito l'immaginario degli italiani, dando luogo a una sconfinata memorialistica. Ricordo solamente quello di Giulio Bedeschi Centomila gavette di ghiaccio - che nel 1979 vendette un milione di copie - e quelli di Nuto Revelli e di Mario Rigoni Stern.

Hitler volle una campagna in un clima radicale e criminale - nota la Giusti - che portò ad un imbarbarimento delle truppe. Da qui, non solo i maltrattamenti della popolazione, ma anche le stragi di popoli che andavano decimati per fare spazio al dominio nazista che, al massimo, avrebbe avuto bisogno di schiavi. In una visione razzista, gli slavi erano Untermenschen, "sottouomini", la cui vita non valeva niente. Si pensi che un bielorusso su quattro è morto in guerra. Lo sguardo dei nazisti sugli "altri" era quello di un colonizzatore razzista, chiuso a ogni comprensione della realtà delle popolazioni occupate. Lo sguardo italiano, invece, nonostante la propaganda fascista e anticomunista, non era venato dal razzismo, anzi sorprendentemente empatico. Un soldato scrive riguardo ai polacchi: «I volti dei contadini sono smunti. I corpi alti e magrissimi, appena coperti di stracci. II loro sguardo rivela una sottomissione senza riserve». Ed aggiunge: «La loro fame è autentica: ma ormai sono avvezzi a soffrirla». C'è poi un dissenso italiano nei confronti del trattamento verso gli ebrei, «tutti accomunati sotto lo stesso giogo e sempre con i mastini tedeschi alle spalle». I bambini fanno pena: «Domandano pane a mani giunte». Intorno ai campi e agli ospedali degli italiani c'è quasi sempre popolazione locale che chiede aiuto. È poi considerato inaccettabile il trattamento dei prigionieri sovietici da parte dei tedeschi: questi «fattili sedere in mucchio, si erano messi a sparare ridendo, uccidendoli tutti». Ci furono anche crimini italiani, poi contestati dai sovietici, ma risulta evidente la differenza con i tedeschi nel rapporto con la gente del luogo, come si evince da tanta memorialistica e documentazione. Al momento della disfatta e della ritirata in condizioni terribili, gli italiani furono anche aiutati dalla popolazione per quel che poteva. Freddi furono invece i rapporti con i tedeschi, alleati ma quasi ostili.
Non voglio indulgere al mito dell'italiano "brava gente". Su questo sono intervenuto anche su Sette, mostrando come, pochi anni prima della spedizione in Russia, nel 1937, i militari fascisti furono criminali con gli etiopi, massacrando circa duemila persone nel monastero di Debre Libanos. Lì il crudele comando del maresciallo Graziani, il razzismo e la fascistizzazione esercitarono un'oscura influenza. In Russia era diverso. E si misurava già, nonostante ci fossero anche soldati volontari, il rifiuto latente della guerra, che si manifesta con forza l'8 settembre 1943. Emergevano anche i limiti della fascistizzazione, che seppure era stata intensa, non aveva alterato del tutto la capacità di vedere gli altri come propri simili. I contadini italiani, mandati a combattere tanto lontano da casa, dopo lunghe marce, scrivono con una certa pietà a proposito degli ucraini: «Povera gente che vive in uno stato medievale».