venerdì 21 luglio 2017

Il rinvio dello ius soli è una sconfitta per i cattolici

Ius soli sì, ius soli no, ius culturae, la discussione sulla nuova legge della cittadinanza si è rivelata particolarmente accesa in questi giorni. Il rinvio della legge rappresenta non solo una sconfitta per l'attuale leadership politica, ma anche per tutto il mondo cattolico. Ne parla Andrea Riccardi in un articolo del Corriere della Sera del 21 luglio.

Il rinvio della legge sullo ius soli è una sconfitta non solo per il premier Paolo Gentiloni o per Matteo Renzi, ma anche per la Chiesa, la sua leadership e i soggetti cristiani del Paese. Su questo bisognerebbe riflettere. Ma, prima di addentrarsi nella questione, un'osservazione non solo lessicale: perché parlare di ius soli? La legge non tratta di ius soli com'è invalso dire, ma piuttosto di ius culturae. Riconosce la cittadinanza al bambino che ha seguito cinque anni di scuola o al nato, figlio di straniero se possiede un lungo permesso di soggiorno. Parlare di ius soli amplifica la portata della legge. E' la terminologia inappropriata imposta dagli oppositori nel dibattito.

Al di là di questa precisazione, il mondo cattolico (continua a leggere...)

giovedì 20 luglio 2017

I cristiani non rinuncino a Gerusalemme: pellegrini in Terra Santa per confrontarsi con la complessità del mondo

In un editoriale su Famiglia Cristiana del 23 luglio Andrea Riccardi parla di Gerusalemme, città contesa dove la pace appare lontana, città santa delle tre religioni monoteistiche, luogo verso cui tornare da pellegrini e da lì guardare al mondo e alla sua complessità.

Lo Stato d'Israele festeggia cinquant'anni dalla proclamazione di Gerusalemme come capitale "unita e indivisibile" (dal 1967 controlla la parte orientale della città, prima della Giordania). Tuttavia la questione tra palestinesi e israeliani resta irrisolta: continua un conflitto che ha infiammato il mondo arabo e musulmano, il quale considera Gerusalemme una sua città santa. Qui i cristiani sono una piccola minoranza. Eppure la città significa molto per il mondo cristiano.

Nel Novecento, il pellegrinaggio è divenuto un fatto di popolo. Alcuni cristiani si sono stabiliti nella città. La Terra Santa ricorda ai cristiani la storia d'Israele, quella dei Vangeli e della prima comunità. Vedere questa terra aiuta a rileggere le Scritture. Eppure oggi Gerusalemme sembra un po' remota nell'orizzonte dei cristiani. Sono diminuiti i visitatori, forse per timore degli attentati. Ma c'è anche meno attrazione. Non siamo divenuti più provinciali e concentrati su noi stessi?

La Terra Santa è invece una lezione a uscire dal proprio ambiente e confrontarsi con la complessità del mondo: memoria e attualità, genti e religioni diverse, conflitti. Visitando il memoriale della Shoah Yad Vashem si sente il dramma dell'ebraismo, il ritorno alla terra, il bisogno di sicurezza. Anzi, spiace che taluni pellegrinaggi cattolici non vadano a Yad Vashem. A Gerusalemme s'incontra il cristianesimo orientale, così sofferente in Medio Oriente. Qui sono le radici della nostra fede. Ritornare alle radici e misurarsi con la complessità dell'oggi aiuta a concepirsi cristiani in modo aperto all'altro e alla speranza.

C'è bisogno di ritornare a Gerusalemme per comprendere come la speranza non diminuisca in una realtà abitata da tanti altri rispetto a sé. Il cristiano è un pellegrino: il cristianesimo è l'unica delle tre religioni monoteistiche che non controlla politicamente la terra delle sue origini. Forse per questo i discepoli di Francesco d'Assisi sono stati i religiosi più familiari alla Terra Santa, tanto che nel 2017 si celebra l'ottavo centenario dell'arrivo dei primi frati, che furono una presenza evangelica rispetto alla conquista crociata. In un tempo globale, segnato da tante chiusure, non bisogna guardare di più il mondo nella prospettiva di Gerusalemme?

venerdì 14 luglio 2017

Chi aiuta e chi no, il Papa tra amici e oppositori. Anche Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI furono criticati.

Si dice che Papa Francesco sia più popolare tra la gente che a casa sua. Ma sarà così vero? Ce ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana dell'16/07/2017

Papa Francesco, da quattro anni, parla al cuore di un vasto popolo di credenti. La sua parola ha fatto riaffezionare molti al Vangelo, ha spinto tanti a una maggiore attenzione verso i poveri e ha mostrato la Chiesa come casa di fede e di speranza. Ha proposto un modo di essere pastori, sacerdoti e vescovi tutto centrato su misericordia e fede: un modello in fondo per tutti i cristiani. Da molti il suo messaggio è stato accolto, mentre da altri è stato considerato con sufficienza, se non respinto. La semplicità evangelica del Papa ha suscitato un'opposizione: c'è chi ha nostalgia del passato, chi considera il suo messaggio scarico di dottrina, chi vuole un Papa sovrano, chi chiede un giudizio severo sul mondo. Ma i Papi contemporanei hanno sempre avuto forti opposizioni. Forse non lo ricordiamo. Paolo VI subì la contestazione di chi lo accusava di imbrigliare il Vaticano II, mentre l'opposizione conservatrice gli rimproverò aperture e cambiamenti, addirittura il tradimento della tradizione. Anche il popolarissimo Giovanni Paolo II, specie all'inizio, fu criticato come portatore di un modello polacco di Chiesa. Ratzinger è stato attaccato (contraddittoriamente) per un governo "debole" e conservatore.

Francesco è "segno di contraddizione", com'è normale per un testimone e predicatore del Vangelo. Francesco - si dice - è popolare tra la gente, ma non a casa sua. La Curia sembra in crisi. Alcuni segnali: il cardinale Pell, accusato di pedofilia, ha lasciato la Curia (dove l'aveva voluto il Papa) per sostenere la sua difesa in Australia, mentre il cardinale Miiller non ha visto rinnovato il suo mandato di prefetto dell'ex Sant'Uffizio. E altri episodi. Insomma, il Papa faticherebbe a governare e riformare la Curia. Francesco ha cercato di governare, in gran parte, con gli uomini di Benedetto XVI. Forse ora sta decidendo di cambiarli. Non ha avuto finora un grande successo la riforma dell'economia. Tuttavia la Segreteria di Stato (vero obiettivo delle critiche dei cardinali prima del Conclave) ora funziona bene. Quel che più conta è che l'episcopato abbia ormai un profilo pastorale, confermato dalle recenti nomine di De Donatis a vicario di Roma e di Delpini ad arcivescovo di Milano. I problemi ci sono, ma sono quelli della vita della Chiesa che si appresta ad affrontarli con la prospettiva proposta dall'Evangelii gaudium. Perché questa è la vera riforma che Francesco vuole.

lunedì 10 luglio 2017

Andrea Riccardi sulla legge Fiano: ''Non sottovalutare antisemitismo, xenofobia e propaganda fascista sul web''

Andrea Riccardi interviene sulla proposta di legge Fiano, da oggi in discussione alla Camera, e invita a non sottovalutare la propaganda razzista e xenofoba attraverso internet. "Il web rappresenta un campo molto pericoloso per la diffusione di idee e comportamenti violenti, come dimostra la crescita di consenso, specie tra i giovani, di movimenti di estrema destra in vari paesi europei", osserva il fondatore della Comunità di Sant'Egidio.
"In un'Europa che ha nella memoria di Auschwitz un suo elemento fondativo - continua Riccardi - è inaccettabile la propaganda antisemita e xenofoba. Ma anche la Repubblica italiana ha una storia che rappresenta l'antitesi del fascismo e del nazismo. Bene perciò che l'Italia si doti di una legge che, oltre a sanzionare in maniera circostanziata chi inneggia a queste ideologie, prevede un investimento nel campo dell'educazione per aiutare i giovani a conoscere la pagina più dolorosa della storia europea, proprio nel momento in cui si va affievolendo la voce dei sopravvissuti alla shoah". "Guardiamo al futuro - conclude Riccardi - ma per farlo, bisogna partire dalla memoria. E l'oblio non è libertà".

sabato 8 luglio 2017

Andrea Riccardi sui migranti: "Non è un'invasione, servono altri toni"

Intervista del Fatto Quotidiano dell'8 luglio 2017 al fondatore della Comunità di Sant'Egidio, che sul tema dei migranti spiega: "Non si può fermare nel Mediterraneo lo spostamento di popolazioni. I muri prima o poi crolleranno comunque".
"Esseri umani. Bisognerebbe parlare con altri toni del tema migranti, invece di utilizzare quelli della politica politichese, ma purtroppo non è così in nessun Paese europeo". Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, è stato ministro per la cooperazione e l'integrazione nel biennio del governo Monti, 2011-2013. "Da quel momento, almeno in termini di fondi a disposizione, la cooperazione ha avuto una svolta, non lo dico per vantarmi".

D: "E' un'invasione", strepita una certa politica, e adesso addirittura "aiutiamoli a casa loro", scrive l'ex premier Matteo Renzi... 

R: Non è un'invasione. Per altro il nostro Paese ha un deficit demografico serio. Altri Stati, come l'Ungheria che alza i muri, nel 2025 saranno abitati soltanto da vecchi. Anche se siamo... (continua a leggere)

venerdì 7 luglio 2017

Il futuro dell'Europa si gioca nel Mediterraneo

Perchè fuggono dal loro paese? In molti Paesi c'è la guerra o la crisi climatica, ma alcuni semplicemente non vedono più futuro. Bisogna agire in Africa per lo sviluppo e per riaffezionare i giovani alla loro terra.

I migranti provenienti dall`Africa sono più di un'emergenza. C'è bisogno di risposte non emotive
flussi di migranti provenienti dall'Africa sono crescenti. Non è un'emergenza. Ma un costante "esodo". Che fare? È un'invasione? Non scatenerà tensioni tra italiani e nuovi arrivati? Sono le domande di ogni giorno. La risposta forte sembra il "muro": impedire gli arrivi. Non è possibile farlo, come l'Ungheria e altri Paesi dell'Est. Di fronte a noi, c'è il mare. Allora bisognerebbe bloccare le coste libiche. O chiudere i porti. Ma un problema così grande ha bisogno di soluzioni articolate. Non emotive. È in gioco l'umanità nel trattamento di tante persone che si spostano su barconi di fortuna, forniti da ricche organizzazioni criminali. Nel 1942, la nave romena Struma raggiunse Istanbul con 800 ebrei a bordo. Le autorità turche la portarono al largo, perché gli inglesi rifiutarono l'ingresso in Palestina. La nave affondò al largo di Istanbul con il suo carico umano, colpita da un sottomarino sovietico. Possiamo accettare che avvenga di nuovo questo nel Mediterraneo? Ma che succede in Africa? Alcuni africani fuggono la guerra o la crisi climatica. Perché tanti vengono dalla Guinea o dalla Costa d'Avorio, dove non ci sono guerre? C'è un crollo di fiducia dei giovani nel loro Paese, in cui non vedono più un futuro. Per questo, come propone la cancelliera Merkel, bisogna agire in Africa per lo sviluppo e per riaffezionare i giovani alla loro terra. Aggiungo: bisogna responsabilizzare i presidenti africani i quali non mostrano di sentire molto il dramma degli esodi. Poi c'è il buco nero del deserto tra Libia e Niger, dove attori tribali si connettono a organizzazioni criminali. Da anni insisto che bisogna rafforzare gli Stati del Sahel e del Sahara, mentre ricordo come l'intervento militare in Libia contro il regime criminale di Gheddafi abbia creato una situazione peggiore. La domanda è anche sull'Europa. La sua politica è stata lasciare il "cerino acceso" nelle mani dell'Italia (dove avviene il 90% degli sbarchi) e della Grecia. Siamo orgogliosi del nostro Paese per l'impegno a soccorrere e accogliere. Il fallimento della relocation dei profughi nei Paesi europei mostra però l`indisponibilità a condividere il peso che cade sull`Italia. Solo la Germania è solidale. La Francia esita per motivi di opinione pubblica. Marco Impagliazzo ha ricordato che c'è una direttiva Ue del 2001, per cui di fronte a un afflusso massiccio di sfollati si può accordare, in maniera solidale, la protezione temporanea con l`impegno degli Stati membri. La recezione di questa direttiva avviene con il voto di 14 dei 27 Stati membri. In questo modo o in altro, va sollecitata la solidarietà europea. Come dopo 1'89, i Paesi europei appoggiarono la Germania nella riunificazione e poi aprirono agli Stati dell`Est, oggi l'Unione si gioca sul Mediterraneo con chi arriva sulle nostre coste e con l'Africa.

lunedì 19 giugno 2017

Voto in Gran Bretagna: l'azzardo della May complica la Brexit

La premier conservatrice ora può contare solo su una maggioranza fragile, proprio mentre deve trattare con l`Europa. scrive   Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana del 18 giugno 2017

Theresa May ha ottenuto dalla regina Elisabetta l'incarico di formare il nuovo Governo dopo le elezioni del 9 giugno scorso. Tuttavia non è risultata vincitrice. La Camera dei Comuni non ha più una maggioranza certa, come l'avevano i conservatori prima del voto. La premier è costretta a un Governo di coalizione con i protestanti nordirlandesi del Dup (provenienti dai paramilitari che lottarono contro l'Ira e i nazionalisti cattolici fino agli "accordi del Venerdì Santo" del 1998).
Il Dup porta alla May i dieci seggi di cui ha bisogno per raggiungere la maggioranza. La carta giocata dalla premier con lo scioglimento del Parlamento si è rivelata un azzardo, nonostante dopo l'attentato terroristico a Londra si fosse presentata come l'unico leader in grado di garantire la sicurezza. L'affermazione dei laburisti di Jeremy Corbyn (considerato da vari osservatori un leader inadeguato e troppo collocato a sinistra) è stata sorprendente: se avessero avuto 2.227 voti in più, in alcuni collegi dove hanno vinto i conservatori di stretta misura avrebbero conseguito la maggioranza. Ma questi sono i risultati del sistema britannico, fondato sul collegio uninominale. Le elezioni fotografano un Paese spaccato, specie sulla scelta di uscire dall'Unione europea sancita dal referendum del giugno 2016. Un anno dopo, l'opinione pubblica inglese si mostra incerta sulla decisione. Già Scozia e Irlanda del Nord si sono dette contro l'uscita. E gli indipendentisti dell'Ukip, impegnati per Brexit, che avevano preso quasi quattro milioni di voti, ne hanno incassati solo 600 mila. Anche i nazionalisti scozzesi, favorevoli a un nuovo referendum sull'indipendenza, sono stati ridimensionati. Il Governo May non è solido, sia per l'insofferenza dei conservatori contro la premier, sia per i problemi con il Dup, un alleato difficile, favorevole alla Brexit ma contrario a chiudere il confine con l'Irlanda e a uscire dal mercato comune; inoltre è schierato a difesa del Welfare (ridimensionato dalla May). Forse il Governo non avrà vita lunga. Eppure si trova di fronte al difficile negoziato con l'Unione europea sulla Brexit. L'Unione chiede il pagamento di 100 miliardi, mentre rinvia la conclusione di accordi di libero scambio. Gli ambienti finanziari britannici sono preoccupati. E in tanti pensano che la "storica" scelta britannica di uscire dall'Ue sia stata avventata.

giovedì 15 giugno 2017

A Ozieri il convegno "Il Mediterraneo, i rifugiati, le nostre terre" #15giugno

Oggi a Ozieri e in tutta la diocesi l'appuntamento che  porterà in città importanti esperti per una tavola rotonda sulla questione dell'accoglienza dei migranti.
 Si tratta del convegno diocesano "Il Mediterraneo, i rifugiati e le nostre terre", fortemente voluto dal vescovo monsignor Corrado Melis, e promosso con la collaborazione della Caritas, di Libera Sardegna, del Csv Sardegna Solidale con il patrocinio del Comune di Ozieri.
Relatore principale sarà Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio ed ex ministro per la Cooperazione e l'Integrazione.
Parteciperanno il sindaco di Ozieri Marco Murgia, il prefetto di Sassari Giuseppe Marani, il rettore dell`Università di Sassari Massimo Carpinelli, il referente di Libera Sardegna Gianpiero Farru, il vescovo Corrado Melis mentre il moderatore sarà il giornalista Paolo Matta. L'appuntamento è alle 17.30 nel teatro civico Oriana Fallaci.
L'intervento di Riccardi verterà, nello scenario mediterraneo, sulla situazione geopolitica e la grave crisi umanitaria creatasi con la guerra in Siria, nonché sull'attivazione dei corridoi umanitari per garantire un accesso sicuro e legale per chi fugge dalla guerra. Il dibattito sarà concluso dal vescovo di Ozieri, monsignor Corrado Melis.
Riccardi parteciperà anche all'inaugurazione del Centro di accoglienza "Le Grazie", con cui la diocesi locale dà risposta all'emergenza migranti: dal 2011 infatti la Caritas ozierese ha creato e gestisce il Centro di accoglienza straordinaria (Cas) nell'antico convento delle Benedettine, che ospita 25 profughi. Ora, con l'acquisto di un appartamento adiacente al convento, se ne potranno ospitare altri dieci.
Oggi pomeriggio, dopo i saluti del sindaco di Ozieri e del prefetto di Sassari, seguirà la presentazione della Comunità di Sant'Egidio da parte del presidente, Marco Impagliazzo. 

lunedì 12 giugno 2017

L'Europa tra dubbi e speranze. In video Andrea Riccardi e Mar Lazar


Il 7 giugno, nella sede della Società Dante Alighieri a Roma, si è tenuto un colloquio tra Andrea Riccardi, presidente della Dante e Mar Lazar, docente all'Ècole libre des Sciences politiques e alla Luiss di Roma.
L'argomento: l'Europa tra dubbi e speranze. La politica del neopresidente francese Macron, i problemi legati alla concezione italiana dell'Europa e le prospettive europee negli interventi dei due protagonisti del colloquio, di cui il video offre una sintesi.

giovedì 8 giugno 2017

Merkel Trump: divorzio in vista?

La politica del presidente Trump spinge l'Europa a prendersi le proprie responsabilità rispetto ai temi Africa e immigrazione. Ce ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana dell'11/06/2017

La politica del presidente Usa spinge l'Europa a prendersi la sua parte di responsabilità

Germania e Stati Uniti sono al divorzio? L’atteggiamento di Trump verso la Merkel sembra l’espressione concreta del distacco tra la Casa Bianca e Berlino. Eppure, chi ha partecipato al G7 di Taormina assicura che i rapporti personali tra i due non sono così cattivi, nonostante l’evidente differenza di carattere.

Due temi, in particolare, rappresentano il contenzioso tra Stati Uniti e Germania: il relativo impegno tedesco per le spese della difesa (ma la Germania ospita le più importanti basi americane in Europa); il surplus commerciale tedesco verso gli Usa. Su quest’ultimo aspetto, anche gli europei vorrebbero che Berlino accrescesse la domanda interna per favorire le loro esportazioni. Ma il problema non si riduce solo a questo. C’è l'uscita americana dagli accordi di Parigi sul clima che vede la contrarietà di tutti gli europei. Infine Trump non condivide la posizione tedesca sull'immigrazione. Non si può però archiviare facilmente l'alleanza atlantica, cardine dell'Occidente dalla fine della Seconda guerra mondiale, che ha costituito un solido presidio nella Guerra fredda. C'è poi un debito storico europeo verso i liberatori dal nazifascismo, base di un'amicizia al di là delle politiche contingenti.

Sono avvenuti, però, fatti nuovi. Il mondo è divenuto multipolare. La Cina, con la "Via della seta", investe tanto sui Paesi europei. Il prossimo G20 di Amburgo ospiterà a luglio i Paesi che rappresentano l'80 per cento del Pil globale e due terzi della popolazione mondiale: evidenzierà il ruolo di Russia, Cina, India, Indonesia, Brasile, Sudafrica e altri. In questa sede, Pechino spingerà per promuovere il libero commercio e una globalizzazione più equa. Ad Amburgo Trump rischia l'isolamento, specie sull'ambiente e il commercio. Non si deve però sottovalutare l'imprevedibilità del presidente che, talvolta, si concretizza nella volontà di trovare un accordo con l'interlocutore. L'effetto Trump spinge gli europei a prendersi la loro parte di responsabilità. L'Europa non può essere una realtà fluttuante, ma deve consolidare le sue posizioni con la Germania della Merkel e la Francia di Macron. Non è una posizione antiamericana, ma forse un nuovo modo di essere occidentali e amici degli americani in un mondo multipolare. I Paesi europei dell'Est dovranno anch'essi fare le loro scelte. Non si può sprecare tempo nelle incertezze, perché l'Europa - se unita - ha ancora significative possibilità, anche se gli altri nel mondo crescono. Bisogna mostrare come il Mediterraneo sia un fronte decisivo. Ci vuole una politica verso l'Africa, un "piano Marshall", perché il problema migratorio non si risolve alle frontiere o, ancor peggio, in mare o nel deserto, bensì con una svolta nell'economia e nella tenuta sociale dei Paesi africani. Questa è una priorità europea.


lunedì 5 giugno 2017

Una recensione del libro "La forza disarmata della pace"



Riportiamo la recensione di Stefano Pasta del libro di Andrea Riccardi "La forza disarmata della pace", edito da Jaca Book apparsa su Jesus 6/2017 di

Lo storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, riflette sulla riabilitazione dello strumento della guerra e l’acquiescenza della coscienza e della politica internazionale a questo fenomeno. Negli ultimi venticinque anni non si è realizzato il sogno della «grande pace», aspirazione dell’89 e della caduta del Muro: non si tratta solo di conflitti guerreggiati, ma anche di conflitti culturali, che prepara­no guerre o almeno muri e pulizie etniche.
Il 2003 ha rappresentato l’autunno dell’impegno per la pace. All’epoca del conflitto contro Saddam Hussein ci fu l’ultima grande mobilitazione dell’opinione pub­blica contro la guerra. Dopo, mentre l’intervento in Iraq innescava un processo distruttivo per l’intera regione, il declino del movimento per la pace tra la gente è avvenuto attraverso un ripiegamento generale dall’orizzonte internazionale a quello locale e quotidiano: ci s’interessa di altre questioni, più vicine alla propria vita e allo scenario nazionale, a come proteggere il pro­prio “mondo” con frontiere e muri. È in questo scenario che Riccardi, mettendo in luce il ruolo delle religioni, sottolinea l’urgenza di trasformare la cultura della pace in una passione condivisa e un appuntamento rilevante nell’educazione delle giovani generazioni.



Andrea Riccardi il 6 giugno all'Associazione Vittorio Bachelet

Nell'ambito del ciclo di incontri promosso dall'Associazione Vittorio Bachelet nell'aula del Plenum del CSM intitolata al Vice Presidente del CSM assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980,   lo storico Andrea Riccardi terrà, il 6 giugno prossimo una conferenza sul tema "Giustizia e…storia".
Questi incontri - come ha affermato il Presidente dell'Associazione Vittorio Bachelet, il Consigliere Renato Balduzzi - consentiranno, nel corso del 2017 e del 2018, di "mettere a fuoco, nell'ottica pluralista e aperta propria dell'Associazione, i principali temi della giustizia".  

venerdì 26 maggio 2017

Le guerre dimenticate: l'Occidente non può voltare la testa

La guerra è una realtà molto presente nel mondo di oggi, sono ancora tante le regioni da pacificare. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana del 28/05/2017

Donald Trump, in visita a Riad, ha dichiarato ai leader arabi e musulmani: «Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede». Parlava del radicalismo islamico, ancora protagonista della scena mediorientale. La regione è ben lontana dalla pace. E non solo per l'islamismo. Forse abbiamo voltato la testa dall'altra parte e ci siamo dimenticati che in Siria si combatte ancora. E anche in Iraq.

Quello che è avvenuto in Siria resterà come una voragine aperta nella coscienza dei primi decenni del XXI secolo. Non si sono risparmiate vite umane per affermarsi sul campo. Non significava niente l'immenso patrimonio umano e culturale di Aleppo. Un recente libro dello storico Philip Mansel, Aleppo, ripercorre la storia ricca, stratificata e millenaria di questa città, monumento della civiltà del vivere insieme. La sua distruzione ci ricorda come, in pochi anni, possa andare perduto un patrimonio dell'umanità e possano scomparire migliaia di persone. In Siria ne sono state uccise 500 mila. Oggi si cerca di trasformare la guerra siriana in un conflitto a bassa intensità: forse il futuro sarà la spartizione del Paese.

La guerra continua nello Yemen che non fa notizia. Qui l'Arabia Saudita lotta contro i miliziani houti (sciiti), mentre si è determinata una grave crisi umanitaria con un'epidemia di colera e diffusa malnutrizione infantile. Nessun obiettivo civile viene risparmiato. E ci sono due milioni e mezzo di sfollati. In Sud Sudan, Stato di fresca indipendenza, si continua a combattere tra milizie delle varie etnie, mentre c'è una gravissima crisi umanitaria. Un milione e mezzo di persone espatriate in Etiopia e in Uganda. Quale peso di rifugiati sopportano i Paesi africani in confronto a quelli europei! È vergognoso che il popolo sudanese, che ha tanto aspirato all'indipendenza, sia oggi ostaggio delle logiche politico-etniche.

La guerra è una realtà molto presente nel mondo di oggi. Non dimentichiamo che la Libia non ha ancora trovato stabilità. Il conflitto a bassa intensità in Ucraina fa pagare un alto prezzo alle popolazioni della regione orientale del Donbass (senza che nessuno ne parli). Il terrorismo e il radicalismo islamico sono gravi problemi da affrontare. Ma ci sono regioni intere da pacificare. E le guerre si eternizzano, non fosse per gli interessi economici e per il lucroso traffico di armi. Seguire le vicende politiche, apprendere elementi di geopolitica, prendere parte manifesta che non ci siamo rassegnati alla guerra: avere un'opinione è anche un modo di far pesare la propria volontà di pace. E la preghiera per la pace è, tra l'altro, un modo di ricordare sempre e di non rassegnarsi alle "guerre degli altri".

lunedì 22 maggio 2017

Quei cardinali «di periferia» scelti dal Papa

Dal Corriere della Sera del 22 maggio 2017

Papa Francesco è arrivato alla quarta «infornata» di cardinali (così si diceva nel vecchio linguaggio curiale): esigua rispetto alle precedenti, senza ultraottantenni con la porpora ad honorem. Il Papa, ogni anno, riempie i posti vacanti tra gli elettori.

Anche questa volta ha confermato la tendenza verso personalità di «periferia», addirittura 4 su 5: monsignor Zerbo (vescovo in Mali, Paese travagliato dal con- flitto e dal radicalismo islamico con 240 mila cattolici, meno del 2% degli abitanti), monsignor Arborelius (primo vescovo di origine svedese dalla Riforma in un Paese con no mila cattolici, molti immigrati), monsignor Mangkhanekhoun (nel Laos buddista e comunista con soli 42 mila cattolici) e Gregorio Rosa Chavez, vescovo ausiliare di San Salvador in Centro America. Solo il cardinalato dell'arcivescovo di Barcellona, Omella, non desta sorpresa: questi, con il cardinale Osoro di Madrid, rappresenta una linea «aperta», differente da quella dominante in Spagna. Già il Papa l'aveva voluto nella congregazione dei vescovi, dove si fanno le nomine alla testa delle diocesi. «Quando mai Paesi poco conosciuti potranno essere rappresentati nel sacro collegio?» - avrebbe risposto Francesco alle obiezioni sulla nomina di cardinali periferici nei precedenti concistori. A seguito di queste scelte, Paesi come Myanmar, Bangladesh, Malaysia, Capo Verde, Haiti, Tonga, Centrafrica, Isole Maurizio, Papua Nuova Guinea, per la prima volta sono rappresentati tra i cardinali.

Spesso Paesi con pochi cattolici. Così i periferici - è la visione del Papa sul ruolo delle periferie - peseranno nella scelta più importante della Chiesa: l'elezione del Papa. Tuttavia, non interpreteranno necessariamente una linea bergogliana in un futuro Conclave. Anzi talvolta nelle periferie - come in Africa - si delinea un certo distacco da questo pontificato. C'è poi un'altra categoria di cardinali «periferici», quelli di diocesi non storicamente cardinalizie anche se d'importanti Paesi cattolici, scelti per un significato strategico-simbolico (così uno proveniente da uno Stato messicano provato dal narcotraffico o il cardinal Montenegro che ha Lampedusa nella Diocesi). La nomina di Rosa Chavez, da sempre ai margini tra i vescovi di El Salvador, sottolinea il legame con il vescovo-martire Romero, beatificato da Francesco nel 2015, contro l'opinione di una parte dell'episcopato latinoamericano e della Curia. Si disegna una geografia complessa dei futuri elettori del Papa che esalterà da un lato il ruolo di figure ponte capaci di coagulare un collegio frammentato e, dall'altro, offrirà l'accesso alla voce del più largo numero di Chiese.

APPROFONDIMENTI
Andrea Riccardi sul Corriere della Sera >>

Risposta all'appello di Riccardi sulla strage di Debrà Libanòs: un gruppo di lavoro al Ministero Difesa

In seguito all'appello lanciato da Andrea Riccardi sulle pagine del Corriere della Sera a non dimenticare la strage di Debrà Libanòs, in Etiopia, dove nel 1937 le truppe italiane assassinarono oltre 2000 tra monaci, diaconi, giovani e pellegrini, il Ministero della Difesa ha dichiarato con un comunicato stampa l'istituzione di un gruppo di lavoro che approfondirà la vicenda, perché se ne tenga viva la memoria.
Segue il testo del comunicato stampa, pubblicato sul sito del Ministero della Difesa.

"Era il 21 maggio del 1937, durante l'occupazione italiana dell'Etiopia, per rappresaglia, il regime fascista fece strage della comunità dei copti; monaci, studenti, e fedeli del monastero di Debrà Libanòs.
L'eccidio durò vari giorni, crudele e metodico. In Italia con il silenzio di tutti,  durante il fascismo ma anche dopo, l'episodio era stato dimenticato. Poche settimane fa Andrea Riccardi, dalle pagine del Corriere della Sera, ha avuto il merito di ricordarlo.
A distanza di 80 anni da quella strage, per tenere viva la memoria di quei fatti e riaffermare i valori universali della civiltà umana, il Ministero della Difesa costituirà un gruppo di lavoro composto da studiosi, militari ed esperti finalizzato ad un approfondimento storico della vicenda. Per non dimenticare".

domenica 21 maggio 2017

Nell’80° della strage di Debre Libanos, restituire all'Etiopia i beni trafugati

Si compie oggi l’80° anniversario della strage di Debre Libanos, compiuta dalle truppe italiane agli ordini del generale Maletti, sotto la guida del maresciallo Graziani e di Mussolini. Un vergognoso assassinio di oltre 2000 tra monaci, diaconi, giovani e pellegrini. La strage fu accompagnata anche dall’incendio del monastero e dalla razzia di oggetti preziosi e testi antichi.
In occasione di questo 80° anniversario un docufilm di TV2000 ha sensibilizzato l’opinione pubblica e io stesso sono intervenuto sul tema nelle pagine del Corriere e di Avvenire. Anche il giornalista Gian Antonio Stella ha lanciato un appello a non dimenticare.
Sono convinto che sia necessaria l’individuazione e la restituzione dei beni trafugati e portati in Italia. Le istituzioni dello Stato e le forze armate hanno la responsabilità di rendere omaggio ai caduti e di condannare l’accaduto, gravissimo episodio, espressivo dei metodi con cui fu condotta la repressione in Etiopia da parte degli italiani.
Un gesto sarebbe auspicabile da parte della Chiesa cattolica italiana che benedì l’impresa come “apertura dell’Etiopia alla fede cattolica e alla civiltà romana” propagando una cultura del disprezzo verso quello che definì un clero “ignorante e corrotto”. Finora purtroppo sembra che le istituzioni del nostro paese preferiscano non ricordare.


Andrea Riccardi
Roma, 21 maggio 2017

giovedì 18 maggio 2017

G7 di Taormina: la sfida dei migranti per i leader del mondo

Alla vigilia del G7 di Taormina una riflessione di Andrea Riccardi sull'incontro tra i capi di Stato e di governo, che quest'anno vede anche la presenza di Donald Trump, Theresa May ed Emmanuel Macron.

Il 26 e il 27 maggio si tiene in Italia, a Taormina, il summit del G7. La collocazione nell'isola, scelta da Matteo Renzi, è significativa: pone chiaramente il problema dei rifugiati e dei migranti nel Mediterraneo. È una questione che l'Italia non può affrontare da sola. Nessuno Stato nazionale oggi può gestirla in solitudine. Le grandi ondate migratorie sono uno dei problemi maggiori del nuovo disordine globale: riguardano non solo l'Europa, ma tutti i continenti. Un nuovo ordine mondiale deve tener conto della grande spinta migratoria dal Sud verso il Nord con un approccio multilaterale. La collocazione del G7 nel cuore del Mediterraneo pone il problema dei rapporti tra Sud e Nord, tra mondo islamico e occidentale. Gentiloni sente molto questa problematica, su cui deve intervenire più efficacemente l'Unione europea (presente con il presidente del Consiglio europeo Tusk e della Commissione Juncker). È stato anche invitato al summit il presidente tunisino, Beffi Caid Essebsi. Il suo Paese, retto da un regime democratico, rappresenta l'unico caso riuscito delle Primavere arabe.

Taormina è il primo impatto collettivo del presidente Trump con tutti i grandi leader occidentali. Molti gli interrogativi aperti. Che farà Trump sulle questioni ecologiche e sull'accordo di Parigi sul clima? Cambierà politica rispetto alle scelte di Obama? C'è poi la novità della presenza del neoeletto Macron che si affianca ad altri due nuovi del summit: l'italiano Gentiloni e l'inglese May. L'esclusione di Putin (dal 2014) manifesta una grave tensione irrisolta tra Russia e Occidente, che ha le sue radici nella questione ucraina ma che è ormai divenuta un confronto globale.

Per Trump questo è il primo viaggio all'estero nella sua nuova carica. Il presidente arriva a Taormina dopo tre tappe rilevanti: in Arabia Saudita (dove rivolge un invito ai leader musulmani per lottare contro il radicalismo), in Israele (ottimi i rapporti tra Gerusalemme e la nuova presidenza) e infine a Roma, dove incontra papa Francesco, oltre al presidente Mattarella. Le tre tappe hanno anche un significato di dialogo con le tre religioni. Trump, che ha aspettato a recarsi all'estero, dà quasi un senso simbolico al suo primo tour.

L'incontro dei leader delle grandi democrazie, il G7, ha rilievo in un mondo in cui i Governi assistono alla crescita delle "democrature", cioè dei regimi autoritari e populisti. Da Taormina si sperano passi significativi per affrontare il "disordine mondiale". Per l'Italia è un evento importante. Tra l'altro, il fatto che si tenga in Sicilia smentisce l'immagine negativa di "isola della mafia", troppo diffusa nel mondo.

Da Famiglia Cristiana del 21/05/2017

giovedì 11 maggio 2017

Il dialogo è una scelta, non un debole ripiego

Dopo la storica visita di papa Francesco al Cairo, l'incontro con l'Imam Al Tayyib, il patriarca copto Tawadros, Andrea Riccardi riflette sul messaggio che il papa ha voluto dare al mondo sul rapporto tra le Chiese cristiane, l'Islam, le altri fedi: che l'alleanza tra le religioni è indispensabile per spezzare il legame tra fede e violenza.

I1 viaggio di papa Francesco in Egitto non è stato solo un evento importante, ma un vero messaggio, proposto al mondo, alla sua Chiesa, alle altre Chiese cristiane e anche all'Islam e alle religioni. Innanzitutto è stato un viaggio coraggioso, per i pericoli all'orizzonte di un Egitto tormentato. Ma il Papa non ha voluto misure di sicurezza particolari. Del resto si è incontrato con il martirio, così recente, dei copti: i cristiani uccisi al Cairo, proprio in una chiesa del grande complesso dove risiede il patriarca papa Tawadros II e dove Francesco si è recato per pregare e onorare i caduti; ma anche quelli assassinati la Domenica delle Palme ad Alessandria. Attraverso Francesco, la Chiesa cattolica si è definitivamente immedesimata con quella copta. Oggi, in Egitto, anche andare a pregare in chiesa è un rischio per i fedeli. Francesco, parlando delle vittime e rivolgendosi a Tawadros II, ha affermato: «Unico è il nostro martirologio, e le vostre sofferenze sono anche le nostre sofferenze, il loro sangue innocente ci unisce». Non sempre sono stati idilliaci i rapporti tra Roma e la Chiesa copta. Ormai sembra avvenuta una svolta profonda. «Adoperiamoci per opporci alla violenza predicando e seminando il bene, facendo crescere la concordia e l'unità»: il Papa ha indicato la via. Il viaggio di Francesco è stato un messaggio ecumenico. In un clima tanto drammatico, la divisione tra cristiani sembra un non senso. C'è stato un altro messaggio di grande rilievo.
Il Papa ha visitato l'Università islamica di al-Azhar, il più autorevole centro nel mondo musulmano, incontrando il suo grande imam, alTayyib. La visita è avvenuta nel quadro d'una conferenza internazionale per la pace, cui partecipavano non solo musulmani, ebrei e cristiani, ma anche rappresentanti delle religioni asiatiche. Francesco ha proposto di allearsi per il bene comune, smascherando la violenza religiosa. In questo modo si toglie spazio al radicalismo e si spezza il legame tra fede e violenza. Ci si chiede: gli interlocutori sono affidabili? La proposta del Papa può sembrare un'ingenuità. Ma lui è giustamente convinto che bisogna sostenere quanti, in ogni religione, cercano una convivenza pacifica, perché nessuna fede è condannata di per sé a un destino di violenza. Ha indicato il bivio che ci sta di fronte: «L'unica alternativa alla civiltà dell'incontro è l'inciviltà dello scontro». Il patriarca ortodosso Bartolomeo, presente all'evento, ha commentato: «Non abbiamo altra strada che il dialogo». È la verità, non una scelta debole.


martedì 9 maggio 2017

Il 9 maggio a Madrid presentazione del libro Periferias di Andrea Riccardi

Stasera alle 19:30 nella chiesa di Nostra Signora de las Maravillas a Madrid (C/ Dos de Mayo 11) si presenta "Periferias", l'edizione spagnola del libro Periferie di Andrea Riccardi.
Oltre all'autore, intervengono il card. Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Madrid, Tiscar Espigares, della Comunità di Sant'Egidio di Madrid e la direttrice delle edizioni San Pablo Maria Angeles Lopez Romero.
Clicca sull'immagine per ingrandirla

giovedì 4 maggio 2017

C'è tanta Europa nel voto francese

All'indomani del dibattito televisivo tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, una riflessione di Andrea Riccardi sul voto francese, divenuto anch'esso mobile ed emotivo, non legato più a fedeltà storiche o ideologiche. Colpisce che per la prima volta gollisti e socialisti siano rimasti fuori dal ballottaggio. Certi valori però sopravvivono. E i francesi, sostiene Riccardi, hanno votato per l'Europa. Un fatto rilevante per il futuro di tutto il continente. 


Le elezioni presidenziali in Francia hanno tenuto l'Europa con il fiato sospeso. La grande domanda era sull'affermazione di Marine Le Pen che, al primo scrutinio, è risultata importante, ma piuttosto contenuta: il 21,3%. Nel 2002, suo padre, Jean-Marie, era arrivato al ballottaggio con quasi il 17%, primo esponente di destra non gollista a giungere a una simile posizione. Alle elezioni del 2012, Marine era arrivata quasi al 18%, che non le consentì comunque di entrare in ballottaggio con Hollande. Quest'anno non si è verificata quella valanga di voti che si temeva, anche se non va sottovalutata l'attrazione del voto populista su un mondo di francesi spaesati. Per la prima volta, i candidati legati ai partiti protagonisti della Quinta Repubblica, gollisti e socialisti, non entrano nel ballottaggio per il presidente. Tuttavia Fillon, con il 20% dei suffragi, mostra che i gollisti hanno ancora un patrimonio elettorale. Hamon, con il suo modesto 6%, ha messo in luce l'erosione grave del partito socialista, insidiato dalla sinistra di Mélenchon (che ha mobilitato, anche attraverso la Rete, un vasto sostegno alla sua persona) con il 19,6% . Forse, se si fosse presentato Hollande, i socialisti avrebbero avuto un maggiore successo. Anche in Francia, oggi, nessun risultato è scontato. Lo mostra soprattutto il successo di Emmanuel Macron con il 24,1% di voti cui, nel prossimo ballottaggio, si aggiungeranno quelli di Fillon e della sinistra. In Italia si discute molto di Macron e se ne traggono conseguenze per la nostra politica. In realtà Italia e Francia sono diverse, non fosse per la forza dello Stato in quest'ultimo Paese.
Il candidato all'Eliseo con più probabilità di successo ha una sua storia come banchiere, vicino a Hollande, di cui è stato ministro. Ha ottenuto l'appoggio dei centristi "storici" per la sua candidatura. Giovane e dinamico, è cresciuto nella campagna elettorale, venendo a rappresentare, per la sua età e il suo carattere innovativo, il rinnovamento, ma anche una sicurezza per la sua storia istituzionale e il suo equilibrio. Oggi, con l'eventuale presidenza Macron e con la probabile vittoria della Merkel alle prossime elezioni, si può contare su una base politica sicura per procedere a realizzare il progetto di un'Unione più stretta tra i Paesi europei interessati. Non si può più aspettare. L'irrilevanza dei singoli Stati europei, in un quadro di disordine mondiale, diventa sempre più pericolosa. I populisti dicono di voler salvare le nazioni dalla burocrazia europea: in realtà per salvare la nostra civiltà e per aprirla al futuro ci vuole più Europa. E i francesi hanno votato per l'Europa.

giovedì 27 aprile 2017

Turchia, il sultano Erdogan e il futuro dell'Europa

Il fragile equilibrio del Mediterraneo ha bisogno della stabilità di un Paese composito e complicato come la Turchia
di Andrea Riccardi


 La Turchia è un Paese complesso. La storia dell'Impero ottomano, con la sua molteplicità, vive ancora nella Repubblica fondata da Kemal Ataturk nel 1923. Il mondo ottomano era abitato da gruppi etnici e religiosi diversi, tra cui i cristiani, ma sotto l'egemonia musulmana (e turca). Poi gran parte dei cristiani scomparve. Ma la pluralità non è finita. Ci sono i curdi nell'Est. Istanbul resta un crocevia di popoli. Religiosamente il Paese è musulmano sunnita, ma gli aleviti, vicini agli sciiti, sono tanti. Le confraternite musulmane, sopravvissute malgrado l'abolizione di Ataturk, sono riemerse. Nei decenni della Repubblica si sono sviluppati poi un folto ceto laico, aperto alla modernità, e una rigogliosa classe intellettuale, molto connessa all'Europa e agli Stati Uniti. Nello stesso periodo, le forze armate hanno rappresentato il severo guardiano della laicità dello Stato, intervenendo varie volte nella scena politica. Recep Tayyip Erdogan, al potere dal 2003, è un fenomeno nuovo nella storia repubblicana anche per il suo riferimento all'islam politico.
Ha rappresentato il mondo anatolico, ma anche Istanbul, di cui è stato sindaco. Ha profondamente cambiato la Turchia, modernizzando quella dell'interno e realizzando una forte crescita economica. In nome dell'avvicinamento all'Europa, ha smantellato la struttura kemalista e militare che controllava Governo e politica. E ora ha le mani libere più di qualunque altro predecessore.
Erdogan ha voluto imprimere una svolta alla Turchia, creando una Repubblica presidenziale con un forte accentramento di poteri nel presidente. Non guarda più all'Europa, anzi, la sfida con l'idea di un referendum sulla pena di morte. Ha un forte sostegno internazionale tanto che dopo la vittoria al referendum sui poteri presidenziali (nonostante i sospetti degli osservatori Osce sulla correttezza del voto), sono arrivati gli auguri di Putin e Trump.
L'Unione europea resta invece perplessa, ma Erdogan va avanti. Tra l'altro controlla milioni di rifugiati siriani e può riaprire i flussi verso l'Europa. I risultati del referendum, al di là dei dubbi, sono la radiografia di un Paese spaccato a metà in cui Erdogan ha avuto una vittoria di stretta misura. Molto alta l'affluenza ai seggi, rivelatrice dello scontro che divide i turchi. Ma Istanbul, Ankara, Smirne, le regioni curde e quelle mediterranee non hanno dato la maggioranza al leader. Solo metà del popolo turco si riconosce in lui. Sarebbe opportuno comporre lo scontro. Non sembra però la scelta di Erdogan. Una politica più articolata eviterebbe spaccature e radicalizzazioni. La Turchia confina con Paesi in guerra o in grave difficoltà. Il fragile equilibrio mediterraneo ha bisogno della sua stabilità.

sabato 22 aprile 2017

Il restauro del Santo Sepolcro è il segno di una nuova stagione ecumenica

In Medio Oriente, di fronte alle violenze, sta maturando un forte riavvicinamento tra cristiani divisi. Lo prova il restauro, da tanto tempo atteso, del Santo Sepolcro. Una riflessione di Andrea Riccardi (apparsa sul magazine "Sette" del Corriere della Sera)  
La basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme è un luogo tanto particolare: ricorda il sepolcro di Cristo e la sua resurrezione. Da secoli vi si recano pellegrini e visitatori del mondo intero. Qui, nel 335, fu consacrata una prima chiesa, per volontà dell'imperatore Costantino e di sua madre Elena. Da allora, nonostante le traversie dell'edificio e del Paese, c'è stata una presenza cristiana. Tuttavia, per chi va al Santo Sepolcro, l'impatto è sconcertante, non solo perché la basilica è molto particolare per tanti ambienti di culto (non sempre in buono stato), interconnessi tra loro al suo interno. Colpisce oggi la presenza così divisa dei cristiani: celebrazioni diverse, talvolta contemporanee, altari distinti, tensioni tra le varie confessioni cristiane per affermare il proprio spazio... La divisione dei cristiani emerge con evidenza e senza grazia anche in un luogo così denso di memoria. Fino a pochi anni fa, c'erano aperti conflitti tra le Chiese, tanto che i restauri della basilica erano impossibili per l'assenza d'intesa. D'altra parte, il Santo Sepolcro è l'unica chiesa al mondo dove convivono, sotto lo stesso tetto, le diverse Chiese cristiane. L'attrazione per il sepolcro di Cristo ha tenuto insieme le comunità pur in polemica, mentre si scomunicavano e non riconoscevano agli altri la qualità di cristiani. Hanno dovuto convivere, come separati in casa. Infatti le divisioni tra i cristiani sono cominciate in Oriente. 
I copti, balzati recentemente all'onore delle cronache per i terribili attentati in Egitto, sono un'antica Chiesa orientale della stessa famiglia degli armeni, dei siriaci, degli etiopi, dei cristiani indiani detti di san Tommaso. Queste comunità cristiane, mai legate all'impero bizantino, sono divise dalla cristianità orientale (ortodossa) e cattolico-occidentale dal quinto secolo. Nel 1054 è avvenuto il grande scisma tra Roma e Costantinopoli. Forse la divisione ha facilitato la sopravvivenza cristiana sotto il potere musulmano. In Oriente, i cristiani hanno sempre celebrato riti diversi, hanno costruito chiese differenti, ben distinti gli uni dagli altri. Anche di fronte al potere musulmano. E, al Santo Sepolcro, sono due famiglie musulmane a custodire la chiave della basilica, per garantire neutralità rispetto alle confessioni cristiane. Fu la Sublime Porta che, nel 1852, regolò con un firmano (conosciuto in Occidente come Statu quo) i conflitti tra cattolici e ortodossi. Le difficoltà tra cristiani avevano reso fino a poco tempo fa impossibile il restauro della basilica: la cella del Sepolcro era tenuta da travi di ferro, poste nel lontano 1947 dalla Gran Bretagna, che allora aveva il mandato sulla Palestina. Ma il disaccordo tra religiosi aveva impedito ai lavori di andare avanti da dopo la Seconda guerra mondiale. 
Dal 22 marzo scorso, i pellegrini e i visitatori possono vedere finalmente il Santo Sepolcro libero dalle impalcature. I restauri sono il frutto dell`accordo, nel 2016, tra il patriarcato ortodosso di Gerusalemme, quello armeno e i frati francescani della custodia di Terra Santa. È il segno di una nuova stagione ecumenica. Altri e più impegnativi lavori sono in progetto. «La giornata di oggi ha un significato di unità, collaborazione e cooperazione», ha detto il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, alla cerimonia ecumenica d'inaugurazione con il patriarca ortodosso di Gerusalemme, quello armeno, il custode francescano di Terra Santa e il patriarca cattolico di Gerusalemme, Pizzaballa. Presenti anche le altre confessioni religiose. 
Non era scontato che pregassero insieme al Santo Sepolcro. Tra i presenti pure il primo ministro, Tsipras, per manifestare l'interesse greco alla presenza ortodossa nell'area. Questa vicenda dei restauri sembrerà una storia di nicchia o archeologica. In realtà, in Medio Oriente, di fronte alle violenze, sta maturando un forte riavvicinamento tra cristiani divisi. Lo mostra anche il prossimo viaggio di papa Francesco in Egitto, a sostegno dei cristiani copti e del dialogo. Forse la solidarietà e i gesti concreti porteranno all'unità prima del dialogo teologico.

giovedì 20 aprile 2017

La memoria dei martiri unisce i cristiani

I martiri rivelano come il cristiano abbia una forza debole, fatta di fede e di amore, nel resistere al male. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana, a pochi giorni dalla preghiera di Papa Francesco con la Comunità di Sant'Egidio presso il memoriale dei nuovi martiri nella basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina.

Papa Francesco visita a Roma la basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina per ricordare i nuovi martiri, quando abbiamo ancora negli occhi le immagini dei cristiani uccisi in Egitto.

La basilica, che conserva la memoria di Sant'Adalberto, ucciso nel 997 perché evangelizzatore, ricorda soprattutto i martiri contemporanei. Esprime la coscienza maturata nel Giubileo del 2000: la Chiesa è tornata a essere una comunità di martiri come nei primi secoli. Questo non era, allora, il pensiero dominante: i cristiani venivano considerati più persecutori che perseguitati. Giovanni Paolo II pensava il contrario: era stato testimone della persecuzione nazista e del massacro degli ebrei prima e, in seguito, della lotta antireligiosa comunista. Per lui, il Novecento era il secolo del martirio. Per questo, Wojtyla volle una commissione che raccogliesse le storie dei nuovi martiri (che operò nei locali vicino a San Bartolomeo). Emersero tante vicende dolorose, spesso ignote. Il 7 maggio 2000, al Colosseo, alla presenza di alcuni testimoni della persecuzione, Giovanni Paolo II presiedette una memoria ecumenica dei nuovi martiri, perché il sangue dei martiri unisce i cristiani.

I martiri «costituiscono come un grande affresco dell'umanità cristiana del ventesimo secolo», disse Wojtyla. Bisognava ricordarli e raccogliere la loro eredità. Così San Bartolomeo, su iniziativa della Comunità di Sant'Egidio e per decisione di Giovanni Paolo II, è divenuta il memoriale dei nuovi martiri. Nell'abside campeggia una grande icona dei caduti, tra cui si vedono l'arcivescovo salvadoregno Romero, gli armeni vittime della strage, i monaci etiopi uccisi dagli italiani, i cristiani russi e tanti altri.

Nelle sei cappelle, alcuni segni fanno memoria dei martiri contemporanei in tutti i continenti. Si conservano il calice di don Andrea Santoro ucciso in Turchia, la fascia del vescovo argentino Angelelli assassinato dai militari, la Bibbia di un giovane ruandese caduto nel genocidio, la lettera di un pastore evangelico dal campo nazista di Buchenwald. La loro memoria, però, non invita alla vendetta. I martiri rivelano come il cristiano abbia una "forza debole", quella della fede e dell'amore, nel resistere al male. Il loro testamento va aperto e vissuto nella Chiesa di oggi.

venerdì 14 aprile 2017

Il mercato della fede tra sette, miracoli e promesse di soluzione dei problemi quotidiani

Nell'editoriale di Andrea Riccardi sul magazine Sette del Corriere della Sera si parla di sette, Benin, Africa. Una sfida sempre più urgente per le Chiese tradizionali.

In passato il cattolicesimo e il protestantesimo sono state le religioni "favorite" dalla colonizzazione e dalla occidentalizzazione del mondo. Non solo erano favorite dai governi coloniali, ma rappresentavano per le popolazioni del Sud del mondo le religioni evolute e del futuro. C'erano, talvolta, conflitti tra Stato e Chiesa in madrepatria, come in Francia, ma non venivano estesi alle colonie: «La laicità non è un prodotto d'esportazione», sosteneva il politico francese dell'Ottocento Léon Gambetta. Così, tra il XIX e il XX secolo, la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti si sono installate in Africa con i missionari: hanno dato origine a comunità legate alle loro tradizioni che, da decenni, hanno però leader locali.

Ma il mondo è oggi cambiato. Nei Sud del mondo sono in crescita comunità neoprotestanti, neopentecostali, o dall'impostazione più varia che hanno comunque un riferimento al cristianesimo. Polemicamente sono definite "sette". Quasi sempre, prevale l'aspetto del miracolo. Nel mondo, divenuto mercato globale, la religione "favorita" è proprio questa realtà magmatica, spesso caratterizzata dall'iniziativa di profeti o pastori, che risponde ai bisogni immediati della gente. Questo nuovo mondo religioso, così frammentario, ha una profonda affinità culturale con la mentalità da consumatore tipica del mercato globale. Anzi s'instaura un mercato delle religioni, spesso competitivo e polemico. Il fenomeno è molto diffuso in Africa.

In Benin, un Paese africano di poco più di dieci milioni di abitanti, sul Golfo di Guinea, c'è uno sviluppo sorprendente d'iniziative religiose. Il Paese, ex colonia francese, spicca per la sua cultura ed è chiamato il "quartiere latino" dell'Africa, ma anche per tanti culti meticci come il Vodun (un incrocio afro-brasiliano realizzato dagli ex schiavi beninesi). La domenica mattina s'incontrano sulla stessa strada varie chiese di varie denominazioni. Grosse strutture o anche semplici garage. Jésus pour réussir, una di queste sette, unisce momenti di fervida preghiera a corsi d`insegnamento per il successo e agenzie immobiliari per trovare casa. Così si presenta: «Una Chiesa viva che vi aiuta a manifestare... in tutti i campi (lavoro, affari, coppia, salute), che Cristo è il Dio della Riuscita". Il Ministero della potenza della risurrezione di Cristo (che la gente chiama Auto-Auto) raduna migliaia di persone sotto un tendone nella capitale che, tra preghiere, prediche e balli, attendono l`incontro con ruomo di Dio": tecnologie ed effetti acustici sono utilizzati per creare un clima intenso, mentre è forte l'attesa del miracolo. Non sono che due casi di una galassia (che si dice cristiana, ma non ha rapporti con le Chiesa della tradizione): piccole sale e imprese più vaste si accavallano in ambienti in cui la gratuità non sembra essere una caratteristica prevalente e dove l'attesa miracolistica del successo personale o della guarigione prevalgono. Diverso è il caso della cosiddetta Chiesa cattolica "privata" di Banamè, che sta creando gravi preoccupazioni ai vescovi cattolici. È nata nel zori attorno a una ragazza, Parfaite, che si proclama dio e al suo direttore spirituale, un prete cattolico, nominato da lei Papa (con il nome di Cristoforo XVIII). Banamè si presenta come il vero cattolicesimo, assumendo simboli, abiti e riti della Chiesa, in una sintesi tra cattolicesimo e miracolismo. Parfaite, il dio autoproclamato, e il Papa hanno attorno una corte di cardinali, vescovi, preti, tutti vestiti come gli ecclesiastici cattolici. Accorrono tanti fedeli. Non mancano gli scontri - anche fisici - con altre comunità cristiane o la popolazione. Il "mercato" religioso, in Benin e generalmente in Africa, pullula di nuove iniziative e di scissioni ed è molto animato. È il modo di esistere delle nuove religioni nella società, caratterizzato da grande mobilità dei fedeli e da forte competitività, che erode le Chiese tradizionali.

giovedì 13 aprile 2017

Impariamo dai copti testimoni di vita e di fede

Un'attenta analisi della Chiesa Copta in Egitto, dopo i terribili attentati a Tanta e Alessandria.

E’ incredibile e vile quanto è avvenuto in Egitto: donne, uomini, bambini in preghiera, indifesi in chiesa, uccisi dai terroristi. Eppure è successo nella Domenica delle Palme ad Alessandria e a Tanta. È stata opera probabilmente dell’Isis, che ha attaccato proprio in un giorno in cui i cristiani copti celebrano la festa con solennità e partecipazione. Per una coincidenza di calendari, quest’anno la Domenica delle Palme e la Pasqua cadono nella stessa settimana per tutte le Chiese. In un certo senso, l’Isis ha colpito tutti i cristiani, attaccando i più vicini e deboli.

Dobbiamo riflettere sul messaggio di questa Domenica di sangue. Oggi, in alcune parti del mondo, i discepoli di Gesù soffrono l’odio e la violenza, come lui stesso aveva preannunziato. Che vuol dire per i cristiani occidentali? I persecutori, cioè i terroristi, hanno parlato di "crociati copti". Mai i cristiani copti hanno fatto crociate o guerre. Al contrario, dopo l’invasione araba in Egitto hanno subìto molte umiliazioni che li hanno confinati a cittadini di seconda categoria. La sofferenza e l’umiliazione hanno segnato la loro storia. E il martirio: i copti cominciano a contare gli anni proprio dal martirio dei cristiani sotto Domiziano. In una storia dolorosa, hanno mostrato però un paziente e tenace attaccamento alla fede. Oggi sono un "popolo" consapevole della propria fede e del proprio ruolo in Egitto. Gli attentati non toccano solo alcuni cristiani lontani da noi. Lo fa capire bene papa Francesco che sta per andare in visita alla Chiesa in Egitto, mostrando come sia parte di una più larga comunione.

E il Papa copto, Tawadros, ha sentito la necessità di venire a Roma e incontrare Francesco appena eletto: gli ha confidato le sue pene. Da quel momento i rapporti tra i due Papi sono strettissimi. «Nel sangue dei martiri siamo già uniti», diceva Giovanni Paolo II, e Francesco lo crede profondamente. Ci vuole solidarietà. Ma anche s’impongono passi decisi verso l’unità. C’è soprattutto da imparare dai cristiani egiziani un modo di vita nella società, mite, fedele e non violento: i copti chiedono al Governo soltanto protezione e lotta al terrorismo. Colpisce come, nonostante i rischi, non rinuncino a frequentare in tanti le loro chiese e a vivere con intensità la passione e la risurrezione del Signore, facendo della liturgia il cuore dell’esistenza. È una grande testimonianza: rischiare la vita per la preghiera della Chiesa. Bibbia, liturgia, fede di popolo alimentano la vita dei copti, facendone una testimonianza per un cristianesimo occidentale talvolta distratto, vittimista o aggressivo.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 16 aprile 2017