venerdì 26 febbraio 2016

Quel gioco sottile tra Francesco, Kirill e Putin

L'incontro tra il Papa e il Patriarca russo sottende una dinamica geopolitica forte, perché la Chiesa è l'anima della Grande Russia

Andrea Riccardi su Religioni e Civiltà (Sette - Corriere della Sera) del 26 febbraio 2016


Il patriarca di Mosca, Kirill, ha incontrato da poco papa Francesco a Cuba. La Chiesa cattolica riconosce la Chiesa russa e la Russia come interlocutori rilevanti sulla scena mondiale. Ma chi è Kirill? Quale rapporto ha la Chiesa russa con lo Stato di Putin? Nei commenti all'incontro dell'Avana, spesso si è considerato il Patriarca russo quasi come fosse un emissario del Cremlino. Del resto, durante la Guerra Fredda, tanto spesso i vescovi russi venivano qualificati come agenti del Kgb. In realtà, questi vescovi, pur implacabilmente controllati dai sovietici, riuscivano - chi più, chi meno - a ritagliarsi uno spazio d'azione, soprattutto per tenere aperte le chiese in Urss. Tra di loro, il più grande fu il maestro di Kirill, il metropolita Nikodim, capo delle relazioni esterne del patriarcato moscovita, che rilanciò il ruolo internazionale della Chiesa, anche come garanzia contro la pressione sovietica. Il predecessore di Nikodim, Nicholai, era stato dimissionato (ed era morto - si dice - in modo misterioso) per l'opposizione alla politica antireligiosa di Chruscev.
Nel sistema sovietico, lo spazio della Chiesa fu quasi annullato. Una Chiesa di martiri: dai vescovi al popolo. Solo dal 1917 al 1943 furono fucilati 120.000 tra preti, monache e monaci. I1 nonno di Kirill (poi prete sposato) ha passato trent'anni tra prigione e gulag: uno dei primi reclusi alle Isole Solovki, l'"alma mater" del sistema concentrazionario sovietico. Il padre del Patriarca (prete) conobbe la prigione. Kirill fu obbligato a lasciare nel 1984 la guida dell'Accademia teologica di Leningrado perché molto attivo agli occhi del potere e critico sull'intervento in Afghanistan.

Kirill - considerato riformista - è un protagonista della ricostruzione della Chiesa dopo la fine del comunismo. Oggi la Chiesa non vive solo in Russia, ma in altri Stati ex sovietici dov'è minoranza e in vari paesi ortodossi: l'Ucraina - qui la Chiesa di Mosca è contestata dalle altre Chiese ucraine -, la Bielorussia, la Moldavia. Tiene uniti i circa 30 milioni di russi della diaspora. La Chiesa russa "fuori-frontiera" (antisovietica) si è riconciliata con Mosca. Kirill è il riferimento per il "Russki Mir", il mondo russo, più vasto della Russia di Putin. Sulla questione ucraina, il Patriarca si è espresso in modo più sfumato e a favore per la pace (un terzo delle sue parrocchie sono ucraine); non ha assistito alla cerimonia di annessione della Crimea alla Russia nel 2014 al Cremlino. Né ha accettato l'incontro con il Papa, quando il Cremlino lo voleva. Non c'è coincidenza totale di posizioni tra il patriarca e Putin. Non si pensi però alla separazione tra Chiesa e Stato all'occidentale. Ogni Chiesa ortodossa - non solo quella russa - vive la "sinfonia" con il potere civile e s'identifica con la nazione. Putin e Kirill, in modo diverso, si riferiscono alla tradizione della Santa Russia.
Kirill viene da questa tradizione, ma ne conosce i limiti, anche se insiste sul ruolo "patriottico" della Chiesa. Dalla sua elezione (2009), ha fatto significative riforme nella struttura ecclesiastica. Criticato per il legame con lo Stato anche da settori cristiani, si muove tra autonomia e identificazione nei confronti della politica russa. Ha preso coraggiose iniziative internazionali come il viaggio di riconciliazione in Polonia nell'agosto 2012. Giudicare la Chiesa russa con gli schemi del cristianesimo occidentale è sbagliato. In realtà è una civiltà "altra", con grandezza e limiti, in un mondo multipolare.


giovedì 25 febbraio 2016

Il viaggio di Francesco: Speranza in Messico e in tutto il mondo

Bisogna incontrare la gente, aprendo il cuore alla responsabilità verso gli altri: «Scommettiamo sulla conversione» di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana


Donald Trump ha definito Francesco una "pedina" del Governo durante il suo viaggio in Messico. Una simile reazione scomposta rivela come il messaggio del Papa colpisca anche oltre i confini messicani, perché ha parlato al mondo globale dal Sud. Ha evocato la tragedia delle migrazioni forzate in America Latina e in tutto il mondo, quando ha preso la parola vicino al muro che protegge la frontiera americana. Il Papa però ha mostrato quanto la Chiesa tiene proprio al Messico. Qui ci sono più di 110 milioni di cattolici e il cristianesimo è una realtà incarnata nella storia. Francesco è sceso in profondità nell'animo di questa nazione: dal palazzo presidenziale alle comunità indigene del Chiapas. Il Messico - ha detto - è «un crocevia delle Americhe», con un'identità plurale fatta di «culture indigene, meticce e creole: un'identità che ha imparato a prender forma nella diversità».
Ma il Papa è apparso anche cosciente delle violenze del passato e del presente. Il Paese è ammalato di una violenza diffusa di mafie e bande criminali che ne paralizzano lo sviluppo. Negli ambienti della criminalità si è persino venuto a creare un culto: la Santa Muerte, che protegge sé stessi e colpisce i nemici.
Francesco ha voluto parlare di speranza, consapevole che metà dei messicani sono giovani: vera forza per il riscatto del Paese. La criminalità è la reale e diffusa perversione del mito del benessere solo per sé. Francesco ha proposto invece la ricerca del bene comune: «Il mondo di oggi, preso dal pragmatismo, ha bisogno di reimparare il valore della gratuità». «Tutti siamo necessari», ha aggiunto. «Specie chi non conta e non ha il capitale necessario». Bisogna aprirsi alla speranza del futuro. Francesco lo ha detto persino ai carcerati, ricordando che «la salute sociale» non si persegue «solamente incarcerando». È iniziata anche una nuova stagione per la Chiesa messicana con la visita di Francesco: «Riscoprire che la Chiesa è missione», ha detto ai vescovi, «è fondamentale, perché solo l`entusiasmo, lo stupore convinto degli evangelizzatori hanno la forza di trascinare». Bisogna incontrare la gente, aprendo il cuore alla speranza e alla responsabilità verso gli altri: Anche oggi, ha concluso Francesco, «scommettiamo sulla conversione».

mercoledì 24 febbraio 2016

Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri, ricorda Umberto Eco

Il prof. Andrea Riccardi, Presidente della Società Dante Alighieri, ricorda Umberto Eco, recentemente scomparso. “Ho avuto il piacere di conoscere Umberto Eco e di dialogare con lui sia di persona sia in occasione di eventi pubblici ai quali siamo stati invitati. Grande uomo di cultura e di impegno civile, è stato un testimone del nostro tempo in grado di interpretare la realtà, alla luce di un umanesimo attento alla persona, e comprenderne la complessità. Esponente autorevole della cultura italiana riconosciuto in tutto il mondo, ha espresso pienamente, con rigore scientifico e ironia, quella “italianità” riconosciuta e apprezzata all’estero”.
Umberto Eco ha partecipato nel 2011 al progetto “La lingua italiana fattore portante dell’identità nazionale” promosso dalla Dante Alighieri e sostenuto dalla Presidenza della Repubblica, mettendo in luce il grande ruolo della lingua italiana nella creazione dell’identità del Paese. (23 feb -red)

FONTE:  © 9Colonne 

venerdì 19 febbraio 2016

Il futuro si gioca in periferia

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

Un terzo dell'umanità vive nei grandi sobborghi, vere e proprie baraccopoli. Una sfida per le Chiese che richiamano a un destino comune degli uomini

Nel 2007, per la prima volta nella storia del mondo, la popolazione delle città ha superato quella delle campagne. Una svolta storica. Ne11950, solo i1 16% della popolazione mondiale abitava nelle città. In poco più di mezzo secolo, il mondo è cambiato. Sono cambiati i rapporti tra città e campagna. Oggi ci sono 450 città con píù di un milione di abitanti, mentre nel 1900 ce n'erano solo dieci. Ci sono trenta megalopoli con più di otto milioni di abitanti. Le previsioni demografiche mostrano che, nel 2020, ben nove città supereranno i venti milioni di abitanti: Città del Messico avrà 35,5 milioni, seguiranno Shanghai con 35 milioni, Beijing con 31, San Paolo con 28, Mumbai con 25. Tanti sono i problemi di una così massiccia concentrazione di popolazione (che avverrà soprattutto nel Sud del mondo): i problemi ecologici, l'approvvigionamento alimentare, l'inquinamento delle risorse idriche e anche i trasporti per una popolazione così grande. Il processo di urbanizzazione globale si accompagna sistematicamente alla creazione di grandi periferie: la cosiddetta "slumizzazione", cioè la realizzazione di quartieri provvisori, privi di servizi, spesso vere baraccopoli. L'Africa subsahariana è il continente delle periferie: il 67% della sua gente vive negli slums. La città africana è in larga parte fatta di slums.
A livello mondiale gli abitanti degli slums sono il 31,6% della popolazione: quasi un terzo dell'umanità. È l'enorme popolo delle periferie, che avrà una parte importante nel futuro del mondo. Oggi i periferici sono un popolo di "esclusi", continuamente messi a contatto tramite i media con modelli di vita non raggiungibili e praticabili nel loro mondo. All'inizio degli anni Novanta, lo scrittore Hans Magnus Enzensberger aveva previsto una guerra "civile" nelle città: «Nascono»,
aveva detto, «zone protette e munite di propri servizi di sicurezza da una parte, slum e ghetti urbani dall'altra». Questa previsione si sta avverando in alcune parti del mondo. Il problema per la "pace" e la sicurezza sta proprio nella violenza diffusa e organizzata. In alcune città c`è una vera guerra. Specie nelle città del Sud, crescono isole protette, con mura e vigilanti, a fronte di mondi periferici. L'orizzonte unitario della città si frantuma.
Diversa era la condizione della città novecentesca: il proletariato aveva un rapporto dialettico e conflittuale con il "centro", finendo però per condividere un orizzonte politico. Oggi è diverso. Le periferie sono invece remote. Qui mancano le reti sociali. Il controllo delle istituzioni sugli spazi periferici è difficile, tanto che vaste aree finiscono sotto il dominio di mafie e cartelli internazionali o nazionali del crimine. Gli spazi sociali, vuoti di presenze istituzionali o associative, sono terre di conquista per le reti mafiose, non sempre percepite come un male dalla gente. La città del XXI secolo, in particolare la megalopoli, è sempre meno una comunità di destino. Anzi, mentre una parte di essa (opulenta) viene assorbita nei flussi globali e procede sulla via dell'intemazionalizzazione, un'altra resta ai margini, se non sprofonda, in una condizione di isolamento. Le grandi periferie urbane sono una sfida per le religioni e le Chiese, che richiamano a un destino comune degli uomini. Francesco l'ha intuito con forza: qui si gioca il futuro. Ma è anche una grande sfida per lo Stato, le istituzioni, la scuola, gli organismi democratici: fare di una periferia anonima una comunità e rianimare la città come orizzonte comune. Bisogna ricreare il tessuto umano e comunitario di tante società.

giovedì 18 febbraio 2016

Guerra in Siria: in 5 anni 250.000 morti. Gridiamo 'Pace!'

Andrea Riccardi leva di nuovo la sua voce contro la guerra in Siria. Insieme all'editoriale sull'edizione di questa settimana di Famiglia Cristiana, pubblichiamo il video appello, lanciato ieri: Bisogna fare presto. Troppe le vite perse.

Siamo in una stagione in cui ogni limite ai desideri individuali ci fa sentire in un insopportabile stato di impotenza. Ma non ci sentiamo così di fronte alla guerra in Siria. C'è un silenzio assordante. In 5 anni la guerra ha prodotto 250 mila morti. Ne vediamo i risultati, come i tanti rifugiati che premono alla frontiera turca (sigillata), in fuga da Aleppo bombardata (dai russi). I rifugiati approdano in Italia con i barconi o entrano in Europa attraverso i Balcani. Restiamo in un insopportabile stato d`impotenza. Bisogna chiedere a voce alta la pace per la Siria. Si deve pregare con insistenza perché la guerra finisca. Non ho sentito quasi mai, tra le preghiere dei fedeli alle Messe domenicali, un'invocazione per la Siria. Siamo rassegnati? Nemmeno Dio può dare la pace? È vero: si fatica a capire quello che succede. Il fallimento dei negoziati di Ginevra. Poi Monaco: una luce nel buio, ma in parte smentita. Una nuova guerra fredda? Più insanguinata di così! La Russia è in campo con una forza implacabile: colpisce i nemici di Assad (tra cui i ribelli amici dell`Occidente, della Turchia e dell`Arabia Saudita), ma anche le truppe di Daesh e Al Qaeda. Assad e i suoi alleati vogliono arrivare ad Aleppo, prima dell`inizio della tregua, e togliere spazio ai ribelli e a Daesh. Gli Usa, dopo aver negato a lungo un ruolo alla Russia, ora inclinano saggiamente alla trattativa. Non così Turchia e Arabia Saudita, che difendono gli interessi dei sunniti contro gli sciiti e Assad e minacciano un intervento armato. Ci sono poi i curdi siriani che allargano il loro spazio, osteggiati e colpiti dai turchi, ma non da Assad. Nel Sud della Siria si respira un clima un po` più tranquillo. I cristiani fuggono dappertutto. Crisi umanitarie - fame, sete, mancanza di medicine - ovunque.
Spero che la prospettiva di Monaco sia realizzabile. La tregua è per favorire gli aiuti. Nel 2014 avevo lanciato un appello per una tregua attorno ad Aleppo, su cui l`inviato Onu Staffan de Mistura ha lavorato. Ma invano. Allora si credeva stupidamente alla forza delle armi. Bisogna pacificare zona dopo zona, evitare che la gente muoia, che i profughi siano senza aiuti. C`è poi lo scontro con il terrorismo del Daesh, a cui tutti gli Stati si dicono avversi. Per sciogliere una matassa così ingarbugliata e provare a ricomporre la Siria, ci vorranno anni. Intanto la gente non deve morire in guerra. E noi non voltarci dall'altra parte.  

GUARDA IL VIDEO

 
L'appello è stato pubblicato anche sull'Huffington Post

martedì 16 febbraio 2016

Salvare ciò che resta di Aleppo. Andrea Riccardi rinnova il suo appello

ANDREA RICCARDI, EDITORIALE SU AVVENIRE DEL 16 FEBBRAIO 2016

Di fronte a questa guerra, la nostra opinione pubblica è stata incerta, divisa, impotente e indifferente, incapace di chiedere, innanzitutto, di salvare Aleppo. Non si tratta dell'iniziativa dell'uno o dell'altro, ma di vite umane e di una città-simbolo della civiltà. Non si è capito che salvare Aleppo potesse essere un punto di svolta e una battaglia di civiltà. Ora, per lealtà a quelli che resistono alla voglia di fuggire dalla città, per rispetto dei tanti caduti e profughi, bisogna fare presto a salvare Aleppo. Almeno quello che ne resta.

Stiamo assistendo alla battaglia di Aleppo. La città è morta, nonostante tanti ancora sopravvivano tra le sue rovine. Un tessuto urbano prezioso è stato sconvolto. L'ambiente è ormai invivibile. L'assedio dura dal 2012. Hanno lasciato la città tanti aleppini che potevano farlo. La gente di Aleppo sente che non c'è più futuro, nonostante vanti una continuità abitativa in quel luogo per quasi cinquemila anni. Ora, con l'offensiva russo-siriana, decine di migliaia fuggono verso la frontiera turca, ormai chiusa. Ma quante frontiere si sono chiuse e si stanno chiudendo ai siriani in Medio Oriente e in Europa! Il mondo aleppino, vero patrimonio dell'umanità, è finito. Purtroppo, tanti uomini, donne e bambini hanno perso la vita o hanno vissuto inenarrabili sofferenze in anni di bombardamenti, scontri e isolamento. Perché tutto questo?
Scrivo volentieri per cercare una risposta sulle pagine di un giornale che, per settimane, con coraggio ha sostenuto l'appello SaveAleppo. L'avevo lanciato il 22 giugno 2014 perché bisognava salvare la città: «Salvare Aleppo val più di un`affermazione di parte sul campo». Aleppo poteva essere l'inizio di un processo di pacificazione o almeno una tregua che fermasse la guerra: in quell'area specifica e magari, poi, regione dopo regione. Nessuno ha avuto interesse a salvare Aleppo. Non l'hanno fatto i "ribelli", che occupavano la parte della città ora attaccata e bombardata dai siriani e dai loro alleati. Il Daesh in quei giorni, era ebbro della proclamazione del califfato, e oggi - mi pare - le vite umane hanno ancor meno valore per questa realtà criminale. Lo stesso potrebbe dirsi delle propaggini locali di al-Qaeda. Il mondo della cosiddetta opposizione, frantumato in conflitti interni, non ha colto come salvare Aleppo fosse segno di maturità responsabile. Gli interessava? Non interessava a chi ha creduto di guadagnare con il caos, come la Turchia o l`Arabia Saudita. Dispiace dirlo.
Le rovine di Aleppo restano un atto di accusa, come quelle di Varsavia nella seconda guerra mondiale. Sono anche un atto di accusa per il governo di Damasco, che - assieme a tante crudeltà- si è squalificato fin dall'inizio bombardando il suo stesso popolo. Questa politica ha coinvolto i suoi alleati, tra cui un grande paese come la Russia. Per molti, tra cui i cristiani, Assad è il male minore. Ma come è stato possibile credere che la sua vittoria avrebbe salvato la Siria?
Quanto tempo è passato, mentre Aleppo e la Siria morivano. Questo scialo di tempo e di vite umane è avvenuto per il fanatismo di alcuni e il perseguimento cinico dell`interesse di parte di troppi. È mancato un coraggioso realismo, capace di comporre i diversi interessi con la sopravvivenza di Aleppo. Pur di non trattare con i russi, gli americani e gli occidentali hanno confidato su forze divise, sempre più radicalizzate, trasformiste, anche se non sono mancati combattenti per la libertà. Bisognava negoziare presto. E invece ciascun attore ha fatto una politica di parte, senza capire che così - con la guerra - tutto era perduto. Le rovine di Aleppo testimoniano come la parzialità, il settarismo, il cinismo, abbiano portato alla fine della "città del vivere insieme", perduta per sempre. Forse alcuni saranno contenti di questo fallimento. Non noi, che crediamo che democrazia sia, appunto, vivere insieme. Non i musulmani che vedono il nome dell'islam ridotto a fanatismo. Non i cristiani, che hanno perso una presenza bimillenaria in un crocevia storico. Mi ricordo la bella cattedrale armena dei Quaranta Martiri, cominciata nel XV secolo, ora una rovina: era stata testimone della generosità di Aleppo nel 1915 verso i deportati armeni. Il "Washington Post" parla ora di una «miniguerra mondiale» attorno alla città. È un "gioco" pericoloso - come si è visto con la vicenda dell'aereo russo abbattuto dai turchi -, che rischia innalzamenti di tensione. Questo pericolo ha spinto alle scelte di Monaco, che vanno applicate e ampliate.

Andrea Riccardi

Leggi l'articolo sul sito di Avvenire

Ne parlano:
Oasis 

domenica 14 febbraio 2016

TRA IL PAPA E IL PATRIARCA L'ECUMENISMO DEI FATTI CONTRO LE GUERRE

Andrea Riccardi offre in questo articolo comparso sul Corriere della Sera, del 14/2/2016 una lettura dello storico incontro tra il patriarca Kirill e papa Francesco a Cuba

Francesco e Kirill, l'incontro atteso mille anni dalle due Chiese divise dallo scisma. Un dialogo che nasce anche dall`esigenza di fare fronte comune contro le guerre. 

A Cuba i due pastori hanno firmato un documento storico che pone fine a secoli di conflitti religiosi e chiede pace nel mondo

Il quadro dell'incontro tra Francesco e il patriarca Kirill è stato spoglio, non simbolico come per eventi del genere: solo una sala dell'aeroporto dell'Avana. Tutto si è concentrato sul colloquio (dalla lunghezza inusuale) e sulla firma di un denso documento con trenta capitoletti. LEGGI IL DOCUMENTO
I due primati volevano parlare chiaramente tra loro («da vescovi» - ha detto Bergoglio), consapevoli dell'evento «storico» atteso fin dal Vaticano II. Ne è emersa una scelta comune: un ecumenismo dei fatti e della «solidarietà cristiana» (per usare un'espressione del metropolita Nikodim, maestro di Kirill). Non un'alleanza solo in difesa dei valori né un altro dialogo teologico. Il Papa ha detto: «Si è fatto un programma di possibili attività in comune, perché l`unità si fa camminando». Il mondo globale impone alle Chiese una responsabilità comune: non agire in ordine sparso o in modo competitivo, soprattutto di fronte alle sfide di questa stagione di crisi. Se avesse guardato solo alla situazione interna, forse Kirill avrebbe aspettato ancora a vedere il Papa: resistenze verranno dagli ambienti russi che hanno frenato le conquiste ecumeniche di Nikodim, morto nel 1978. Hanno pesato dopo l'89 anche lo spaesamento nelle macerie dell'Urss, l'emergere dei greco-cattolici in Ucraina (dopo tanta persecuzione), il timore della missione cattolica in Russia, le spinte globali in una società non più isolata. Ma ora Kirill è più forte. Metà dell'episcopato è stato nominato da lui.
La Chiesa russa è multinazionale. Sulla questione ucraina, il patriarca non è schiacciato su Putin. Vuole essere un leader spirituale globale. Per questo l'incontro è avvenuto, senza imbarazzi, a Cuba. Anzi, con questo gesto, il patriarca ha superato in modo spirituale l'embargo alla Russia. Le crisi sono presenti nel documento dell'Avana. Il testo contiene una visione del mondo condivisa (rara nei testi ecumenici). Al primo posto il Medio Oriente con la guerra e il terrorismo. Soprattutto la fine dei cristiani d'Oriente: un'amputazione delle radici e un dramma umano per le Chiese. Si ricordano i metropoliti d'Aleppo, Yazigi e Mar Gregorios, rapiti nel 2013. Nell'appello alla comunità internazionale per il Medio Oriente, è forte la volontà delle due Chiese di non lasciare niente d'intentato e di agire insieme. Del resto, Francesco non ha mai accettato l'esclusione russa dalla ricerca di soluzioni per la pace in Medio Oriente. Per il Vaticano, il mondo russo è un soggetto con cui la comunità internazionale deve fare i conti. Nel documento dell`Avana c`è un superamento del mito di società omogenee e chiuse o del modello etnoreligioso dell`Est europeo (che identifica nazione e religione). Per vivere in un mondo plurale, «il dialogo interreligioso è indispensabile». Non va dimenticato l'appoggio russo, fin dall'inizio nel 1986, allo sviluppo dello «spirito di Assisi», in cui s`intrecciano ricerca della pace, dialogo interreligioso ed ecumenico. Bisogna poi superare i conflitti tra i cristiani. In Ucraina, i rapporti tra ortodossi e greco-cattolici sono difficili. Il documento dell'Avana afferma la piena libertà religiosa dei greco-cattolici, ma ribadisce che l'unità dei cristiani non passa attraverso il «ritorno a Roma» dei non cattolici. È una svolta, dopo secoli conflittuali:
«Non siamo concorrenti, ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno». Le posizioni sull'Ucraina sono impegnative: specie l'esortazione ai fedeli di non partecipare allo scontro e di non sostenere lo sviluppo della guerra. Come sarà recepita da greco-cattolici e ortodossi? A Mosca è piaciuta molto l`affermazione di Francesco, per cui in Ucraina c`è una «guerra fratricida». Francesco e Kirill hanno trattato dei conflitti e della «crisi di civiltà», consapevoli dell'esistenza di grandi risorse religiose, esemplificate nella vitalità del cristianesimo latinoamericano e russo. E l'Europa? Qui sono più cauti: avvertono la necessità d'una comune difesa delle «radici cristiane», della famiglia e dei valori della vita. L'Europa, terra di antichi scontri e di secolarizzazione, non ha un ruolo così centrale, come pensavano Wojtyla e Ratzinger. Ma il Cristianesimo russo è esterno all`Europa? Certo la visione del Papa e del Patriarca non è centrata sull'Europa e risente della multipolarità del mondo globale. C'è chi ha trovato troppo politico il documento dell'Avana. Così non è. Nel testo si sente il dolore per mille anni di divisione tra cristiani e per i problemi aperti. E forte anche la convinzione che i martiri di qualunque confessione esprimano già lunità dei cristiani. La prospettiva resta quindi l'`unità: i cristiani «siano riuniti, al tempo stabilito, in un solo popolo...». Intanto, però, il Papa e il Patriarca impegnano le loro Chiese a lavorare su pace, testimonianza comune, solidarietà e giustizia. L'unità si fa - hanno ribadito - camminando e lavorando insieme.

APPROFONDIMENTI

venerdì 12 febbraio 2016

L'incontro di Cuba tra Francesco e Kirill

Sarà chiamato l’incontro di Cuba, quello tra Francesco, e il patriarca di Mosca, Kirill. Sembra strano che avvenga nell’isola caraibica, ma tutti ne colgono la portata storica. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sperarono di realizzare l’incontro. Non fu possibile. All’inizio, lo stile francescano di Bergoglio non aveva l’unanimità dei consensi nel Patriarcato di Mosca. Come si spiega la svolta? 

Continua a leggere su Famiglia Cristiana 

Leggi l'articolo 
francese 
spagnolo 
russo

Segni dei tempi della Memoria

Editoriale di Andrea Riccardi su Sette - Corriere della Sera del 12/02/2016

Il 27 gennaio scorso si è celebrata la Giornata della Memoria, la commemorazione delle vittime della Shoah, con celebrazioni in tutta Italia. Con il passare degli anni, queste sono aumentate. Non tutti sono d'accordo. Alcuni sostengono che si stia andando a una ritualizzazione della memoria. Temono che una memoria imposta e formale provochi reazioni negative o paradossalmente l'antisemitismo. Due anni fa, Elena Loewenthal ha pubblicato un libro, Contro il Giorno della Memoria «Il pubblico», ha scritto, «s'annoia in fretta, non ama le ripetizioni, vuole in un modo o nell'altro risultare "sorpreso"... E questo pubblico, non va dimenticato, è composto in gran parte da studenti». Sono osservazioni da prendere sul serio, proprio in un periodo in cui sono scomparsi i testimoni di quella tragedia. La memoria però è una conquista: i sopravvissuti alla Shoah, dopo la guerra, si sono scontrati con società che non volevano essere turbate dal ricordo del genocidio e delle complicità con esso. La Shoah è un punto di svolta della storia contemporanea europea, da cui vengono le scelte irreversibili per la democrazia contro ogni forma di totalitarismo. Non è poco. È una conquista della coscienza da non sprecare in riti stanchi.

In un mondo globale, dove spesso tutto è appiattito, coltivare l'identità nazionale è ricordare la storia. E la Shoah è un passaggio forte della nostra storia. Mostra a che cosa portano la mancanza di libertà, la guerra, l'odio etnico, il razzismo, l'antisemitismo. Cedere anche un poco a uno di questi "mali" significa porsi su un piano inclinato che fa scivolare irrimediabilmente per una strada tragica. Certo, i riti non prevengono queste cadute. Tuttavia, da anni, partecipo alla manifestazione per ricordare la razzia degli ebrei di Roma, il 16 ottobre 1943, e la trovo significativa per la presenza di giovani e di nuovi italiani (cioè immigrati, anche
musulmani). La memoria ha bisogno di luoghi, segnati dalla storia, ma anche aperti al presente. Un grande luogo del ricordo sono letteratura e storia: narrare il genocidio è far dialogare il passato con il presente. Ho letto molto sulla razzia degli ebrei romani, ma ci sono sempre nuove acquisizioni. Un recente libro di Gabriele Rigano, L'interprete di Auschwitz mostra un punto dì vista originale: quello di Arminio Wachsberger, ebreo fiumano e poliglotta, catturato a Roma e sopravvissuto.

Mai si finisce di esplorare la Shoah in tutte le sue pieghe. Ci sono poi i luoghi concreti della deportazione in Italia: Risiera San Sabba (oltre gli ebrei, venivano raccolti qui, e talvolta eliminati, politici e partigiani), il campo di Fossoli (quasi 3000 ebrei di passaggio - tra cui Primo Levi - e resistenti e politici), quello di Ferramonti (più di 2000 persone, di cui 1600 ebrei) e altri. Questi luoghi hanno un molo locale e nazionale. Vanno valorizzati e recuperati. Un'operazione intelligente è stata fatta alla Stazione Centrale di Milano: si è dedicato il cupo sotterraneo del binario 21 (da cui partì il trasporto per Auschwitz) a spazio della memoria "contro l'indifferenza" (si legge in una grande scritta). Non è solo un memoriale, tanto che - come mostra un recente libro, Milano, 30 gennaio 1944, Memorie della deportazione del Binario 21- questo spazio si è aperto recentemente all'accoglienza ai rifugiati in transito alla Stazione. I valori della memoria ispirano un modo "umano" di guardare ai drammi del presente, alla guerra e alla pace, oltre a riproporre il molo particolare deffebraismo nella nostra storia e nel futuro. Senza incontrare la memoria in una storia o in luoghi concreti, non solo si rischia di ripetere il passato, ma di essere indifferenti nel presente.

martedì 9 febbraio 2016

Let us not underestimate popular devotion as 'Santo Nino' in the Philippines

We publish here the translation in english of an article of Andrea Riccardi, appeared on "Sette" weekly magazine of Corriere della Sera on February 5th 2016

There is a religious world that is sometimes perceived by confessional authorities and by “mature christians” with a sense of superiority: it’s the world of popular devotion. It seemed an emotional world, with few interiority, miracle-seeking, almost idolatric, due to its veneration for statues and symbols. Neverthless, if not observed carefully and with an open mind, one will fail to understand both the human and religious importance. In order to evaluate this world, it’s unnecessary to personally approve this kind of religiosity nor to practice it, rather to have an insight free from “theological” or ideological prejudices. 
Right now I’m not referring to the popular devotion in Italy, despite that we shall meditate it a lot. I’m thinking to impressive demonstrations of devotion all over the world, like those happening in the Philippines, precisely during the month of January. Every year there is a big celebration for the statue of the “Black Nazarene”: this year -according to the statistics- around twelve millions of people waited for hours to kiss the statue or to touch it with a cloth. The procession carries the statue from the basilica situated in Quiapo into Luneta Park. It takes one day walking for several kilometres, the statue being followed by 1,5 million of devotes, often barefoot. 
Why do they come? It’s the question raised by the Archbishop of Manila, Tagle, a cardinal considered open-minded and progressive, who notes the physical sacrifice of the devotes participating to the event. In his opinion it’s not true that “devotes are just shoving”, like critics say. He offered a spiritual reading: “Have you ever experienced having nothing to hold on to? When you feel that you’re alone and you have no one to hold on to, keep the faith! Hold on to Jesus. He will carry you”. The image of the Black Christ, in fact, is carrying the cross. It’s typically Spanish, but made in Mexico in the seventeenth century and brought there. We don’t know if the black colour comes from the quality of wood or from the different fires endured by the statue or even by the smoke of the candles along the centuries. It’s a typical item of the Spanish religiosity, gone thorugh Mexico and then implanted into the popular Philipino culture. 
This is a unique synthesis among autochthonous roots, European evangelization, American influence and both the modern and Asiatic character. Another religious symbol is the statue of “Santo Nino” of Cebu (an island with several millions of inhabitants), donated by Magellan to the local queen in 1521, then lost in political turmoils and finally rescovered forty years later. This year the authorities were surprised by the mass participation of piligrims -three millions, many of them carrying the replicas of Nino- to the procession and feast; they also ascribe it to the gratitude for recovering after typhoon Haiyan. The topic of the feast was the suffering of children: “Perhaps many of our children – said the local archbishop, Jose Palma – do not receive enough love and compassion they deserve from us. Let us love them and take care of them and let us carry them as we love , worship, carry and adore the Santo Nino”. 
The mass participation does not erase the aspect of personal intensity. On the opposite it frames that within an atmosphere of general emotion, sometimes inexplicable for those who observe from the outside or for those who scan it through theological grids. Popular devotion links the perception of God with the concrete reality, problems and anguishes of the people  daily life. Many scholars wrote about our times as the “age of secularism”. Events like these ones aren’t residual facts, on the opposite they express the experience of millions of people,

venerdì 5 febbraio 2016

Non sottovalutiamo la pietà popolare. Il culto del Santo Niño nelle Filippine

Se non si guarda questa realtà con grande attenzione e la giusta apertura, non se ne coglie la carica umana e religiosa

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

C'è un mondo religioso, verso cui le autorità confessionali e i "cristiani maturi" hanno guardato talvolta con superiorità: la pietà popolare. È apparso un mondo emotivo, poco interiore, miracolistico, quasi idolatrico nella venerazione per statue e simboli. Tuttavia, se non si guarda questa realtà con attenzione e apertura, non se ne coglie la carica umana e religiosa. Per compiere tale operazione, non è necessario condividere personalmente questa religiosità o praticarla, ma avere uno sguardo libero da pregiudizi "teologici" o ideologici. Non parlo ora della religiosità popolare in Italia, su cui pure ci sarebbe molto da riflettere. Penso a imponenti manifestazioni di pietà nel mondo, come quelle che avvengono nelle Filippine, proprio nel mese di gennaio. Ogni anno, si tiene a Manila una grande festa attorno alla statua del "Nazareno Nero": quest'anno - si calcola - circa dodici milioni di persone hanno aspettato ore per baciare la statua o sfiorarla con un fazzoletto. La processione porta la statua del "Nazareno Nero" dalla basilica nel quartiere di Quiapo nel parco di Luneta. Dura un giorno e percorre vari chilometri, seguita da un milione e mezzo di fedeli, spesso scalzi. 
Perché vengono? È la domanda posta dall'arcivescovo di Manila Tagle, un cardinale considerato aperto e progressista, che nota il sacrificio fisico dei fedeli per partecipare all'evento. Non è vero - a suo avviso - che i "devoti si stanno solo esibendo", come dicono i critici. Ha proposto una lettura spirituale di tanta partecipazione: «Hai mai provato quando non hai nulla cui aggrapparti nella vita? Quando senti che tu sei da solo e non hai nessuno cui aggrapparti, abbi fede! Appoggiati a Gesù. È Gesù a portarti». 
L'immagine del Cristo nero, infatti, porta la croce. È tipicamente spagnola, ma realizzata in Messico nel 1600 e trasportata qui. Non si sa se il colore nero provenga dal tipo di legno o da vari incendi che la statua ha subito oppure dal fumo di candele per secoli. È un oggetto tipico della religiosità spagnola, passata attraverso il Messico, e innestatasi nella cultura popolare filippina. Questa è una sintesi originale tra le radici autoctone, l`evangelizzazione europea, l`influenza americana e il carattere asiatico e moderno. Un altro simbolo religioso è la statua del "Santo Niño" di Cebu (un'isola di qualche milione di abitanti), donata da Magellano alla locale regina nel 1521, poi dispersa nelle convulsioni politiche e ritrovata quarant'anni dopo. La festa è anch'essa nel mese di gennaio. Quest'anno le autorità religiose sono rimaste sorprese della grande partecipazione di fedeli (tre milioni che spesso portano statuette del Niño) alla processione e alla festa, attribuendola anche alla gratitudine per essersi ripresi dal terremoto e dal tifone Haiyan. 
Il tema della festa è stato la sofferenza dei bambini: «Molti nostri bambini - ha detto il vescovo locale, José Palma - forse non ricevono da noi l'amore e la compassione a cui hanno diritto. Amiamoli e prendiamoci cura di loro e portiamoli così come amiamo, adoriamo, portiamo e veneriamo il Santo Niño». 
La partecipazione di massa non toglie il carattere d'intensità personale, anzi l'inquadra in un clima di emozione generale, che appare talvolta inspiegabile a chi la guarda dall'esterno o la vede attraverso griglie teologiche. La religiosità popolare connette il senso di Dio con le realtà, i problemi e i drammi della vita quotidiana della gente. Molti hanno scritto sul nostro tempo come "età della secolarizzazione". Manifestazioni come queste non sono fatti residuali, ma esprimono il vissuto di milioni di persone. Non è necessario condividere questa religiosità o praticarla personalmente, ma avere uno sguardo libero da pregiudizi "teologici" o ideologici.

giovedì 4 febbraio 2016

L'incontro tra il papa e Rouhani. Per la pace Francesco dialoga con tutti

La sua testimonianza è importante per dire no alla guerra in nome di Dio.
Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

L'ayatollah Khomeini scriveva dure parole a Giovanni Paolo II: «Il Papa deve pensare al popolo di Cristo, a tutti i popoli diseredati... Dovrebbe elencare al popolo degli Stati Uniti e a tutti i cristiani i crimini di Carter». Venticinque anni dopo, Hassan Rouhani, presidente della Repubblica islamica dell'Iran (fondata da Khomeini dove i religiosi sciiti hanno un ruolo particolare), ha visitato papa Francesco in Vaticano. La dura contrapposizione tra Iran e Occidente, durata a lungo, fino all'accordo sul nucleare iraniano, è finita. Onu e Unione Europea hanno abrogato le sanzioni. Il viaggio di Rouhani in Europa rappresenta la sua politica di apertura, anche in contrasto con le posizioni conservatrici del suo Paese.
Non mancano critiche, specie sul mancato rispetto dei diritti umani nella Repubblica degli ayatollah. Nel 2015, sono state giustiziate 1.084 persone, il numero più alto negli ultimi 25 anni. Forti critiche al rientro dell'Iran sulla scena internazionale vengono da Israele, per l'avversità iraniana allo Stato degli ebrei. Anche l'Arabia Saudita e le monarchie del Golfo avversano l'influenza iraniana e vedono con ostilità i nuovi passi di Teheran. Rouhani viene considerato una faccia "accettabile" d'un sistema amico del terrorismo. Il Medio Oriente è segnato dallo scontro tra sunniti e sciiti, ma anche da numerose conflittualità, oltre che dall'affermazione inquietante del "califfato". Qualcuno pensa che, per la Santa Sede, sia meglio tenersi fuori, nel solco della prudenza diplomatica vaticana. Ma al Papa stanno a cuore la pace, la sorte dei cristiani mediorientali, il dialogo tra i mondi religiosi. Ha accolto Rouhani nella prospettiva del dialogo ed è stato un incontro di rilievo.
L'`Iran è la più forte realtà sciita (seppure esiste quella irachena, autorevole, che non ha sposato le posizioni di Khomeini). I cristiani stanno scomparendo dal Medio Oriente e la Santa Sede deve agire. Il Libano, Paese decisivo per la convivenza islamo-cristiana, non è riuscito ancora a eleggere un
presidente cristiano. Sarebbe facile, per il Vaticano, astenersi. Con l'autorevolezza di leader religioso e uomo di pace, Francesco cerca il contatto con tutti: la sua prospettiva non è l'interesse di parte, ma quello della pace. In Medio Oriente si sta scrivendo una brutta pagina, con l'utilizzo di pezzi di mondo religioso ai fini della guerra e del terrorismo, screditando la dimensione della fede. C'è tanta impotenza delle religioni a trascendere il loro ambito per la pace. La presenza del Papa è una testimonianza importante: mai la guerra e l'odio nel nome di Dio, che è radice della pace.


AL PONTEFICE STANNO A CUORE IL DIALOGO TRA LE RELIGIONI, LA SORTE DEI CRISTIANI MEDIORIENTALI, LA PACE E ROUHANI DISSE: «PREGHI PER ME».
Nella foto: lo storico incontro, durato 40 minuti, fra papa Francesco e il presidente iraniano, il 26 gennaio scorso.