venerdì 24 febbraio 2017

Gli immigrati sono spaesati perché spesso la loro cultura si sbiadisce nel tempo

La cultura è la vera risposta al radicalismo e agli estremismi, afferma Andrea Riccardi in questo articolo comparso oggi 24 febbraio sul magazine Sette del Corriere della Sera 

L'uomo spaesato è il titolo di un libro, ma soprattutto la realtà di tanti contemporanei. Il libro è stato scritto da un grande studioso d'origine bulgara, Tzvetan Todorov, che nel 1963 lasciò il suo Paese per la Francia, facendone la patria culturale d'elezione. È morto recentemente. Nel libro (una delle sue tante opere), racconta l'esodo dalla Bulgaria comunista, la conoscenza dell'Occidente e degli Stati Uniti. Spiega: «L'uomo separato dal proprio ambiente... in un primo tempo soffre; è più gradevole vivere con chi ci è familiare».

Il percorso di Todorov, che si è messo a scrivere in francese, è una transculturazione. «Siamo tutti, meticci», asserisce. È la storia di un intellettuale affermatosi in Francia e divenuto un punto di riferimento per la cultura occidentale. Ma sono possibili simili passaggi culturali per donne e uomini "normali" che emigrano per approdare a un altro mondo?

Il famoso Lawrence d'Arabia, un inglese immedesimatosi nel mondo arabo durante la Prima guerra mondiale, sosteneva che «ogni uomo che appartiene a due culture perde la sua anima». Todorov insiste: «Perdendo la sua cultura d'origine, l'individuo non vive una tragedia, solo a patto che ne acquisisca un'altra: avere una lingua è costitutivo della nostra umanità...».

Talvolta gli emigrati perdono la cultura d'origine che si sbiadisce come un fatto del passato. E non solo loro. La società globale, con processi complessi e accostamenti inediti tra mondi, "decultura" le persone e le inserisce in una comunicazione globale di messaggi dai caratteri confusi e contraddittori. Si smarriscono o si annacquano tante identità tradizionali anche tra chi vive nella propria terra. Così l'uomo e la donna si trovano senza punti di riferimento per leggere la vita e il mondo: non riescono a dire chi sono e non sanno bene che cosa cercare nel futuro. Sono uomini e donne spaesati, per dirla con Todorov. La globalizzazione, nei suoi effetti molteplici, introduce forti processi di spaesamento. Lo spaesato si allontana dalla sua storia, di cui magari si faceva una narrazione semplice ma costitutiva della sua identità. Perdere la storia vuol dire affrontare "nudi" il proprio futuro, senza difese, orientamenti, griglie per interpretarlo. Così cresce la paura.

Gli spaesati sono spesso immigrati, ma anche nativi delle nostre società. Lo spaesamento provoca marginalità, perché non ci si sa orientare in società complesse. Lo spaesato può reagire ribellandosi o radicalizzandosi. Quando si discute sugli islamisti, si è troppo insistito sulla motivazione musulmana del radicalismo, mentre si è poco guardato alla loro condizione di spaesati che trovano nell'islamismo una risposta forte e identitaria, una visione semplificata e onnicomprensiva del mondo, una "missione" che riempie il vuoto esistenziale. Il radicalismo coinvolge i giovani musulmani di seconda generazione, la cui identità è incerta e la cui integrazione scarsa: non hanno la storia dei genitori e non si ritrovano in quella del loro paese. Ha ragione Olivier Roy: «Non vi è una radicalizzazione dell'Islam, ma un'islamizzazione del radicalismo, si islamizza il proprio disastro personale, la propria rivolta contro la società».

È fin troppo facile leggere lo spaesamento nei giovani Neet, che non studiano e non lavorano. E si potrebbe continuare a trovare le tracce di questo fenomeno nelle nostre società. Purtroppo abbiamo troppo vissuto senza riflettere su di esse. La politica, appagata di un consenso, fragile e occasionale, non ha provato a capire questo nostro mondo. Le società globali, esposte a tutti i venti e senza protezione, sono un'opportunità per molti aspetti. Ma per viverle bene c`è bisogno di più cultura: per non essere spaesati ci vuole conoscenza. Qui si apre il grande problema della scuola. La cultura è anche una risposta al terrorismo: «Occorre riportare il religioso nel culturale», afferma Roy. Una società globale, tutta emotiva, senza o con poca cultura, è pericolosa: risulta esposta al dominio volubile dei populismi. Si potrebbe obiettare che non possiamo essere tutti fini intellettuali, come Todorov! Certamente, ma non siamo troppo ignoranti per vivere in un mondo così complicato?

giovedì 23 febbraio 2017

La vera politica sugli immigrati. No operazioni di polizia, servono progetti nei Paesi d'origine

Un editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 26 febbraio 2016
GLI SBARCHI DELLA MORTE: l'82 per cento dei barconi dei trafficanti vengono dal territorio libico. Nel 2016 sono morte nel Mediterraneo oltre 5 mila persone. I Paesi africani devono prendersi la responsabilità dei cittadini che emigrano
I1 Governo italiano ha firmato un accordo con quello libico di Serraj. I temi sono caldi: immigrazione illegale, traffico di esseri umani, contrabbando, traffico di petrolio, terrorismo e altro. L'82% dei barconi dei trafficanti di esseri umani vengono dal territorio libico, controllato solo in parte da Serraj. L'Italia promette aiuto allo sviluppo e formazione del personale per i centri temporanei per i migranti. Dunque la Libia avrebbe un ruolo analogo alla Turchia nel trattenere rifugiati e migranti, per evitare gli sbarchi in Europa? Non sarebbe una novità. Un ruolo simile è stato già attribuito alla Libia dai Governi italiani di Centrosinistra e di Centrodestra. E Gheddafi allora controllava il Paese. In Libia - è bene ricordarlo - avvenivano trattamenti inumani nei confronti dei migranti. È un Paese che non ha firmato la convenzione Onu per i rifugiati. Non mi sembra auspicabile ripetere quella brutta storia. Ancora oggi parecchi migranti provenienti dalla Libia portano le tracce delle dure condizioni di vita e dei maltrattamenti.
Guardiamo le persone che approdano in Italia. Sono state 181 mila nel 2016: vengono da Nigeria (21%), Eritrea (12%), Guinea, Gambia e Costa d`Avorio (7%), Senegal (6%), Sudan e Mali (5%). I profughi siriani non ci sono più, perché intrappolati in Grecia, o nei campi turchi (circa tre milioni). Solo "i corridoi umanitari" organizzati da Sant'Egidio e Tavola valdese hanno finora portato legalmente un considerevole gruppo di siriani in Italia. In realtà gli arrivi più consistenti oggi sono dall'Africa. Bisogna uscire da una logica "di polizia" e fare una politica africana sull'immigrazione a tutto campo, con un vero investimento di energie e risorse. È un segnale l'istituzione di un Fondo per l'Africa (Libia, Tunisia e Niger).
Non sono importanti gli accordi di riammissione, quanto le azioni preventive che responsabilizzino i Governi africani verso i loro cittadini, perché istruiscano sui rischi dei viaggi nel deserto e in mare, aprano opportunità per i giovani. I Paesi africani devono prendersi la responsabilità dei cittadini che emigrano. E noi, con progetti mirati, aiutare perché i giovani abbiano un futuro in patria. Per quale motivo ci sono tanti migranti dalla Costa d`Avorio e dal Senegal, che sono Paesi tranquilli? Si devono sensibilizzare i Governi. L`emigrazione non sia una valvola di sfogo per i governanti di fronte alle domande dei giovani. Infine, non si può chiudere la porta agli immigrati. L`Italia ne ha bisogno per motivi demografici. Bisogna aprire canali attraverso cui è possibile venire in Italia. Va sbloccato il meccanismo delle quote di ingresso, che apre una prospettiva ai giovani africani, consente controllo e integrazione programmata. Nel Sud del mondo la gente si muove: un fenomeno inarrestabile. Si deve lavorare per dare possibilità di permanenza in Africa, ma anche per dare dignità e sicurezza a chi si sposta. Nel 2016 sono morte oltre 5 mila persone nel Mediterraneo: un dramma inaccettabile.



sabato 18 febbraio 2017

Tavola Rotonda per il numero 4000 de La Civiltà Cattolica

Andrea Riccardi, con P.Antonio Spadaro, Emma Fattorini, Giuliano Amato, oggi, 18 febbraio presentano il numero 4.000 de "La Civiltà Cattolica"


venerdì 17 febbraio 2017

Un'Europa più responsabile e integrata nell'era dell'America di Trump

Andrea Riccardi, sulla rubrica Religioni e civiltà del magazine Sette del Corriere della Sera

Il mondo globale si è fatto complicato. È tramontato l'ordine - talvolta tragico - della guerra fredda; quello dei primi tempi della globalizzazione in cui gli Stati Uniti rappresentavano una potenza egemone. Ora l'America di Trump vive un protagonismo un po' imprevedibile, ma sembra non volersi far carico delle responsabilità storiche di "prima nazione" dell'Occidente. Questo provoca un brusco e necessario risveglio degli europei che avevano delegato una parte delle loro responsabilità - non tutte - agli Stati Uniti, in cambio di protezione. Anche l'Italia. Ma pure la Germania e, per certi versi, la Francia, pur autonoma di fronte alle scelte americane. Le domande sul futuro si addensano. Di fronte a uno scenario internazionale con tanti attori, quale il ruolo dei "medi" Paesi europei? Che fare nel confronto con i giganti del mondo, l'India o la Cina, o innanzi al protagonismo della Russia, così vicina all'Europa?  
Viene da chiedersi come sia possibile affrontare il futuro con la ristretta taglia di un medio o piccolo Paese europeo. La storia diverge tra europei dell'Est e dell'Ovest. In Europa orientale si è riconquistata da poco - meno di trent'anni - l'indipendenza dall'impero sovietico. Qualche leader dell'Est paragona i vincoli europei di Bruxelles con quelli sovietici. È un paragone infondato, ma esprime un sentire geloso della loro autonomia nazionale. Bisogna tenente conto. Stanno vivendo il loro Risorgimento nell'era globale, non in quella delle nazioni. Per i Paesi dell'Europa occidentale la storia è diversa. Con i Trattati di Roma del 1957, sei di essi (quelli del Benelux, la Germania, la Francia e l'Italia), hanno dato avvio al processo di unificazione europea. Si tratta di una lunga storia che gli Stati Uniti hanno visto in modo altalenante: talvolta con favore, altre volte preoccupati per la creazione di un polo occidentale alternativo. Gli Stati Uniti di Trump, invece, chiedono agli europei una maggiore responsabilizzazione. La Gran Bretagna se n'è andata dall'Unione. I Paesi dell'Est si preoccupano, perché l'America non conduce più una politica aggressiva verso la Russia di Putin. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici sono destinati all'irrilevanza o all`omologazione nella globalizzazione ed è quindi meno vicina alle loro paure verso Mosca. Tutto appare in movimento. Non si tratta solo di Trump, bensì di un futuro che va al di là della sua presidenza. Paolo Gentiloni, da ministro degli Esteri, aveva già pensato alle celebrazioni romane del 1957 come occasione per stabilire una maggiore coesione almeno tra i Paesi fondatori dell'Europa, proprio per la difficoltà a fare dei Ventotto (ora Ventisette dopo Brexit) un soggetto politico coeso. Il progetto era stato accantonato, per l'instabilità politica di vari Paesi, tra cui l'Italia. Al vertice di Malta, la Merkel però ha rilanciato l'idea: «L'Europa deve assumersi più responsabilità sulla scena internazionale». Da Roma, il 25 marzo prossimo, potrebbe partire un processo che offra un volano ai Paesi europei che vogliono una cooperazione maggiore, almeno un'integrazione su difesa, sicurezza, frontiere, dimensione sociale, euro e investimenti. La prospettiva è creare un "soggetto" europeo più forte per i Paesi che sentono questa esigenza. Naturalmente gli altri vivranno a velocità diverse. Una maggiore integrazione richiederà cambiamenti, sicuramente faticosi. Ma, sul lungo periodo, di là della nostra generazione, questa scelta darà un futuro all'Europa e costituirà nel mondo un "soggetto" rilevante.
È una prospettiva che risponde a esigenze economiche e di sicurezza, ma - mi sia permessa un'espressione forte - rappresenta anche qualcosa di più: salva la civiltà europea, quell'insieme di storia, cultura, diritti umani e umanesimo, configuratosi nella seconda metà del Novecento. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici, sono destinati all'irrilevanza o all'omologazione nella globalizzazione. Sono "barche", piccole seppur preziose, che non reggono ai marosi del mondo globale. Per affrontarlo occorre una nave più grande o, almeno, una flotta coesa. Se vogliamo segnare una presenza della nostra civiltà sugli scenari di domani, s'impone un passo forte e deciso verso l'integrazione.

giovedì 16 febbraio 2017

L'iniziativa del Marocco: qualcosa si muove nel mondo dell'Islam

L'Islam, afferma Andrea Riccardi in questo editoriale su Famiglia Cristiana,  non è monolitico, ma un universo religioso frastagliato e complesso, come dimostra le recente norma approvata in Marocco, dove, sotto impulso del re, è stata abolita la pena di morte per chi pratica l'apostasia, ovvero rinnega la religione islamica. Un passo avanti verso la libertà di coscienza.
Un manifesto dedicato al re del Marocco Muhammad VI a Rabat.
Una domanda viene spesso riproposta: è pericoloso vivere con i musulmani? Non è solo una questione geopolitica. Riguarda le famiglie che vedono i loro bambini a scuola con quelli musulmani. Si chiedono: come sarà il domani con loro? Ci saranno terroristi o radicalizzati tra di loro? Il terrorismo islamista preoccupa assai. Molti si chiedono: l'islam è una religione violenta che spinge i suoi fedeli allo scontro, come un fatto dettato dai suoi cromosomi? Non bisogna allora evitare che i musulmani entrino in Europa, come cerca di fare Trump in America? A guardare lo scenario internazionale, poi, sembra che l'islam (o almeno una parte) abbia lanciato una sfida all'Europa, all'Occidente e ai cristiani. Spesso l'islam è rappresentato come un unico blocco dal Marocco all'Indonesia con propaggini ovunque, guidato da un'irriducibile contrapposizione al cristianesimo e alla libertà dell'Occidente. Se così è, che fare? Uno scontro? Una crociata? La guerra? Crescono la paura e la diffidenza. Alcuni partiti, su questi sentimenti, fondano parte del loro consenso elettorale. Ma la realtà musulmana è più articolata. L'islam è diviso. Non è un blocco. È percorso da un conflitto tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita. Ogni Paese, poi, ha la sua storia e i suoi interessi. Storia, cultura, politica, sviluppo rendono i Paesi musulmani diversi tra loro e al loro interno ci sono tante differenze. Recentemente, in Marocco, il consiglio superiore degli ulema, sotto impulso del re, ha reinterpretato la "ridda" (cioè l'apostasia dall'islam): era punita con la pena di morte, perché assimilata all'alto tradimento. Ora non lo è più. È divenuto possibile praticare la libertà di coscienza in Marocco, anche lasciando l'islam. La libertà di coscienza era finora riconosciuta nel mondo musulmano solo dalla Costituzione tunisina del 2014. Non voglio scendere nei dettagli di questa nuova interpretazione, ma sottolineare come qualcosa si muova nel mondo musulmano e non solo in senso negativo. Certo gli altri Paesi arabi puniscono ancora severamente l'abbandono dell'islam. Ovunque però, come in tutte le religioni, qualche frangia sceglie altri percorsi spirituali. Anche l'islam vive nel mondo globale. E i musulmani cambiano, specie con l'emigrazione a contatto con l'Occidente.

venerdì 10 febbraio 2017

Il caso dei Cavalieri di Malta dimostra che il Papa è misericordioso ma non è un debole

Un editoriale di Andrea Riccardi sul magazine Sette, del Corriere della Sera, sulla questione della ritrutturazione dell'Ordine dei Cavalieri di Malta. "Francesco  - scrive Riccardi - ha piena stima per l'attività umanitaria dell'ordine religioso, ma ciò non gli ha impedito di chiedere le dimissioni del Gran Maestro".

I Cavalieri di Malta sono saliti alla ribalta con le dimissioni del Gran Maestro, richieste da papa Francesco. In questa vicenda, è apparso un aspetto del governo di Francesco, rispettoso della libertà dei Cavalieri e pieno di stima per le loro attività umanitarie, ma anche capace d'interventi forti.
Chi confonde la "misericordia" predicata da Francesco con la debolezza deve ricredersi. L'intervento deciso del Papa è un segnale su cui riflettere. I Cavalieri di Malta hanno una storia quasi millenaria. Spesso una storia di battaglie, specie contro i cosiddetti "infedeli", gli arabi e i turchi che dominavano la Terra Santa o che minacciavano i successivi possessi dell'ordine, Rodi prima e poi Malta. Ma il colpo mortale è venuto ai Cavalieri dai cristiani. Napoleone Bonaparte nel 1798 li scacciò da Malta, dove si erano insediati creando uno stato teocratico, guidato dai Cavalieri-monaci aristocratici. E il congresso di Vienna, pur attento a restaurare i diritti dei sovrani, non restituì l'isola ai Cavalieri, ma la dette agli inglesi. L'Ordine sovrano militare ospedaliero di Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta - così si chiamano un po' pesantemente i Cavalieri - si è stabilito a Roma nel 1834, senza rinunciare a essere un soggetto internazionale. Senza territorio su cui esercitare la sovranità, il Gran Maestro - così si chiama il superiore dell'Ordine, che è anche capo di Stato - gestisce due zone extraterritoriali a Roma: il palazzo di Via Condotti e la Villa all'Aventino. L'Ordine ha sviluppato, specie nel Novecento, un'intensa attività umanitaria. Se ne incontrano i presìdi in tutto il mondo. Si tratta di una costruzione molto particolare, che può sembrare legata al passato, ma ha anche aspetti di modernità: Stato senza terra, guidato da un ristretto numero di Cavalieri-religiosi (e nobili), quindi dipendenti dalla Santa Sede, in cui operano laici nobili e non, è un'organizzazione complessa, impegnata del lavoro umanitario, con un sostanzioso patrimonio. È anche uno Stato con relazioni diplomatiche con più di cento paesi e vari ambasciatori. Uno è in Vaticano, che però non ricambia con un suo rappresentante presso l'Ordine.
È un'organizzazione umanitaria? Un'istituzione religiosa, come tante, dipendente dal Papa? Un soggetto sovrano come uno Stato indipendente? I Cavalieri nel 2048 celebreranno mille anni di fondazione. In questo nostro tempo senza memoria, si dimentica però che le battaglie dell`Ordine, dopo la perdita di Malta, sono state spesso con la Santa Sede. Basta leggere un romanzo storico, Cavalieri di Malta, pubblicato nel 1957 da Roger Peyrefitte. Racconta la grande "battaglia" tra l'Ordine e un settore vaticano, guidato dal card. Canali, che voleva controllare l'istituzione per farne una sua creatura. Non è un saggio scientifico, ma un libro che narra la battaglia appassionata tra i Cavalieri e i loro avversari. La prima mossa fu trattarli da "religiosi" dipendenti dal Vaticano. La congregazione vaticana dei religiosi nominò tre cardinali, Canali, Micara e Pizzardo, per dirigerli. I Cavalieri difesero l'indipendenza sovrana dell'Ordine. A questo punto, Pio XII formò una commissione di cardinali, comprensiva dei tre già ricordati più un altro, presieduta dall'autorevole decano del Sacro Collegio, Tisserant. Nella vicenda comparve pure il futuro Paolo VI, in una posizione molto equilibrata. La battaglia, a colpi di esposti, ricorsi, ricostruzioni storiche, è vissuta dai Cavalieri come un assedio, stavolta non dai turchi ma da un cardinale: durò cinque anni, finché - nel 1955 - i Cavalieri elessero un Gran Maestro sgradito a Canali. Il romanzo storico (che deve la documentazione -pare - ad ambienti dell'Ordine di allora) si conclude con l'immagine del cardinale disperato per la sconfitta. Il segretario prova a consolarlo così: «Eminenza, non avete preso Malta; ma vi resta l'Italia». Oggi siamo lontani da quel mondo. La storia non si ripete mai, anche se riguarda l`Ordine di Malta.

giovedì 9 febbraio 2017

La risposta a Trump? Un'Europa diversa ...

Cosa facciamo noi? E' la domanda di Andrea Riccardi all'Europa, di fronte alla politica isolazionista e nazionalista di Trump

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Oggi si parla tanto di Donald Trump. Giustamente, anche perché il nostro futuro dipende - almeno in parte - dalle scelte degli Stati Uniti e del suo presidente. Durante la campagna elettorale molti hanno sperato che le sue affermazioni fossero eccessi verbali o propagandistici. Non è così. Il neopresidente sta mettendo in pratica le promesse agli elettori. In America c'è parecchia opposizione: manifestazioni specie contro il bando degli stranieri di alcuni Paesi musulmani e, complessivamente, verso la politica di Trump. Una parte degli americani è però con lui. Il nuovo inquilino della Casa Bianca afferma la supremazia dell'interesse degli Stati Uniti sugli altri impegni e legami internazionali assunti in passato: America first. È una forma di nazionalismo e isolazionismo, solo in parte in continuità con la storia americana. C`è qualcosa di nuovo in questa politica, che è la risposta nazionalista e statunitense alla globalizzazione. L'onda lunga del nuovo corso americano influenzerà una parte del mondo, più di quanto oggi pensiamo. Si può discutere molto su Trump, che occuperà a lungo la scena mediatica. Ma c'è un`altra discussione forse più interessante per noi. Riguarda quello che hanno intenzione di fare gli europei. Non ci si può solo lamentare di Trump, perché svuoterà la Nato o non si assumerà il peso della difesa in varie parti del mondo. La sua presidenza rappresenta una sfida complessiva ai Paesi europei. Noi che facciamo? Abbiamo intenzione di restare divisi e guardinghi gli uni verso gli altri come finora? Trump rivela quanto il mondo è cambiato: come Paesi di piccolo taglio, quali i nostri, siano irrilevanti o destinati a subire la storia. Si sta per compiere il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, tappa fondamentale del processo d'unificazione europea. Li firmarono sei Paesi europei: Francia, Italia, Repubblica federale tedesca, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Fino al 1973 i partner europei sono rimasti sei, poi è cominciato l'allargamento. Esistono oggi gradi diversi di coinvolgimento e aspettative differenti degli Stati membri verso l`Unione. Si capisce come quelli dell'Est stentino a cedere pezzi di sovranità, dopo che hanno da poco riacquistato la libertà dal controllo sovietico. Recentemente la cancelliera Merkel ha proposto che, al vertice celebrativo di Roma il 25 marzo, si ratifichi un'Europa a più velocità. Un cerchio stretto si formerebbe con l'integrazione dei Paesi che investono di più sull'unità. Era un'idea circolata nei mesi passati, ma sembrava archiviata. Oggi è la risposta più responsabile all'America di Trump.

venerdì 3 febbraio 2017

Nell'era postglobale e antiglobale siamo consapevoli di dover difendere la democrazia?

Difendere la democrazia e farla funzionare non è compito di noi europei? Andrea Riccardi si pone questa domanda nel contributo su "Sette" il magazine del Corriere della Sera di oggi. 

Dopo i1 1989, c'è stata una grande euforia: si credeva che il mondo sarebbe divenuto presto tutto liberaldemocratico e aperto al libero mercato. Francis Fukuyama, ne1 1992, parlò della fine della storia a seguito della caduta del Muro. Tante storie dittatoriali sembravano alla fine. In Africa era l'ora delle transizioni dai regimi autoritari alla democrazia. L'America Latina voltava le spalle a vari decenni di dittature per imboccare la via democratica. Lo stesso avveniva in vari Paesi asiatici. Insomma, con qualche eccezione, il mondo si convertiva alla democrazia. E le eccezioni non erano solo gli "Stati canaglia", ma anche nel mondo arabo, saldamente nelle mani dei regimi autoritari. Tuttavia la storia in genere aveva preso un chiaro orientamento democratico. L'Unione Africana si è impegnata a far rispettare la volontà degli elettori e a isolare i regimi nati da colpi di Stato, come s'è visto recentemente in Gambia. L'Est europeo, dalla grande Russia, ha fatto la scelta per la democrazia. Un vero cambiamento sotto le latitudini più diverse. Le primavere arabe, tra il 2010 e il 2011, sembravano l'ultimo approdo dell'onda democratica, scaturita da1 1989. In realtà, con l'importante eccezione della Tunisia, ne sono nati conflitti e rinnovati regimi forti. Oggi, a ben guardare la carta geografica, la democrazia non è scontata.
Agnes Heller, autorevole studiosa ungherese, anche riflettendo sul suo Paese, commenta amaramente il periodo dopo la caduta del Muro: «Era un'illusione che la democrazia avanzasse. Cambiano i modi in cui il potere si manifesta, ma la sostanza tende a restare uguale». Qualcosa è cambiato nelle società degli ultimi anni. Sono finite le appartenenze ideologiche e i partiti improntati alle ideologie. L'opinione pubblica di tanti Stati si è fatta emotiva e quindi fluttuante. D'altra parte, la globalizzazione non ha creato un mondo cosmopolita, ma il contrario! Un universo senza frontiere sembra insicuro. Ci sono state tante reazioni alla globalizzazione, a cominciare dai radicalismi musulmani per finire con i nazionalismi e i cosiddetti populismi. Il mondo globale è quello delle grandi migrazioni. Di fronte alle ondate di migranti, i popoli riscoprono la loro identità nazionale, animati da quella che Mircea Eliade (grande studioso delle religioni) chiamava la "paura della storia". Tracciare nuovi confini, magari costruire muri, può calmare questa paura. E poi, per vincerla, i popoli si affidano a personaggi messianici. Così le democrazie "pure" si restringono: non sono considerate l'unica forma politica praticabile. La Heller parla della nascita di regimi bonapartisti. Eduardo Galeano aveva felicemente coniato il termine di "democratura", un misto di autoritarismo e democrazia. Infatti, con la rete di connessioni globali, è impossibile creare regimi totalmente chiusi. La grande domanda oggi è se le democrazie non siano di nuovo tornate a essere una minoranza nel mondo. Certo l'Unione Europea s'identifica saldamente con le democrazie. Non così la riva Sud del Mediterraneo, con l'eccezione dello Stato d'Israele, della Tunisia e del Libano.
Il presidente turco Erdogan rafforza i suoi poteri in modo radicale, con un voto favorevole del Parlamento e li sottoporrà a referendum. Forti sono anche quelli del presidente russo. Tuttavia - va ricordato - Putin gode dell'80% dei consensi nel suo Paese. L'opinione pubblica russa s'identifica con l'affermazione della Russia nel mondo globale. Se si fa il giro della terra, si vedono pure governi o regimi forti che nemmeno hanno consenso popolare. Il mondo globale è difficile e genera reazioni varie: oggi siamo in una stagione postglobale o antiglobale. Il vero problema, per noi europei, è se siamo consapevoli di dover difendere un modello democratico e di farlo funzionare. La partita è tutta aperta, non solo sugli scenari internazionali, ma di fronte a opinioni pubbliche nazionali che vivono pulsioni profonde verso destini separati.

giovedì 2 febbraio 2017

Perchè non accada più: la memoria di Auschwitz, un monito per l'Europa

Nell'editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana di questa settimana, un'esortazione alla coscienza europea: Non dimentichiamo l'abisso in cui siamo scesi nel Novecento 
I1 27 gennaio scorso, anniversario della liberazione di Auschwitz, si è celebrata la Giornata della memoria per ricordare la Shoah. È un omaggio ai sei milioni di caduti che avevano - per i nazisti - una sola colpa: essere ebrei. È un evento storico molto particolare, anzi unico. Alcuni temono però che il 27 gennaio divenga un appuntamento formale. In realtà ricorda agli europei il punto più basso della loro storia. È un messaggio: che gli europei non dimentichino l'abisso in cui è sceso nel Novecento il Vecchio Continente, terra segnata dal cristianesimo, patria del diritto, culla della cultura. Se l'Europa oscura questa memoria, la democrazia e il processo di unificazione corrono gravi rischi. Infatti, l'Unione europea ha le sue radici profonde nel rifiuto del male rappresentato da Auschwitz, che è stato l'epicentro della Shoah. È vero che non tutta la storia può essere ricordata: tanto passa. Ma la memoria della Shoah non può spegnersi, perché rappresenta un saldo presidio all'umanesimo e all' umanità degli europei. Auschwitz ha cominciato a "lavorare" dal 1942. Aveva una duplice funzione: campo di sterminio per gli ebrei selezionati subito per la camera a gas (specie bambini, anziani, malati, disabili al lavoro) e campo di concentramento e di lavoro. I lavoratori-schiavi, malnutriti ed esposti al freddo, erano progressivamente eliminati da un pesante regime di vita. Alcuni venivano usati come cavie per esperimenti medici. Gli ebrei erano i più numerosi. Ma vi era rappresentata tutta l'Europa: polacchi, prigionieri politici, rom, prigionieri di guerra sovietici, "asociali", omosessuali...
Alla fine del 1944, mentre l'Armata Rossa si avvicinava, i tedeschi evacuarono molti prigionieri e cominciarono a distruggere il campo. Il 27 gennaio 1945 i sovietici liberarono i pochi sopravvissuti. Oggi il campo è un monumento della memoria che non si può ignorare. Bisogna visitare Auschwitz. Abbiamo il dovere della memoria. Nel terreno di Auschwitz sono stati ritrovati alcuni manoscritti sotterrati: testimoniano gli ultimi momenti di vita di ebrei condotti alla morte. Su uno di essi l'autore ha scritto un titolo: "Dentro il crimine orrendo". Sì, ogni anno bisogna scendere sempre dentro quel crimine orrendo: ricordarlo, narrarlo, provare a capire come sia stato possibile. È una memoria necessaria che guida a scrivere un`altra storia per il futuro, totalmente diversa.
DENTRO QUEL CRIMINE ORRENDO
Nella foto: superstiti di Auschwitz durante una cerimonia di commemorazione.