venerdì 27 gennaio 2017

Mario Soares, l'uomo che ha dedicato la propria vita a migliorare la vita di tutti

Andrea Riccardi, nella rubrica "Religioni e civiltà" del magazine Sette del Corriere della Sera,  ricorda Mario Soares, a cui lo legava una lunga amicizia.

L'ultimo incontro tra Andrea Riccardi e Mario Soares,
a Lisbona, nel maggio 2016

Un tempo la parola "antifascismo" aveva una sua attualità politica ed era ricorrente. Oggi non se ne parla più. Eppure l'antifascismo è parte importante della storia recente d'Italia e d'Europa. È stato resistere, in tempi difficili e da posizioni minoritarie, al fascismo, al nazismo e ai vari regimi autoritari. Non sono storie perdute nel passato. È da poco scomparsa una figura che incarnava questi ideali: il "padre" della democrazia portoghese, Mario Soares, un vero antifascista, oppositore tenace del regime autoritario e colonialista di Salazar. L'ho conosciuto bene e con amicizia: un uomo coraggioso, fiducioso nella vittoria della giustizia. Era nato nel 1924 e, già nel 1946, fu condotto nel carcere di Salazar da universitario. Traeva l'opposizione "viscerale" al regime e un profondo senso della libertà dalla lezione repubblicano-liberale del padre, pedagogo e fondatore di una scuola (era un ex prete). La scuola, gestita dalla moglie di Soares e ora dalla figlia, ha consentito alla famiglia di sopravvivere durante la dittatura, mentre Mario conosceva il carcere e l'esilio. È vicina all'appartamento medio-borghese e sobrio della famiglia, pieno dei ricordi di una vita militante, dove Soares si è spento il 7 gennaio 2017.
Giovane comunista, Soares si avvicinò al socialismo e polemizzò contro il "totalitarismo comunista", incarnato in Portogallo da Alvaro Cunhal (suo professore di liceo). Più volte privato della libertà da Salazar, andò in esilio dalla fine degli anni Sessanta. Quando il regime cadde nel 1974 con la rivoluzione dei "garofani" (fatta da militari progressisti), ritornò a Lisbona, aureolato di prestigio internazionale, specie nel mondo socialista, forte dell'amicizia del presidente francese Mitterrand e di Willy Brandt. Soares intendeva guidare verso la democrazia e l'integrazione europea, un Portogallo arretrato e rimasto fuori dal mondo, perduto in impossibili guerre coloniali in Mozambico e in Angola. Alle elezioni per la Costituente, i socialisti ottennero la vittoria con il 3796 dei voti, ma i comunisti di Cunhal cercarono di monopolizzare la vita politica. Il Portogallo sarebbe diventato il primo Stato comunista d'Occidente? Henri Kissinger dichiarava: «... è perduto, ma in un certo modo è una cosa buona contro il comunismo in Occidente, un vaccino per la Spagna, la Francia e l'Italia». Soares non si rassegnò a diventare il Kerenski portoghese, come Kissinger prevedeva. Quando i sindacati comunisti tentarono di tacitare un giornale filosocialista, portò in piazza per la libertà 100.000 persone - non solo socialisti -, il 18 luglio 1975.
Soares mi ha raccontato che aveva vinto le obiezioni del patriarca di Lisbona, Ribeiro, sulle differenze ideologiche e aveva ottenuto che i cattolici scendessero in piazza con lui contro i comunisti. Da allora, Soares è stato al centro della politica portoghese, dando l'indipendenza alle colonie e portando il paese nella Comunità europea: più volte primo ministro e presidente della Repubblica dal 1986 al 1996, è stato il più grande personaggio del Portogallo democratico. Era un anticonformista, come quando - in visita in Tunisia da capo dello Stato - andò a trovare Bettino Craxi, espatriato per Mani Pulite: «Ero amico e mi ha aiutato durante il tempo di Salazar, gli sono grato...» - spiegò.
 D'altra parte, trovò meschino il silenzio italiano alla morte di Umberto II, esiliato in Portogallo (che frequentava la presidenza) e chiese al presidente del consiglio Craxi che l'Italia facesse un gesto verso il suo ex re. Sono episodi significativi della storia di un uomo libero. Uscito dalla politica attiva, non aveva rinunciato, nonostante l'età, a misurarsi con i problemi della globalizzazione. Credeva molto, da laico, nel dialogo con le religioni che considerava necessario nel mondo globale. In un libro-intervista di qualche anno fa, constatando la crisi del socialismo, affermava però: «Lottare per una vita migliore per tutti gli esseri umani, in condizioni di libertà, di rispetto per la dignità della persona e di più grande giustizia sociale, è stato il senso di tutta la mia vita politica».

giovedì 26 gennaio 2017

Dopo la Brexit. Democrazie a rischio, ora serve più Europa

Una forza gentile: è quella che l'Europa dovrebbe esprimere a livello mondiale per affermare i valori della democrazia, afferma Andrea Riccardi in questo editoriale per Famiglia Cristiana. 

I cittadini britannici, al referendum del 23 giugno 2016, si sono pronunciati per l'uscita dall'Unione europea. La Scozia e l'Irlanda del Nord, a differenza del Galles e dell'Inghilterra, hanno votato invece per rimanere. Finisce la storia "europea" del Regno Unito, entrato nella Cee nel 1973. Aveva conservato peculiarità proprie sull'integrazione. Il referendum ha segnato la vittoria di chi affermava la "sovranità britannica". Nel Regno Unito ci sono stati solo due referendum prima di questo. La vittoria di Brexit inaugura uno scollamento tra la volontà del popolo e il Parlamento. In ogni modo, il primo ministro britannico, Theresa May, ora punta con decisione su una "Gran Bretagna globale", forte e attrattiva, amica dell'Unione, ma tutta esterna a essa. Si negozia il divorzio. Forse qualche altro Paese Ue seguirà Londra? Intanto in Scozia, attenta ai benefici dell'Unione, si rilancia l'indipendenza dal Regno Unito. Il divorzio britannico avviene in uno scenario mondiale tutt'altro che tranquillo, anche per l'irrompere di Donald Trump (il quale ha salutato positivamente Brexit).

Tale divorzio deve spingere i Paesi europei a scegliere di nuovo l'Unione, un fatto mai avvenuto nella sua storia: hanno sempre desiderato entrare nella Ue, mai uscirne. Questa ha segnato il superamento della Guerra fredda con l'unificazione tedesca e l'integrazione degli Stati dell'Est. La nuova stagione globale impone alla Ue di tornare al centro di un grande disegno politico. Invece, nella guerra in Siria, la sua diplomazia non ha avuto ruolo, mentre Gran Bretagna e Francia sono state messe da parte da Russia, Turchia e Iran nell'accordo per il futuro del Paese.

L'Europa non può accettare l'irrilevanza. Non per motivi di potere, bensì di civiltà e democrazia. Gli Stati della Ue non solo sono una potenza economica, ma un baluardo della democrazia. Insieme potranno difenderla mentre, in molti Paesi extraeuropei, viene messa in discussione. La ridiscussione e il ridimensionamento della democrazia sono un fenomeno mondiale. L'Europa ha un grande compito e non può mancare. Bisogna reagire alla tentazione europea di ripiegarsi su di sé. L'Unione dev'essere coesa e avere una visione politica. Se sarà debole, renderà più fragile la democrazia nel mondo intero. Così l'Europa deve tornare a concepirsi come una "forza gentile", come diceva Padoa-Schioppa. Brexit deve far riflettere gli europei. Non abbiamo innanzi a noi un tempo infinito per compiere le nostre scelte.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 29 gennaio 2017

mercoledì 25 gennaio 2017

La repubblica degli italiani: Andrea Riccardi presenta il volume di Agostino Giovagnoli

L'appuntamento è giovedì 26 gennaio, alle ore 17 a Palazzo Firenze, nella sede della Società Dante Alighieri.
Il presidente della Dante, Andrea Riccardi, presenterà insieme a Andrea Graziosi, Romano Prodi e Marco Damilano l'ultimo lavoro di Agostino Giovagnoli, "La Repubblica degli italiani, 1946-2016", edito da Laterza.

mercoledì 18 gennaio 2017

Un convegno alla Dante Alighieri su 'Il cristianesimo al tempo di papa Francesco'

Il 19 e 20 gennaio 2017 si tiene a Palazzo Firenze, sede della Società Dante Alighieri, di cui Andrea Riccardi è presidente, un convegno su "Il cristianesimo al tempo di papa Francesco".
IL convegno, promosso con l'Università Cattolica del Sacro Cuore, l'Università per gli Studi di Roma Tre, l'Università per Stranieri di Perugia e la World History Academy, vede nell'arco di due giorni una vasta rosa di interventi di segno diverso, che aiuteranno a mettere l'accento sui diversi aspetti del pontificato.
Quattro le direttrici dell'analisi prpoposta, che corrispondono ad altrettante sessioni del convegno:
 -la presenza della Chiesa tra centri e periferie, con una relazione introduttiva di Andrea Riccardi e interventi su differenti aree geografiche; il tema della globalizzazione, in cui è compresa anche la questione del rapporto con le altre religioni e confessioni cristiane; la cultura e la teologia; le sfide e le prospettive del futuro. 


Programma
19 gennaio, ore 9,30-13,30 - Tra centri e periferie
Andrea Riccardi, Massimo Franco, Gianni La Bella, Stefano Picciaredda, Elisa Giunipero, Paolo Gherri;
modera Marco Damilano​;

19 gennaio, ore 15,30-18,30 - Nella globalizzazione
 
Card. Walter Kasper​, Marco Impagliazzo​, Jean-Pierre Bastian, Jean-François Colosimo, Roberto Morozzo della Rocca; modera Alessandro Masi;

20 gennaio, ore 9,30-13,30 - Tra storia, cultura e teologia Dario Edoardo Viganò, Benjamin Bravo, Massimo Faggioli, Marta Margotti, Pierangelo Sequeri;
modera Adriano Roccucci;

20 gennaio, ore 15,30-18,30 - Sfide e prospettive Armand Puig, Francesco Bonini​, Marinella Perroni;
modera Marco Tarquinio.
 
Conclusioni: Agostino Giovagnoli

martedì 17 gennaio 2017

L'Iraq ci dice che anche nel secolo dei diritti umani non c'è posto per i gruppi minoritari

Curdi, cristiani, ebrei, yazidi: pur perseguitati, sono sopravvissuti per secoli. Ma sembra non possano più restare in Iraq, scrive Andrea Riccardi sul magazine Sette del Corriere della Sera

L'Iraq sotto il regime di Saddam Hussein era un Paese in preda a un regime violento. La repressione era fortissima. Lo sanno i dissidenti, imprigionati, uccisi, torturati. Lo sanno i curdi, il 17% degli abitanti, che rivendicavano l'autonomia. Negli anni Ottanta Saddam usò anche le armi chimiche contro di loro. Più della metà della popolazione irachena, gli sciiti, ha subito una repressione feroce dal regime, espressione dell'egemonia sunnita (minoritaria ma al potere dal 1921). Le figure politiche sciite furono colpite da una dittatura violenta che non tollerava differenze. Anche l'autorità dei grandi ayatollah di Najiaf, la città santa sciita, non fu rispettata del tutto: nel 1999 fu assassinato il grande ayatollah Sadiq al-Sadr.
Il grande ayatollah Al Sistani è oggi la maggiore figura di riferimento per gli sciiti iracheni che emerge da questa storia dolorosa. Il regime di Saddam non ha nulla per cui essere rimpianto. Mi ha sempre colpito come i cristiani, pur riconoscendo le nefandezze del regime, lo considerassero il male minore. Per loro, dalla caduta di Saddam è cominciato un tempo duro. Erano un milione e mezzo nel 2003. Oggi due terzi e più se ne sono andati: giudicano impossibile vivere nel caos iracheno. Si concentrano nel Nord. Nel 2010 un'aggressione terroristica uccise 52 cristiani che pregavano nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad. Tanti gli assassinii. Ben 125.000 cristiani hanno lasciato la piana di Ninive, loro tradizionale homeland, sotto la pressione di Daesh per rifugiarsi in Kurdistan. Nel quadro della dittatura di Saddam, i cristiani avevano uno spazio (garantito e compresso), tanto che Tareq Aziz, il cui nome cristiano era Mikhail Yuhanna, ricopriva la carica di viceprernier. Eppure anche allora i cristiani fuggivano per la durezza della situazione. L'Iraq è stato, lungo i secoli, una terra in cui hanno abitato tanti gruppi minoritari, che vengono da una storia lontana. La strategia di sopravvivenza di queste realtà, invise all'islam, è stata in genere nascondersi in zone montuose o insubito discriminazioni e repressioni lungo tutta la loro storia. Il loro numero in Iraq sembra oggi intorno al mezzo milione. Un altro gruppo particolare sono i mandei, detti "cristiani di San Giovanni", in realtà una religione di origine gnostica. I mandei non hanno templi ma celebrano i loro riti - specie il battesimo - sulle rive del Tigri, nelle cui prossimità spesso vivono. Dopo molte persecuzioni ne restano circa 6o.000. Il regime ottomano è stato sempre duro con questi gruppi: non li considerava nemmeno "gente del Libro" come i cristiani e gli ebrei, che avevano un posto nel regime islamico come cittadini di seconda categoria. Gli ebrei, una comunità storica e rilevante in Iraq (circa 130.000), sono emigrati da vari decenni e forse resta solo qualche anziano nascosto. I pogrom antisemiti del 1941, stimolati dai nazisti, furono il segnale della fine di una convivenza fino ad allora piuttosto positiva. Tra i vari monumenti ebraici, la tomba del profeta Naum (già meta di pellegrinaggi), non lontana da Mossul, è oggi custodita da un cristiano. Sono resti di un mosaico di religioni, infranto per sempre nel Novecento. Gli Stati dittatoriali e le violenze fanatiche non sopportano le minoranze. Eppure, nonostante tanti dolori, sono sopravvissuti per secoli. Oggi, nel secolo dei diritti umani, sembra impossibile che gruppi minoritari restino in questa parte del mondo. Triste contraddizione del nostro tempo!

giovedì 12 gennaio 2017

La Turchia di Erdogan fluttua nel vuoto

Dall'Isis agli estremisti curdi, la Turchia è nel mirino del terrorismo. Dalla fine del 2015 si contano almeno 15 attentati. Sconvolta dagli attentati, in difficoltà per le giravolte del suo presidente, abbandonata dall'Europa, è lo specchio delle tensioni del Medio Oriente

Che succede in Turchia? Bisogna forse rivedere l'immagine di un Paese controllato dal "sultano" Erdogan. Vari attentati l'hanno scossa. Daesh, a Capodanno, ha colpito il night club Reina, il "Bataclan" sul Bosforo. Cinque giorni dopo, c`è stato l'attentato al tribunale di Smirne, forse da parte curda. Il presidente Erdogan ha dichiarato: «La Turchia è sotto attacco contemporaneo di diversi gruppi terroristici che vogliono metterla in ginocchio». Dalla fine del 2015, si contano almeno quindici attentati con circa 350 morti, in genere a Istanbul, nelle aree curde e ad Ankara. Il turismo è sceso vertiginosamente, con grave danno per l`economia. Il Governo di Erdogan ha avuto innegabili successi: soprattutto lo sviluppo economico nelle aree più arretrate. Visitando l'interno della Turchia, specie le zone a forte presenza curda, sono stato colpito dalla crescita economica e dal clima politico più libero. Le città avevano sindaci curdi. La grande chiesa armena di Diyarbakir, crollata per incuria, era stata ricostruita e riaperta al culto.
Oggi la stabilità del Paese è rimessa in discussione da motivi interni e dalle tensioni regionali. I negoziati con i curdi sono interrotti e si combatte. Il colpo di Stato di luglio, nonostante sia fallito anche perché la gente è scesa in strada, ha rivelato ostilità nello Stato. Erdogan ha accusato come mandante del golpe il leader islamico Gulen, guida di una vasta confraternita. Questi nega. È innegabile però la forte presenza della confraternita nelle strutture dello Stato. Erdogan inizialmente aveva visto in essa una forza per controbilanciare il grande potere della burocrazia laica a lui ostile. Dopo il golpe, il presidente afferma che c'è un'emergenza da fronteggiare e restringe le libertà, nonostante la protesta degli ambienti laici e liberali. L'instabilità dell'area si riflette sulla Turchia, che ospita il 45 per cento dei rifugiati siriani. Il Governo di Erdogan ha appoggiato in Siria i ribelli islamici con le Primavere arabe. Ma, dopo il golpe, ha cambiato politica con i vicini. In Siria ha accettato il regime di Assad, mentre si è riconciliato con l'avversario tradizionale russo. Tuttavia, la Turchia, piena di presenze legate agli islamisti stranieri (che accusano il Governo di tradimento), vive un momento di grave difficoltà. L'Europa nel decennio trascorso non ha voluto un rapporto speciale con la Turchia, Paese grande, musulmano, complicato e non facile da integrare, anche se della Nato. Ma non può fluttuare nel vuoto e cerca nuovi ancoraggi. Bisogna evitare di isolarla in questa transizione difficile, perché è più fragile di quel che crediamo.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 15 gennaio 2017

venerdì 6 gennaio 2017

Molti, oggi, piangono per Aleppo, ma dov'erano nei primi anni dell'assedio?

Questo commento di Andrea Riccardi è apparso sul magazine Sette del Corriere della Sera del 6 gennaio 2017
Ho scritto varie volte su Aleppo negli ultimi anni. Era uno dei pochi modi per protestare contro quanto stava avvenendo. Attraverso il prisma del duplice assedio ad Aleppo e della sua distruzione, si vede tutta l'assurdità della guerra siriana. Nel conflitto, secondo stime piuttosto attendibili, sono morte 470.000 persone: certo è che tanta gente manca all'appello. Ci sono stati quasi due milioni di feriti. Metà della popolazione sfollata. I bambini siriani, che frequentano la scuola - e spesso in che condizioni difficili! - in molti casi non hanno conosciuto che guerre, bombardamenti, fughe, paure. Che cosa offre oggi la Siria alla sua gente? L'aspettativa di vita è crollata dai 70 anni ai 55. Quattro milioni di siriani sono andati all'estero, mostrando che non ce la fanno più a vivere in guerra e di non avere più un futuro in patria. Oggi molti parlano di Aleppo. È divenuta il simbolo dell'orrore della guerra. Mi chiedo dov'erano specie nei primi anni dell'assedio? Qualcuno sosteneva che era inutile parlare solo di questa città. Altri affermavano che condizione previa a ogni ragionamento su come sottrarre Aleppo alla guerra fosse l'abbandono del potere da parte del presidente Assad. Altri pensavano che andava difeso il regime, ultimo baluardo contro l'estremismo islamico. Insomma Aleppo poteva aspettare. Così c'è stato un silenzio di anni su Aleppo. Oggi si piange sulle sue rovine. Ormai non è che un pianto sulla nostra impotenza.
Nel 2014, in considerazione della disperata situazione di Aleppo, ho lanciato un appello: Save Aleppo! Non sono mancate adesioni illustri e di gente comune. Il progetto era una "zona di non belligerana" attorno ad Aleppo, che ne facesse una "città aperta" e creasse corridoi umanitari per rifornire i cittadini allo stremo. Sarebbe stata, tra l'altro, la risposta a una grave crisi umanitaria, ma avrebbe anche creato un laboratorio d'intesa estendibile ad altre zone della Siria. Si sarebbero salvate vite umane e, con loro, l'antico tessuto urbano di Aleppo, patrimonio dell'umanità per l'Unesco. Tutto questo è sembrato una perdita di tempo a chi puntava alla vittoria. L'inviato dell'Onu dal 2014, Staffan de Mistura, fece un tentativo in questo senso, nel corso del 2015: una tregua attorno ad Aleppo. A fronte di una qualche attenzione del governo siriano, si riscontrò la freddezza dei suoi alleati. Tra i ribelli ci fu chi sospettò l`imbroglio o chi considerava la tregua una debolezza. Così si è continuato a combattere sino alla distruzione della città. In questa guerra, gli attori e i burattinai hanno giocato con il fuoco, ma il fuoco ha finito per scottare tanti. La storia di Aleppo mostra come questa guerra - ogni guerra oggi - sia una sconfitta per tutti. Oggi Aleppo è nelle mani del regime e dei suoi alleati. In larga parte è un cumulo di rovine, ma non è ancora tempo della ricostruzione. Del resto la Siria è tutt'altro che pacificata. Molti ribelli di Aleppo Est sono stati evacuati nella vicina Idlib, loro roccaforte: ci sarà anche qui una nuova resa dei conti? Ha destato grande sorpresa, mentre il regime vinceva ad Aleppo, il fatto che l'Isis tornasse in campo occupando di nuovo Palmira. E poi Raqqa resta la capitale del sedicente califfato dell'Isis. Bisogna vedere chi porterà avanti la lotta all'Isis, che lancia messaggi terroristici anche all'Europa. Il regime, da parte sua, controlla solo la "Siria utile", le grandi città, la zona degli alauiti (il gruppo religioso cui appartiene la famiglia del presidente). Si arriverà a una divisione della Siria tra aree d'influenza? La Siria è morta come Stato unitario? Oggi, dopo l'amara esperienza di Aleppo, si comprende bene come si debba andare in fretta alla pace. I ribelli hanno percepito il limite della loro politica. Il regime non riuscirà mai a riunire il Paese. Che tanti anni d'inutile conflitto insegnino almeno che la guerra non è uno strumento per affermare le proprie ragioni, ma soltanto un male per tutti.



martedì 3 gennaio 2017

In un mondo dove la speranza è assente, rivendichiamo l'essenza "cristiana" dell'Europa

Andrea Riccardi, nella rubrica "Religioni e civiltà" del magazine Sette del Corriere della Sera.


Il Natale ritorna con il suo messaggio di speranza e come festa dai tanti volti: quello cristiano, quello della gioia familiare e dei bambini, quello dei consumi e tant'altro. Ritorna in un'Italia incerta sul futuro e in una società con troppi poveri e disoccupati: senza la speranza di una vita migliore. L'ISTAT parla di quasi un milione e mezzo di famiglie indigenti. In un Natale, che è anche festa dei consumi, la condizione dei poveri è inevitabilmente triste. Oltre i problemi italiani, c'è un immenso bisogno di speranza nel mondo. Come non essere pessimisti sugli Stati e sull'opinione pubblica, dopo quella vera sconfitta dell'umanità che è stata la battaglia di Aleppo? In quattro anni e mezzo, la comunità internazionale non è riuscita a salvare questa città-martire, la Sarajevo - e ben di più! - del XXI secolo. 
Come risuona il messaggio di Natale, in questo mondo segnato dall'assenza di speranza? Per capirlo bisogna tornare sulle pagine del Vangelo. Le narrazioni di Matteo e Luca hanno ispirato la fantasia degli artisti e dei credenti nell`immaginare il Natale. Le rappresentazioni dell'evento, specie il tanto popolare presepe di Francesco d'Assisi a Greccio (oggi diffuso in tante versioni), insistono tutte su un Gesù vicino, che torna a nascere nel nostro tempo e nelle nostre terre. La liturgia della notte di Natale e del 25 dicembre trasmette questo messaggio: un Dio vicino, fragile come un bambino, che può essere raggiunto ovunque. La fragilità del neonato è accompagnata dalla marginalità del luogo di nascita e dalle minacce alla sua vita. A causa della volontà
omicida del re Erode, la famiglia di Gesù dovette subito fuggire in Egitto. Così narra il Vangelo. L'evangelista Luca precisa che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo» (2, 7). Questa breve frase ha accesso la fantasia di quanti hanno rappresentato Gesù bambino in ambienti miseri o in una grotta. Il santo settecentesco Alfonso Maria de' Liguori, con la sua pietà calda, compose in napoletano il canto natalizio Quando nascette Ninno, tanto noto in italiano, che si apre con la strofa «Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo». È l'espressione vivace dello "stupore" (parola evangelica) verso il "re del cielo" che si ritrova in una condizione di estrema fragilità. Nella semplicità del Natale, si manifesta quella che l'apostolo Paolo chiama la kenosi, l'abbassamento di Dio: «Pur essendo di natura divina, / non considerò un tesoro geloso / la sua uguaglianza con Dio; / ma spogliò se stesso, / assumendo la condizione di servo / e divenendo simile agli uomini... (PII 2, 6-7)». 
Naturalmente questi temi e queste immagini hanno un significato particolare per il cristiano, anche per quella religione popolare, spesso troppo disprezzata da quanti si pongono come ingegneri di un cristianesimo coerente. Ma hanno pure un significato per la cultura e l'umanesimo del nostro Paese, anche se non connesse ad una fede personale. Torna alla mente la definizione del cristianesimo da parte del filosofo Benedetto Croce, laico e liberale: «La più grande rivoluzione», scriveva nel 1942, «che l'umanità abbia mai compiuto: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall'alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane...». In piena guerra mondiale, Croce rivendicava l'essenza "cristiana" della civiltà europea in un saggio dal titolo espressivo, Perché non possiamo non dirci cristiani.
Dopo la distruzione di Aleppo e la terribile guerra in Siria, di fronte alle minacce del terrorismo omicida, viene da interrogarsi dove sia l'umanità del nostro tempo, impotente o distratto verso terribili vicende, che potevano essere evitate o limitate. Riflettere sul Natale, celebrarlo, ricordare il cristianesimo come la più grande rivoluzione dell'umanità, può aiutarci a non dimenticare tanto dolore. Ma pone anche la domanda su come possiamo ancora dirci ed essere umani e - se vogliamo - cristiani.

lunedì 2 gennaio 2017

Intervista a Andrea Riccardi: «È il '68 dei giovani migranti, non si faranno fermare dai muri»

Il fondatore della Comunità di Sant'Egidio Andrea Riccardi, intervistato da Carlo Lania de "Il Manifesto", sulla questione delle migrazioni: «E' il '68 dei giovani africani,  non si faranno fermare dai muri» 

Sulla Siria: «Se in futuro ci sarà un piano per la ricostruzione i siriani torneranno, ma oggi il paese è balcanizzato, mancano le condizioni di sicurezza». Sull'Africa. «E' in corso una rivoluzione dei giovani africani che vogliono vivere meglio e che fuggono dalla guerra». Sull'Europa: «C'è il vezzo infondato di sentirsi invasi dai rifugiati. In realtà non aver posto come centrale la pace in Siria è stato un errore e il segno della debolezza dell'Unione europea». 66 anni, storico, ministro della Cooperazione con il governo Monti, in passato Andrea Riccardi ha svolto un ruolo di mediatore in numerosi conflitti, africani e non solo. Un «eroe moderno» per la rivista Time, ma soprattutto il fondatore nel 1968 della Comunità di Sant'Egidio con cui, insieme alla Federazione delle chiese evangeliche e alla Tavola Valdese, ha organizzato corridoi umanitari che hanno permesso finora di portare in Italia 350 profughi siriani e palestinesi dal Libano. «Un successo, al quale dal 2017 parteciperà anche la Francia», dice. 
Professore, cosa si aspetta per il 2017? Per quanto riguarda l'immigrazione i problemi principali riguarderanno ancora la Siria e l'Africa. La Siria è la madre dei rifugiati. C'è il vezzo europeo di sentirsi invasi dai profughi siriani, che invece si trovano soprattutto in Turchia, Giordania e Libano. Sei anni di conflitto siriano durante i quali come europei non siamo intervenuti o lo abbiamo fatto male. E qui c'è la prima contraddizione: non si è vissuto il primato della ricerca della pace, credendo che la guerra degli altri non fosse un nostro problema o che comunque si potesse isolare. Non aver posto questa priorità è stato un errore e allo stesso tempo la debolezza dell'Unione europea. Adesso c'è questo accordo russo-turco-iraniano che però non credo che limiterà il flusso dei profughi. C'è poi l'Africa, un continente in movimento. Quella africana è un'immigrazione in parte ambientale, in parte economica e in parte dovuta all'instabilità. L'idea di fermarli alla frontiera o di scaricarli sui paesi di prima accoglienza è folle.
Il governo punta sui migration compact, la convincono? E' una politica giusta. Sono stato sempre convinto che esista una irresponsabilità dei governanti africani nei confronti dei loro migranti. Ha mai visto un presidente africano venire a inchinarsi a Lampedusa di fronte alle proprie vittime? L'immigrazione è una valvola di sfogo per questi paesi, anche perché i migranti finanziano una parte delle economie locali con le rimesse. 

I risultati degli investimenti promessi nei paesi africani non si vedranno prima di una, forse due generazioni. Intanto però si chiede di fermare subito i migranti. Sarei più ottimista. Non dico che i migration compact sono la soluzione, ma occorre moltiplicare la cooperazione e responsabilizzare i governi africani nel sensibilizzare le giovani generazioni. In Africa si vive un '68 permanente e i giovani senza lavoro sono un elemento di instabilità per i governi, per i quali è meglio mandarli via. Ma questo è un sistema antidemocratico, che mette a rischio la vita delle persone. Conosco i giovani africani e so che la scelta di andare via, di attraversare il deserto rappresenta una sorta di rivolta contro nazioni che sono matrigne, perché vogliono vivere meglio di come vivono. E' la rivolta dei giovani. Senza dimenticare che c'è anche tanta gente che è costretta a fuggire. Pensiamo alla Nigeria, al Corno d'Africa, alla Somalia, li si fugge dalla guerra. Questa rivoluzione non si fermerà in un anno, ma una politica europea di cooperazione è la direzione giusta. Europa e Africa non hanno destini separati e i destino dell'Africa ci coinvolgerà. 
La riforma di Dublino sarà una delle prime questioni che l'Ue dovrà affrontare nel 2017. Per ora però non si intravede niente di buono. Siamo in un momento in cui l'Unione europea stenta a esistere. Dublino come è ora è sostanzialmente l'accordo di chi non vive lo spirito dell`Unione. D'altro canto molti stati hanno capito che sull'immigrazione si vincono e si perdono le elezioni, quindi non vogliono socializzare un problema come questo. E questa è la crisi drammatica dell'Europa. Ma a preoccupare non è solo Dublino, riforma miope, ma i muri nell'est europeo a partire dall'Ungheria. Quando a marzo celebreremo i Trattati di Roma dovremo dire cosa è per noi l'Europa.
Intanto la crisi dei migranti ha prodotto l'avanzata prepotente dei populismi in Europa. Questo è successo prima di tutto perché in passato una politica di sinistra o di centrosinistra ha voluto nascondere la questione migranti pensando che fosse meglio non parlarne per non perdere voti. E' vero, si perdono voti, ma bisogna avere il coraggio di dire con molta chiarezza che noi abbiamo bisogno dei migranti perché abbiamo un vuoto demografico incredibile. Paesi che si chiudono come l'Ungheria tra un po' saranno vecchi e dovranno invitare i migranti nella propria terra. Non avranno più però la capacità di integrazione perché saranno paesi di anziani, quindi saranno conquistati. 
Per quanto riguarda i migranti l'unica buona notizia del 2016 sono i corridoi umanitari che Sant'Egidio organizza insieme alla Federazione delle chiese evangeliche e alla Tavola Valdese
E' un'esperienza di successo a costo zero per il paese, perché sono le famiglie e le comunità che si assumono il mantenimento dei siriani e di alcuni palestinesi che arrivano in Italia. Stiamo negoziando un accordo con la Francia per un nuovo corridoio umanitario per 300 rifugiati. Siamo convinti che si tratti di una soluzione giusta, anche nell'interesse di quei paesi che presto saranno troppi vecchi e dovranno implorare l'arrivo dei migranti. Ma questo sarà il loro suicidio e insieme la perdita della loro storia.