giovedì 29 gennaio 2015

Dialogo tra cristiani, fattore di pace: "Chiese sorelle, popoli fratelli"

L'unità tra i cristiani e la pace sono intimamente legati. E' quanto afferma Andrea Riccardi nell'editoriale per "Famiglia Cristiana" del 1 febbraio 2015.  
Un testo che colloca la questione ecumenica di fronte alla storia, ai conflitti e alle divisioni che si sono andate sviluppando nel nostro tempo. E' nei varchi delle divisioni tra i cristiani, secondo Riccardi, che si insinua il grande male della guerra.

I morti in Ucraina sono figli delle divisioni tra le confessioni.

Si è conclusa la Settimana di preghiera per l`unità dei cristiani. I cristiani di diverse confessioni hanno pregato insieme, perché finisca la divisione. In mezzo secolo molto è cambiato tra cristiani che prima si ignoravano o si combattevano. Sembra che molto altro non si possa fare. Il dialogo teologico tra le Chiese procede, seppure lentamente. Ma non è questione ecclesiastica, tocca in profondità la vita dei popoli. Proprio mentre si celebrava la Settimana dell`unità dei cristiani, è ripreso il conflitto in Ucraina orientale tra l`esercito di Kiev e le milizie delle regioni filorusse. A Mariupol, città di mezzo milione di abitanti nella regione ucraina del Donetsk, si sono riaccesi i combattimenti con colpi d`artiglieria su un mercato: morti, anziani e minorenni uccisi, tra cui un bambino di cinque anni. Questo è un conflitto tra popoli che si dicono cristiani. Manifesta l`impotenza dei credenti di fronte alla guerra. Non è uno scandalo nel senso evangelico della parola? I cristiani si combattono: gli ucraini di Kiev e gli ucraini filorussi, secondati dalla Russia. Ma questi popoli - secondo la tradizione - nascono dallo stesso battesimo. Sono divenuti cristiani con il battesimo della Rus` nel 988. Alla fine del primo millennio, dopo la conversione, il principe Vladimir fece battezzare la gente di Kiev sul fiume Dnepr. Così cominciò il cristianesimo russo-ucraino, innestandosi sulla tradizione orientale di Costantinopoli (che chiamiamo ortodossa). Nella Russia e nell`Ucraina di oggi, il Patriarcato ortodosso di Mosca è la Chiesa maggioritaria. Ci sono altre Chiese ortodosse ucraine. Infine, ci sono i cattolici ucraini che si sono uniti a Roma, conservando però lo stesso rito e la stessa tradizione. Ci sono differenze. Ma tutti sono cristiani, figli di una stessa tradizione, e pregano con la stessa liturgia. Eppure le Chiese non riescono a indicare una via di pace al di là delle prospettive nazionali e nazionaliste. Aveva ragione papa Francesco quando, domenica scorsa, alludendo alla divisione tra i cristiani ha detto: «Il diavolo è il padre delle divisioni». La divisione dei cristiani fa il gioco del "diavolo`; signore della guerra. Diceva Atenagora, patriarca di Costantinopoli: «Chiese sorelle, popoli fratelli». L`unità dei cristiani e la pace sono intimamente legate. E, nei varchi delle divisioni tra cristiani, si insinua il grande male della guerra.

lunedì 26 gennaio 2015

25 gennaio 1959 - 2015 Non dimenticare quell'annuncio di papa Giovanni

Nel rincorrersi di anniversari di questi giorni, forse è passato ai più inosservato, quello dello straordinario annuncio dato da papa Giovanni XXIII ai cardinali il 25 gennaio 1959 nella basilica di San Paolo: la convocazione del Concilio Vaticano II, l'evento destinato a dare una svolta epocale alla vita della Chiesa universale.
Andrea Riccardi ha dedicato molti studi a papa Giovanni e alla svolta conciliare.
E' di pochi mesi fa un intervento a Bergamo, in occasione dell’incontro “San Giovanni XXIII: l’uomo dell’incontro”, promosso sabato dalla fondazione Papa Giovanni XXIII, insieme all’ente Bergamaschi nel mondo, alla presenza del vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi.

L'intervento è stato ampiamente riportato da Vatican Insider
con un articolo dal titolo 

Andrea Riccardi: Giovanni XXIII e le "frontiere" superate


Si veda anche:

Tra i libri: 




giovedì 22 gennaio 2015

Solidarietà tra credenti per la pace: visita di Andrea Riccardi alla Comunità ebraica di Roma

Un gesto di solidarietà tra credenti, per ribadire il comune impegno per una società della convivenza e dell'incontro.
E' questo il senso della visita compiuta ieri da Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, e Marco Impagliazzo, che ne è presidente, accompagnati dal vescovo di Frosinone Ferentino, Mons. Ambrogio Spreafico, alla Comunità ebraica romana.  
Dopo gli attentati di Parigi che hanno colpito duramente anche gli ebrei e l’allarme terrorismo che è cresciuto in tutta Europa, era opportuno un gesto come questo, a sottolineare un'unità di intenti, pur nella diversità delle tradizioni religiose. 
L’incontro si è svolto nella scuola ebraica “Vittorio Polacco”. La delegazione guidata da Riccardi è stata accolta dal rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, e dal presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici. 
“Il quartiere ebraico – ha detto il fondatore della Comunità di Sant’Egidio - con i suoi centri di educazione e di cultura, è sempre stato e resterà anche in futuro un prezioso luogo di incontro e di scambio a cui Roma non può rinunciare. Un’occasione per costruire insieme un futuro di pace e di unità nella diversità, contro ogni violenza e intolleranza”. 

Ne hanno parlato anche:
 

mercoledì 21 gennaio 2015

Andrea Riccardi incontra a Parigi il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius

Al centro del colloquio i temi della pace e le situazioni di Iraq, Siria e Nigeria, dopo i tragici avvenimenti di Parigi 


Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha incontrato oggi a Parigi il Ministro degli Esteri francese Laurent  Fabius.

Il colloquio, all’indomani dei tragici avvenimenti di Parigi, ha affrontato i temi della pace ed in particolare delle situazioni dell’Iraq, della Siria e del Centrafrica.

Andrea Riccardi, che ha lanciato nel giugno scorso l’Appello per la salvezza  di Aleppo, città culla del dialogo e della convivenza fra cristiani e musulmani, ora al centro della feroce guerra di Siria, ha anche illustrato al Ministro Fabius, il progetto della Conferenza Internazionale sulla Siria e sul futuro dei cristiani in Medio Oriente, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio che si terrà ei prossimi mesi.

giovedì 15 gennaio 2015

La Francia e il terrorismo: nelle strade di Parigi l'Europa si è fatta popolo

Riportiamo l'Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 18 gennaio 2015

Nella tragedia riscoperti legami profondi. Ora tocca alla politica

Ho sentito che dovevo esserci alla marcia di Parigi, domenica scorsa.
Che avrei aggiunto? Solo una testimonianza personale di vicinanza alla Francia dopo la barbarie terroristica.
Il colpo è stato forte per tutti: ci siamo scoperti vulnerabili. Per la prima volta dall`occupazione nazista, finita nel 1944,1e sinagoghe di Parigi sono state chiuse per lo Shabbat.
La marcia di domenica è stata una grande esperienza. C`erano - sembra - due milioni di persone. La gente marciava, si accalcava dietro le transenne, salutava dalle finestre. Parigi, con le sue periferie e con le tante comunità etniche e religiose, è scesa in strada. I leader religiosi sfilavano con i politici e  la gente comune.
Da una grande città, come Parigi, con tante fratture sociali, è emerso un "popolo francese" che reagiva al terrore. Non è retorica, ma a Parigi abbiamo fatto l`esperienza di sentirci popolo. Un fatto raro nel tempo della globalizzazione, dove prevalgono l`individuo, il virtuale, un mondo vaporoso e disorientato... È un tempo, in cui si smarrisce il senso di un destino comune, che invece è stato espresso con forza da un popolo variegato ma coeso. La laicità francese si componeva con le religioni. Un intenso pathos percorreva tutte le generazioni.
Il terrorismo non ha piegato la Francia. La lotta al terrorismo non è all`islam: questo era chiaro a tutti.
Nella tragedia, la Francia ha riscoperto anche il legame tra le persone, la necessità di essere insieme se si vuole avere un futuro. I francesi però non si sono mostrati autosufficienti. Non c`è stata traccia di antichi orgogli. La Francia ha chiamato a raccolta i Paesi europei e quelli amici a esserle vicino: c`era un popolo francese ed europeo a Parigi. Abbiamo visto tanti leader europei e del mondo. Nessun Paese può battere il terrorismo da solo. Questa domenica parigina segna l`inizio di un processo di nuova coesione. C`è molto da fare a livello di governi: costruire un`intelligence efficace, condurre una politica estera comune coerente. Ma c`è un`altra lezione: la necessità di uscire dall`anonimato, rassegnato e impotente, in cui tanti europei si ritrovano, stanchi e disillusi della politica. La marcia di domenica non può essere solo una emozione che passa. Essere popolo e sentirci europei è l`esperienza che salverà l`umanità delle nostre città e farà argine al terrorismo. 


LA RISPOSTA DELLA GENTE
Un momento della manifestazione che si è tenuta a Parigi domenica scorsa. Circa due milioni di persone hanno sfilato per prendere posizione contro il fanatismo religioso e ricordare le 17 vittime del terrorismo islamico. In testa al corteo molti capi di Stato europei (e non) in segno di solidarietà alla Francia.

mercoledì 14 gennaio 2015

"Serve rispetto, ma difendo la libertà" Intervista al Fatto Quotidiano

di Giancarlo Calapà 

Non è il conflitto tra due mondi, tra Occidente cristiano e Islam. È un errore affermarlo, è infondato. Siamo in una società globalizzata in cui niente è semplice". È perentorio Andrea Riccardi, deputato indipendente di centro, ex ministro per la cooperazione internazionale (governo Monti), fondatore nel 1968 della Comunità di Sant`Egidio, docente di storia contemporanea a Roma Tre e, soprattutto, tra i più importanti studiosi dei rapporti tra le religioni. "La globalizzazione non è adatta - spiega - alle semplificazioni".  
Quindi l`attacco terroristico a Parigi non è parte di uno scontro di civiltà?
Quanto accaduto in Francia è dovuto a tre grandi fattori: l`ideologia islamica totalitaria, che oggi circola sul web in modo massiccio e preoccupante; le periferie drammatiche, anonime, senza lavoro, di Parigi e delle grandi metropoli occidentali; la guerra alle porte, abbiamo dimenticato di essere sulla
linea del fronte, la Libia, la Siria, l`Iraq. Fattori a cui si deve aggiungere la regia delle organizzazioni terroristiche esistenti.
 
Lei domenica è stato all`oceanica marcia della pace parigina.
Andrea Riccardi alla Marche Repubblicaine di Parigi,
11 gennaio 2015
Si, ho potuto vedere questa manifestazione straordinaria. Con un popolo conscio di dover difendere la pace, il pluralismo politico, religioso e etnico, il senso della nazione. Un immenso corteo con

tantissimi musulmani, sdegnati per quanto accaduto, per questa strage che ha portato via la vita anche a due musulmani.  
Però, diceva, esiste un problema di islamismo radicale totalitario militarmente organizzato?
Si. Nel mondo musulmano c`è un grande dibattito in corso, un grande scontro che va oltre quello tradizionale tra sciiti e sunniti.
E la comunità ebraica ritorna a essere un obiettivo dei terroristi. Si pone di nuovo una questione di solidarietà tra le religioni non contrastante con la laicità. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen domenica hanno sfilato insieme, evitandosi però.
Vero. Ma è anche vero che non si sono per nulla evitati il vecchio rettore della moschea di Parigi e il rabbino di Francia.
 
Le religioni devono confrontarsi, non combattersi. Crede che giornalisti e vignettisti di Charlie Habdo abbiano esagerato in questi anni?
I nostri amici americani lo sostengono. Io, innanzitutto, difendo la libertà quando è pagata in questo modo. E ritengo inopportuno dare un`altra risposta. Se mi avesse fatto questa domanda prima della strage di Parigi, le avrei risposto che per me i sentimenti religiosi vanno rispettati. Ma non è che chi non li rispetta merita la morte, sia chiaro. O che bisogna rispettarli per evitare attentati. Sono assolutamente contrario a chi sostiene: se la sono cercata.
 
Tra i problemi ci sono le periferie quindi?
Ivry a Parigi negli anni Trenta era teatro delle lotte del Partito comunista francese. Oggi è una periferia senza comunità umana come tante altre, le parrocchie sono accorpate e le sezioni di partito non esistono più. Esiste soltanto una grande immigrazione musulmanache vive in luoghi orribili. Ma la banlieue di Parigi è drammaticamente uguale alle periferie di Milano, Torino, Roma... i recenti fatti
di Tor Sapienza (a novembre la rivolta contro il centro per migranti nel quartiere est della capitale, ndr) sono prima stati raccontati come una reazione xenofoba, poi invece abbiamo scoperto, grazie all`inchiesta "Mondo di mezzo", esser stati una reazione mafiosa. La cosa che mi preoccupa è la fine dei corpi intermedi, di quelle organizzazioni il cui scopo è occuparsi dei problemi della strada.
 
Quindi, conferma, non siamo in presenza di uno scontro di civiltà?
La globalizzazione non è adatta alle semplificazioni volute da una comunicazione affrettata e da una politica superficiale. "Per amare bisogna conoscere", diceva Giovanni Vannucci, grande mistico del Ventesimo secolo.
Invece, troppo spesso, sembra che basti un clic su internet per conoscere le cose. Non è così. La nostra è una società troppo ignorante. Quando ero bambino vedere un africano camminare a Trastevere sembrava già un film. Oggi la complessità quotidiana trova rifugio nel settarismo. Bisogna riattivare l'umanità nelle grandi periferie, intervenire, non lasciarle ancora nello stato in cui versano. Il problema si risolve lì, altro che scontro di civiltà.


Il Fatto Quotidiano, 14 gennaio 2015 

Andrea Riccardi su "Il Fatto Quotidiano"

lunedì 12 gennaio 2015

L`Europa, chiusa in se stessa, ha trascurato l`integrazione


Intervista di Giovanni Grasso a Andrea Riccardi su Avvenire 11 gennaio 2015

Lo storico, fondatore di Sant`Egidio: «L`Europa, chiusa in se stessa, ha trascurato l`integrazione. Nelle disumane periferie urbane il fanatismo rischia di diventare una risposta all`alienazione. Serve più coraggio in politica estera».

L'equazione musulmani uguale potenziali assassini non solo è inaccettabile a livello storico e culturale, ma è anche molto pericolosa. Chi la pronuncia si avvia fatalmente su un cammino di odio che porta solo a grandi tragedie. Ed è esattamente quello che vogliono gli estremisti:
costruire barriere di paura, odio e diffidenza, minare la pace, la sicurezza e la convivenza per arrivare alla guerra di civiltà». Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant`Egidio ed ex ministro dell`Integrazione, profondo conoscitore del mondo islamico, è oggi a Parigi per partecipare alla marcia contro il terrorismo. E spiega: «Siamo di fronte a una sfida molto complessa, che va affrontata con intelligenza e coraggio e che non si presta a semplificazioni controproducenti».

Professor Riccardi, non c`è il rischio di sottovalutare il terrorismo islamista?

Per combattere un nemico pericoloso e micidiale come questo bisogna conoscerlo. Dire che i musulmani sono assassini è un falso, più o meno come dire che gli ebrei sono usurai o gli italiani lavativi. La
radice di questo terrorismo non è la religione islamica, ma l`uso ideologico distorto che si fa di questa. Vale lo stesso discorso per gli immigrati: sostenere che i rifugiati, che fuggono dalle guerre e dalle persecuzioni in Africa o in Medio Oriente, sono potenziali terroristi significa chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Anche perché, come il caso della Francia ci insegna, i due terroristi erano cittadini francesi da due o tre
generazioni. Senza dimenticare che due morti in Francia, il poliziotto e un correttore di bozze, erano maghrebini.

E, dunque, cos`è che non ha funzionato?

Non c`è stata una visione complessiva. Credo che dobbiamo rivedere a fondo il problema dei modelli di integrazione, che hanno funzionato in modo discontinuo. Apartire dalle alienanti periferie urbane, ridotte ormai a un deserto disumano e disumanizzante. Le periferie di Parigi, così come quelle delle grandi città europee o mondiali, Roma compresa, sono state via via abbandonate dalle istituzioni, dai partiti, dalle forze sociali. In queste condizioni, aggravate dalla crisi economica e dalla crisi della famiglia, i giovani crescono ghettizzati, nell`odio, nella diffidenza e nella volontà di rivalsa. Nelle favelas brasiliane o nei sobborghi di Città del Messico molti giovani trovano una sorta di riscatto dall`anonimato e dalla solitudine arruolandosi nelle bande malavitose. A Parigi i giovani islamici lo fanno rifugiandosi nel fanatismo.
Per questo dico che bisogna fare ogni sforzo per la sicurezza, che implica il massimo di collaborazione trale intelligence e le polizie europee, ma anche puntare sull`integrazione.

Cosa si dovrebbe fare in Italia?

Proprio a cominciare dalle periferie, bisogna rompere i muri all`interno dei quali si sono rinchiuse, come in tanti ghetti, le diverse comunità etniche e religiose. E poi fare rete, parlare, creare occasioni di dialogo e di incontro con le istituzioni e tra gli italiani, vecchi e nuovi, riscoprendo il senso della comunità nazionale e del destino comune. Bisogna lavorare sull`educazione, sulla scuola, sulla lingua italiana, che è un veicolo formidabile di integrazione. Certo, serve un impegno costante e servono uomini e risorse. C`è oggi un`emergenza economica e una istituzionale, su cui c`è l`impegno del governo. Ma c`è anche l`emergenza integrazione, sulla quale si gioca tanta parte del futuro della nostra società. Senza alcuna nostalgia personale, dico che fu un`intuizione importante del governo Monti quella di prevedere che a livello di Consiglio dei ministri ci fosse una persona che si occupasse stabilmente di queste tematiche in accordo con quelle della cooperazione internazionale che è poi l`altra faccia della medaglia.

Una proposta concreta?

Ricordo che istituimmo la Consulta nazionale dei leader religiosi delle comunità immigrate che si incontravano periodicamente tra loro e con rappresentanti del governo. Partimmo dalla considerazione che i leader religiosi hanno una fortissima capacità di guida e di influenza nei confronti dei loro connazionali. Non possiamo pensare di isolare i violenti senza la collaborazione della loro comunità. Credo che un`esperienza del genere sia da riscoprire sia a livello nazionale che a livello locale, dove secondo me andrebbe potenziato il ruolo dei consigli territoriali dell`immigrazione, previsti a livello di prefetture.

A livello internazionale che cosa serve?

La mia impressione è che l`Europa negli ultimi anni si sia chiusa sdegnosamente come una fortezza, tagliando i ponti naturali con l`Africa e il Medio Oriente in fiamme. Ma è un`illusione poter pensare di andare avanti con le guerre alle porte di casa. Penso alla Libia, alla Nigeria, al Medio Oriente ma anche all`Ucraina. Bisogna che l`Ue riprenda a fare politica estera in grande.

E sull`Isis che opinione si è fatta?

Mi sembra anche anche lì l`Europa affronti la questione in modo rassegnato, limitandosi a sperare che l`aiuto dato ai peshmerga risolvi come per incanto tutti i problemi.

sabato 10 gennaio 2015

Padre Barbieri, la globalizzazione e la cooperazione

 da Avvenire 9 gennaio 2015

Padre Vincenzo Barbieri (1931-2010) fu missionario fino all’ultimo giorno della sua vita, ma a modo suo: nel 1965 a Milano fondò «Coopi», una delle prime associazioni italiane di laici volontari per l’Africa e per l’America Latina, rimanendovi impegnato fino alla fine. Pochi lo sanno, ma è stato uno dei «padri» della cooperazione italiana. Uomo instancabile e «burbero benefico», non si accontentò di gestire la sua Ong, ma ha continuato a spendersi in prima persona nel contatto con i bisognosi, nelle attività di sensibilizzazione e di raccolta fondi, nella lotta per la giustizia. Ora esce in libreria una biografia intitolata «Ho solo seguito il vento. Vita di Vincenzo Barbieri, padre del volontariato internazionale» (editrice Emi, pagine 240, euro 14). Ne sono autori Claudio Ceravolo e Luciano Scalettari. Dal volume qui anticipiamo la prefazione di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e già ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione.

La cooperazione viene da lontano; prima di essere una politica pubblica è nata come un grande movimento di solidarietà, fatto di gratuità, risorse, gusto dell’avventura e volontariato. Tra i protagonisti degli inizi di questa storia, nell’Italia in piena trasformazione degli anni Sessanta, si colloca la figura di padre Vincenzo Barbieri, definito un gesuita anomalo, portatore di una proposta lungimirante. Per lui la solidarietà con l’Africa o con i Paesi poveri non riguardava solo i preti missionari ma era una domanda aperta anche ai laici. Il mondo si poteva cambiare con l’impegno di tutti, soprattutto dei giovani. Anche loro, credenti oppure no, potevano partire, lavorare e spendersi per far crescere le realtà più povere del mondo.

I primi ragazzi che risposero all’appello di Barbieri provenivano dalla provincia milanese. Padre Barbieri sostenne la scintilla di passione di questi giovani per il mondo, il loro slancio orientato verso orizzonti più larghi, accompagnato da un profondo desiderio di cambiamento. È da questa esperienza che nacque una grande ong italiana, internazionalmente riconosciuta e stimata come Coopi, che ha contribuito a lanciare ponti, stabilire legami e allacciare relazioni con tante parti del mondo.

Padre Barbieri e i suoi giovani pionieri si inserirono in un movimento più vasto di esperienze dove le relazioni tra i popoli non sono solo affidate agli Stati ma diventano responsabilità delle persone, degli uomini e delle donne. Un modo nuovo di pensare l’Italia nel mondo alla base dell’idea di cooperazione internazionale.

Barbieri è stato definito il 'megafono della carità', per il suo stile capace di provocare le coscienze dell’Italia post-ideologica sulle contraddizioni e gli squilibri contemporanei. Non si vergognava di chiedere per i poveri: lo si poteva incontrare fuori dai teatri più importanti a domandare aiuto per i Paesi dell’Africa senza dimenticare i poveri vicino. Ha continuato a lavorare per le popolazioni del Kivu in Congo ma anche per gli immigrati di Milano, coinvolgendo tanti giovani. Ma oggi - ci si può chiedere - la globalizzazione non rende quasi inutile la cooperazione? Se il governo del mondo sembra affidato a forze più grandi, non è velleitaria l’azione internazionale di singoli o gruppi? Quello di padre Barbieri non rischia di essere un sogno bello ma ormai archiviato? Negli ultimi anni gli italiani si sono ripiegati su sé stessi. C’è stato un generale fenomeno d’introversione, che ha rimpicciolito progetti e sogni. La scarsità delle risorse è stato un ulteriore argomento per convincere che poco si poteva fare. Cooperare è invece essenziale nel mondo globalizzato. Un Paese che non coopera è un Paese che declina e la cooperazione è troppo importante per essere lasciata a pochi. Gli italiani, nella cooperazione, possono trovare una via di partecipazione alle vicende del mondo.

Padre Barbieri è stato un operatore instancabile di cooperazione internazionale scrutatore dei tempi, che diceva di seguire 'soltanto il vento', cercando di essere sempre aperto alle domande del mondo. La sua eredità e il suo messaggio rimangono importanti per i settemila cooperanti italiani, giovani e soprattutto donne, che costruiscono relazioni tra popoli e rappresentano l’aspetto migliore del nostro Paese nel mondo.

lunedì 5 gennaio 2015

GRANDI RIFORME, NOMINE SEMPLICI - I compagni di viaggio di Papa Francesco, chiamati dalle periferie

Per la Curia è tempo di riforme, più che di nomine
Il Pontefice ha scelto senza pesare carriere o prestigio delle diocesi. La via della carità pastorale


Papa Francesco non è sotto scacco, come qualche raccolta di firme in suo favore fa credere.
I nuovi cardinali sono un`iniziativa forte: indicano i vescovi che egli vuole come suoi consiglieri, cui tra l`altro è affidata la scelta del successore.
Tutti pastori, eccetto un curiale. Ma il Papa non trascura la Curia. Le ha dedicato un grave discorso prima di. Natale, chiedendo una riforma spirituale dei vertici per dare anima a quella istituzionale, da discutere nel prossimo concistoro. Vuole cambiare la Curia: due anni di papato lo confermano in quella che fu la richiesta dei suoi elettori. Per la Curia è tempo di riforme più che di nomine. La «carità pastorale» è la chiave di tutte le nomine di Francesco. Lo si vede anche dai cardinali ultraottantenni da lui scelti. Non ha guardato alle carriere: un colombiano novantacinquenne che fu padre conciliare al Vaticano II e un vescovo mozambicano, che ricostruì la Chiesa dopo la rivoluzione. C`è anche un ex nunzio, Rauber, noto per un`intervista critica sulle nomine di Benedetto XVI. Francesco, soprattutto, chiama le periferie a partecipare. Con quattordici cardinali vescovi, rafforza il legame con mondi lontani, immettendoli nei processi collegiali. Sono da tempo finite le nunziature «cardinalizie», i cui titolari ricevevano automaticamente la porpora. Ora cadono le diocesi «cardinalizie». I cardinali sono la voce di un popolo nel concerto della Chiesa, non più i titolari di una sede storica. Mancava una voce portoghese e il Papa ha scelto Clemente di Lisbona, erede del cardinale Policarpo noto per il suo spirito aperto. Con la nomina dell`arcivescovo di Hanoi, il Vietnam mantiene la sua voce nel collegio cardinalizio. Il fervente popolo cattolico di Capo Verde, composto di tanti emigrati, trova spazio tra i cardinali. Le nomine in Asia e in Oceania esprimono l`attenzione del Papa alla parte meno cattolica del globo. Francesco non guarda solo al mondo ecclesiastico. Disegna la geografia di una Chiesa, amica di tanti popoli (piccoli e grandi, cattolici e meno). Le periferie cattoliche sono rappresentate e, in qualche modo, entrano nel «centro». Il Papa guarda anche all`Italia. Non ridimensiona il cattolicesimo italiano, come taluni vanno dicendo. Anzi lo vuole risvegliare. Gli dedicherà tempo con la prossima visita a una città complessa come Napoli, cui seguirà Torino. Il Papa segue una vita sua: non è legato ai meccanismi tradizionali di promozione cardinalizia, squilibrati a favore del Nord. Nomina due cardinali in Italia (è l`unico Paese): Francesco Montenegro, vescovo di Lampedusa e dei migranti, Edoardo Meni- chelli, vescovo pastorale e collaboratore del cardinale Silvestrini. Dopo una fase di passaggio, Francesco ha maturato una leadership sull`Italia. Lo si vede con il discorso del 31 dicembre su Roma, estensibile «Quando una società ignora i poveri... quella società si impoverisce sino alla miseria, perde la libertà». Ha chiesto: «Siamo spenti, insipidi, ostili sfiduciati, irrilevanti e stanchi?». È una domanda anche per i cattolici italiani. Bisogna rimettere al centro i poveri in una Chiesa «pastorale». Con due nuovi cardinali-pastori, il Papa ripropone la «conversione pastorale». Resistenze ci sono, espresse e inespresse in Curia e in Italia. Francesco lo sa e non fa guerre. Non teme il dibattito, anche se non ama si usi la stampa per lotte ecclesiali. Il suo programma l`ha indicato: I`Evangelii gaudium. Su questo va avanti. E si è scelto nuovi compagni di viaggio.

sabato 3 gennaio 2015

Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo


Il titolo è azzeccato: si tratta decisamente di un “libro nero”. Il dossier completo e accurato come pochi quello che Jean-Michel di Falco, Timothy Radcliffe e Andrea Riccardi hanno dedicato alla condizione dei cristiani nel mondo non potrebbe essere definito altrimenti. Seicento pagine zeppe di dati, informazioni, statistiche, testimonianze da ogni parte del pianeta, perché in ogni continente c’è un angolo - spesso molto più di un angolo - dove i cristiani vengono intimiditi, vessati, detenuti e, talvolta, lasciati morire o giustiziati. Succede nei cinquanta Paesi della World Watch List, l’ormai celebre termometro che ogni anno aggiorna la posizione dei luoghi più caldi per i cristiani, ma non solo. - See more at: http://www.evangelici.net/libri/1420207881.html#sthash.5SVZxo0D.dpuf
Il titolo è azzeccato: si tratta decisamente di un “libro nero”. Il dossier completo e accurato come pochi quello che Jean-Michel di Falco, Timothy Radcliffe e Andrea Riccardi hanno dedicato alla condizione dei cristiani nel mondo non potrebbe essere definito altrimenti. Seicento pagine zeppe di dati, informazioni, statistiche, testimonianze da ogni parte del pianeta, perché in ogni continente c’è un angolo - spesso molto più di un angolo - dove i cristiani vengono intimiditi, vessati, detenuti e, talvolta, lasciati morire o giustiziati. Succede nei cinquanta Paesi della World Watch List, l’ormai celebre termometro che ogni anno aggiorna la posizione dei luoghi più caldi per i cristiani, ma non solo.

Il “Libro nero”, realizzato in collaborazione con una settantina di esperti e la consulenza di strutture dedicate (tra cui la stessa Porte Aperte) squarcia il velo dell’indifferenza, denuncia senza remore, ma non solo: tenta di dare una risposta, politica, storica, sociale, alle situazioni che i cristiani si trovano ad affrontare. Continente per continente, Paese per Paese, vengono tratteggiate la storia della testimonianza cristiana e l’attualità di una presenza considerata scomoda, lasciando poi in diversi casi la parola a cristiani che hanno vissuto sulla loro pelle e pagato in prima persona per la loro fede.

Vicende locali che compongono il drammatico mosaico di una “guerra globale contro i cristiani”, in una alleanza trasversale tra “governi profondamente malvagi”, “ideologie maligne”, fondamentalisti e relativisti, ma anche “persone essenzialmente rispettabili”, condizionate da un odio diffuso, e spesso ingiustificato, verso i loro vicini di casa cristiani. Un odio che non arriva da lontano, ed è forse questa la riflessione più inquietante: la malvagità non è in un testo sacro, nell’ateismo o nei sistemi politici quanto nei nostri cuori, perché «dal cuore degli uomini - ricorda di Falco citando le parole di Gesù - escono i propositi di male».

Un libro sul male, ma anche sul bene rappresentato dal valore della fede, che resiste al male e lo rigetta. Perché, come cristiani, dobbiamo essere i primi a guardarci da quel male, imparando a vivere la nostra fede “senza sincretismo né radicalismo”: semplicemente amando, come amò Gesù. Con «un amore che propone sempre ma non impone mai».
Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo
Autore: J.M. di Falco, T. Radcliff, A. Riccardi
Editore: Mondadori
Anno: 2014
Pagine: 624
Prezzo: € 20
- See more at: http://www.evangelici.net/libri/1420207881.html#sthash.5SVZxo0D.dpuf
Il titolo è azzeccato: si tratta decisamente di un “libro nero”. Il dossier completo e accurato come pochi quello che Jean-Michel di Falco, Timothy Radcliffe e Andrea Riccardi hanno dedicato alla condizione dei cristiani nel mondo non potrebbe essere definito altrimenti. Seicento pagine zeppe di dati, informazioni, statistiche, testimonianze da ogni parte del pianeta, perché in ogni continente c’è un angolo - spesso molto più di un angolo - dove i cristiani vengono intimiditi, vessati, detenuti e, talvolta, lasciati morire o giustiziati. Succede nei cinquanta Paesi della World Watch List, l’ormai celebre termometro che ogni anno aggiorna la posizione dei luoghi più caldi per i cristiani, ma non solo.

Il “Libro nero”, realizzato in collaborazione con una settantina di esperti e la consulenza di strutture dedicate (tra cui la stessa Porte Aperte) squarcia il velo dell’indifferenza, denuncia senza remore, ma non solo: tenta di dare una risposta, politica, storica, sociale, alle situazioni che i cristiani si trovano ad affrontare. Continente per continente, Paese per Paese, vengono tratteggiate la storia della testimonianza cristiana e l’attualità di una presenza considerata scomoda, lasciando poi in diversi casi la parola a cristiani che hanno vissuto sulla loro pelle e pagato in prima persona per la loro fede.

Vicende locali che compongono il drammatico mosaico di una “guerra globale contro i cristiani”, in una alleanza trasversale tra “governi profondamente malvagi”, “ideologie maligne”, fondamentalisti e relativisti, ma anche “persone essenzialmente rispettabili”, condizionate da un odio diffuso, e spesso ingiustificato, verso i loro vicini di casa cristiani. Un odio che non arriva da lontano, ed è forse questa la riflessione più inquietante: la malvagità non è in un testo sacro, nell’ateismo o nei sistemi politici quanto nei nostri cuori, perché «dal cuore degli uomini - ricorda di Falco citando le parole di Gesù - escono i propositi di male».

Un libro sul male, ma anche sul bene rappresentato dal valore della fede, che resiste al male e lo rigetta. Perché, come cristiani, dobbiamo essere i primi a guardarci da quel male, imparando a vivere la nostra fede “senza sincretismo né radicalismo”: semplicemente amando, come amò Gesù. Con «un amore che propone sempre ma non impone mai».
Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo
Autore: J.M. di Falco, T. Radcliff, A. Riccardi
Editore: Mondadori
Anno: 2014
Pagine: 624
Prezzo: € 20
- See more at: http://www.evangelici.net/libri/1420207881.html#sthash.5SVZxo0D.dpuf
Il titolo è azzeccato: si tratta decisamente di un “libro nero”. Il dossier completo e accurato come pochi quello che Jean-Michel di Falco, Timothy Radcliffe e Andrea Riccardi hanno dedicato alla condizione dei cristiani nel mondo non potrebbe essere definito altrimenti. Seicento pagine zeppe di dati, informazioni, statistiche, testimonianze da ogni parte del pianeta, perché in ogni continente c’è un angolo - spesso molto più di un angolo - dove i cristiani vengono intimiditi, vessati, detenuti e, talvolta, lasciati morire o giustiziati. Succede nei cinquanta Paesi della World Watch List, l’ormai celebre termometro che ogni anno aggiorna la posizione dei luoghi più caldi per i cristiani, ma non solo.

Il “Libro nero”, realizzato in collaborazione con una settantina di esperti e la consulenza di strutture dedicate (tra cui la stessa Porte Aperte) squarcia il velo dell’indifferenza, denuncia senza remore, ma non solo: tenta di dare una risposta, politica, storica, sociale, alle situazioni che i cristiani si trovano ad affrontare. Continente per continente, Paese per Paese, vengono tratteggiate la storia della testimonianza cristiana e l’attualità di una presenza considerata scomoda, lasciando poi in diversi casi la parola a cristiani che hanno vissuto sulla loro pelle e pagato in prima persona per la loro fede.

Vicende locali che compongono il drammatico mosaico di una “guerra globale contro i cristiani”, in una alleanza trasversale tra “governi profondamente malvagi”, “ideologie maligne”, fondamentalisti e relativisti, ma anche “persone essenzialmente rispettabili”, condizionate da un odio diffuso, e spesso ingiustificato, verso i loro vicini di casa cristiani. Un odio che non arriva da lontano, ed è forse questa la riflessione più inquietante: la malvagità non è in un testo sacro, nell’ateismo o nei sistemi politici quanto nei nostri cuori, perché «dal cuore degli uomini - ricorda di Falco citando le parole di Gesù - escono i propositi di male».

Un libro sul male, ma anche sul bene rappresentato dal valore della fede, che resiste al male e lo rigetta. Perché, come cristiani, dobbiamo essere i primi a guardarci da quel male, imparando a vivere la nostra fede “senza sincretismo né radicalismo”: semplicemente amando, come amò Gesù. Con «un amore che propone sempre ma non impone mai».
Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo
Autore: J.M. di Falco, T. Radcliff, A. Riccardi
Editore: Mondadori
Anno: 2014
Pagine: 624
Prezzo: € 20
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Il titolo è azzeccato: si tratta decisamente di un “libro nero”. Il dossier completo e accurato come pochi quello che Jean-Michel di Falco, Timothy Radcliffe e Andrea Riccardi hanno dedicato alla condizione dei cristiani nel mondo non potrebbe essere definito altrimenti. Seicento pagine zeppe di dati, informazioni, statistiche, testimonianze da ogni parte del pianeta, perché in ogni continente c’è un angolo - spesso molto più di un angolo - dove i cristiani vengono intimiditi, vessati, detenuti e, talvolta, lasciati morire o giustiziati. Succede nei cinquanta Paesi della World Watch List, l’ormai celebre termometro che ogni anno aggiorna la posizione dei luoghi più caldi per i cristiani, ma non solo.

Il “Libro nero”, realizzato in collaborazione con una settantina di esperti e la consulenza di strutture dedicate (tra cui la stessa Porte Aperte) squarcia il velo dell’indifferenza, denuncia senza remore, ma non solo: tenta di dare una risposta, politica, storica, sociale, alle situazioni che i cristiani si trovano ad affrontare. Continente per continente, Paese per Paese, vengono tratteggiate la storia della testimonianza cristiana e l’attualità di una presenza considerata scomoda, lasciando poi in diversi casi la parola a cristiani che hanno vissuto sulla loro pelle e pagato in prima persona per la loro fede.

Vicende locali che compongono il drammatico mosaico di una “guerra globale contro i cristiani”, in una alleanza trasversale tra “governi profondamente malvagi”, “ideologie maligne”, fondamentalisti e relativisti, ma anche “persone essenzialmente rispettabili”, condizionate da un odio diffuso, e spesso ingiustificato, verso i loro vicini di casa cristiani. Un odio che non arriva da lontano, ed è forse questa la riflessione più inquietante: la malvagità non è in un testo sacro, nell’ateismo o nei sistemi politici quanto nei nostri cuori, perché «dal cuore degli uomini - ricorda di Falco citando le parole di Gesù - escono i propositi di male».

Un libro sul male, ma anche sul bene rappresentato dal valore della fede, che resiste al male e lo rigetta. Perché, come cristiani, dobbiamo essere i primi a guardarci da quel male, imparando a vivere la nostra fede “senza sincretismo né radicalismo”: semplicemente amando, come amò Gesù. Con «un amore che propone sempre ma non impone mai».
Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo
Autore: J.M. di Falco, T. Radcliff, A. Riccardi
Editore: Mondadori
Anno: 2014
Pagine: 624
Prezzo: € 20
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Il titolo è azzeccato: si tratta decisamente di un “libro nero”. Il dossier completo e accurato come pochi quello che Jean-Michel di Falco, Timothy Radcliffe e Andrea Riccardi hanno dedicato alla condizione dei cristiani nel mondo non potrebbe essere definito altrimenti. Seicento pagine zeppe di dati, informazioni, statistiche, testimonianze da ogni parte del pianeta, perché in ogni continente c’è un angolo - spesso molto più di un angolo - dove i cristiani vengono intimiditi, vessati, detenuti e, talvolta, lasciati morire o giustiziati. Succede nei cinquanta Paesi della World Watch List, l’ormai celebre termometro che ogni anno aggiorna la posizione dei luoghi più caldi per i cristiani, ma non solo.

Il “Libro nero”, realizzato in collaborazione con una settantina di esperti e la consulenza di strutture dedicate (tra cui la stessa Porte Aperte) squarcia il velo dell’indifferenza, denuncia senza remore, ma non solo: tenta di dare una risposta, politica, storica, sociale, alle situazioni che i cristiani si trovano ad affrontare. Continente per continente, Paese per Paese, vengono tratteggiate la storia della testimonianza cristiana e l’attualità di una presenza considerata scomoda, lasciando poi in diversi casi la parola a cristiani che hanno vissuto sulla loro pelle e pagato in prima persona per la loro fede.

Vicende locali che compongono il drammatico mosaico di una “guerra globale contro i cristiani”, in una alleanza trasversale tra “governi profondamente malvagi”, “ideologie maligne”, fondamentalisti e relativisti, ma anche “persone essenzialmente rispettabili”, condizionate da un odio diffuso, e spesso ingiustificato, verso i loro vicini di casa cristiani. Un odio che non arriva da lontano, ed è forse questa la riflessione più inquietante: la malvagità non è in un testo sacro, nell’ateismo o nei sistemi politici quanto nei nostri cuori, perché «dal cuore degli uomini - ricorda di Falco citando le parole di Gesù - escono i propositi di male».

Un libro sul male, ma anche sul bene rappresentato dal valore della fede, che resiste al male e lo rigetta. Perché, come cristiani, dobbiamo essere i primi a guardarci da quel male, imparando a vivere la nostra fede “senza sincretismo né radicalismo”: semplicemente amando, come amò Gesù. Con «un amore che propone sempre ma non impone mai».
Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo
Autore: J.M. di Falco, T. Radcliff, A. Riccardi
Editore: Mondadori
Anno: 2014
Pagine: 624
Prezzo: € 20
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 Un accurato dossier sulla condizione dei cristiani nel mondo a cura di
J.M. di Falco, T. Radcliff, A. Riccardi
J.M. di Falco, T. Radcliff, A. Riccardi
 J.M. di Falco, T. Radcliff, A. Riccardi

 Il titolo è azzeccato: si tratta decisamente di un “libro nero”. Il dossier completo e accurato come pochi quello che Jean-Michel di Falco, Timothy Radcliffe e Andrea Riccardi hanno dedicato alla condizione dei cristiani nel mondo non potrebbe essere definito altrimenti. Seicento pagine zeppe di dati, informazioni, statistiche, testimonianze da ogni parte del pianeta, perché in ogni continente c’è un angolo - spesso molto più di un angolo - dove i cristiani vengono intimiditi, vessati, detenuti e, talvolta, lasciati morire o giustiziati. Succede nei cinquanta Paesi della World Watch List, l’ormai celebre termometro che ogni anno aggiorna la posizione dei luoghi più caldi per i cristiani, ma non solo.

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