lunedì 28 novembre 2016

Dieci anni dopo, ricordare don Andrea Santoro

Andrea Riccardi e il cardinale Leonardo Sandri hanno ricordato, nella basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, don Andrea Santoro, ucciso dieci anni fa a Trabzon, in Turchia.
In questo ultimo appuntamento programmato per ricordare la figura di questo testimone del Vangelo, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, ha affrontato un aspetto centrale nella spiritualità del sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, quello del dialogo interconfessionale e interreligioso. «Il dialogo tra le diverse confessioni cristiane e le religioni abramitiche era molto sentito da don Andrea e fu portato avanti anche nel corso dei trent'anni romani attraverso numerosi pellegrinaggi in Terra Santa, fino a creare, dopo la partenza in Anatolia, l'associazione Finestra per il Medio Oriente». Dopo l'intervento di Riccardi, è seguita la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. 


Andrea Riccardi è tornato spesso sulla figura di don Andrea Santoro. Qui una sua recensione al libro di Augusto d'Angelo "Don Andrea Santoro, un prete tra Roma e l'Oriente" di cui ha scritto la prefazione .

venerdì 25 novembre 2016

Francesco primo Papa globale. Vuole una Chiesa larga, misericordiosa e attrattiva

Papa Francesco, Andrea Riccardi, Marco Impagliazzo
Francesco è, per tanti aspetti, il primo Papa globale. Nella sua Chiesa si discute di più. Anche vescovi e cardinali esprimono le loro perplessità verso il Papa in privato e pure in pubblico (fatto inedito nel cattolicesimo). Recentemente, quattro cardinali hanno chiesto chiarezza sul testo dell'Amoris Laetitia, con rispetto, ma decisione. Ma non si tratta solo di dottrina. Le priorità di Francesco non fanno l'unanimità.
Parlando al Giubileo delle persone escluse, ha detto la sua idea di Chiesa: «Apriamo gli occhi al prossimo, soprattutto al fratello dimenticato ed escluso... Lì punta la lente d'ingrandimento della Chiesa. Che il Signore ci liberi dal rivolgerla verso di noi. Ci distolga dagli orpelli che distraggono, dagli interessi e dai privilegi, dagli attaccamenti al potere...». Francesco vuole una Chiesa povera e dei poveri, come ha detto fin dall'inizio. La Chiesa è, per lui, una "lente d'ingrandimento" centrata sul dolore dei più poveri. Questa accentuazione si accompagna a un invito: uscire dai recinti ecclesiastici, incontrare, comunicare la fede, senza dare priorità assoluta ai cosiddetti "valori non negoziabili" (valori etici, assimilabili al diritto naturale, non respinti ma non enfatizzati da Bergoglio). Il Papa punta a un cattolicesimo di popolo, non a una minoranza cattolica coesa: vuole riempire spiritualmente e umanamente i vuoti immensi aperti della globalizzazione. È un cattolicesimo che si misura - come lui faceva a Buenos Aires - sulla complessa città contemporanea. Questa è la sfida del primo Papa globale a un mondo immenso a cangiante: una Chiesa larga, misericordiosa e attrattiva, che parta dai più poveri.
Un'utopia? Non pochi lo pensano. I critici delineano un altro modello di Chiesa, che attribuisce priorità ai valori tradizionali: un nazional-cattolicesimo, in cui l'identità nazionale dovrebbe fare da argine all'invadenza del mondo globale. La nazione, fondata sui valori cristiani, fa argine ai modelli globali, all'immigrazione musulmana, ai parametri dell'Unione Europea. Una simile posizione sta  maturando nell'Est europeo: in Cechia, Ungheria, Lituania, Slovacchia. Anche in Polonia, seppure il grande cattolicesimo polacco è più complesso. È la risposta al rullo compressore della globalizzazione e alla sua proposta (imposizione?) di valori differenti da quelli nazionali e tradizionali.
Per certi versi, si riprende la teologia delle nazioni di papa Wojtyla (il battesimo cristiano dei popoli e la storia cristiana attiaverso essi). Ma non si ritrova la sua fantasia creatrice, messianica e missionaria; mentre cadono gli aspetti universalistici e messianici del suo messaggio, come lo spirito di Assisi e altro. L'audacia wojtyliana sembra tramontata in questa visione nazional-cattolica, segnata dal timore. Il Papa ha allargato le maglie del dibattito: emergono dissensi impensabili qualche anno fa. Oggi gli episcopati, rifacendosi al Vaticano II, prendono le loro posizioni con autonomia.
È il caso dell'episcopato in Colombia, neutrale al referendum sugli accordi di pace tra governo e Farc (una guerra civile di mezzo secolo), nonostante il Papa avesse plaudito a esso. Gli accordi contenevano una parte sul gender. È prevalsa, da parte dei vescovi, una visione nazionale del problema e del ruolo della Chiesa. Negli Stati Uniti, almeno la metà dei cattolici e dei vescovi ha votato Trump, nonostante le polemiche tra lui e il Papa. Certo Hillary era un candidato ostico per i cattolici. Tuttavia c'è una tendenza profonda: la nazione, cristianamente rivisitata, diventerebbe - secondo questa visione - un "vascello" con cui affrontare i marosi globali, anche per la Chiesa (quindi con un rapporto più attento con la politica). Questo nazional-cattolicesimo non sembra il modello di papa Francesco. Eppure ha una storia alle sue spalle. E il Papa? In questo quadro resterebbe un grande predicatore e profeta nell'internazionale cattolica. Non si dimentichi però, che - nel cattolicesimo - è lui che sceglie i vescovi. Francesco sa che una delle più grandi sfide per lui è rinnovare gli episcopati. Lo sta facendo. Ma ci vuole tempo. 

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 25 novembre 2016.

giovedì 24 novembre 2016

Servizio civile, una scuola di cittadinanza, integrazione e lavoro

Finalmente è stato varato, senza restrizioni il servizio civile - afferma Andrea Riccardi che, durante il suo mandato come ministro della Cooperazione e dell'Integrazione, si impegnò a fondo per difenderne l'istituzione e promuoverlo -  Sarà una preziosa occasione di aggregazione e un momento di integrazione e favorirà l'ingresso nel mondo del lavoro.

I1 Governo ha dato il via libera alla riforma del Servizio civile. Per anni, la risposta dello Stato è stata restrittiva. Tra il 2007 e il 2011, a fronte di 432 mila domande di giovani tra i 18 e i 28 anni,
sono stati messi a bando solo 156 mila posti. Molti gli esclusi per restrizioni di bilancio. Un errore. Si calcola invece che ogni euro erogato dallo Stato per il Servizio civile crei 3,4 euro di attività dei volontari e oltre. Nasce il nuovo Servizio civile universale per la "difesa" d'Italia: incrementa la solidarietà, rafforza la pace tra i popoli, opera per l'inclusione sociale, per il patrimonio artistico e culturale, promuove la legalità e altro. Serve alla formazione dei giovani come cittadini, portandoli fuori dai circuiti abituali a contatto con nuove sfide. Finalmente si è arrivati al Servizio civile universale: chi lo chiede, da oggi, potrà farlo, senza restrizioni. Ne avranno la possibilità anche i giovani senza cittadinanza italiana, ma titolari di diritto di soggiorno, con permessi d'asilo e protezione sussidiaria. Il Servizio civile diventa una via d'integrazione: i nuovi italiani, per così dire, vivranno un'esperienza di lavoro per la nazione con gli italiani. Il Servizio militare, dall'Unità, è stato un importante veicolo di nazionalizzazione degli italiani: ha fatto gli italiani, finora chiusi in contesti locali. Per molti il Servizio militare era l'occasione dell'unico viaggio e della sola esperienza fuori dalla regione, che faceva prendere personalmente le misure del Paese, vivendo con italiani di altra origine. Il Servizio militare, insomma, è stato una scuola di cittadinanza in un'Italia che andava creando una coscienza unitaria. Il Servizio civile universale può aiutare l'integrazione tra italiani e nuovi italiani. Ma non solo. Oggi, in fondo, manca una "scuola" di cittadinanza.
La società - specie la periferia - è vuota di presenze aggregative e socializzanti, se non la scuola,  sottoposta a tante domande. Il Servizio civile potrà essere una scuola di cittadinanza e di
educazione alla responsabilità verso gli altri. Una società d'individui, talvolta soli e spaesati, ne ha bisogno. Alcuni sostengono che, nei primi passi nel mondo del lavoro, il Servizio civile possa far perdere tempo prezioso. La sua flessibilità invece consentirà di non creare danni all'inserzione professionale dei giovani. Tuttavia è stato dimostrato che il Servizio civile favorisce l`inserimento dei giovani nel mercato lavorativo. Il contingente di volontari sarà di 100 mila l'anno, di cui 1.000
all'estero, con mobilità sul territorio nazionale. Il Servizio civile, strutturato seriamente, diverrà una proposta importante: può essere l'occasione per allargare la coscienza nazionale. L'Italia non è un Paese da abbandonare, perché non dà futuro ai giovani. È invece un Paese da coltivare.

Sulle attività di Andrea Riccardi in favore del servizio civile si veda
www.andreariccardi.it: Forum della Cooperazione Internazionale 
Avvenire: Riccardi trova i fondi: salvo il serivzio civile 


venerdì 18 novembre 2016

Accettiamo la libertà di migrare ..... ma favoriamo la libertà di restare

Andrea Riccardi torna su un tema che gli sta a cuore, quello delle migrazioni e dei migranti. Non un'emergenza, ma un grande passaggio storico. Va gestito, facendo crescere coscienza e cultura, ma anche coinvolgendo insieme i Paesi di arrivo e di provenienza. Un'utopia?

L'Europa ha la sensazione di essere assediata dai migranti e dai rifugiati. Le opinioni pubbliche sono molto sensibili: temono l'insicurezza, il terrorismo, la conflittualità interna con gruppi inassimilabili. I populismi soffiano su queste paure, chiedendo ai governi fermezza. Si ripete tante volte che i "miserabili" del mondo intero non possono riversarsi sull'Europa. Nascono politiche, condotte dagli Stati nazionali, spesso incapaci di fronteggiare il fenomeno. Soprattutto, c'è una percezione emotiva dell'invasione. Ma le masse umane in movimento non mirano solo all'Europa. Gli spostamenti in Africa sono massicci. In un campo del Nord del Mozambico, ho visto somali, eritrei, congolesi e altri. E, in Medio Oriente, Libano, Turchia e Giordania accolgono la gran parte dei rifugiati siriani. L'emergenza e l'emotività non sono il terreno su cui affrontare i problemi degli spostamenti di popolazione nel mondo globale. Le migrazioni sono una componente strutturale del nostro futuro. Ho trovato importante la prospettiva di un piccolo libro di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani, Libertà di migrare, edito da Einaudi, che ruota attorno all'idea di "lungimiranza": «Non è certo», scrivono gli autori, «con la facile rincorsa al consenso di breve periodo né con le emozioni estemporanee che si potrà affrontare una realtà che sta evolvendo da due milioni di anni». Aggiungono: «La virtù necessaria in questa impresa è anche una delle più scarse del momento: la lungimiranza verso il passato e verso il futuro». Sì, anche verso il passato.
L'umano migra da sempre, mosso dalla ricerca di un ambiente migliore dove vivere, spostandosi a tentoni per migliaia di anni attraverso una terra che non conosce. L'umano e il camminare vanno di pari passo, anzi migrare è una metafora della vita, laddove via e vita spesso si confondono. Si legge in questo libro: «Il fenomeno migratorio umano è strutturale e costitutivo della nostra identità di genere».
Gli esseri umani si sono evoluti, migrando, mentre il cervello cresceva con la capacità migratoria e la flessibilità adattativa. È una vicenda di due milioni di anni. È quella di Abramo, cui ebraismo, cristianesimo e islam fanno riferimento: partì verso una terra che non conosceva e che sperava di trovare. Il prototipo dell'homo religiosus è un migrante. La famiglia di Giacobbe, figlio di Abramo, era di rifugiati ambientali alla ricerca di sostentamento in Egitto. L'uomo migra da sempre e continuerà a farlo, seppure in modo diverso. Non si può restare solo nella prospettiva del momento presente. Le categorie dello Stato nazionale, con le sue frontiere, unico regolatore dei flussi, non bastano più a governare un fenomeno, connaturale all'umano, anche se oggi in dimensioni globali. Se, di fronte all'economia globale, gli Stati azionali hanno rinunciato a tante prerogative, devono cercare modi e attori (globali) per affrontare il problema migratorio. Qui, c'è il ruolo dell'Unione Europea, che ha le dimensioni per trattare la questione e responsabilizzare i Paesi da cui provengono i migranti. Infatti, con la libertà di migrare, va affermata (e favorita) la libertà di restare. Eppure gli Stati europei non intendono delegare all'Unione una parte delle loro responsabilità e spesso nemmeno rispettare gli impegni presi. Sono convinti del forte impatto elettorale dei migranti. Ma bisognerà pure far maturare le opinioni pubbliche: è l'unica via per non restare stretti tra la pressione migratoria e quella delle paure.
 A scuola, l'insegnamento non tiene conto che tanta parte della storia umana è stata fatta dalle migrazioni. Oggi, lo spostamento delle popolazioni non è la fine di un mondo, ma un grande passaggio storico. Va gestito, facendo crescere coscienza e cultura, ma anche coinvolgendo insieme i Paesi di arrivo e di provenienza. Un'utopia? In attesa di realizzare più larghe prospettive l'Italia, nel Mediterraneo, esercita una supplenza al posto di altri Stati, salvando vite umane.
Lo spostamento delle popolazioni va gestito, facendo crescere coscienza e cultura, e coinvolgendo i Paesi di arrivo e di provenienza

giovedì 17 novembre 2016

Trump presidente. Ma papa Francesco.....

"Tra loro c'è stato un conflitto sugli immigrati - scrive Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana di questa settimana. E aggiunge "Ma Bergoglio non è ideologico: a lui interessano solo i poveri"

Donald Trump è presidente degli Stati Uniti. Sembrava impossibile, vedendo le cose dall'Europa. Ma è avvenuto. Ora ci s'interroga su che politica farà, perché parte del nostro futuro è determinata dalle sue scelte. Il ruolo degli Stati Uniti resta rilevante anche in un mondo multipolare. Trump appare isolazionista: gli Usa non sono per lui il poliziotto del mondo. L'Europa è lontana. Non sappiamo però quali saranno le scelte del neopresidente, dopo l'ingresso nello studio ovale della Casa Bianca, e quali saranno i condizionamenti dell'Amministrazione su di lui. In cento giorni, si svelerà. Gli Stati Uniti sono stati, dalla Seconda guerra mondiale e con la guerra fredda, la grande e unica garanzia contro la barbarie della storia. Molto è cambiato e Trump continuerà a cambiare. Oggi gli europei dovrebbero essere loro stessi (alleati agli Stati Uniti) la garanzia del loro futuro. Un problema centrale è la difesa comune europea, su cui investire, se vogliamo essere padroni del nostro futuro, come soggetto credibile e responsabile nel mondo. La Comunità di difesa, agli albori dell'integrazione europea, nel 1954, falli perché non si volle rinunciare allo stretto rapporto Stato nazionale/Forze armate.
Il futuro è oggi pieno d'incognite. La Germania vorrà una difesa comune? Lo accetteranno gli altri europei? Ci vuole più Europa. Altrimenti i Paesi europei resteranno in balia di una storia cui contribuiranno sempre meno.
Donald Trump si troverà, d'altra parte, a confrontarsi con papa Francesco. Tra i due c'è stato un conflitto sugli immigrati, quando il candidato-presidente definì il Papa «politicizzato» e aggiunse rozzamente: «Se mai l'Isis attaccasse il Vaticano, il Papa dovrebbe sperare e pregare che Donald Trump sia presidente». Non è però una questione personale. Del resto molti vescovi e cattolici americani hanno scelto Trump, anche perché non volevano votare la Clinton, soprattutto per le posizioni sull'etica. Certo Trump è stato abortista, ma ha cambiato posizione. Ha avuto un buon sostegno dai cattolici americani: il 52% l'ha scelto contro il 45% per Hillary. Forse di più, perché gli intervistati nascondevano il loro favore per Trump. In questi giorni si passano in rassegna i punti di conflitto tra Francesco e il neopresidente: le questioni ecologiche, il rapporto con l'islam, gli effetti di un liberismo incontrollato, i poveri... Si arriverà allo scontro tra la Chiesa di Roma e l`ultimo impero, quello americano? In realtà, l'approccio di Bergoglio non è mai ideologico. Parte dalla realtà, anche riguardo ai politici: «Voglio solo capire», ha dichiarato, «quali sono le sofferenze che il loro modo di procedere causa ai poveri e agli esclusi». È uno scenario aperto e in movimento che potrà riservare sorprese d'ogni genere. Un atteggiamento passivo e spaventato è fuori luogo, soprattutto da parte europea. Tutti possono, nella loro misura, essere attori del futuro.

venerdì 11 novembre 2016

La sfida del neopresidente per ridare al Libano il nome di Svizzera del Medioriente

Andrea Riccardi, nella rubrica "Religioni e civiltà" del magazine Sette del Corriere della Sera dell'11 novembre 2016 analizza la situazione del Libano dopo le ultime elezioni presidenziali, ripercorrendo la storia di questo paese al centro di una regione in fiamme.
Il Libano ha finalmente un presidente. Per quarantasei volte il Parlamento non aveva trovato l'accordo su un nome. Sono passati 890 giorni senza capo dello Stato, in una regione in fiamme, con un milione e mezzo di rifugiati su quattro milioni e mezzo di abitanti (senza contare i quasi 450.000 profughi palestinesi). Il presidente è il generale Michel Aoun, cristiano maronita secondo l'accordo intercomunitario: un revenant da una storia complessa che l'ha visto - alla fine degli anni Novanta e della guerra civile - gestire un interim presidenziale con il disegno di liberare il Paese dai siriani che, poi, lo scacceranno. Dopo un lungo esilio, è tornato in patria con una posizione capovolta: amico della Siria e degli hezbollah, nemico dei sunniti di Hariri. Questi, però, ha stretto ora un accordo per portarlo alla presidenza, e ora Hariri è stato scelto come primo ministro. Il Libano, prima della metà degli anni Settanta, era un laboratorio unico di convivenza islamo-cristiana. Giovanni Paolo II disse: «Il Libano non è un Paese, ma è un messaggio». Cristiani e musulmani dialogavano, mentre l'asse tra maroniti e sunniti reggeva lo Stato, chiamato "la Svizzera del Medio Oriente", un paradiso fiscale, con un gran ruolo finanziario. A Beirut si viveva la bella vita nei grandi alberghi e sulla Comiche lungo il mare. Ma anche il Libano era l'unico Paese arabo, dove non si esercitava la censura sulla stampa e si poteva discutere con libertà. Era il Libano delle tante comunità cristiane (maronita, melkita, amena e altre) e musulmane (sunnita, sciita, drusa). Restavano un po' di ebrei. Pierre Gemayel, capostipite di una dinastia politica e fondatore della Falange, milizia nella guerra civile e partito, disse a Tullia Zevi che lo intervistava: «Gli ebrei se ne stanno andando dal Libano: è segno che capiterà qualcosa di grave».

Si aprì un periodo terribile dal 1975 al 1990: guerra civile, terrorismo, interventi stranieri, come quello di Israele e della Siria (che da sempre voleva controllare il Paese). Tanti libanesi se ne andarono e la Svizzera del Medio Oriente si polverizzò. Ricordo Beirut nel 1982: il centro storico totalmente distrutto, i campi palestinesi di Sabra e Shatila con i segni delle violenze dei falangisti. Sono immagini che non dimentico per il loro orrore. Tutti avevano sofferto. La violenza e l'estremismo (collegato al terrorismo internazionale) avevano dominato nel Paese. Eppure i libanesi hanno un'incredibile capacità di ripresa. Dimenticano i torti. Lavorano come chi è abituato a vivere con i terremoti. La Svizzera mediorientale, nel suo liberismo spinto, ha trascurato i marginali: primi gli sciiti. Ricordo il disprezzo dei notabili cristiani verso di loro. Non ci sono né Stato sociale né assistenza medica per tutti. Così gli hezbollah sciiti hanno creato una rete sociale per i loro. Hanno preso le armi e non le hanno più lasciate. I palestinesi sono stati anche uno Stato nello Stato; ma hanno pagato un duro prezzo e ancora sono "ospiti" dal 1948. I drusi di Walid Jumblatt (leader socialista e capo cianico) giocano abilmente il loro piccolo numero. Far vivere il Libano è un'opera complessa fatta di mediazioni, ipocrisie, coraggio. Non si deve alterare l'equilibrio tra musulmani e cristiani, anche se tutti sanno che questi ultimi sono molto diminuiti. Non ci sono due fronti contrapposti: cristiano e musulmano.

Contano i clan: i Gemayel sono contro Aoun. Sciiti e sunniti sono in lotta. I patriarchi cristiani hanno un'influenza relativa, anche perché le Chiese cristiane si sono solo parzialmente rinnovate. Eppure i libanesi amano il loro modo di vivere. In rete con il mondo intero, emigrati ovunque, ritornano nel Paese e ci investono. Il Libano non è più un modello o un messaggio. È un modo di vivere insieme: una democrazia consociativa, in cui vanno tenuti presenti tutti gli attori; ma anche una terra di libertà. Qui un musulmano può cambiare religione. Si discute di tutto. Non c'è Paese arabo con tanta libertà. Eppure lo Stato è a pezzi. La corruzione dilaga. Il comunitarismo e il sistema cianico sono prepotenti. La guerra sconfina dalla Siria. La grande domanda è se il neo presidente Aoun riuscirà a ricreare lo Stato, al di là delle contingenti convergenze politiche.

giovedì 10 novembre 2016

Integrare è un dovere: la visione di Papa Francesco sugli immigrati

Pubblichiamo qui un editoriale su Famiglia Cristiana del 13/11/2016 di Andrea Riccardi, in cui il fondatore della Comunità di Sant'Egidio riflette sulla visione di Papa Francesco riguardo all'immigrazione e l'accoglienza dei profughi in Europa, a partire dalle recenti dichiarazioni del Papa a un giornalista svedese e dalla visita ai profughi a Lesbo lo scorso aprile.

Papa Francesco, di ritorno dalla Svezia, ha parlato di rifugiati e immigrati, rispondendo a un giornalista svedese che lo interrogava sulla paura europea verso chi proviene dalla Siria o dall'Iraq: questi non minacciano la cultura cristiana dell'Europa? Il Papa ha risposto in modo articolato, non ideologico, parlando anche di necessaria «prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato lo si deve integrare».

Il Papa cambia posizione? Dall'appello ad accogliere i rifugiati passa a una posizione più realista? Così alcuni arguiscono. Mostrano di non avere capito a fondo il messaggio di Francesco, mai ideologico. Che bisogna accogliere l'ha ripetuto infinite volte, a partire dal grido a Lampedusa contro la «globalizzazione dell'indifferenza». Nell'aprile scorso, a Lesbo, l'isola greca dove approdano i rifugiati, ha detto solennemente: «Perdonate la chiusura e l'indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede. Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono».


Da Lesbo, il Papa è tornato con un piccolo gruppo di rifugiati: un chiaro gesto simbolico. Certo, chiede "prudenza" ai governanti. Ma la prudenza non è cautela, bensì una virtù cardinale che accompagna sempre la carità. Nel Vangelo di Matteo, leggiamo le parole di Gesù: «Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe» (10,16). La prudenza nei confronti di rifugiati e immigrati da parte dei Governi significa integrare, non ghettizzare o chiudere la porta. Anche se bisogna trovare le vie concrete per realizzarlo. Francesco non è ideologico. È certo, però, che chiede costantemente ai Paesi europei più impegno.

C'è la questione della paura, che serpeggia tra la gente. I populismi agiscono sulle emozioni: se non fossero gli stranieri, ci sarebbero indubbiamente altri motivi. Spesso abbiamo paura del futuro, che ci appare insicuro. Bisogna lavorare per far capire e incontrare. Non si possono scaricare i rifugiati su un territorio senza accompagnarli: diventerebbero un capro espiatorio.

Il Papa argentino viene da un Paese formatosi con ondate di emigrati. Ha affermato: «Non dobbiamo spaventarci, perché l'Europa si è formata con una continua integrazione di culture». L'integrazione di "nuovi europei" arricchisce i nostri Paesi. Gli Stati che oggi alzano i muri sono in un deficit demografico tale che, in qualche decennio, saranno costretti a domandare immigrati. Ma questi sono ragionamenti realisti che non pagano elettoralmente quanto la paura. Eppure la visione del Papa è una grande prospettiva per l'Europa: non perdere la propria identità, ma arricchirla nello scambio.

Francesco ha anche stimolato i Paesi europei a condurre politiche di sviluppo e di pace (non "d'interesse") nelle terre da cui provengono rifugiati e immigrati. Non che tutti quelli che aspirano a una vita migliore debbano venire in Europa. Ma è una falsa convinzione europea che il Vecchio Continente sia l'obiettivo di tutti gli spostamenti di popolazione. Libano, Giordania e Turchia accolgono il maggior numero di rifugiati siriani. E si dovrebbe parlare anche dei grandi spostamenti interni all'Africa, all'America latina e alla stessa Asia. L'Europa deve fare la sua parte. Papa Francesco ci aiuta a vedere il nostro futuro in modo meno spaventato. Aiuta a non aver paura della storia.

mercoledì 9 novembre 2016

IL PAPA E L'ACCOGLIENZA. PRUDENZA, NON PAURA

Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant'Egidio, scrive oggi, 9 novembre, sul Corriere della Sera parlando delle ultime dichiarazioni di papa Francesco su migranti e rifugiati. Il futuro dell'Europa sta proprio nella solidarietà.

Le dichiarazioni di papa Francesco su migranti e rifugiati, di ritorno dalla Svezia, hanno fatto discutere. Il Papa ha avuto qualche espressione che sembrava rimodulare il ripetuto invito ad accogliere: «Ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare». Le difficoltà di accoglienza, le paure della gente, le posizioni dei governi (specie dell'Est europeo), le reazioni populiste, la fatica delle parrocchie a ricevere i rifugiati siriani (come il Papa aveva chiesto), avrebbero spinto Francesco a un maggiore realismo, insomma alla «prudenza»? 

La questione dei migranti è vitale nei dibattiti politici in Europa e non solo. E il Papa latinoamericano ormai è un leader morale del Vecchio Continente. Il suo messaggio suscita opposizioni (anche nella Chiesa), ma ha un respiro che manca alla classe politica europea. Lo s'è visto alla consegna del Premio Carlo Magno a Francesco, con la presenza di grandi personalità europee in Vaticano, tutti molto attenti nei suoi confronti. Francesco ha messo del tempo a maturare un'idea di Europa. Ormai ha manifestato una visione articolata, in cui il continente ha un ruolo rilevante. L'ha fatto nei discorsi a Strasburgo e per il Premio Carlo Magno. In questo quadro ha affermato il valore di un atteggiamento positivo verso «chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo». Ha aggiunto: «Sogno un'Europa, in cui essere migrante non è un delitto, bensì un invito a maggior impegno con la dignità di tutto l'essere umano». Sarebbe sbagliato ridurre questi sogni a un puro utopismo evangelico, apprezzato come buon sentimento o invece giudicato pericoloso. In realtà, nella posizione di Francesco, c'è una visione storica dell'Europa. Le radici europee non sono date una volta per sempre, ma nascono dall'integrazione di culture e popoli diversi lungo la storia: «L'identità europea è, ed è sempre stata, un'identità dinamica e multiculturale». L'Europa si è formata nei secoli integrando varie ondate di popoli. Del resto, il paese del Papa, l'Argentina, frutto d'immigrazioni differenti, mostra che è possibile vivere insieme tra gente diversa. Un'Europa, invecchiata per calo demografico e mancanza di energie, si ritrova ad aver bisogno di «nuovi europei». Per il Papa, migranti e rifugiati sono una chance. Francesco ha usato un'espressione forte, parlando ai movimenti popolari riuniti in Vaticano qualche giorno fa: «Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell'umanità non c'è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero, e non solo il Mediterraneo, molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente». 

Le politiche del muro sono disumane ma anche miopi: «La paura - ha continuato - indurisce il cuore e si trasforma in crudeltà cieca che si rifiuta di vedere il sangue, il dolore, il volto dell'altro». Il rifiuto diventa anche una forma di autolesionismo per Paesi europei, che non sanno guardare al futuro: nel corso di qualche decennio saranno costretti a domandare immigrati, perché il trend demografico non s'inverte in breve. Ritorna qui la «prudenza» (che è capacità di discernere per condurre a buon fine un processo, non paura), richiesta dal Papa ai governanti. La posizione di Francesco non è ideologica: è convinto che accogliere sia un primo passo necessario, cui deve seguire l'integrazione che è interesse di tutti, nuovi arrivati e società europee. Francesco riesce a tenere assieme un forte senso della solidarietà con una visione dell'Europa. E crede che il futuro europeo stia in questa connessione. Non convincerà tutti, ma almeno - in tanto vuoto di prospettive - ha un'idea di Europa.

venerdì 4 novembre 2016

La visione meticcia del poeta senegalese Senghor, tanto attuale ancora oggi

In un editoriale pubblicato su Sette il 4 novembre 2016, Andrea Riccardi si sofferma sulla figura di Léopold Sédar Senghor, poeta e politico senegalese, incarnazione di una "civiltà eurafricana". Ed è proprio l'idea di "Eurafrica" che emerge più che mai attuale anche nel nostro tempo.

C'era un meticcio chiamato Léopold Sédar Senghor. Non figlio di coppia mista. Anzi era un africano, nato in Senegal, quand'era colonia francese. Fu peraltro presidente del Senegal indipendente per vent'anni, dal 1960 al 1980. Era un meticcio di cultura. La sua storia è importante non solo come padre dell'indipendenza senegalese e uno dei rari presidenti africani che lasciò il potere spontaneamente, vivendo gli ultimi anni in Francia senza il conforto delle ricchezze che molti capi di Stato africani portano all'estero.

Senghor rappresenta la cultura meticcia tra Africa ed Europa: una "art nègre", come diceva, in lingua francese. La sua grande opera letteraria è un meticciato di culture e sensibilità. È un patriota africano: lotta contro il colonialismo. Più volte deputato in Francia, professore nell'università francese, e sostenitore di un'unione tra i Paesi africani e la Francia, si batte per l'indipendenza del Senegal. Un suo verso rimprovera la politica francese, mentre dice la sua stima per i valori della Francia: «Sì, Signore perdona la Francia che dice bene quale sia la via destra e cammina per sentieri obliqui...». La resistenza di Senghor alla colonizzazione è stata anche culturale.

Dal 1935, con l'antillese Aimé Césaire, Senghor, rivendica i valori africani, anzi "negri". Nasce così il movimento della "negritude" per rivendicare il carattere autentico della cultura dei "neri". Basta pensare - in quegli stessi anni - all'influenza dell'arte africana, esposta in Europa, su Picasso o altri artisti. Quando nel 1947, a Parigi e a Dakar, appare la rivista Présence africaine (che dura ancora), l'impatto è fortissimo. Jean-Paul Sartre, introducendo il libro di Senghor sulla poesia "nègre" in francese, annuncia: «Oggi questi uomini ci guardano e il nostro sguardo ci rientra negli occhi...». Negli anni Cinquanta Présence africaine organizza due congressi degli scrittori e artisti "negri" a Parigi nel 1956 e a Roma nel 1959. In quest'ultima occasione, alla vigilia delle indipendenze africane, Senghor ribadisce che la costruzione di uno Stato africano libero non è solo un fatto politico, ma deve avere al centro l'uomo e la cultura.

In quegli anni, il futuro presidente del Senegal è ormai un affermato poeta e uno scrittore di lingua francese, che ha compiuto un meticciato: lingua e cultura della Francia con valori e tradizioni africane. Dal 1984, è membro dell'Accademia di Francia. Per lui, non basta conservare i valori africani in un mondo tradizionale che rischia di scomparire; bisogna inserirli nel flusso della cultura contemporanea. In seguito, vari intellettuali africani criticano la sua operazione culturale, come subordinata alla visione coloniale. Altri, invece, lo accusano di razzismo al rovescio. In realtà ci troviamo di fronte a una personalità originale e creativa, che resta ancora oggi un riferimento nel mondo globale.

«Oh sangue mischiato nelle mie vene...», scrive Senghor in una poesia sulle origini etniche della sua famiglia. Cattolico, è presidente di un Senegal in larga parte musulmano. Ogni essere umano si confronta con diverse storie e culture: per questo, bisogna passare «dal meticciato biologico a quello culturale», afferma. Segue Teilhard de Chardin sostenitore della "civiltà dell'universale". Del resto sostiene che «ogni civiltà muore della sua purezza». Siamo nel secondo dopoguerra. Senghor pensa che la cultura africana debba trovare spazio in un orizzonte universale. Per Emmanuel Mounier, filosofo personalista, Senghor è l'incarnazione di una nuova civiltà eurafricana: «Lei è africano nella sua viva carne», gli scrive «... lei è europeo per un'altra parte, per la lingua che ha appreso e che la informa... La civiltà euroafricana, di cui siete i pionieri, deve ancora trovare le sue strutture».

Oggi, mentre è così vivo l'incontro tra africani ed europei, l'idea di "Eurafrica" ritorna come una visione attuale.

giovedì 3 novembre 2016

Dopo il muro di Gorino. Ma sugli immigrati la UE deve fare di più.

In un editoriale pubblicato su Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi commenta i fatti di Gorino e analizza la questione dell'accoglienza ai profughi.

Un mese fa a Gorino (frazione di Goro, in Emilia) c'è stata la processione con la statua della Vergine, portata da sole donne. Il 14 ottobre, invece, gli abitanti di Gorino (uomini e donne) hanno respinto un altro corteo di donne: 12 rifugiate (una incinta di otto mesi) e alcuni bambini, mandati dalla Prefettura per essere ospitati. La terra di Goro ha un rapporto complesso con l'acqua, tanto che c'è una benedizione del Po, di cui si temono gli straripamenti. A Gorino è avvenuta una brutta storia: un paesetto con meno di 600 abitanti, con tante case vuote, è entrato nelle cronache così. Rabbia, senso di abbandono, paura del futuro hanno portato a un muro improvvisato. Non mi vorrei aggiungere alle giuste condanne. Né soprattutto a quelli che hanno sostenuto la "resistenza" di Gorino. Invece i rifugiati avrebbero portato vita e futuro nel paese, destinato al declino demografico. Sui rifugiati si è scaricata la rabbia di una popolazione che si sente ai margini. Una brutta storia. Tuttavia ci sono alcuni aspetti da chiarire. Non prendiamocela solo con Gorino. C'è stata una preparazione degli abitanti all'impatto con i rifugiati? L'accoglienza va spiegata e accompagnata. Dopo il rifiuto, il prefetto di Ferrara ha dichiarato: «L'ipotesi di ospitare dei profughi a Gorino non è più in agenda». Cioè i pullman dei rifugiati hanno fatto marcia indietro di fronte alle barricate. Non mi pare ben fatto. Una decisione dello Stato va sostenuta: bisognava provare ancora. Si crea così un precedente contagioso. La festa degli abitanti di Gorino per la "vittoria" è assurda. Ma la decisione andava spiegata prima. Poi, cedere mi pare debole. L'Italia non è Gorino. L'ha rivelato l'accoglienza di tante famiglie e istituzioni ai siriani passati attraverso il canale umanitario della Comunità di Sant'Egidio, Chiesa valdese e Federazione delle Chiese evangeliche italiane. È vero. Siamo sottoposti a una forte pressione: 152 mila sbarcati da inizio anno, in aumento rispetto al 2015, sul livello del 2014. Il programma di ricollocamento europeo dei profughi giunti in Grecia e in Italia è un fallimento: hanno trovato accoglienza 5.600 rifugiati in un anno, quando era stata data disponibilità per 160 mila. I programmi di reinsediamento dei 22 mila profughi va avanti lentamente: solo lo mila rifugiati sono stati accolti. La pressione dei rifugiati e dei migranti è un fatto strutturale, non un'emergenza. Ha ragione Matteo Renzi quando chiede alla Ue una concreta considerazione dello sforzo dell'Italia. Siamo diventati la porta dell'Europa. E non la chiudiamo.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 6 novembre 2016