venerdì 29 luglio 2016

Cristiani mai in guerra. La Chiesa è una riserva di saggezza per l'Europa

«Padre Jacques è morto come monsignor Romero. E all'odio si risponde sempre con il messaggio della pace». Sul settimanale "L'Espresso" del 4 agosto, un lungo colloquio tra Marco Damilano e Andrea Riccardi sulla violenza terroristica che ha colpito l'Europa e la risposta dei cristiani.

"Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese... Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell'indifferenza dell'anonimato...". Così scriveva frère Christian de Chergé, monaco trappista di Notre Dame de I`Atlas a Tibhirine, in Algeria, decapitato dai fondamentalisti islamici il 21 maggio
1996, assieme a sei suoi confratelli, nel momento più sanguinoso della guerra algerina.
Venti anni dopo lo stesso destino è toccato a un altro religioso francese, padre Jacques Hamel, aveva 86 anni. Ma questa volta non è in missione, non aveva dovuto affrontare il dilemma se andare via o restare da un paese dilaniato. È stato sgozzato mentre stava dicendo messa nella sua parrocchia, a Saint-Etienne-du Rouvray in Normandia. Il nuovo avamposto, la normalità.
Andrea Riccardi, storico, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, cattolico romano e profondo conoscitore del mondo islamico, autore un anno fa di un libro sul genocidio degli armeni in Turchia intitolato "La strage dei cristiani" (Laterza), rilegge le parole del monaco trappista per commentare la prima uccisione di un prete cattolico in Europa da parte dei terroristi dell'Is, «un salto di qualità»: «Si fa riferimento in quel testo ai morti anonimi. E così: non c'è più il martire esposto ma il martire anonimo. Mi sembra di vederla quella chiesa, un bell'edificio immerso nella campagna francese, oggi diventata periferica, presidio di una società plurale, ruolo che viene svolto con fragilità, in mezzo alla tempesta, e con dignità. Una messa feriale, spezzata, interrotta. Il contrario delle stragi dei cristiani in Nigeria ad opera dei miliziani di Boko Haram, durante funzioni affollate, domenicali. Abbiamo sempre pensato che fosse lì il fronte della persecuzione, in una terra dimenticata, lontana. Invece anche andare a messa in una cittadina francese è ora diventata un`attività pericolosa. Con il prete ucciso all'altare, come il vescovo del Salvador Oscar Arnulfo Romero. Romero e padre Jacques, uccisi in chiesa, come in una rituale profanazione».
Monsignor Romero fu ucciso il 24 marzo 1980 mentre diceva messa, è stato proclamato beato un anno fa. Era un bersaglio annunciato, più volte aveva denunciato l`esercito e gli squadroni della morte. La domanda di questi giorni, ripetuta più volte, è invece perché colpire lì, un prete anzia no, una messa deserta, simbolo di una società secolarizzata, la società immaginata come se Dio non ci fosse che si trasforma in modo angosciante nel terreno di una guerra di religione dichiarata da una sola parte.
«Forse è stato scelto quell'obiettivo per casualità, perché era vicino, possibile, senza ostacoli», ragiona Riccardi. «Ma anche i terroristi che colpiscono in modo casuale sentono, capiscono in maniera istintiva, che un atto del genere può far parte di una strategia complessiva. Il presidente francese Frarwois Hollande dopo ogni atto di terrore, dopo ogni tragedia, ripete ossessivamente: "Siamo in guerra". Cerca un nemico grande e lontano, invece il terrore arriva da nemici piccoli e vicini. La Chiesa ha rifiutato lo scontro di civiltà che accomunava Samuel Huntington e al Qaeda. E questo, evidentemente, è diventata una colpa da espiare. L'Is, il fondamentalismo islamico, ha capito che la Chiesa rifiuta la logica della guerra e la vuole trascinare dentro. Il cristiano costituisce per i fondamentalisti un nemico da eliminare per il suo stile di vita, non perché è un avamposto dell'Occidente. Oggi i cristiani sono esposti in Medio Oriente: chi si ricorda di padre Tom Uzhunnalil, il salesiano indiano rapito dall`Is in Yemen, dopo l`uccisione di quattro suore di Madre Teresa di Calcutta? O del gesuita padre Paolo Dall'Oglio, scomparso in Siria tre anni fa? Il cristianesimo che un tempo era oppressore e si sentiva onnipotente è ora perseguitato anche in Normandia. E si produce un effetto forse inaspettato». E qui Riccardi fa riferimento all`hashtag #jesuiscatholique, rilanciato su Twitter e sui social network da molti cattolici, ma anche da protestanti, credenti in altre religioni, laici e atei: un'affermazione nuova e sorprendente.
«Questo cristianesimo considerato esangue, il cattolicesimo francese in particolare che è stato dato più volte per finito, cancellato dalla secolarizzazione, svela in questo drammatico evento di essere portatore di un messaggio cui ci aggrappiamo tutti, credenti e non: che alla guerra e al terrore si risponde in modo pacifico».
Sarà, professor Riccardi, ma in questi giorni si sentono dire cose molto diverse, anche in campo cattolico. Che un certo ecumenismo della Chiesa indebolisce la guerra al terrorismo. Che non è vero che l`Islam è una religione di pace e che la distinzione tra islamici moderati e fondamentalisti dell`Is non ha nessun senso. Che la Chiesa farebbe bene a denunciare con maggiore determinazione la minaccia islamica, senza fare distinzioni.
«Le sento anch'io queste voci. E non mi nascondo il pericolo. È legittimo invocare la reazione di un cattolicesimo forte per dare una risposta al giusto sdegno che provocano gli attentati e un prete sgozzato in una chiesa. Ma sarebbe una strada sbagliata. L'unica crociata di questi decenni è stata organizzata da un`amministrazione imbevuta di spirito neo-protestante americano, con la missione di esportare la democrazia in Iraq. È finita malissimo. In Francia ci sono organizzazioni che invocano i valori della tradizione, nell`Est europeo i movimenti nazionalisti si richiamano alle radici cattoliche, le utilizzano e le strumentalizzano. C`è il rischio che il cattolicesimo sia considerato dai partiti populisti di ogni genere una possibile terra di conquista».
Riccardi ricorda che questo 2016 è l'anno in cui si celebra il trentennale di Assisi, ovvero l`incontro ecumenico voluto da Giovanni Paolo II nel 1986,1a preghiera per la pace degli esponenti di tutte le religioni. Incontro contestatissimo dalla destra cattolica, che vide in quella orazione comune una ferita al primato del papa e della Chiesa sulle altre confessioni cristiane e sulle altre fedi. Ma in quell'intuizione di papa Wojtyla c'era già il nocciolo del problema, ben prima che Al Qaeda o l'Is venissero a tormentare le società occidentali. «Bisogna tornare lì: al di là dei tentativi di tornare indietro, lo spirito di Assisi è entrato nei cromosomi della Chiesa, va oltre la personalità dei singoli papi. Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio, tutti sono rimasti fedeli a loro modo a quella storica giornata. E oggi la sfida è tornare a quella strategia. Non accettare la violenza. Sapere che c'è un Islam che odia e un Islam che cerca l'amicizia e che sente l'onta di gesti che profanano la vita e un tempio dedicato al culto. La considero una ragione in più per considerare come figura simbolica questo vecchio prete ucciso che mi sembra rappresentare la saggezza del cattolicesimo francese. Ordinato sacerdote nel 1958, l'anno di elezione di papa Giovanni XXIII, un prete del Concilio. Un curato di campagna». Come il personaggio di Georges Bernanos, nel romanzo ambientato ad Ambricourt, minuscolo villaggio nella regione del Nord-Pas de Calais, non troppo distante da Saint-Etienne-du Rouvray teatro dell'assassinio in chiesa. Il vecchio prete cattolico ucciso e i fedeli aggrediti cominciavano la loro giornata con il gesto più naturale per loro, e meno indagato dalla società laica: pregare. E in questa normalità si sono ritrovati accomunati ai gesti quotidiani di tutte le altre vittime di questo maledetto luglio di sangue, a Nizza, Monaco, Ansbach: affollare un centro commerciale nel fine settimana, andare a un festival di musica, affacciarsi sul lungomare per vedere i fuochi di artificio in una notte d`estate. Gesti di tutti i giorni, anonimi. «E in questa ferialità», conclude Riccardi, «in questo suo essere una realtà indifesa, che accoglie tutti, la Chiesa torna a essere una riserva di saggezza per l`Europa».

giovedì 28 luglio 2016

La risposta della Chiesa alla violenza che dilaga

L'Europa è scossa da un'ondata di violenza: Nizza, Monaco, altre città tedesche... Alle porte del nostro continente, in Turchia, un folle colpo di Stato motiva la dura reazione di Erdogan, che sta cambiando i connotati della democrazia turca. Tanta violenza, tanti morti in questo periodo. Anche nel mondo, come a Baghdad o a Kabul. Per quel che riguarda il terrorismo in Europa, non tutto proviene da quel "califfato" che domina parte della Siria e dell'Iraq. C`è una chiara matrice islamica in alcune violenze in Europa. Non a Monaco di Baviera.

Come si arriva a tanta follia? Spesso si tratta di persone disturbate. Sono marginali, periferiche, alla ricerca della ribalta per scaricare l'odio accumulato contro la società. Ci sono percorsi di autoconversione all'islamismo e al terrorismo, quasi in solitudine o tra pochi. Nel caso di Monaco, c'è l'odio di un diciottenne che voleva vendicarsi sui giovani per la sua esclusione. Gioca anche l'emulazione. Tra i modelli del giovane sembra ci fosse il norvegese neonazista Anders Breivik che, nel 2011, ammazzò 77 persone, tra cui molti giovani.

Il problema è come si passi dal disagio sociale alla violenza terrorista. Ci sono tanti modelli di aggressività e troppi giochi violenti anche su Internet. Avviene un'assuefazione alla morte e alla violenza. Poi circolano armi, tante armi. Papa Francesco ha ammonito sul dramma del commercio delle armi. L'islamismo totalizzante guida parecchi dalla marginalità all'odio. La propaganda terrorista fa il resto. Più volte ho insistito che la questione sociale e delle periferie deve essere al centro dell'impegno della politica e della società. Ci vuole una rigenerazione del tessuto sociale, in cui solitudini, emarginazione, ghetti vengano assorbiti o almeno vissuti come problema.

Un tempo c'era la militanza nella società e nelle sue parti più difficili. Oggi quasi più. È però necessaria una "vigilanza" partecipe sulla società civile nelle sue diverse componenti. La Chiesa si colloca in questa dimensione, spesso sola o talvolta sotto pressione. Le si apre innanzi però una grande missione. Del resto, questa è la settimana della Gmg in Europa, a Cracovia: il papa e la Chiesa si rivolgono ai giovani, proponendo la misericordia. Non da soli, ma come una nuova generazione. Misericordia vuol dire cuore aperto verso gli altri: è la risposta cristiana a un grande vuoto.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 31 luglio 2016

sabato 23 luglio 2016

Non semplifichiamo con «noi» e «loro»

Articolo di Andrea Riccardi pubblicato dal Corriere della Sera il 23 luglio 2016

Servono strumenti politici, come la cittadinanza ai figli d'immigrati per ridurre l'emarginazione che può trovare pericolosi legami con l'estremismo. Ma l'integrazione è anche una battaglia culturale, dove creare sentimenti di condivisione antagonisti all'odio.

Donald Trump l'ha dichiarato da tempo: «L'Islam ci odia». Dietro le gravi violenze ci sarebbe l'Islam. Hollande, dopo la strage di Nizza, ha intensificato i bombardamenti sul territorio siro-iracheno di Daesh. Il messaggio è chiaro: il terrorismo è parte della guerra del «califfato» contro di noi. Le sue rivendicazioni e la sua propaganda lo confermerebbero. Alla fine, dietro a tutto questo, si staglierebbe il mondo islamico con ambiguità e contraddizioni. Si ritorna così a un modello interpretativo di successo, un archetipo: lo scontro tra Occidente e Islam. Ha avuto tanti sostenitori tra intellettuali e politici occidentali; fu all'origine della guerra all'Iraq nel 2003 e del crollo del sistema mediorientale.

Non dispiaceva a Osama bin Laden e ad al Qaeda, perché, nell'opposizione, riconosceva loro la leadership contro l'Occidente. Non spiace nemmeno oggi al «califfato». Si crea così un'atmosfera bellicosa che favorisce il proselitismo islamico. Per gli occidentali si disegna invece uno scenario chiaro (in qualche modo rassicurante). Sappiamo da dove vengono le minacce, perché abbiamo un nemico: l'Islam, rappresentato complessivamente come ostile o ambiguo, da combattere o da obbligare a una chiarificazione. Solo così si fermano le sue quinte colonne tra di noi, figlie di un sistema politico-religioso globale. Un simile modello interpretativo fa il gioco dell'avversario e gli offre la grande legittimazione di nemico dell'Occidente, quasi avesse una sola testa. Da noi, favorisce i populismi, per cui solo una politica pugnace di muri e scontri ci difende. Motiva uno sguardo sospettoso e diffidente verso la quasi generalità dei musulmani.

Il modello è una semplificazione. Il sociologo francese, Raphaël Liogier, ha recentemente dichiarato a Le Monde: «Bisogna rifiutare di partecipare allo scenario del "noi" contro "loro" desiderato da Daesh, e fornire una narrazione forte e positiva». Eppure parlare di "noi" e "loro" appare tristemente rassicurante nello stabilire frontiere. La realtà è diversa. Ci sono due problematiche distinte, anche se connesse. C'è il totalitarismo di Daesh con insediamenti territoriali, ramificazioni e la sua propaganda, che si sviluppa in un mondo islamico carico di contraddizioni e divisioni (e con tanti morti musulmani per il terrorismo). D'altra parte, si profilano in Europa i radicali, i folli, gli antisistema, pronti a fare tanto male, che vivono tra di noi. Colpendo Daesh si fa una guerra in Medio Oriente. Non c'è però guerra tra Islam e Occidente, bensì terrorismo folle nei nostri Paesi. È qualcosa di diverso, che richiede strumenti adeguati per isolare i folli e difendersi.

Si deve tener conto della fragilità delle nostre società, con aree periferiche fuori controllo, sconnesse dalla vita sociale e comunitaria. Oltre al lavoro d'intelligente e polizia, ci sono vasti spazi sociali da «riconquistare» a un senso condiviso di destino nazionale e da strappare a derive nichilistiche. Si pensi alla banlieu francese, a Molenbeek, il quartiere di Bruxelles dove nascono i terroristi, o a tante periferie «umane» a rischio anche in Italia. Va tenuto conto - il Corriere l'ha mostrato - che il nichilismo di gente antisistema si radicalizza attraverso internet e i social, costituendo ghetti mentali pericolosi. Sostenendo questo, non si sposta la sfida dal politico al sociale, ma si indica il terreno dove si addensano i pericoli.

Il rapporto di Europol sul terrorismo per il 2015 afferma che non c'è prova che i rifugiati siano un veicolo di terroristi: una tematica sbandierata dai populisti. Registra invece l'esistenza di circa 5.000 foreign fighter europei. Soprattutto osserva come il 35% dei «lupi solitari» (tra il 2010 e il 2015) abbia sofferto di disturbi mentali. Si spiegano anche così le rapide o solitarie conversioni alla violenza, ma anche le azioni folli di esibizione del terrore senza logica politica. Il problema è nelle nostre società, specie tra i giovani e chi ha un'ascendenza musulmana, dove l'islamismo agisce come spiegazione onnicomprensiva e ideologia dell'odio. E inutile vedere tutto provocato da oltremare. Il nichilismo serpeggia tra di noi. Lo si nota tra gli ultrà o negli attentati alle chiese a Fermo. È un «ospite inquietante», scriveva Umberto Galimberti. C'è un mondo da bonificare. Le società europee sono depauperate di reti aggregative e comunitarie: i corpi intermedi tradizionali - partiti, movimenti sociali o altro - sono in crisi. Senza sentimenti, passioni condivise, valori, come creare coesione sociale? Qui il problema dell'integrazione e del controllo sociale.

In Italia è una grave lacuna che si rinvii la cittadinanza ai figli d'immigrati, lo ius culturae di cui si parla da tanto: cresce una generazione a metà, né italiani né stranieri, «diversi» dai giovani italiani. Per i «marginali» i legami sono spesso religiosi, specie con l'Islam. Non si tratta solo di formare imam con spirito italiano, come previsto dal ministero dell'Interno. C'è da integrare i musulmani con le altre comunità, favorendo convivialità e dialogo. Sono cadute esperienze, promosse in passato come, all'epoca del ministero dell'Integrazione, la conferenza dei leader delle varie religioni. Si tratta di creare, in un tempo così emozionale, sentimenti di condivisione antagonisti all'odio tipico dei ghetti mentali e sociali. La politica sociale è decisiva contro la radicalizzazione. Ma è pure decisiva la passione sociale e politica, così fragile in società europee caratterizzate da legami allentati e da un generale ripiegamento individuale. Individui soli e strutture non integrano: ci vogliono comunità di vita e di sentimenti accanto a sogni per il futuro. Quanto accade non chiede soltanto più muscoli, ma un salto d'intelligenza e di ethos sociale da parte di tutti.

Articolo di Andrea Riccardi pubblicato sul Corriere della Sera il 23 luglio 2016

giovedì 21 luglio 2016

Il tentato golpe in Turchia: Erdogan ha vinto, ma il futuro è incerto

La scorsa settimana è stata dura: il barbaro attentato a Nizza e l'improvviso golpe in Turchia nella notte di venerdì. Guardiamo ormai il mondo con paura. Che succederà domani? Da un lato, il terrorismo folle. Dall'altro, l'instabilità di un Paese importante, membro della Nato. Non ha senso trovare una congiunzione tra i due eventi nell'islam.

In Turchia, il golpe è stato fatto da militari laici contro il presidente Erdogan, accusato di islamizzare lo Stato cancellando la laicità, carattere basico della Repubblica fondata da Kemal Atatürk nel 1923. Le Forze armate, attraverso un sistema di controllo del potere, sono state il severo custode della Turchia laica e kemalista - anche con vari golpe - finché, nel 2003, con il voto popolare, Erdogan è divenuto Primo ministro e progressivamente ha smantellato il vecchio quadro istituzionale. Era stato prima, dal 1994 al 1998, sindaco "islamista" di Istanbul.

Pio musulmano, islamista conservatore, è salito al potere con il voto dei turchi dell'Anatolia e delle periferie. Sotto il suo Governo, un forte sviluppo economico ha creato una borghesia islamica accanto a quella laica. Eletto presidente, sta per rafforzare i suoi poteri, mentre conduce una politica di controllo sulla ricca e pluralista opinione pubblica.

I laici lo accusano di creare un Governo autoritario. I settori dell'esercito e dell'aviazione che hanno fatto il golpe hanno parlato di Stato laico e democrazia. Ma non può esistere un golpe per democrazia. Per un momento è sembrato avessero vinto. Ma il messaggio video di Erdogan su FaceTime ha mobilitato i suoi sostenitori. Si è visto il popolo in piazza a mani nude contro i tank. La Turchia si è rivelata un grande Paese democratico. Anche i partiti opposti a Erdogan hanno condannato il golpe. Non si fa cadere con la forza un Governo eletto. Solo parte dell'esercito era con i golpisti. In poche ore, il presidente ha ripreso il controllo.

Era stato eletto con più della metà dei suffragi e il golpe, in caso di vittoria, si sarebbe trovato contro larga parte della società. Qualcuno ha accusato Erdogan di aver architettato l'operazione come premessa psicologica d'una svolta autoritaria. Le prime ore invece sembravano dure per lui. Ma ha giocato bene e con coraggio. Ora però si addensano tante domande sul futuro, mentre proseguono gli arresti di golpisti, militari, magistrati. Ci sarà una stretta? Le preoccupazioni ci sono. Non depone bene il paventato ristabilimento della pena di morte. Il golpe è stato una follia. Se ne trae però una lezione: nella società massmediatica queste operazioni sono quasi impossibili. Erdogan ha vinto perché ha convocato il popolo anche attraverso i social media. Nel nostro presente non tutto è negativo: contano la società civile e la democrazia. Il vincitore ora ne tenga conto.

venerdì 15 luglio 2016

Il triste destino dei cristiani d'Oriente. Rischiano di scomparire?

Andrea Riccardi, sul magazine "Sette", affronta la questione dei cristiani d'Oriente, perseguitati dal radicalismo islamico ma anche divisi al proprio interno, che rischiano di scomparire


Ex Oriente lux: la luce viene dall'Oriente - dice un'antica sentenza cristiana. Giovanni Paolo II la riprese nel titolo di un'enciclica, Orientale lumen, in cui ricordava come la fede cristiana venisse dall'Oriente, anzi dovremmo dire dal Medio Oriente.

Volgersi a Oriente significa recuperare le radici di una storia antica. Ma quale luce viene dall'Oriente? In questi anni, ci sono tante ombre e molto buio sulla vita dell'Oriente cristiano, tanto che a molti sembra giunto alla fine. Già nel 1994, un diplomatico francese, sotto pseudonimo, Jean-Pierre Valognes, scriveva un ponderoso volume dal titolo premonitore, Vie et mort des chrétiens d'Orient. Concludeva con una nota pessimistica: «Che la terra d'Oriente un tempo la più ricca di cristiani sia ugualmente la prima da cui saranno scomparsi è tristemente esemplare». I cristiani mediorientali hanno resistito per secoli, pur tra tanti problemi. Ma, nel XXI secolo, la situazione si è deteriorata. Le guerre in Iraq (qui i cristiani erano più di un milione e oggi sono circa 300.000) e in Siria li hanno costretti all'esodo. Il fondamentalismo islamico li respinge con la sua politica totalitaria. Aleppo, una città siriana con una forte e caratterizzante presenza cristiana, si è ormai svuotata di questa realtà. La storia sembra andare verso l'islamizzazione e la diffusione della violenza. Per i cristiani orientali, la presidenza di Assad in Siria, di Saddam Hussein in Iraq, di Mubarak in Egitto, erano garanzie. Ancora oggi la decina di milioni di copti egiziani, la più grande comunità cristiana nel mondo arabo, sostiene il presidente al-Sisi, al potere dopo la fine del governo dei Fratelli Musulmani in Egitto.


I cristiani, come i musulmani, pagano un prezzo alto per le guerre. Sono minacciati in modo particolare dal radicalismo islamico e dal sedicente Califfato, anche se non credo si debba parlare di un genocidio. Ci sono, però, situazioni di vero martirio. In Libano, terra di libertà peri cristiani, c'è una grande crisi: non si elegge da due anni il presidente (che dev'essere cristiano maronita), anche per le divisioni tra cristiani e nella comunità maronita (cattolica). Le élite politiche cristiane libanesi non hanno una posizione unitaria, anzi sono divise tra antisiriani e filosiriani, legate al clientelismo confessionale. I patriarchi, eredi di un'autorità che, nell'impero ottomano, li faceva capi di una nazione-Chiesa con un'influenza civile, oggi contano assai meno. Il mondo cristiano è diviso. Non solo in Libano. I cristiani iracheni non riescono a condividere un progetto unitario sul ruolo della loro comunità in Iraq, dove l'unica voce ascoltata è il patriarca caldeo Sako. Lui stesso ha difficoltà nella Chiesa caldea. Nella Chiesa greco-cattolica, la metà dei vescovi s'è rifiutata di andare al sinodo, chiedendo le dimissioni del più che ottantenne patriarca Gregorio Laham. La Chiesa greco-ortodossa (con fedeli in Libano e Siria), per una polemica con il patriarcato di Gerusalemme, non ha partecipato al Concilio panortodosso di Creta.

Del resto, in questa regione, prima sotto il dominio arabo e poi ottomano, i cristiani sono sempre vissuti separatamente in comunità distinte e con strategie diverse: così non rappresentavano una minaccia per il potere centrale musulmano. Oggi tutto è cambiato nel caos drammatico della regione. Ma la vita dei cristiani non ha registrato a fondo un cambiamento. Forse - come diceva tanti anni fa un conoscitore dell'Oriente, Pietro Rossano - il Concilio Vaticano II non è quasi arrivato tra i cattolici della regione. Insomma è un momento doloroso e difficile per tutti i cristiani. Nonostante gli interventi del Vaticano e di varie istituzioni cristiane, ci si chiede se si può assistere così alla fine di un mondo bimillenario. Certo è che, senza cristiani, le società islamiche saranno più in preda alle pulsioni totalitarie. Per ora c'è buio in Oriente.

Articolo di Andrea Riccardi sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 15 luglio 2016

giovedì 14 luglio 2016

Al Consiglio di sicurezza ONU seggio a metà con l'Olanda, una lezione per l'Italia

Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana propone una politica estera più attiva e attenta alla cooperazione per tornare a contare


ban ki moon e andrea riccardi a trastevere
Un pareggio per l'Italia con l'Olanda: 95 voti a testa per il posto di membro non permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Con fair play, Italia e Olanda hanno deciso: il primo anno di mandato sarà per il Governo di Roma e il secondo per i Paesi Bassi.
Si è fatto notare che l'Italia è stata già varie volte nel Consiglio di sicurezza: l'ultima nel 2007-2008. I piccoli Paesi tengono alla rotazione di presenze in questa assise. Svezia, prima classificata e Olanda mancano da più di dieci anni. Tuttavia c'è da capire meglio questa mezza sconfitta (o se si è ottimisti: mezza vittoria). Indubbiamente bisognerebbe guardare ai motivi di mancate solidarietà europee, come quella della Germania. Del resto noi italiani crediamo che il nostro Paese conti nel mondo e all'Onu più di quanto in realtà avvenga. Certo le crisi nel Sud del Mediterraneo ci pongono in una qualche centralità geopolitica (relativa). Ma c'è anche il peso della storia recente: ci sono stati anni in cui l'Italia si è ritirata da scenari internazionali come l'Africa, dove avevamo un ruolo attivo, non un lascito coloniale come per Francia e Gran Bretagna. Si pensi alla pace in Mozambico, dopo una guerra che ha fatto un milione di morti, firmata nel 1992 proprio a Roma.
S'investe ancora poco sulla cooperazione, nonostante il suo bilancio abbia cominciato a crescere dal tempo del Governo Monti, nonostante la crisi. Il confronto tra l'Italia e l'Olanda è rivelatore: un miliardo e mezzo (0,24 del Pil) invece di 5 miliardi (0,7 del Pil). Per non evocare la Svezia, la cui cooperazione è all'1,4 del Pil. Si può recuperare con una politica attiva e più risorse. L'indicazione italiana del migration compact (solo in parte recepita dall'Unione europea) è investire nella cooperazione con i Paesi africani, anche per responsabilizzarli nei confronti dei giovani e dell'immigrazione. Il segnale del voto alle Nazioni Unite mostra come l'Italia debba spendersi di più in un settore di rilievo geopolitico ed economico.
 Non si esagera il ruolo di un posto al Consiglio di sicurezza? Si possono criticare i limiti operativi dell'Onu, come si vede in tante azioni di pace. Siamo però d'accordo, quasi tutti, che l'esistenza di questa organizzazione abbia un grande valore: un'agorà dove gli Stati s'incontrano e sono richiamati alla misura del "bene comune" mondiale. Del resto le azioni umanitarie dell'Onu sono efficaci, come sono rilevanti alcune organizzazioni della "famiglia onusiana". C'è poi il prossimo appuntamento per l'elezione del nuovo segretario generale dell'Onu dopo Ban Ki-moon, eletto nel 2007, in cui il Consiglio di sicurezza gioca un ruolo importante. Il nuovo segretario generale dovrebbe venire dall'Est europeo, ma l'alto numero di candidature confliggenti forse porterà a orientarsi verso l'America latina. In ogni modo sarà un'occasione per il rilancio dell'Onu sul nuovo scenario di un mondo segnato dal terrorismo.

Su Famiglia Cristiana del 17/7/2016
Gli altri articoli di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

venerdì 8 luglio 2016

Religioni e civiltà: Quando dall'Africa scappavano solo i bianchi

Nella seconda metà del Novecento, in seguito alla decolonizzazione, furono gli Europei a tornare nei loro Paesi d'origine. Non sempre ben accolti

C'è stato un tempo non lontano, in cui i rifugiati dall'Africa non erano africani, ma "bianchi". Si diceva: "ritornano" in Europa, ma parecchi erano nati o discendenti di nati in Africa. Come parlare di ritorno? La loro storia nasceva con la colonizzazione. La partenza avvenne con la decolonizzazione. Spesso sono state tragedie per l'abbandono di una vita consolidata e l'inserimento in un paese che più che la madrepatria appariva come una matrigna.
È stato il caso dei "rimpatriati" dalle colonie del Portogallo: Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Sào Tomé e Principe, Capo Verde. Il regime di Salazar, assieme a quello di Franco in Spagna, era sopravvissuto al nazifascismo. Aveva difeso strenuamente l'impero d'oltremare ben oltre la stagione della decolonizzazione. Qualificava le colonie come province d'oltremare, ma gli africani erano discriminati e poveri. Nelle colonie, viveva almeno mezzo milione di portoghesi, che aveva lasciato il Portogallo per lavorare e talvolta condurre una vita agiata. I movimenti di liberazione lottavano contro il colonialismo portoghese che, con la rivoluzione dei garofani, non poteva durare. Fu subito l'ora dell'indipedenza e mezzo milione di portoghesi - tra il 1974 e i1 1975 - dovettero
abbandonare case e lavoro. Parecchi non conoscevano la madrepatria. Intanto il Portogallo viveva una delicata transizione verso la democrazia. L'impatto fu doloroso per i rimpatriati, inseritisi a fatica in un paese povero. Restavano nelle ex colonie (divenute poi regimi marxisti) alcuni portoghesi dalla parte dei liberatori.
Negli anni 80, ho incontrato in Mozambico anche portoghesi poveri, che vivevano di stenti. Per le ex colonie, la partenza dei portoghesi -favorita dai nuovi governi- fu un'emorragia di personale qualificato. Me ne parlava come di un errore, all'inizio degli anni 90, Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe. Eppure, anche lui, che ottenne l'indipendenza del suo paese nel 1980 contro il governo della minoranza inglese (che gestiva le terre migliori), avrebbe condotto una politica per cui i 296.000 "bianchi" su più di cinque milioni del 1980 sarebbero calati a meno di 30.000, emigrando in Sud Africa.
Molto vasto fu l'esodo dei francesi dall'Algeria, nel 1962, con la fine della guerra di liberazione, iniziata nel 1954. Un milione di persone, il 10% della popolazione residente. L'esodo si svolse in condizioni caotiche in pochi mesi, nel 1962, in un clima di tensione dovuto alla lunga guerra. L'Oas, l'organizzazione militare clandestina per l'Algeria francese, fomentava rivolte e resistenze. I nazionalisti algerini (musulmani) premevano per la partenza dei francesi: alcuni con lo slogan, "La valise ou le cercueil", la valigia o la bara.
I rimpatriati non furono tanto ben accolti in Francia, dove non si prevedeva un simile esodo. Sembravano gente particolare, sospettata di essere di destra, un po` estranea. Se ne andarono anche gli ebrei algerini, da tanto nel paese, che godevano tutti della cittadinanza francese: su 130.000, la gran parte andò in Francia, 5000 in Israele e qualcuno rimase in Algeria. Nel 1990, in Algeria, restavano 2000 francesi: molti anziani che non volevano vivere altrove. I "rimpatriati" si sentivano algerini, discendenti da famiglie da molto nel paese (che consideravano parte della Francia): li chiamarono pieds noirs ed erano anche gente povera. Uno di loro, lo scrittore Albert Camus, morto nel 1960, ha descritto efficacemente questo mondo. Lo storico francese Benjamin Stora ha raccontato la partenza della sua famiglia per la Francia: «... mia madre aveva pulito l'appartamento da cima a fondo, come quando partivamo per qualche giorno di vacanza. I miei genitori hanno a lungo conservato le chiavi del loro appartamento, come fosse impossibile accettare la partenza...».

giovedì 7 luglio 2016

Perché l'Isis non può vincere

In due settimane l'Isis ha mostrato di poter colpire con tanta violenza. Far paura è la sua vittoria. Eppure sta perdendo pezzi consistenti dello Stato tra Siria e Iraq e in Libia recede, mentre pochi mesi fa sembrava in crescita. C'è un cambio di strategia a causa della perdita di territorio. Oggi l'Isis investe sul terrorismo o beneficia delle azioni dei gruppi collegati. Ha colpito all'aeroporto di Istanbul, qualche giorno fa, con più di 40 caduti. Poi è toccato a un ristorante a Dacca, in Bangladesh, con un attentato suicida che ha ucciso 20 persone, tra cui nove italiani. Poi due attentati a Baghdad con 126 morti. Molti erano sciiti. Ma talvolta le vittime sono anche sunnite.

Altre volte i terroristi evocano l'idea della lotta agli "infedeli", come a Dacca. Oltre ai nostri connazionali sono morti anche giapponesi, bengalesi, un'indiana e un americano. I musulmani sono stati risparmiati, se dimostravano una minima conoscenza del Corano. Un diciannovenne, Faraaz Hossain, al tavolo con due ragazze occidentalizzate, era stato graziato per la sua conoscenza del Corano, ma non ha abbandonato le amiche ed è stato ucciso.

Abbiamo da una parte i musulmani terroristi (figli della buona società), suicidi per togliere la vita agli altri e dall'altra parte un musulmano generoso che sacrifica la vita per amicizia. È una manifestazione chiara della lacerazione del mondo islamico. I terroristi hanno ucciso con crudeltà gli italiani che erano nel locale per festeggiare: volti positivi del nostro Paese, gente coraggiosa, con voglia di intraprendere, legati all'Italia, aperti al mondo. Qualcuno era impegnato nella solidarietà, come Claudia D'Antona. Pochi mesi fa era stato ucciso a Dacca un cooperante italiano, Cesare Tavella, e l'Isis aveva ammonito: «Ai membri della coalizione crociata diciamo: Non sarete mai sicuri nelle terre dei musulmani. È solo la prima goccia di pioggia».

Sembrerebbe una farneticazione, se non ci fossero tante morti. L'offensiva del terrore colpisce il Bangladesh, un Paese dove la cultura bengalese s'integra con un islam pacifico. Qui vivono minoranze indiane e cristiane, bersaglio della violenza. Il terrorismo vuole seminare paura. A una mondializzazione fatta d'incroci, scambi, cooperazione, si cerca di contrapporre il terrore globale. Ci potranno essere ancora episodi dolorosi, ma non è questo il futuro.

Editoriale di Andrea Riccardi su "Famiglia Cristiana" del 10 luglio 2016.

domenica 3 luglio 2016

Fase difficile per Roma. Per affrontare le emergenze serve uno spirito civico costituente che coinvolga le parti migliori della città

Pubblichiamo un'intervista rilasciata da Andrea Riccardi al giornalista Carmine Fotia apparsa sull'Unità il 3 luglio 2016.

«Non si tratta di una messa sotto tutela, né di un'incoronazione. È un fatto normale». Così, in quest'intervista a l'Unità, il professor Andrea Riccardi commenta il recente incontro tra Papa Francesco e Virginia Raggi, neo-Sindaca di Roma. Non vuole ancora dare giudizi sulla nuova amministrazione, ma chiede uno scatto alle eccellenze della società civile affinché escano dalle «nicchie» nelle quali si rifugiano e sprona il mondo cattolico a diventare protagonista di un nuovo spirito civico a partire dalle periferie. 

Riccardi è uno dei più influenti leader del mondo cattolico: classe 1950, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, docente di Storia delle Religioni, ministro della Cooperazione internazionale e l'integrazione nel governo Monti, insignito del premio Carlo Magno nel 2009, indicato nel 2003 dalla rivista Time quale uno dei 30 eroi moderni, per il suo impegno umanitario. 
Il suo nome era circolato tra i possibili candidati a sindaco di Roma. Qualche mese fa, intervistato da noi, smentì quella possibilità, ma già allora pensava che «ci sono situazioni incancrenite e non è un sindaco che fa la nuova Roma». Significativo che oggi ribadisca la sostanza di quell'affermazione all'indomani dell'elezione della nuova Sindaca, disegnando il mondo cattolico come una «potenza civile» non anti-politica ma fuori dalla politica che si propone di ricostruire i legami sociali e il destino comune di una metropoli divisa e stanca. 

Come giudica le difficoltà nella formazione della giunta Raggi? 
«A Roma ne abbiamo viste tante.. non mi formalizzerei, né mi pare il caso che io faccia le pulci quando neppure è cominciata l'attività dell'amministrazione. Quel che posso dire è che Roma è in una situazione molto difficile e che dunque occorre guardare in prospettiva al grande lavoro che c'è da fare». 

L'incontro tra Papa Francesco e Virginia Raggi è un'apertura di credito alla nuova amministrazione? 
«C'è un interesse generale del mondo cattolico per una sinergia tra tutte le forze in grado di costruire una Roma diversa, ma l'incontro è del tutto normale, non rappresenta né una messa sotto tutela, né, tanto meno, un'incoronazione. Roma, lo vedono tutti, deve affrontare una situazione di emergenza e serve uno sforzo comune». 

Quali sono le principali emergenze? 
«I rifiuti, le periferie, la vivibilità. Roma è divisa tra un centro turisticizzato e senz'anima e periferie abbandonate e in crisi. È proprio in questa sconnessione del suo tessuto che si legge la crisi dei partiti, dei sindacati, delle reti sociali. È su questo che io vedo un grande ruolo del mondo cattolico, l'unica rete sociale ancora presente in città, soprattutto nelle periferie, con'le associazioni e le parrocchie». 

Le ricerche dicono che un gran parte di questo mondo ha votato per Virginia Raggi. Lei come se lo spiega? 
«Anche il mondo cattolico vive una fase di transizione: c'è una forte identità socio-culturale che non ha una proiezione politica, quindi le scelte sono individuali. C'è tutto un mondo che si è sentito escluso e abbandonato dalla politica e ha scelto chi si presentava come il nuovo». 

Verso la metà degli anni '70 la Diocesi Romana fu protagonista di un risveglio civile, con il famoso convegno sui mali di Roma, qualcosa di simile dovrebbe accadere anche oggi? 
«Esatto. Nel convegno del febbraio 1974 confluì l'esperienza dell`insieme del mondo cattolico, con le parrocchie, le associazioni, le personalità, così radicato nelle periferie. Ecco, malgrado risulti ancora l'unico presente nei luoghi dell'abbandono, oggi anche il mondo cattolico si è un po' rattrappito. Occorre uno scatto, uno sforzo civico, come ha ricordato anche l'esortazione del Cardinal Vallini». 

In cosa dovrebbe concretizzarsi questo impegno? 
«Credo che la politica e l'amministrazione non ce la possano fare ad affrontare da sole le grandi e complesse questioni che Roma dovrà affrontare. A parte le emergenze di cui parlavamo prima che riguardano la vita quotidiana dei romani, penso alle dimensioni del Comune, la cui governance è totalmente inadeguata e penso alla necessità di cambiare radicalmente l'amministrazione. Ma per affrontare questi nodi serve un nuovo spirito civico costituente che coinvolga le parti migliori della città». 

Non sembra che la composizione della giunta rifletta una tale intenzione, tra falde interne e rifiuti eccellenti. 
«Non bastano le prime mosse per giudicare. Faccio sinceramente i miei auguri a Virginia Raggi, perché credo che sia ancora possibile salvare Roma. Ma io penso che sia prima di tutto necessario che rinasca la società civile che a Roma, soprattutto nelle sue esperienza di eccellenza, deve uscire dalle nicchie nelle quali si rinchiude. Solo così possiamo ritrovare il senso di un destino comune». 

sabato 2 luglio 2016

San Marino e la sua tradizione umanitaria

I micro-Stati possono avere un molo forte nei momenti in cui le libertà sono a rischio e le emergenze in primo piano 

La globalizzazione ridiscute i confini e le identità degli Stati. Dovrebbe sospingere quelli europei a condurre una politica più unitaria per rispondere insieme alle sfide globali, specie quelle dei giganti dell'Oriente, anche se il voto per Brexit è in controtendenza con questo. Viene, però, da chiedersi come possano sopravvivere, sotto il rullo della globalizzazione, i piccolissimi Stati. I micro-Stati sono una ventina e, a parte quelli europei, si tratta in genere di isole nei Caraibi o in Oceania, ex colonie europee. Il loro voto è prezioso all'Onu. L'Italia ne conosce l'utilità per entrare nel Consiglio di sicurezza. In Europa, i micro-Stati sono sopravvivenze storiche, come i principati di Lichtenstein, Monaco e Andorra, oltre il Vaticano.

Tuttavia nella penisola italiana c'è un caso originale: la Repubblica di San Marino con più di 32.000 abitanti (e 17.000 residenti all'estero soprattutto in Italia e negli Stati Uniti), arroccata sul monte Titano. La sua popolazione è italiana. Si tratta della più antica istituzione repubblicana del mondo per continuità storica. Giovanni Spadolini, storico e politico italiano, esaltava così San Marino nel 1989: quando «nel territorio italiano non rimase una repubblica, l'idea repubblicana si chiuse per alcuni decenni in questa terra...».

I confini di San Marino sono rimasti gli stessi dal 1463: fatto rarissimo nella geopolitica mondiale. Quando Napoleone, che simpatizzava per l'antica Repubblica, le offrì l'allargamento del territorio fino al mare, i sammarinesi rifiutarono, temendo un «ambizioso ingrandimento che potrebbe col tempo compromettere la sua libertà» - così dichiararono. Difendere la libertà della comunità è stato il filo rosso della storia di San Marino. Mai il potere nelle mani di uno solo: il ruolo di capo dello Stato, almeno dal 1243, è affidato a due capitani reggenti (in carica per sei brevi mesi). Pur essendo legata al cattolicesimo a partire dal tradizionale santo fondatore, Marino (che si sarebbe rifugiato sulla montagna nel IV secolo), la Repubblica non ha avuto mai né voluto un vescovo residente sul territorio, temendone il potere.

La preservazione della libertà dall'accentramento del potere all'interno si è accompagnata alla difesa dell'indipendenza dai potenti vicini. Spesso il circostante Stato Pontificio - fino al 1861 - tentò di annettersi il territorio o di interferire.
Nell'Ottocento, San Marino (favorevole all'Unità) ospitò Garibaldi e i suoi, nonostante le pressioni austriache. Con l'Unità, si ritrovò un'isola indipendente nel cuore dell'Italia, vivendo una serie di connessioni, non sempre facili, con la politica italiana. C'è però una tradizione di tutela umanitaria della Repubblica che va da Garibaldi alla Seconda guerra mondiale, quando 100.000 profughi italiani si rovesciarono nel suo territorio. San Marino non fu rispettato dai nazifascisti né dagli Alleati, che lo bombardarono facendo 63 morti e poi vi entrarono con le truppe.

Oggi la storia è diversa. L'indipendenza va garantita non da forti vicini, ma dai "padroni economici" esterni. La proprietà immobiliare degli stranieri è regolata in maniera cauta dalla legge. La Repubblica, con le immunità di uno Stato sovrano, era tentata di giocare il ruolo di "paradiso fiscale". L'eccessivo sviluppo del settore bancario e delle finanziarie andava in questo senso. Non era degno della storia sammarinese, né accettabile per l'Europa e l'Italia. La politica sammarinese degli ultimi anni ha chiuso il "paradiso fiscale" e chiarito i rapporti con Roma. Del resto, oggi, nel mondo globale, un soggetto internazionale di qualunque dimensione ha un peso, se si dà una politica. San Marino, accreditato nelle sedi multilaterali, ha deciso di accogliere un gruppo di rifugiati siriani tramite un corridoio umanitario dal Libano, nonostante la presenza degli stranieri possa far temere per l'identità. È la ripresa di un'antica tradizione umanitaria.

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera il 1 giugno 2016