lunedì 30 novembre 2015

«C`è bisogno di ideali, valori e di cultura. Il terrorismo prospera nella disperazione » Intervista ad Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio ed ex ministro

 «No, non siamo in guerra. Il terrorismo prospera nella disperazione».
Intervista a Andrea Riccardi di Mario Lavia su l'Unità 30 novembre 2015

 «No, noi non siamo in guerra e non dobbiamo riconoscere la dignità di nemici ai terroristi. E poi parlare di guerra è semplicistico, la risposta è più difficile». Già, quale risposta dobbiamo dare al terrorismo: è la domanda che il mondo si pone da quella notte di Parigi del 13 novembre, è il novello che agita la coscienza dell'Occidente - un Occidente che in fondo è consapevole di aver sbagliato troppe volte e che oggi si ritrova faccia a faccia col mostro dell'Isis. Non siamo in guerra, ci dice dunque Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio, storico, già ministro nel governo Monti.
Che occorra una risposta complessa, professor Riccardi, forse adesso, passata la gra
nde emozione, lo stiamo tutti comprendendo meglio. Ma detto questo si spalanca un compito immane: da dove cominciare questa lotta al terrore?
 «Ci troviamo di fronte a un attacco inusitato all'Europa e ci troviamo nel cuore di una guerra tra arabi e tra musulmani, questa è la realtà. Non dimentichiamoci che le prime vittime sono musulmani e poi i cristiani d'Oriente costretti a abbandonare le loro terre: lasci dire a uno storico delle religioni che stiamo assistendo alla fine del cristianesimo nelle sue terre ancestrali... Certo, di fronte a questo scenario, ci vuole fermezza ma anche cultura. Noi ci siamo scordati che le nostre società si sono svuotate di idealità, di valori e che per questo bisogna ricostruire una cultura di un popolo».
E cultura implica complessità, giusto?
«Esattamente. Io penso che le semplificazioni complichino».
Come quando si dice "l`Islam" senza ulteriori specificazioni....
«Infatti di Islam ce ne sono molti, c'è l'Islam indiano o l'Islam indonesiano che sono cose diverse rispetto all'Islam arabo, che a sua volta è una realtà molto complessa, ed è del tutto chiaro che non sono situazioni ascrivibili al terrorismo.»
Crede che noi, in Occidente, abbiamo fatto tutte queste distinzioni?
«L'Occidente ha gravissime colpe, non solo questa. La comunità internazionale ha fatto marcire la situazione in Siria, un paese così bello, così ricco di storia e di cultura, un esempio di convivenza: io non ho nessuna nostalgia di Assad ma si stanno facendo uscire i démoni senza avere chiaro cosa fare».
La storia si ripete, oggi in Siria come ieri in Libia?
«In un certo senso sì, anche lì si sono usati i cannoni senza sapere cosa si sarebbe fatto il giorno dopo. E in Iraq si fece un errore ancora più grave... Ma il punto è che noi abbiamo lasciato tranquillamente che le guerre prosperassero senza capire che la guerra è come una ferita, prima o poi si infetta e infetta tutto il corpo, ed è quello che sta accadendo. Adesso il rischio è che si infetterà anche il Libano, che da mesi non riesce a darsi un presidente. Ed è così che si è potuto insediare il mostro dell'Isis. Hanno pensato di poter addomesticare il diavolo, e il diavolo se li è mangiati».
Ora è troppo tardi? «No, ma la pace va costruita realisticamente e presto. Io ho lanciato un appello per salvare Aleppo due anni fa, e oggi, passati due anni, Aleppo la possiamo perdere: e Aleppo è come per noi Venezia, Firenze... Bisogna fare presto in costruire la pace senza escludere nessuno, costruirla pezzo per pezzo».
Quindi con Assad? Lei sa bene che questo è il punto controverso: come lo dobbiamo considerare, Assad, un nemico, un alleato? Se ne deve andare innanzi tutto o cosa? 
«Guardi, bisogna essere realisti: Assad non è il futuro ma in questa situazione nessuno può porre condizioni anche perché nessuno sarebbe in grado di farle rispettare».
Professore, lei giustamente insiste molto sulla Siria ed è preoccupato per il Libano, ma è inutile dire che la scossa all`opinione pubblica europea sia venuta da Parigi. Che nesso c'è fra le due cose? 
«Parigi ha segnato la presa di coscienza del problema ma il turning point è la Siria. Strategicamente è così. Certo, gli attentati di Parigi sono rivelatori della fragilità dell'Europa, e tuttavia dire "guerra" è una semplificazione, come ho detto prima».
Anche perché guerra contro chi?
«Già, perché questi terroristi non stanno nelle montagne afghane ma sulla Rete, come si dice, sono fra noi, in Europa».
L'Europa debole a cui stava accennando. «La debolezza intesa come morte sociale, dove non esiste una cultura condivisa, popolare. Conosco bene le banlieues di Parigi, sono un deserto di presenze associate. Una volta erano piene di parrocchie e di sedi sindacali e di partiti, ora le parrocchie son state accorpate e il resto è chiuso, c`è il vuoto più assoluto: a Ivry sull'avenue Thorez c'era la sezione del partito, ora c`è una moschea... Non è così solo a Parigi ma anche a Bruxelles, anche da noi. Si vede bene la duplice emergenza europea: le periferie e i giovani».
Infatti è lì che il terrorismo fa proseliti. «Sì, è in quelle periferie vuote che i giovani in crisi trovano una risposta ideologica in quella lettura dell`Islam. Anche perché la protesta non trova sbocchi diversi, democratici, politici, istituzionali».
Un po` come fu con le Brigate rosse, dice? «Sì, io me li ricordo bene quegli anni. È la disperazione il terreno di coltura del terrorismo. È il vuoto dei cuori e della mente. Ecco il punto centrale della cultura: dissoltasi la cultura comunista, ritrattasi la cultura cattolica, si è creato un vuoto. Per fare un esempio, su Mafia capitale ha dovuto parlare un papa argentino, nel 1974 fu il Vicariato si Roma a fare il grande convegno sui mali di Roma...»
Sicurezza e cultura, ha detto Renzi. Ma non si rischia di fare un po' di sociologismo, "facciamo più strutture socialie così combattiamo il terrorismo"? «Cultura non solo come aiuto all'eccellenza, che pure è giustissimo, ma proprio "rifare la cultura", una cultura popolare, pensare a un umanesimo italiano e europeo, lavorare nei mari immensi delle periferie. Quindi, la risposta deve essere articolata: lotta alle finanze del terrorismo, suo contenimento territoriale, pacificazione in Siria. Ma in ogni "guerra" il "fronte interno" è importantissimo. In questo senso un po' di sociologia pratica può servire a ricostruire idealità e cultura di un popolo. Senza le quali il terrorismo ha già vinto».

venerdì 27 novembre 2015

Religioni e civiltà: Una Chiesa dal volto più umano

Con il Giubileo straordinario, papa Francesco chiede ai cattolici una "conversione" alla misericordia e a una concezione della fede aperta ad essa 

L'8 dicembre prossimo, papa Francesco apre il giubileo straordinario dedicato alla "misericordia". È anche il giorno in cui cade il cinquantesimo anniversario della conclusione del Vaticano II, la cui attuazione è sentita da Bergoglio come un fatto di primaria importanza. I giubilei (i cosiddetti Anni Santi) si ripetono nella Chiesa cattolica ogni venticinque anni come tempo di rinnovamento della fede e di pellegrinaggio a Roma. È una tradizione che risale almeno al 1300 e si riallaccia al giubileo ebraico, che ha però un'altra dimensione. Dopo il Vaticano II, molti erano contrari a continuare questa tradizione di origine medievale. Il giubileo cadeva nel 1975, a dieci anni dalla fine del Concilio. Paolo VI invece volle l'Anno Santo e fu un grande successo. Nel 2000, il giubileo attrasse a Roma il maggior numero di pellegrini di tutta la storia degli Anni Santi. Giovanni Paolo II considerò il giubileo del 2000, come il culmine del suo pontificato. Avrebbe voluto farne l'inizio di una stagione di rinnovamento nella Chiesa, ma la sua malattia glielo impedì. Papa Francesco, 1'8 dicembre, apre un giubileo straordinario, non quello che cade ogni venticinque anni. L'annuncio è stato dato a sorpresa e senza grande preparazione. Il papa non vuole fare qualcosa di grandioso. Con il suo messaggio sulla misericordia, sta però preparando il giubileo fin dalla sua elezione. Ha voluto che si aprissero le "porte sante" (quelle che i pellegrini varcano) anche nelle diocesi del mondo e non solo a Roma, in modo che i cattolici possano raggiungerle facilmente. Ha anche chiesto che ci siano "porte sante" pure in luoghi di carità e solidarietà, come mense per i poveri o altro. Insomma il Giubileo - nella visione del papa - vuol essere l'espressione di un cristianesimo popolare segnato dalla misericordia, in un mondo attraversato da nuovi muri, conflitti, terrorismo e guerre. La misericordia vuol essere la risposta del popolo di papa Francesco alle tante crisi del nostro tempo. Si tratta di suscitare quell'umanesimo popolare cristiano, che Bergoglio ha recentemente prospettato ai cattolici italiani, riuniti a Firenze.
Il papa chiede ai cattolici una "conversione" alla misericordia e a una concezione della fede aperta ad essa. È un processo che mira a realizzare un volto più umano e materno della Chiesa. Con il giubileo, Francesco si rivolge direttamente al popolo cristiano. L'ha fatto varie volte negli ultimi tempi, anche quando gli scandali sui documenti trafugati in Vaticano hanno gettato ombre sulla Curia. Difficoltà e resistenze (interne ed esterne) non mancano al suo governo. Il Papa però non si lascia intrappolare nelle crisi dell'amministrazione o negli inciampi della gestione. Forse non ha elaborato un progetto riformatore, a differenza di Paolo VI che aveva vissuto lunghi anni in Curia e aveva meditato su come cambiare le strutture della Chiesa. Ma ha una visione ampia, che persegue fin dalla sua elezione, come un processo di cambiamento: quella di un cristianesimo capace di radicarsi nel messaggio del Vangelo in modo autentico e di incontrare la realtà del mondo contemporaneo. I passaggi chiave di questo processo d'innovazione sono la "conversione dei cuori" e la riforma della Chiesa. Questo vuol essere il Giubileo: una chiamata dei cristiani a vivere questi passaggi chiave, simboleggiati dalle "porte".
Il Papa vuole un cristianesimo capace di radicarsi nel messaggio del Vangelo in modo autentico e di incontrare la realtà del mondo contemporaneo.

giovedì 26 novembre 2015

Dopo la strage di Parigi: ripopolare le periferie dei nostri valori

Un editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana  del 29/11/2015
Il vuoto di politiche sociali ha aggravato il disagio

L'attacco terroristico a Parigi, il 13 novembre scorso, fa paura. La violenza toccherà anche noi? Il successivo attacco a Bamako in Mali dà la sensazione di una guerra, come del resto ha dichiarato il presidente francese, François Hollande. Dovremo cambiare abitudini? O bisogna scendere in campo contro i terroristi in Medio Oriente, come fa la Francia con i raid aerei sui territori dell'Isis? A lungo abbiamo pensato che la violenza restasse lontana. Ora la nostra vita deve cambiare. Ma abbiamo la memoria corta. Nei primi anni de1 2000, Spagna e Gran Bretagna sono state colpite. Sarebbe un errore cadere subito nel panico. Certo la minaccia c'è. Ci sono infiltrati nelle nostre società, pronti a raccogliere l'invito dell'Isis a colpire. Ci si chiede: abbiamo sbagliato a far entrare tanti musulmani in Europa? Da questa domanda potrebbe nascere un atteggiamento diffidente verso i musulmani europei, quasi un muro contro muro. È la reazione che l'Isis vuole. Ma la gran parte dei musulmani ripudia il terrorismo. Certo, tutti debbono rispettare la legge. Compito decisivo è quello della polizia e dell'intelligence, sempre più coordinate a livello europeo, contro un pericolo insidioso.

SUL PIANO POLITICO OCCORRE INTERVENIRE IN SIRIA: RISOLVERE QUEL NODO SIGNIFICA CONTENERE L`ISIS

Qui c'è un Iraq, frantumato dopo l'intervento per abbattere Saddam Hussein. La Siria, da quattro anni, è dentro una guerra terribile. In questo caos, con complicità occulte, si è incuneato l'Isis creando uno Stato territoriale tra Iraq e Siria, dotato di buone risorse finanziarie. Il grande errore è stato non porre fine alla guerra in Siria, mettendo insieme con realismo i resti del regime di Assad e le opposizioni. Ha giocato la rivalità tra Stati Uniti e Russia. La Siria è distrutta: su venti milioni di abitanti, più della metà hanno lasciato le loro case e otto milioni sono fuori dal Paese. Ci vuole la pace in Siria, per far tornare i rifugiati e contenere l'Isis. E occorre la collaborazione di tutti. Le guerre aperte sono sempre origine di drammi e di pericolose conseguenze collaterali. Bisogna agire anche in Europa. Nelle periferie europee, come a Parigi o Bruxelles, sono sorti quartieri-ghetto, dove giovani musulmani diventano accoliti dell'estremismo o addirittura terroristi. Il vuoto di politiche sociali ed educative ha aggravato il pericolo in questi "mondi perduti". Molto devono fare le organizzazioni musulmane nell'educare al rispetto dell`altro. Ma va ripresa l'iniziativa sociale, ricostruendo una città dove si vive insieme. La preoccupazione non ci deve far innalzare muri. C`è bisogno di un nuovo slancio umano, per affermare i nostri valori europei: vivere insieme nel rispetto, nella legge, solidali, in pace e in democrazia.



L`ISLAM CHE VUOLE LA PACE
Cortei di islamici per dire no al terrorismo dell`Isis. Si sono svolti sabato scorso a Roma e Milano. A organizzarli, l`Unione delle comunità islamiche. Lo slogan chiave: «Musulmani d'Italia - Not in my Name - No al terrorismo».

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lunedì 23 novembre 2015

Il terrore si affronta con politiche sociali e un impegno educativo - Andrea Riccardi su Corriere della Sera


Le conseguenze di quanto è stato fatto in Iraq sono sotto gli occhi di tutti. Si tratta di uno scenario da non ripetere. Grandi parti del mondo musulmano sono esterne allo scontro: l`Islam indonesiano (200 milioni) non ha creato uno Stato confessionale.  Il conflitto in corso è soprattutto tra arabi e di arabi, che vogliono una leadership mondiale attraverso il califfato e una sfida globale 

Chi ama Parigi sente quanto è stato terribile il 13 novembre. I terroristi hanno colpito la capitale che più esprime lo spirito europeo. Il presidente Hollande ha dichiarato: «Siamo in guerra». Il brutale attacco terrorista all'albergo di Bamako, in Mali, vuol mostrare quasi un assedio islamico alla Francia. Certo dovremo abituarci a vivere con i rischi e le paure dell'offensiva terrorista. Avvenne anche dopo l'11 settembre, quando furono colpite, nel 2004, Madrid con 191 caduti e Londra, un anno dopo, con 56 morti.
È duro per noi europei, abituati a pensare la guerra lontana. È ingiusto e orribile. L'esperienza del primo decennio del 2000 però ci insegna qualcosa. Non si può ripetere lo scenario del post 11 Settembre: la guerra in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003. Le conseguenze in Iraq sono sotto gli occhi di tutti con la fine di un Paese, oggi in parte in mano ai jihadisti. Tony Blair ha ammesso recentemente l'assenza di reali motivi per l'attacco a Saddam Hussein. Quello scenario è stato sconfessato dalla storia.
C'è una guerra in corso: principalmente tra musulmani, tra sunniti, tra sciiti e sunniti. Parliamo d'Islam, ma dovremmo parlare di più di conflitto tra arabi. Grandi parti del mondo musulmano sono esterne al conflitto: l'Islam indonesiano con più di 200 milioni di musulmani non ha creato uno Stato confessionale. Imponenti comunità musulmane, in Pakistan, India, Cina e Bangladesh, non sono arabe. L'Islam arabo conta 320 milioni su più di un miliardo e mezzo di musulmani. La guerra è soprattutto tra arabi e di arabi, che - attraverso il califfato e una sfida globale - vogliono una leadership mondiale. La creatura mostruosa del Daesh ha goduto di oscure complicità nella penisola arabica e nel mondo turco con la speranza di utilizzarla.
Questa ha prosperato nelle rovine dell'Iraq e dentro la lunghissima guerra siriana. C'è la responsabilità occidentale di non aver posto fine al conflitto, pur di non associare la Russia e l`Iran a una soluzione. Il popolo siriano è distrutto, mentre ogni appello alla ragione - ricordo quello per Aleppo - non ha trovato ascolto. Un conflitto di più di quattro anni non può non «infettare» la regione. I terroristi sono cresciuti, creandosi una base territoriale, prossima al Mediterraneo e incuneata nel Medio Oriente. Si discute molto di Islam e terrorismo.
Ci troviamo però di fronte a una questione araba, che lascia indifferenti molti musulmani del mondo. Il califfato utilizza l'appello alla religione per allargare il consenso e rivestirsi di leadership inter-islamica. Come Al Qaeda. Questo è lo scopo della lotta all'Europa, per trascinarci in uno scontro frontale islamico-occidentale. Si ricordino le immagini raccapriccianti dell'uccisione dei cristiani copti sulle rive della Libia, per prefigurare un'aggressione ai cristiani del Nord. Non possiamo riconoscere ai jihadisti lo status di nemici frontali. Farebbe il loro gioco per radunare più musulmani dietro di loro in Europa e nel mondo. Bisogna agire in modo fermo e articolato. Può sembrare debole rispetto ai proclami, ma isola e respinge il jihadismo. Sono necessari rapidi passi in avanti per sanare il conflitto in Siria, utilizzando i resti del (terribile) regime e gli oppositori disponibili. Così si spingono i terroristi nel deserto. Sono da sostenere gli Stati arabi: Tunisia, Giordania ed Egitto (si potrà affermare l'ordine egiziano nel Sinai?).
La Turchia e l'Iran sono decisivi. L'Italia l'ha sempre creduto. La vera debolezza europea è nei focolai terroristici e nei foreign fighters nel continente. Qui intelligence e polizia debbono agire con determinazione e coordinamento continentale. La maggiore debolezza delle nostre società sono le grandi periferie, gli agglomerati senza senso, dove un ragazzo si trasforma in terrorista. La lotta al terrorismo si fa con una politica sociale, creando reti umane e educative dove sono masse anonime (spesso contagiate dalla propaganda via Internet). Bruxelles, Parigi, le loro periferie, sono mondi a rischio. Bastano poche persone per fare tanto male. I tagli sulla politica sociale si pagano. Sono scomparsi troppi agenti di prossimità.
L'Islam europeo si sta però svegliando anche a nuova responsabilità, ma va coinvolto di più.  Le religioni hanno un compito nel creare una rete. Senza bonifica delle società, il pericolo resta. E questo è forse il lavoro più difficile.

Andrea Riccardi 

giovedì 12 novembre 2015

Perché serve che la Turchia sia europea

Ankara deve diventare un perno di stabilità nella regione

Articolo di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 12 novembre 2015

Le elezioni in Turchia hanno dato la vittoria al partito del presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan e del primo ministro Ahmet Davutoglu di orientamento islamista. Quello che preoccupa l'opinione internazionale non è l'orientamento del partito, ma le ambizioni di Erdogan: gestire il potere in maniera talvolta autoritaria. Qualcuno parla di "nuovo sultano".
Del resto Erdogan ha voluto altre elezioni, non rassegnandosi al risultato del giugno 2015, che non dava al suo partito i voti necessari a governare da solo. A giugno, l'Hdp, partito filocurdo e delle minoranze, era arrivato sorprendentemente al 13%; invece alle ultime elezioni è sceso al 10,34, poco oltre lo sbarramento. Erdogan, alle ultime elezioni, ha avuto il 49,46%, cioè 316 seggi su 550. Ha oggi la maggioranza per governare (non però i 330 seggi necessari per la riforma costituzionale che inaugurerebbe un regime presidenziale, come il leader desidera).
La campagna elettorale è stata accompagnata da misure severe contro la stampa, nonostante le proteste e l'accusa di voler costruire un regime liberticida. Intanto la tensione saliva a causa di una serie di attentati terroristici e riprendeva la lotta tra l'esercito e la guerriglia curda del Pkk, dopo una lunga tregua. Una larga parte del Paese sta con Erdogan: in particolare l'Anatolia centrale e la regione del Mar Nero, ieri così arretrate e oggi invece in pieno sviluppo. Ciò è dovuto largamente alla politica di Erdogan.
I turchi sono andati a votare con un'affluenza dell'86,76%: segnale di un condiviso senso di drammaticità del momento, ma anche di appoggio al Governo. C'è però un'altra Turchia, laica, che considera la situazione a rischio di regime autoritario e si oppone a Erdogan, come si è visto a Istanbul con le manifestazioni al Gezi Park.
Un Governo del presidente finirà per acuire il contrasto. Erdogan è molto forte, dopo aver smantellato, in nome dell'Europa e della democrazia, il tradizionale sistema di contrappeso - un vero contropotere - delle forze armate, custodi della laicità e dell'eredità di Kemal Ataturk, fondatore della Repubblica. Tuttavia l'avvicinamento all'Europa non è avvenuto, sia per le carenze turche sia per la volontà di parecchi Paesi dell'Unione, contrari all'ingresso del gigante turco. Così la Turchia (che accoglie molti profughi siriani e dev'essere sostenuta dagli europei) ha avuto un ruolo poco lineare in Medio Oriente alla ricerca di spazi d'influenza. Quello che avviene in Turchia, Paese membro della Nato, è preoccupante. Bisogna provare ad ancorare di più Ankara all'Europa, al suo mondo di valori e interessi mediterranei. Oggi è meno facile di ieri. Ma il gigante turco deve diventare, in una regione così conflittuale, un perno di stabilità.

venerdì 6 novembre 2015

Vatileaks, Riccardi smentisce: Mai incontrato ne' avuto conversazioni telefoniche con Chaouqui

VATILEAKS, RICCARDI SMENTISCE: “MAI INCONTRATO  NE' AVUTO CONVERSAZIONI TELEFONICHE CON CHAOUQUI”


ROMA - Riguardo alle indiscrezioni sull’affare denominato “Vatileaks” e sulle inchieste giudiziarie in corso - uscite questa mattina su alcuni organi di stampa - si rende noto che Andrea Riccardi non ha mai incontrato, né avuto conversazioni telefoniche con la signora Francesca Immacolata Chaouqui.