mercoledì 22 luglio 2015

Religioni, ecologia e pace "tre cose che vanno insieme" Andrea Riccardi al Summit sul clima

Andrea Riccardi ha partecipato al Sommet de Consciences di Parigi sul clima, insieme al patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli, al Card. Turkson, presidente del pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace e a un gruppo di "saggi" che il 21 luglio si sono interrogati a Parigi sui cambiamenti climatici e le loro drammatiche conseguenze.
"Why do I care", perchè mi interessa, è il motto del Summit, che ha raccolto voci diverse su un problema che riguarda davvero tutti. 
"Sono convinto che le religioni abbiano un grande ruolo nel far lievitare la coscienza dei popoli sull'ecologia e la pace: i due temi stanno insieme". Ha detto Andrea Riccardi "Nel patrimonio religioso ci sono le motivazioni del destino comune dei popoli nella madre terra. Vanno riproposte. I leader religiosi e i credenti debbano vivere una conversione ecologica, comunicando stili di vita differenti. Tale conversione è motivata in profondità dalle loro tradizioni. Leader illuminati, come il patriarca Bartolomeo o papa Francesco, lo mostrano"..
Al termine del Summit è stato proclamato un appello LEGGI L'APPELLO
Andrea Riccardi (primo a sinistra) con gli altri partecipanti al SOmmet del consciences sul clima
Per saperne di più
La Depeche

Notizie Italia News "Parigi: Al "Summit delle coscienze" sul clima Bartolomeo I, Turkson, Rosen, Riccardi"

venerdì 17 luglio 2015

Religioni e civiltà, nuova rubrica di Andrea Riccardi su "Sette": La globalizzazione ha frammentato il mondo

Riportiamo il primo articolo di una rubrica settimanale su "Religioni e civiltà" che Andrea Riccardi curerà su "Sette" del Corriere della Sera. L'obiettivo di questa rubrica:  Le civiltà e le religioni sono attori di rilievo, ma bisogna avere la pazienza di leggerne il percorso complesso e l`incrocio con altri fattori.

La globalizzazione ha frammentato il mondo. È un fenomeno che non riguarda soltanto i musulmani. Per capire questo nuovo, variegato universo è vietato semplificare
Gli attentati terroristici islamici hanno fatto parlare di "scontro di civiltà". Il Primo ministro francese, Manuel Valls, dopo la recrudescenza di violenza islamica all'inizio del Ramadan, ha dichiarato: «Non possiamo perdere questa guerra, perché in fondo è una guerra di civiltà». Bisogna chiamare i fatti con il loro nome, ha detto. Lo pensano in parecchi.
L'espressione "guerra di civiltà" è divenuta popolare dopo la fine della guerra fredda. Prima dell`89, il mondo era diviso nel ferreo ordine di due blocchi contrapposti: l'Occidente e l'Oriente comunista. Esistevano anche i Paesi non allineati, in gran parte ex coloniali. Ma il cuore dello scenario internazionale era lo scontro tra Est e Ovest. Avevamo dimenticato il radicamento delle identità nazionali nell`Est comunista e la forza della religione, come si è visto con il ruolo del cattolicesimo nella transizione polacca. Il mondo multipolare dopo l'89 è apparso caotico e conflittuale.
Così nel 1993, lo studioso americano Samuel Huntington ha proposto un'interpretazione dello scenario internazionale. Questo sarebbe articolato in civiltà (generalmente con riferimento a una religione): l'occidentale, l'islamica, la cinese, l'ortodossa, la giapponese e altre. Per alcune di esse, il destino era inevitabilmente lo scontro, ad esempio tra Occidente e Islam. La tesi non era nuova per gli studiosi. Ma è divenuta presto popolare in un mondo complicato e orfano della chiarezza spietata della guerra fredda. L'11 settembre 2001, con gli attentati islamici negli Stati Uniti, è apparsa la conferma di questa tesi: era uno scontro di civiltà.
In realtà, nel mondo globale, tutto è molto complesso. Le civiltà e le religioni sono una realtà importante, ma s'intersecano con tanti fattori in modo non schematico. Il mondo musulmano sta vivendo un implacabile conflitto tra sunniti e sciiti. Il terrorismo radicale ha un retroterra vasto tra musulmani, ma non fa l`unanimità. In realtà - spiega l'islamologo Olivier Roy - la globalizzazione ha ancor più frammentato il mondo islamico. I sunniti - si pensi all`Egitto - sono divisi e in conflitto: dai Fratelli Musulmani, ai salatiti, a Al Azhar e ancora... Il ritorno dell'islam sulla scena politica si è accompagnato a processi individuali, a una crisi d'autorità e a un bricolage di posizioni. La religione musulmana non è un fatto unitario politicamente. Questo non vuol dire che non esista la sfida terroristica.
STORIA DEI SINGOLI PAESI. La frammentazione non riguarda solo i musulmani. Si potrebbe parlare del mondo ortodosso e di tanti altri universi culturali e religiosi. Le civiltà e le religioni sono attori di rilievo, ma bisogna avere la pazienza di leggerne il percorso complesso e l`incrocio con altri fattori. Le religioni e le civiltà sono anche determinate dalla storia dei singoli Paesi. Il mondo globale è molto variegato. Non lo si può affrontare a colpi di semplificazioni, se si vuole capire qualcosa e prendere decisioni in senso giusto. Il nostro non è proprio un tempo per "terribili semplificatori".

sabato 11 luglio 2015

Andrea Riccardi, in visita ad Abidjan, incontra il presidente della Costa d'Avorio, Alassane Ouattara

Andrea Riccardi, durante la sua visita ad Abidjan, capitale economica della Costa d'Avorio, per il convegno "L'Africa tenderà le mani a Dio" che raccoglie le Comunità di Sant'Egidio dell'Africa Occidentale (vai alla news) ha incontrato il presidente della Repubblica della Costa d'Avorio, Alassane Ouattara.
Guarda il video

venerdì 10 luglio 2015

Un numero di Limes sulle migrazioni: chi bussa alla nostra porta? Lo presentano Andrea Riccardi, Lucio Caracciolo, ministro Boschi

Il nuovo numero di Limes sui migranti, intitolato Chi bussa alla nostra porta, verrà presentato mercoledì 15 luglio alle ore 18 a Roma, presso la Società Dante Alighieri verrà presentato mercoledì 15 luglio a Roma presso la Società Dante Alighieri, con il ministro Maria Elena Boschi e Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri e fondatore della Comunità di Sant’Egidio.


Interverranno:
Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme costituzionali e dei Rapporti con il parlamento
Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri e fondatore della Comunità di Sant’Egidio
Lucio Caracciolo, direttore di Limes

Appuntamento Mercoledì 15 luglio alle ore 18
presso la Società Dante Alighieri
Piazza di Firenze, 27, 00186 Roma

giovedì 9 luglio 2015

Fatima, l'italiana - La Jihad in casa. Un editoriale su @fam_cristiana

La vita della famiglia Sergio di Inzago (poco più di io mila abitanti nella città metropolitana di Milano) era come tante. Approdati dal Sud alla ricerca di lavoro, erano stati aiutati dalla parrocchia e dalla Caritas. Si vedevano anche a Messa.
Il padre, ultimamente, aveva avuto problemi di lavoro: cassintegrato, sarebbe potuto tornare a lavorare. Le figlie studiavano: Maria Giulia alla facoltà di Biotecnologia alla Bicocca. Una famiglia normale. Un fatto l'ha cambiata: la conversione di Maria Giulia all'islam. Ha rotto il matrimonio con un tunisino (giudicato poco credente). Si è sposata poi con un albanese dalla famiglia estremista ed è andata con lui in Siria per unirsi ai combattenti musulmani. È divenuta una foreign fighter del sedicente califfato. Sono ormai 25 mila, un quarto convertiti. Fa impressione sentire la registrazione delle telefonate di Maria Giulia dalla Siria con la sorella e il padre: la famiglia deve "correre" nella terra dell`Isis, perché «noi dobbiamo stare soltanto con i credenti». La logica è stringente, mostra una convinzione fanatica. La madre esita e la figlia intima al padre: «Prendi mamma per i capelli e vieni in Siria». La polizia ha fermato la famiglia in partenza. È la storia di un vicino (italiano) diventato terrorista. Dietro c`è un tessuto di contatti, collegamenti, maestri dell`odio, organizzatori che portano fino in Siria. Ma soprattutto colpisce come una convinzione così forte e fanatica come quella di Maria Giulia s`imponga e trascini i genitori sessantenni e la sorella. Solo la nonna resiste: «È una miscredente, abbandoniamola», dice Maria Giulia. Storie di follia non mancano. Ma questa rivela una società indifesa, perché senza convinzioni, con pochi legami, e spesso caratterizzata da un cristianesimo pallido. Certo, il problema sono i predicatori dell`odio. Impressiona però la forza attrattiva delle convinzioni fanatiche. La gente è spesso sola, specie nelle periferie. La storia di Maria Giulia e della sua famiglia, pur senza enfatizzarla, è un sintomo. Dice che la nostra società, scarica di valori e legami, non va. Non bastano a proteggerla gli investigatori o le forze dell`ordine. C`è il problema di una realtà umana che sappia trasmettere qualcosa. Questa è anche una domanda alla Chiesa. In tanti cuori c`è un silenzio grande, talvolta cupo. Ha ragione papa Francesco: bisogna uscire, guardare, incontrare e parlare.

lunedì 6 luglio 2015

Profughi e migranti - Convegno al Senato della Repubblica 6 luglio ore 16


Il dovere di salvare Aleppo, crocevia di civiltà. Appello di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera

Il segretario dell`Onu giudica «vergognoso» l`aggravarsi delle sofferenze della popolazione siriana Concentrarsi su una città non significa dimenticare la tragedia che riguarda un intero Paese

Aleppo sta morendo. Le notizie non sono del tutto chiare. Non è facile capire bene chi vinca sul terreno tra i vari gruppi ribelli, al Nusra e l`Isis o il regime di Assad (che però è sempre più alle corde). È chiaro invece che la città sta morendo. Aveva quasi tre milioni di abitanti, la più popolosa della Siria. Ed era tanto bella Aleppo! Lo era per i suoi monumenti storici, il fascino del suo grande bazar, la millenaria solennità della sua cittadella, dove la tradizione vuole abbia fatto sosta persino Abramo. Aleppo era bella anche per il messaggio che proveniva dalla sua vita: si poteva vivere insieme tra gente diversa. Per secoli e secoli, i musulmani avevano vissuto insieme con i cristiani e gli ebrei (progressivamente scacciati nel secondo dopoguerra, di cui resta una stupenda sinagoga). Durante la Prima guerra mondiale, Aleppo aveva salvato tanti armeni perseguitati. La comunità armena era importante, con la sua meravigliosa cattedrale, ora bombardata. L`Hotel Baron, frequentato da Lawrence d`Arabia, Agatha Christie, Kemal Ataturk e da tanti altri, era il luogo dove i proprietari armeni esercitavano la loro influenza per salvare i connazionali. Aleppo, dichiarata patrimonio universale dell`umanità nel 1986, era rimasta la città del «vivere insieme» anche negli anni grigi del regime. C`erano circa 300.000 cristiani, quasi il 10% della popolazione. Aleppo era un messaggio, scritto nella sua storia e tra i suoi abitanti. Ormai la città, che fu un crocevia (una tappa sulla via della seta verso Oriente), è isolata. La parte centrale, in mano al regime, è legata al Libano da un corridoio pericoloso. Il resto è nelle mani dei gruppi ribelli, di al Nusra, mentre l`Isis fa pressione. Due bombe dell`Isis sono scoppiate nella parte controllata dai ribelli, dove si è svolta pure una manifestazione in favore del califfato. L`Isis ha bombardato il quartiere cristiano, facendo decine di vittime. La gente è disperata. Metà della popolazione è fuggita. Di cristiani ne sono rimasti appena un quinto. Chi può fugge. Chi resta è povero o impoverito. Oppure è un eroe. Come Nabil Antaki (di antica famiglia cristiana) che resta a dirigere uno dei due ospedali funzionanti nella parte governativa. Amnesty International stima che siano morte più di 31.00 persone a causa dei bombardamenti del regime tra il gennaio 2014 e il marzo 2015. E poi tanti altri, colpiti dalle opposizioni. Nella regione di Aleppo - denuncia l`Onu c`è fame. Aleppo muore e nessuno fa niente. Si dice che non si può. La Siria è una delle rare situazioni in cui i Paesi occidentali, la Russia, la Turchia e i governi arabi, nonché l`Onu, abbiano dimostrato un`impotenza totale. Una pace globale sembra impossibile. E nessun governo vuole impegnarsi nelle cause difficili. E alcuni sperano di trarre qualche vantaggio dal caos, mentre i più restano ingabbiati in posizioni datate. Un anno fa avevo lanciato un appello per congelare la situazione militare di Aleppo e farne una zona di non combattimento. Molte adesioni e qualche sospetto che una parte si potesse avvantaggiare di tale situazione. È meglio allora desertificare la città? A febbraio, per interessamento di Staffan de Mistura, il regime di Assad ha dichiarato la tregua di sei settimane su Aleppo. Ma un gesto unilaterale non favorisce l`accettazione dalle altre parti. Eppure, la pacificazione di aree determinate è l`unica soluzione, finché non si trova l`accordo tra i tanti attori sul terreno e nel quadro internazionale. Se la pace globale è difficile, almeno si sottraggano pezzi di Siria all`orrore della guerra. Bisogna salvare quello che resta di Aleppo. Il primo luglio, il segretario generale dell`Organizzazione delle nazioni unite, Ban Ki-moon, ha lanciato un appello per la Siria, giudicando «vergognoso» l`aggravarsi delle sofferenze della popolazione siriana, la cui metà è fuggita e che ha avuto ben 220 mila morti. È vero: è una vergogna. Ci stiamo però abituando che l`orrore avvenga sotto i nostri occhi, magari lamentandoci dei rifugiati che arrivano sulle nostre coste (ma sono pochi rispetto al numero complessivo; e dove devono andare?). Salvare Aleppo non è dimenticare la Siria, ma dare un segno di una possibile evoluzione positiva del Paese. Questo richiede un`azione laboriosa per mettere insieme i tanti soggetti sul terreno e nella comunità internazionale; domanda anche la volontà politica di imporre soluzioni di pace; esige poi il coraggio di un`iniziativa che manca nel balletto multilaterale. Con Aleppo e la sua gente, sta morendo la credibilità della politica internazionale.
di Andrea Riccardi