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Lavoro e cittadinanza: questioni che vanno comunque affrontate. I referendum non hanno raggiunto il quorum, ma i temi restano d'estrema attualità per il Paese


Immagine da Liberetà

L'Italia è il Paese europeo dove si sono svolti più referendum, a parte la Svizzera che li usa come metodo di governo: dal 1950 ci sono state 77 consultazioni; solo 10 in Francia, 5 in Spagna, 3 in Germania. Dalla fine degli anni `90, il quorum non è stato più raggiunto salvo che nel 2011 per i referendum sull'acqua e il nucleare. 

I cinque referendum scorsi sono stati un rito frustrante: nessuno ha ottenuto il quorum. Lo strumento referendario risente della disaffezione degli elettori al voto. Anche alle elezioni politiche vota circa la metà degli aventi diritto (talvolta meno) e per i referendum la scarsa affluenza diventa esiziale per il quorum. Molti analisti propongono un quorum al 40% o al 30-35%, aumentando le firme per indirlo da mezzo milione ad almeno un milione. 

L'attuale presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, sostiene che si tratta di un istituto «espressione di democrazia diretta», ricordando che «è per effetto di un referendum - quello del 1946 - che è nata la Repubblica». Ogni variazione legislativa sul referendum necessita di una legge costituzionale, difficile in tempi polarizzati come i nostri. Alla fine l'umiliazione del voto diventa anche quella della partecipazione politica. Le elezioni finiscono per essere una delega a governarci. 

Le due tematiche alla base dei quesiti erano però di estrema attualità. La questione del lavoro riguarda i primi quattro quesiti. 

Sicurezza e precariato sono ferite aperte, Mattarella insiste sui tanti incidenti, frutto di regole non chiare, assenza di garanzie e cattiva gestione degli appalti. L'aspetto più rilevante è la dignità del lavoro: che significa che l'Italia è una «Repubblica fondata sul lavoro», se questo è divenuto materia evanescente, insicura, instabile e spesso mortificata? Per non parlare del sommerso e del nero. Oggi il lavoro non definisce più una persona: quasi mai "uno è quel che fa", perché oggi si lavora a tempo, si cambia, si è sfruttati. 

I giovani non sono più legati al lavoro come i loro padri o nonni, ma si fanno nomadi cercandolo dov'è più rispettato (quindi pagato), oppure (sempre di più) usano il lavoro come mera sussistenza. Ma la loro vita è altrove. 

Per questo, la battaglia sul reddito minimo o sull'aumento dei salari rimane in Italia una questione inevasa, che il Governo dovrà affrontare. In Italia i salari sono bassi, fra i meno cresciuti in Europa nell`ultimo decennio. Se dunque i referendum sono falliti, viva rimane la questione del lavoro: proletarizzarlo e umiliarlo farà emigrare ancor di più i giovani e causerà rancore, risentimento o depressione. 

L'altro grande tema è la cittadinanza. Qui più del 34% dei votanti hanno risposto no al taglio di 5 anni di residenza per richiedere la cittadinanza. Se i votanti erano per lo più di sinistra, qual è la visione di questa sinistra? Quale la visione del futuro di un Paese che ha bisogno di risorse umane per crescere? Si tratta di un atteggiamento miope, pauroso di ogni cambiamento, ossessionato dalla propria sicurezza.

Senza l'apporto degli "stranieri" (magari residenti qui da tanti anni), l'Italia non ha futuro. È da auspicare che, almeno per i bambini stranieri, si legiferi sullo ius scholae, su cui ci sono convergenze ampie. Ma ho timore che si continuerà a guardare al consenso della paura e non al bene dell`Italia e di tanti "nuovi italiani" che vivono tra noi.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 22/6/2025


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