venerdì 26 maggio 2017

Le guerre dimenticate: l'Occidente non può voltare la testa

La guerra è una realtà molto presente nel mondo di oggi, sono ancora tante le regioni da pacificare. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana del 28/05/2017

Donald Trump, in visita a Riad, ha dichiarato ai leader arabi e musulmani: «Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede». Parlava del radicalismo islamico, ancora protagonista della scena mediorientale. La regione è ben lontana dalla pace. E non solo per l'islamismo. Forse abbiamo voltato la testa dall'altra parte e ci siamo dimenticati che in Siria si combatte ancora. E anche in Iraq.

Quello che è avvenuto in Siria resterà come una voragine aperta nella coscienza dei primi decenni del XXI secolo. Non si sono risparmiate vite umane per affermarsi sul campo. Non significava niente l'immenso patrimonio umano e culturale di Aleppo. Un recente libro dello storico Philip Mansel, Aleppo, ripercorre la storia ricca, stratificata e millenaria di questa città, monumento della civiltà del vivere insieme. La sua distruzione ci ricorda come, in pochi anni, possa andare perduto un patrimonio dell'umanità e possano scomparire migliaia di persone. In Siria ne sono state uccise 500 mila. Oggi si cerca di trasformare la guerra siriana in un conflitto a bassa intensità: forse il futuro sarà la spartizione del Paese.

La guerra continua nello Yemen che non fa notizia. Qui l'Arabia Saudita lotta contro i miliziani houti (sciiti), mentre si è determinata una grave crisi umanitaria con un'epidemia di colera e diffusa malnutrizione infantile. Nessun obiettivo civile viene risparmiato. E ci sono due milioni e mezzo di sfollati. In Sud Sudan, Stato di fresca indipendenza, si continua a combattere tra milizie delle varie etnie, mentre c'è una gravissima crisi umanitaria. Un milione e mezzo di persone espatriate in Etiopia e in Uganda. Quale peso di rifugiati sopportano i Paesi africani in confronto a quelli europei! È vergognoso che il popolo sudanese, che ha tanto aspirato all'indipendenza, sia oggi ostaggio delle logiche politico-etniche.

La guerra è una realtà molto presente nel mondo di oggi. Non dimentichiamo che la Libia non ha ancora trovato stabilità. Il conflitto a bassa intensità in Ucraina fa pagare un alto prezzo alle popolazioni della regione orientale del Donbass (senza che nessuno ne parli). Il terrorismo e il radicalismo islamico sono gravi problemi da affrontare. Ma ci sono regioni intere da pacificare. E le guerre si eternizzano, non fosse per gli interessi economici e per il lucroso traffico di armi. Seguire le vicende politiche, apprendere elementi di geopolitica, prendere parte manifesta che non ci siamo rassegnati alla guerra: avere un'opinione è anche un modo di far pesare la propria volontà di pace. E la preghiera per la pace è, tra l'altro, un modo di ricordare sempre e di non rassegnarsi alle "guerre degli altri".

lunedì 22 maggio 2017

Quei cardinali «di periferia» scelti dal Papa

Dal Corriere della Sera del 22 maggio 2017

Papa Francesco è arrivato alla quarta «infornata» di cardinali (così si diceva nel vecchio linguaggio curiale): esigua rispetto alle precedenti, senza ultraottantenni con la porpora ad honorem. Il Papa, ogni anno, riempie i posti vacanti tra gli elettori.

Anche questa volta ha confermato la tendenza verso personalità di «periferia», addirittura 4 su 5: monsignor Zerbo (vescovo in Mali, Paese travagliato dal con- flitto e dal radicalismo islamico con 240 mila cattolici, meno del 2% degli abitanti), monsignor Arborelius (primo vescovo di origine svedese dalla Riforma in un Paese con no mila cattolici, molti immigrati), monsignor Mangkhanekhoun (nel Laos buddista e comunista con soli 42 mila cattolici) e Gregorio Rosa Chavez, vescovo ausiliare di San Salvador in Centro America. Solo il cardinalato dell'arcivescovo di Barcellona, Omella, non desta sorpresa: questi, con il cardinale Osoro di Madrid, rappresenta una linea «aperta», differente da quella dominante in Spagna. Già il Papa l'aveva voluto nella congregazione dei vescovi, dove si fanno le nomine alla testa delle diocesi. «Quando mai Paesi poco conosciuti potranno essere rappresentati nel sacro collegio?» - avrebbe risposto Francesco alle obiezioni sulla nomina di cardinali periferici nei precedenti concistori. A seguito di queste scelte, Paesi come Myanmar, Bangladesh, Malaysia, Capo Verde, Haiti, Tonga, Centrafrica, Isole Maurizio, Papua Nuova Guinea, per la prima volta sono rappresentati tra i cardinali.

Spesso Paesi con pochi cattolici. Così i periferici - è la visione del Papa sul ruolo delle periferie - peseranno nella scelta più importante della Chiesa: l'elezione del Papa. Tuttavia, non interpreteranno necessariamente una linea bergogliana in un futuro Conclave. Anzi talvolta nelle periferie - come in Africa - si delinea un certo distacco da questo pontificato. C'è poi un'altra categoria di cardinali «periferici», quelli di diocesi non storicamente cardinalizie anche se d'importanti Paesi cattolici, scelti per un significato strategico-simbolico (così uno proveniente da uno Stato messicano provato dal narcotraffico o il cardinal Montenegro che ha Lampedusa nella Diocesi). La nomina di Rosa Chavez, da sempre ai margini tra i vescovi di El Salvador, sottolinea il legame con il vescovo-martire Romero, beatificato da Francesco nel 2015, contro l'opinione di una parte dell'episcopato latinoamericano e della Curia. Si disegna una geografia complessa dei futuri elettori del Papa che esalterà da un lato il ruolo di figure ponte capaci di coagulare un collegio frammentato e, dall'altro, offrirà l'accesso alla voce del più largo numero di Chiese.

APPROFONDIMENTI
Andrea Riccardi sul Corriere della Sera >>

Risposta all'appello di Riccardi sulla strage di Debrà Libanòs: un gruppo di lavoro al Ministero Difesa

In seguito all'appello lanciato da Andrea Riccardi sulle pagine del Corriere della Sera a non dimenticare la strage di Debrà Libanòs, in Etiopia, dove nel 1937 le truppe italiane assassinarono oltre 2000 tra monaci, diaconi, giovani e pellegrini, il Ministero della Difesa ha dichiarato con un comunicato stampa l'istituzione di un gruppo di lavoro che approfondirà la vicenda, perché se ne tenga viva la memoria.
Segue il testo del comunicato stampa, pubblicato sul sito del Ministero della Difesa.

"Era il 21 maggio del 1937, durante l'occupazione italiana dell'Etiopia, per rappresaglia, il regime fascista fece strage della comunità dei copti; monaci, studenti, e fedeli del monastero di Debrà Libanòs.
L'eccidio durò vari giorni, crudele e metodico. In Italia con il silenzio di tutti,  durante il fascismo ma anche dopo, l'episodio era stato dimenticato. Poche settimane fa Andrea Riccardi, dalle pagine del Corriere della Sera, ha avuto il merito di ricordarlo.
A distanza di 80 anni da quella strage, per tenere viva la memoria di quei fatti e riaffermare i valori universali della civiltà umana, il Ministero della Difesa costituirà un gruppo di lavoro composto da studiosi, militari ed esperti finalizzato ad un approfondimento storico della vicenda. Per non dimenticare".

domenica 21 maggio 2017

Nell’80° della strage di Debre Libanos, restituire all'Etiopia i beni trafugati

Si compie oggi l’80° anniversario della strage di Debre Libanos, compiuta dalle truppe italiane agli ordini del generale Maletti, sotto la guida del maresciallo Graziani e di Mussolini. Un vergognoso assassinio di oltre 2000 tra monaci, diaconi, giovani e pellegrini. La strage fu accompagnata anche dall’incendio del monastero e dalla razzia di oggetti preziosi e testi antichi.
In occasione di questo 80° anniversario un docufilm di TV2000 ha sensibilizzato l’opinione pubblica e io stesso sono intervenuto sul tema nelle pagine del Corriere e di Avvenire. Anche il giornalista Gian Antonio Stella ha lanciato un appello a non dimenticare.
Sono convinto che sia necessaria l’individuazione e la restituzione dei beni trafugati e portati in Italia. Le istituzioni dello Stato e le forze armate hanno la responsabilità di rendere omaggio ai caduti e di condannare l’accaduto, gravissimo episodio, espressivo dei metodi con cui fu condotta la repressione in Etiopia da parte degli italiani.
Un gesto sarebbe auspicabile da parte della Chiesa cattolica italiana che benedì l’impresa come “apertura dell’Etiopia alla fede cattolica e alla civiltà romana” propagando una cultura del disprezzo verso quello che definì un clero “ignorante e corrotto”. Finora purtroppo sembra che le istituzioni del nostro paese preferiscano non ricordare.


Andrea Riccardi
Roma, 21 maggio 2017

giovedì 18 maggio 2017

G7 di Taormina: la sfida dei migranti per i leader del mondo

Alla vigilia del G7 di Taormina una riflessione di Andrea Riccardi sull'incontro tra i capi di Stato e di governo, che quest'anno vede anche la presenza di Donald Trump, Theresa May ed Emmanuel Macron.

Il 26 e il 27 maggio si tiene in Italia, a Taormina, il summit del G7. La collocazione nell'isola, scelta da Matteo Renzi, è significativa: pone chiaramente il problema dei rifugiati e dei migranti nel Mediterraneo. È una questione che l'Italia non può affrontare da sola. Nessuno Stato nazionale oggi può gestirla in solitudine. Le grandi ondate migratorie sono uno dei problemi maggiori del nuovo disordine globale: riguardano non solo l'Europa, ma tutti i continenti. Un nuovo ordine mondiale deve tener conto della grande spinta migratoria dal Sud verso il Nord con un approccio multilaterale. La collocazione del G7 nel cuore del Mediterraneo pone il problema dei rapporti tra Sud e Nord, tra mondo islamico e occidentale. Gentiloni sente molto questa problematica, su cui deve intervenire più efficacemente l'Unione europea (presente con il presidente del Consiglio europeo Tusk e della Commissione Juncker). È stato anche invitato al summit il presidente tunisino, Beffi Caid Essebsi. Il suo Paese, retto da un regime democratico, rappresenta l'unico caso riuscito delle Primavere arabe.

Taormina è il primo impatto collettivo del presidente Trump con tutti i grandi leader occidentali. Molti gli interrogativi aperti. Che farà Trump sulle questioni ecologiche e sull'accordo di Parigi sul clima? Cambierà politica rispetto alle scelte di Obama? C'è poi la novità della presenza del neoeletto Macron che si affianca ad altri due nuovi del summit: l'italiano Gentiloni e l'inglese May. L'esclusione di Putin (dal 2014) manifesta una grave tensione irrisolta tra Russia e Occidente, che ha le sue radici nella questione ucraina ma che è ormai divenuta un confronto globale.

Per Trump questo è il primo viaggio all'estero nella sua nuova carica. Il presidente arriva a Taormina dopo tre tappe rilevanti: in Arabia Saudita (dove rivolge un invito ai leader musulmani per lottare contro il radicalismo), in Israele (ottimi i rapporti tra Gerusalemme e la nuova presidenza) e infine a Roma, dove incontra papa Francesco, oltre al presidente Mattarella. Le tre tappe hanno anche un significato di dialogo con le tre religioni. Trump, che ha aspettato a recarsi all'estero, dà quasi un senso simbolico al suo primo tour.

L'incontro dei leader delle grandi democrazie, il G7, ha rilievo in un mondo in cui i Governi assistono alla crescita delle "democrature", cioè dei regimi autoritari e populisti. Da Taormina si sperano passi significativi per affrontare il "disordine mondiale". Per l'Italia è un evento importante. Tra l'altro, il fatto che si tenga in Sicilia smentisce l'immagine negativa di "isola della mafia", troppo diffusa nel mondo.

Da Famiglia Cristiana del 21/05/2017

giovedì 11 maggio 2017

Il dialogo è una scelta, non un debole ripiego

Dopo la storica visita di papa Francesco al Cairo, l'incontro con l'Imam Al Tayyib, il patriarca copto Tawadros, Andrea Riccardi riflette sul messaggio che il papa ha voluto dare al mondo sul rapporto tra le Chiese cristiane, l'Islam, le altri fedi: che l'alleanza tra le religioni è indispensabile per spezzare il legame tra fede e violenza.

I1 viaggio di papa Francesco in Egitto non è stato solo un evento importante, ma un vero messaggio, proposto al mondo, alla sua Chiesa, alle altre Chiese cristiane e anche all'Islam e alle religioni. Innanzitutto è stato un viaggio coraggioso, per i pericoli all'orizzonte di un Egitto tormentato. Ma il Papa non ha voluto misure di sicurezza particolari. Del resto si è incontrato con il martirio, così recente, dei copti: i cristiani uccisi al Cairo, proprio in una chiesa del grande complesso dove risiede il patriarca papa Tawadros II e dove Francesco si è recato per pregare e onorare i caduti; ma anche quelli assassinati la Domenica delle Palme ad Alessandria. Attraverso Francesco, la Chiesa cattolica si è definitivamente immedesimata con quella copta. Oggi, in Egitto, anche andare a pregare in chiesa è un rischio per i fedeli. Francesco, parlando delle vittime e rivolgendosi a Tawadros II, ha affermato: «Unico è il nostro martirologio, e le vostre sofferenze sono anche le nostre sofferenze, il loro sangue innocente ci unisce». Non sempre sono stati idilliaci i rapporti tra Roma e la Chiesa copta. Ormai sembra avvenuta una svolta profonda. «Adoperiamoci per opporci alla violenza predicando e seminando il bene, facendo crescere la concordia e l'unità»: il Papa ha indicato la via. Il viaggio di Francesco è stato un messaggio ecumenico. In un clima tanto drammatico, la divisione tra cristiani sembra un non senso. C'è stato un altro messaggio di grande rilievo.
Il Papa ha visitato l'Università islamica di al-Azhar, il più autorevole centro nel mondo musulmano, incontrando il suo grande imam, alTayyib. La visita è avvenuta nel quadro d'una conferenza internazionale per la pace, cui partecipavano non solo musulmani, ebrei e cristiani, ma anche rappresentanti delle religioni asiatiche. Francesco ha proposto di allearsi per il bene comune, smascherando la violenza religiosa. In questo modo si toglie spazio al radicalismo e si spezza il legame tra fede e violenza. Ci si chiede: gli interlocutori sono affidabili? La proposta del Papa può sembrare un'ingenuità. Ma lui è giustamente convinto che bisogna sostenere quanti, in ogni religione, cercano una convivenza pacifica, perché nessuna fede è condannata di per sé a un destino di violenza. Ha indicato il bivio che ci sta di fronte: «L'unica alternativa alla civiltà dell'incontro è l'inciviltà dello scontro». Il patriarca ortodosso Bartolomeo, presente all'evento, ha commentato: «Non abbiamo altra strada che il dialogo». È la verità, non una scelta debole.


martedì 9 maggio 2017

Il 9 maggio a Madrid presentazione del libro Periferias di Andrea Riccardi

Stasera alle 19:30 nella chiesa di Nostra Signora de las Maravillas a Madrid (C/ Dos de Mayo 11) si presenta "Periferias", l'edizione spagnola del libro Periferie di Andrea Riccardi.
Oltre all'autore, intervengono il card. Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Madrid, Tiscar Espigares, della Comunità di Sant'Egidio di Madrid e la direttrice delle edizioni San Pablo Maria Angeles Lopez Romero.
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giovedì 4 maggio 2017

C'è tanta Europa nel voto francese

All'indomani del dibattito televisivo tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, una riflessione di Andrea Riccardi sul voto francese, divenuto anch'esso mobile ed emotivo, non legato più a fedeltà storiche o ideologiche. Colpisce che per la prima volta gollisti e socialisti siano rimasti fuori dal ballottaggio. Certi valori però sopravvivono. E i francesi, sostiene Riccardi, hanno votato per l'Europa. Un fatto rilevante per il futuro di tutto il continente. 


Le elezioni presidenziali in Francia hanno tenuto l'Europa con il fiato sospeso. La grande domanda era sull'affermazione di Marine Le Pen che, al primo scrutinio, è risultata importante, ma piuttosto contenuta: il 21,3%. Nel 2002, suo padre, Jean-Marie, era arrivato al ballottaggio con quasi il 17%, primo esponente di destra non gollista a giungere a una simile posizione. Alle elezioni del 2012, Marine era arrivata quasi al 18%, che non le consentì comunque di entrare in ballottaggio con Hollande. Quest'anno non si è verificata quella valanga di voti che si temeva, anche se non va sottovalutata l'attrazione del voto populista su un mondo di francesi spaesati. Per la prima volta, i candidati legati ai partiti protagonisti della Quinta Repubblica, gollisti e socialisti, non entrano nel ballottaggio per il presidente. Tuttavia Fillon, con il 20% dei suffragi, mostra che i gollisti hanno ancora un patrimonio elettorale. Hamon, con il suo modesto 6%, ha messo in luce l'erosione grave del partito socialista, insidiato dalla sinistra di Mélenchon (che ha mobilitato, anche attraverso la Rete, un vasto sostegno alla sua persona) con il 19,6% . Forse, se si fosse presentato Hollande, i socialisti avrebbero avuto un maggiore successo. Anche in Francia, oggi, nessun risultato è scontato. Lo mostra soprattutto il successo di Emmanuel Macron con il 24,1% di voti cui, nel prossimo ballottaggio, si aggiungeranno quelli di Fillon e della sinistra. In Italia si discute molto di Macron e se ne traggono conseguenze per la nostra politica. In realtà Italia e Francia sono diverse, non fosse per la forza dello Stato in quest'ultimo Paese.
Il candidato all'Eliseo con più probabilità di successo ha una sua storia come banchiere, vicino a Hollande, di cui è stato ministro. Ha ottenuto l'appoggio dei centristi "storici" per la sua candidatura. Giovane e dinamico, è cresciuto nella campagna elettorale, venendo a rappresentare, per la sua età e il suo carattere innovativo, il rinnovamento, ma anche una sicurezza per la sua storia istituzionale e il suo equilibrio. Oggi, con l'eventuale presidenza Macron e con la probabile vittoria della Merkel alle prossime elezioni, si può contare su una base politica sicura per procedere a realizzare il progetto di un'Unione più stretta tra i Paesi europei interessati. Non si può più aspettare. L'irrilevanza dei singoli Stati europei, in un quadro di disordine mondiale, diventa sempre più pericolosa. I populisti dicono di voler salvare le nazioni dalla burocrazia europea: in realtà per salvare la nostra civiltà e per aprirla al futuro ci vuole più Europa. E i francesi hanno votato per l'Europa.