giovedì 27 aprile 2017

Turchia, il sultano Erdogan e il futuro dell'Europa

Il fragile equilibrio del Mediterraneo ha bisogno della stabilità di un Paese composito e complicato come la Turchia
di Andrea Riccardi


 La Turchia è un Paese complesso. La storia dell'Impero ottomano, con la sua molteplicità, vive ancora nella Repubblica fondata da Kemal Ataturk nel 1923. Il mondo ottomano era abitato da gruppi etnici e religiosi diversi, tra cui i cristiani, ma sotto l'egemonia musulmana (e turca). Poi gran parte dei cristiani scomparve. Ma la pluralità non è finita. Ci sono i curdi nell'Est. Istanbul resta un crocevia di popoli. Religiosamente il Paese è musulmano sunnita, ma gli aleviti, vicini agli sciiti, sono tanti. Le confraternite musulmane, sopravvissute malgrado l'abolizione di Ataturk, sono riemerse. Nei decenni della Repubblica si sono sviluppati poi un folto ceto laico, aperto alla modernità, e una rigogliosa classe intellettuale, molto connessa all'Europa e agli Stati Uniti. Nello stesso periodo, le forze armate hanno rappresentato il severo guardiano della laicità dello Stato, intervenendo varie volte nella scena politica. Recep Tayyip Erdogan, al potere dal 2003, è un fenomeno nuovo nella storia repubblicana anche per il suo riferimento all'islam politico.
Ha rappresentato il mondo anatolico, ma anche Istanbul, di cui è stato sindaco. Ha profondamente cambiato la Turchia, modernizzando quella dell'interno e realizzando una forte crescita economica. In nome dell'avvicinamento all'Europa, ha smantellato la struttura kemalista e militare che controllava Governo e politica. E ora ha le mani libere più di qualunque altro predecessore.
Erdogan ha voluto imprimere una svolta alla Turchia, creando una Repubblica presidenziale con un forte accentramento di poteri nel presidente. Non guarda più all'Europa, anzi, la sfida con l'idea di un referendum sulla pena di morte. Ha un forte sostegno internazionale tanto che dopo la vittoria al referendum sui poteri presidenziali (nonostante i sospetti degli osservatori Osce sulla correttezza del voto), sono arrivati gli auguri di Putin e Trump.
L'Unione europea resta invece perplessa, ma Erdogan va avanti. Tra l'altro controlla milioni di rifugiati siriani e può riaprire i flussi verso l'Europa. I risultati del referendum, al di là dei dubbi, sono la radiografia di un Paese spaccato a metà in cui Erdogan ha avuto una vittoria di stretta misura. Molto alta l'affluenza ai seggi, rivelatrice dello scontro che divide i turchi. Ma Istanbul, Ankara, Smirne, le regioni curde e quelle mediterranee non hanno dato la maggioranza al leader. Solo metà del popolo turco si riconosce in lui. Sarebbe opportuno comporre lo scontro. Non sembra però la scelta di Erdogan. Una politica più articolata eviterebbe spaccature e radicalizzazioni. La Turchia confina con Paesi in guerra o in grave difficoltà. Il fragile equilibrio mediterraneo ha bisogno della sua stabilità.

sabato 22 aprile 2017

Il restauro del Santo Sepolcro è il segno di una nuova stagione ecumenica

In Medio Oriente, di fronte alle violenze, sta maturando un forte riavvicinamento tra cristiani divisi. Lo prova il restauro, da tanto tempo atteso, del Santo Sepolcro. Una riflessione di Andrea Riccardi (apparsa sul magazine "Sette" del Corriere della Sera)  
La basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme è un luogo tanto particolare: ricorda il sepolcro di Cristo e la sua resurrezione. Da secoli vi si recano pellegrini e visitatori del mondo intero. Qui, nel 335, fu consacrata una prima chiesa, per volontà dell'imperatore Costantino e di sua madre Elena. Da allora, nonostante le traversie dell'edificio e del Paese, c'è stata una presenza cristiana. Tuttavia, per chi va al Santo Sepolcro, l'impatto è sconcertante, non solo perché la basilica è molto particolare per tanti ambienti di culto (non sempre in buono stato), interconnessi tra loro al suo interno. Colpisce oggi la presenza così divisa dei cristiani: celebrazioni diverse, talvolta contemporanee, altari distinti, tensioni tra le varie confessioni cristiane per affermare il proprio spazio... La divisione dei cristiani emerge con evidenza e senza grazia anche in un luogo così denso di memoria. Fino a pochi anni fa, c'erano aperti conflitti tra le Chiese, tanto che i restauri della basilica erano impossibili per l'assenza d'intesa. D'altra parte, il Santo Sepolcro è l'unica chiesa al mondo dove convivono, sotto lo stesso tetto, le diverse Chiese cristiane. L'attrazione per il sepolcro di Cristo ha tenuto insieme le comunità pur in polemica, mentre si scomunicavano e non riconoscevano agli altri la qualità di cristiani. Hanno dovuto convivere, come separati in casa. Infatti le divisioni tra i cristiani sono cominciate in Oriente. 
I copti, balzati recentemente all'onore delle cronache per i terribili attentati in Egitto, sono un'antica Chiesa orientale della stessa famiglia degli armeni, dei siriaci, degli etiopi, dei cristiani indiani detti di san Tommaso. Queste comunità cristiane, mai legate all'impero bizantino, sono divise dalla cristianità orientale (ortodossa) e cattolico-occidentale dal quinto secolo. Nel 1054 è avvenuto il grande scisma tra Roma e Costantinopoli. Forse la divisione ha facilitato la sopravvivenza cristiana sotto il potere musulmano. In Oriente, i cristiani hanno sempre celebrato riti diversi, hanno costruito chiese differenti, ben distinti gli uni dagli altri. Anche di fronte al potere musulmano. E, al Santo Sepolcro, sono due famiglie musulmane a custodire la chiave della basilica, per garantire neutralità rispetto alle confessioni cristiane. Fu la Sublime Porta che, nel 1852, regolò con un firmano (conosciuto in Occidente come Statu quo) i conflitti tra cattolici e ortodossi. Le difficoltà tra cristiani avevano reso fino a poco tempo fa impossibile il restauro della basilica: la cella del Sepolcro era tenuta da travi di ferro, poste nel lontano 1947 dalla Gran Bretagna, che allora aveva il mandato sulla Palestina. Ma il disaccordo tra religiosi aveva impedito ai lavori di andare avanti da dopo la Seconda guerra mondiale. 
Dal 22 marzo scorso, i pellegrini e i visitatori possono vedere finalmente il Santo Sepolcro libero dalle impalcature. I restauri sono il frutto dell`accordo, nel 2016, tra il patriarcato ortodosso di Gerusalemme, quello armeno e i frati francescani della custodia di Terra Santa. È il segno di una nuova stagione ecumenica. Altri e più impegnativi lavori sono in progetto. «La giornata di oggi ha un significato di unità, collaborazione e cooperazione», ha detto il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, alla cerimonia ecumenica d'inaugurazione con il patriarca ortodosso di Gerusalemme, quello armeno, il custode francescano di Terra Santa e il patriarca cattolico di Gerusalemme, Pizzaballa. Presenti anche le altre confessioni religiose. 
Non era scontato che pregassero insieme al Santo Sepolcro. Tra i presenti pure il primo ministro, Tsipras, per manifestare l'interesse greco alla presenza ortodossa nell'area. Questa vicenda dei restauri sembrerà una storia di nicchia o archeologica. In realtà, in Medio Oriente, di fronte alle violenze, sta maturando un forte riavvicinamento tra cristiani divisi. Lo mostra anche il prossimo viaggio di papa Francesco in Egitto, a sostegno dei cristiani copti e del dialogo. Forse la solidarietà e i gesti concreti porteranno all'unità prima del dialogo teologico.

giovedì 20 aprile 2017

La memoria dei martiri unisce i cristiani

I martiri rivelano come il cristiano abbia una forza debole, fatta di fede e di amore, nel resistere al male. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana, a pochi giorni dalla preghiera di Papa Francesco con la Comunità di Sant'Egidio presso il memoriale dei nuovi martiri nella basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina.

Papa Francesco visita a Roma la basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina per ricordare i nuovi martiri, quando abbiamo ancora negli occhi le immagini dei cristiani uccisi in Egitto.

La basilica, che conserva la memoria di Sant'Adalberto, ucciso nel 997 perché evangelizzatore, ricorda soprattutto i martiri contemporanei. Esprime la coscienza maturata nel Giubileo del 2000: la Chiesa è tornata a essere una comunità di martiri come nei primi secoli. Questo non era, allora, il pensiero dominante: i cristiani venivano considerati più persecutori che perseguitati. Giovanni Paolo II pensava il contrario: era stato testimone della persecuzione nazista e del massacro degli ebrei prima e, in seguito, della lotta antireligiosa comunista. Per lui, il Novecento era il secolo del martirio. Per questo, Wojtyla volle una commissione che raccogliesse le storie dei nuovi martiri (che operò nei locali vicino a San Bartolomeo). Emersero tante vicende dolorose, spesso ignote. Il 7 maggio 2000, al Colosseo, alla presenza di alcuni testimoni della persecuzione, Giovanni Paolo II presiedette una memoria ecumenica dei nuovi martiri, perché il sangue dei martiri unisce i cristiani.

I martiri «costituiscono come un grande affresco dell'umanità cristiana del ventesimo secolo», disse Wojtyla. Bisognava ricordarli e raccogliere la loro eredità. Così San Bartolomeo, su iniziativa della Comunità di Sant'Egidio e per decisione di Giovanni Paolo II, è divenuta il memoriale dei nuovi martiri. Nell'abside campeggia una grande icona dei caduti, tra cui si vedono l'arcivescovo salvadoregno Romero, gli armeni vittime della strage, i monaci etiopi uccisi dagli italiani, i cristiani russi e tanti altri.

Nelle sei cappelle, alcuni segni fanno memoria dei martiri contemporanei in tutti i continenti. Si conservano il calice di don Andrea Santoro ucciso in Turchia, la fascia del vescovo argentino Angelelli assassinato dai militari, la Bibbia di un giovane ruandese caduto nel genocidio, la lettera di un pastore evangelico dal campo nazista di Buchenwald. La loro memoria, però, non invita alla vendetta. I martiri rivelano come il cristiano abbia una "forza debole", quella della fede e dell'amore, nel resistere al male. Il loro testamento va aperto e vissuto nella Chiesa di oggi.

venerdì 14 aprile 2017

Il mercato della fede tra sette, miracoli e promesse di soluzione dei problemi quotidiani

Nell'editoriale di Andrea Riccardi sul magazine Sette del Corriere della Sera si parla di sette, Benin, Africa. Una sfida sempre più urgente per le Chiese tradizionali.

In passato il cattolicesimo e il protestantesimo sono state le religioni "favorite" dalla colonizzazione e dalla occidentalizzazione del mondo. Non solo erano favorite dai governi coloniali, ma rappresentavano per le popolazioni del Sud del mondo le religioni evolute e del futuro. C'erano, talvolta, conflitti tra Stato e Chiesa in madrepatria, come in Francia, ma non venivano estesi alle colonie: «La laicità non è un prodotto d'esportazione», sosteneva il politico francese dell'Ottocento Léon Gambetta. Così, tra il XIX e il XX secolo, la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti si sono installate in Africa con i missionari: hanno dato origine a comunità legate alle loro tradizioni che, da decenni, hanno però leader locali.

Ma il mondo è oggi cambiato. Nei Sud del mondo sono in crescita comunità neoprotestanti, neopentecostali, o dall'impostazione più varia che hanno comunque un riferimento al cristianesimo. Polemicamente sono definite "sette". Quasi sempre, prevale l'aspetto del miracolo. Nel mondo, divenuto mercato globale, la religione "favorita" è proprio questa realtà magmatica, spesso caratterizzata dall'iniziativa di profeti o pastori, che risponde ai bisogni immediati della gente. Questo nuovo mondo religioso, così frammentario, ha una profonda affinità culturale con la mentalità da consumatore tipica del mercato globale. Anzi s'instaura un mercato delle religioni, spesso competitivo e polemico. Il fenomeno è molto diffuso in Africa.

In Benin, un Paese africano di poco più di dieci milioni di abitanti, sul Golfo di Guinea, c'è uno sviluppo sorprendente d'iniziative religiose. Il Paese, ex colonia francese, spicca per la sua cultura ed è chiamato il "quartiere latino" dell'Africa, ma anche per tanti culti meticci come il Vodun (un incrocio afro-brasiliano realizzato dagli ex schiavi beninesi). La domenica mattina s'incontrano sulla stessa strada varie chiese di varie denominazioni. Grosse strutture o anche semplici garage. Jésus pour réussir, una di queste sette, unisce momenti di fervida preghiera a corsi d`insegnamento per il successo e agenzie immobiliari per trovare casa. Così si presenta: «Una Chiesa viva che vi aiuta a manifestare... in tutti i campi (lavoro, affari, coppia, salute), che Cristo è il Dio della Riuscita". Il Ministero della potenza della risurrezione di Cristo (che la gente chiama Auto-Auto) raduna migliaia di persone sotto un tendone nella capitale che, tra preghiere, prediche e balli, attendono l`incontro con ruomo di Dio": tecnologie ed effetti acustici sono utilizzati per creare un clima intenso, mentre è forte l'attesa del miracolo. Non sono che due casi di una galassia (che si dice cristiana, ma non ha rapporti con le Chiesa della tradizione): piccole sale e imprese più vaste si accavallano in ambienti in cui la gratuità non sembra essere una caratteristica prevalente e dove l'attesa miracolistica del successo personale o della guarigione prevalgono. Diverso è il caso della cosiddetta Chiesa cattolica "privata" di Banamè, che sta creando gravi preoccupazioni ai vescovi cattolici. È nata nel zori attorno a una ragazza, Parfaite, che si proclama dio e al suo direttore spirituale, un prete cattolico, nominato da lei Papa (con il nome di Cristoforo XVIII). Banamè si presenta come il vero cattolicesimo, assumendo simboli, abiti e riti della Chiesa, in una sintesi tra cattolicesimo e miracolismo. Parfaite, il dio autoproclamato, e il Papa hanno attorno una corte di cardinali, vescovi, preti, tutti vestiti come gli ecclesiastici cattolici. Accorrono tanti fedeli. Non mancano gli scontri - anche fisici - con altre comunità cristiane o la popolazione. Il "mercato" religioso, in Benin e generalmente in Africa, pullula di nuove iniziative e di scissioni ed è molto animato. È il modo di esistere delle nuove religioni nella società, caratterizzato da grande mobilità dei fedeli e da forte competitività, che erode le Chiese tradizionali.

giovedì 13 aprile 2017

Impariamo dai copti testimoni di vita e di fede

Un'attenta analisi della Chiesa Copta in Egitto, dopo i terribili attentati a Tanta e Alessandria.

E’ incredibile e vile quanto è avvenuto in Egitto: donne, uomini, bambini in preghiera, indifesi in chiesa, uccisi dai terroristi. Eppure è successo nella Domenica delle Palme ad Alessandria e a Tanta. È stata opera probabilmente dell’Isis, che ha attaccato proprio in un giorno in cui i cristiani copti celebrano la festa con solennità e partecipazione. Per una coincidenza di calendari, quest’anno la Domenica delle Palme e la Pasqua cadono nella stessa settimana per tutte le Chiese. In un certo senso, l’Isis ha colpito tutti i cristiani, attaccando i più vicini e deboli.

Dobbiamo riflettere sul messaggio di questa Domenica di sangue. Oggi, in alcune parti del mondo, i discepoli di Gesù soffrono l’odio e la violenza, come lui stesso aveva preannunziato. Che vuol dire per i cristiani occidentali? I persecutori, cioè i terroristi, hanno parlato di "crociati copti". Mai i cristiani copti hanno fatto crociate o guerre. Al contrario, dopo l’invasione araba in Egitto hanno subìto molte umiliazioni che li hanno confinati a cittadini di seconda categoria. La sofferenza e l’umiliazione hanno segnato la loro storia. E il martirio: i copti cominciano a contare gli anni proprio dal martirio dei cristiani sotto Domiziano. In una storia dolorosa, hanno mostrato però un paziente e tenace attaccamento alla fede. Oggi sono un "popolo" consapevole della propria fede e del proprio ruolo in Egitto. Gli attentati non toccano solo alcuni cristiani lontani da noi. Lo fa capire bene papa Francesco che sta per andare in visita alla Chiesa in Egitto, mostrando come sia parte di una più larga comunione.

E il Papa copto, Tawadros, ha sentito la necessità di venire a Roma e incontrare Francesco appena eletto: gli ha confidato le sue pene. Da quel momento i rapporti tra i due Papi sono strettissimi. «Nel sangue dei martiri siamo già uniti», diceva Giovanni Paolo II, e Francesco lo crede profondamente. Ci vuole solidarietà. Ma anche s’impongono passi decisi verso l’unità. C’è soprattutto da imparare dai cristiani egiziani un modo di vita nella società, mite, fedele e non violento: i copti chiedono al Governo soltanto protezione e lotta al terrorismo. Colpisce come, nonostante i rischi, non rinuncino a frequentare in tanti le loro chiese e a vivere con intensità la passione e la risurrezione del Signore, facendo della liturgia il cuore dell’esistenza. È una grande testimonianza: rischiare la vita per la preghiera della Chiesa. Bibbia, liturgia, fede di popolo alimentano la vita dei copti, facendone una testimonianza per un cristianesimo occidentale talvolta distratto, vittimista o aggressivo.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 16 aprile 2017

giovedì 6 aprile 2017

Una simpatia immensa verso il mondo

L'invito di papa Francesco a farsi prossimi alle periferie del mondo e della vita è una manifestazione di simpatia verso l'umano, che sta cambiando il volto della Chiesa.
Da un'editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana 
 
La prossima Pasqua è la quarta che Jorge Bergoglio celebra come Papa. In quattro anni la Chiesa è tanto cambiata, anche grazie al suo messaggio. Ma è pure molto cambiato il mondo e non proprio in meglio. Bisogna tenere conto di questo. Lo scenario internazionale è caratterizzato da vari conflitti: basta ricordare quello lunghissimo in Siria. Nella "confusione" internazionale, la tendenza è chiudersi, costruire muri, presidiare le proprie frontiere, insomma ritagliarsi uno spazio nella storia il più sicuro possibile. Due fenomeni accrescono il senso d'incertezza: le migrazioni (percepite come invasioni) e l'assenza di una o più superpotenze capaci di creare ordine. La stessa Chiesa potrebbe essere tentata di ritirarsi da un mondo complesso ed estraneo ai suoi valori, chiudersi nel gruppo dei credenti o nei luoghi di culto, magari dopo aver detto con chiarezza la sua verità. Papa Francesco ha creato un clima di simpatia verso il suo messaggio e la Chiesa. La simpatia non è secondaria: la evocò Paolo VI, parlando di «simpatia immensa» per definire l'atteggiamento della Chiesa del Concilio verso il mondo. Francesco ha chiesto ai cattolici di "uscire" dai quadri e dai luoghi abituali della loro vita per incontrare gli altri, vivere la solidarietà con i più deboli, comunicare il Vangelo. Si può dire che, mentre la tendenza generale è chiudersi di fronte a un mondo globale, quella della Chiesa di Francesco è invece uscire. Il messaggio del Papa non è dominato dal pessimismo né sulla Chiesa né sulla sorte del mondo, anche se ha più volte chiesto di agire in modo responsabile, tenendo conto del bene di tutti e non solo di pochi: ha parlato delle guerre e della povertà, ha ricordato la grande questione dell'ecologia. In questi quattro anni, Francesco ha indicato a tutti l'importanza di essere attenti al proprio cuore, alla dimensione personale della propria vita: «Le guerre non cominciano là [dove si combattono], cominciano nel tuo cuore, nel nostro cuore», ha detto parlando agli studenti di Roma. C'è bisogno di una liberazione dagli egocentrismi personali, nazionali o di gruppo. Un saggio vescovo ortodosso, Anastasio d'Albania, ha affermato: «Il contrario della pace non è la guerra, ma l'egocentrismo». Papa Francesco aiuta le donne e gli uomini del nostro tempo a uscire da una dimensione spaventata e centrata su di sé. Lo fa chiedendo di rivolgersi prima di tutto ai periferici della società. Ha portato i poveri al centro della Chiesa, ma ha anche insegnato l'esodo da sé stessi, fiduciosi che si possa costruire un mondo più umano. In questa età della paura e dei rinascenti odi, Francesco invita a credere nella Pasqua di Risurrezione, che dà vita e speranza.

Proprio oggi che prevalgono gli egoismi, il Papa ci chiede di "uscire" per incontrare i poveri