venerdì 23 dicembre 2016

Le storie della Shoah raccontante dai volti di vittime e persecutori in una mostra a Roma

Le storie della Shoah non finiscono mai di rivelare qualcosa di nuovo. Non basta l'evocazione retorica di quella vicenda, come talvolta è avvenuto con la Resistenza. Anzi questo crea il fastidio di un rituale. Invece la Shoah va narrata e studiata sempre più in modo approfondito. Se si scava, si trova tanta umanità dolente e s'incontrano inedite dimensioni dell'inferno che è stata. Del resto questo era il metodo dei rabbini e degli studiosi ebraici della Bibbia, che scavavano nella pagina della Scrittura, approfondendola con nuove spiegazioni. Metodo, ripreso e rilanciato, dalla lectio dei Padri della Chiesa sulle pagine bibliche. La Shoah ha tanti volti. Il suo volto romano mi ha sempre interrogato. A Roma la Shoah è scoppiata, improvvisa, dopo 1'8 settembre, mentre gli ebrei, in gran parte, si sentivano al sicuro. La caccia all'ebreo è avvenuta in modo rapido, drammatico, intrecciandosi con la presenza della Chiesa a Roma sotto la guida di Pio XII. Da anni si scrive sulla vicenda. Tuttavia, la recente mostra sulla razzia degli ebrei di Roma getta nuova luce su quella terribile storia (in modo semplice e comunicativo ma filologicamente attento). Marcello Pezzetti ha realizzato, con intelligenza, la mostra e curato il catalogo, 16 ottobre 1943. La razzia, pubblicato da Gangemi. La location dell'evento è tanto evocativa: la casina dei Vallati, antico edificio prospiciente il Portico d'Ottavia, dove stazionarono i camion tedeschi per caricare i deportati quel Sabato "nero" del 16 ottobre 1943.
Quello spazio è stato rinominato "Piazza 16 ottobre 1943". Uno degli aspetti più toccanti sono le immagini dei persecutori e delle vittime. Abbiamo letto tante ricostruzioni, ma forse non abbiamo mai visto i volti. Ci sono tante foto di ebrei poi deportati: bambini, feste di famiglia, adulti e anziani. Ricordano una vita indifesa, tra tante difficoltà (come le leggi razziste del 1938), ma serena e inconsapevole del prossimo annientamento. Ci sono i resti di tante esistenze, conservati gelosamente in archivi familiari degli scomparsi. Si vede un quaderno del 1942, appartenente a Rina Di Veroli (di cui c'è una bella fotografia con il fratello Adolfo): dettati, cultura fascista, poesia. I due ragazzi sono morti ad Auschwitz. Il padre, Renato, che li ha cercati per anni sperando fossero sopravvissuti, ha conservato le reliquie di quelle piccole vite spezzate. Nelle foto, riprese in momenti di gioia, le vittime spesso sorridono. Così la piccola Ada Tagliacozzo, poi strappata dalla casa della nonna. Il padre, Arnaldo, salvatosi il 16 ottobre, fu poi tradito e morì ad Auschwitz. I romani, che hanno venduto gli ebrei per denaro, aleggiano in questa storia. Nella mostra ci sono i biglietti lanciati dal treno verso Auschwitz: «Prego chi avrà in mano questo biglietto di recapitarlo subito...», scrive Silvia Sermoneta. Guardiamo le foto dei persecutori: Theodor Dannecker, SS ed esperto per le questioni ebraiche, piombato a Roma per la razzia. Aveva all'attivo varie operazioni antiebraiche in Francia, Bulgaria. Morì suicida a 32 anni nel i945. Il suo volto è banale. Si vedono le foto dei collaboratori e dei soldati usati per la razzia, dei vertici militari e diplomatici tedeschi a Roma (meno convinti dell`operazione per motivi pratici e politici). Gli attori della deportazione compaiono accanto alle vittime. I tedeschi hanno evitato di fotografare le azioni contro gli ebrei; invece queste sono state rappresentate di nascosto da un testimone d'eccezione, Aldo Gay. I suoi dipinti, realizzati in quei giorni, sono oggi esposti alla mostra. Quasi istantanee. Il pittore, non ancora trentenne, sfuggito alla retata, riprodusse in disegni a china e matita i vari episodi cui assistette i1 16 ottobre: le deportazioni delle famiglie e gli arresti. I tedeschi guardarono in faccia quegli ebrei? Il capo delle SS, all'inaugurazione di Dachau nel 1933, aveva detto: «Non li consideriamo come uomini della nostra specie». C'era un muro di odio e pregiudizio che nascondeva, ai loro occhi, bambini come i loro o anziani come i loro genitori o nonni. Quei tedeschi erano efficienti ingranaggi di una macchina di morte che allora funzionava a pieno ritmo in quasi tutta l'Europa.

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 Articolo di Andrea Riccardi pubblicato sul magazine Sette del Corriere della Sera del 23/12/2016 

giovedì 22 dicembre 2016

Aleppo non c'è più. Ricominciare sarà difficile

Aleppo - scrive Andrea Riccardi - era un simbolo di convivenza. Ma dopo tanto odio - si chiede il fondatore di Sant'Egidio - come sarà possibile vivere insieme?


Aleppo è libera? Prima di tutto è stata distrutta nella sua struttura urbanistica, nella vita dei suoi cittadini, nel suo animo profondo. È stata distrutta da una guerra folle. La ribellione, nelle sue diverse fasi e organizzazioni, ha preso in ostaggio la vita di tanti aleppini e interi quartieri, trasformati in luoghi di resistenza alle forze armate del presidente siriano. È stato un dramma umanitario d'incredibili proporzioni. La lotta armata non vale il martirio di una città e dei suoi abitanti. D'altra parte, i siriani di Assad con i loro alleati sono stati spietati sino alla fine. I russi sono entrati in campo nel 2015. Ma, dal dicembre 2013, l'aviazione siriana sgancia barili di esplosivo sui quartieri controllati dai ribelli. È stata una vicenda atroce che mostra come la vita della gente, dei bambini e dei malati, non valga quasi niente rispetto a un'affermazione politico-militare notevole, come l`eventuale presa di Aleppo. C'è una grande responsabilità dei differenti attori di questa tragedia. Bisognava fermare quella che è la più grande tragedia umanitaria dalla fine della Seconda guerra mondiale. Era la priorità assoluta. In questo spirito ho lanciato nel 2014 la campagna Save Aleppo: aprire corridoi umanitari, preservare la città come uno spazio dove non si combatte, per salvare le vite umane e un habitat unico al mondo.
Aleppo è libera? Prima di tutto è stata distrutta nella sua struttura urbanistica, nella vita dei suoi cittadini, nel suo animo profondo. È stata distrutta da una guerra folle. La ribellione, nelle sue diverse fasi e organizzazioni, ha preso in ostaggio la vita di tanti aleppini e interi quartieri, trasformati in luoghi di resistenza alle forze armate del presidente siriano. È stato un dramma umanitario d'incredibili proporzioni. La lotta armata non vale il martirio di una città e dei suoi abitanti. D'altra parte, i siriani di Assad con i loro alleati sono stati spietati sino alla fine. I russi sono entrati in campo nel 2015. Ma, dal dicembre 2013, l'aviazione siriana sgancia barili di esplosivo sui quartieri controllati dai ribelli. È stata una vicenda atroce che mostra come la vita della gente, dei bambini e dei malati, non valga quasi niente rispetto a un'affermazione politico-militare notevole, come l'eventuale presa di Aleppo.
In quel momento si poteva ancora salvare lo specifico della città, che era anche un messaggio al mondo arabo musulmano: l'arte di vivere insieme, prodotta da una lunga e ricca storia. Dopo tanto odio, tante violenze, tante bombe, come sarà possibile vivere insieme? Si potrà ricostruire la vicenda di quattro anni e mezzo di guerra urbana e discernere le responsabilità del Governo e dei suoi alleati da una parte, quella dei siriani dell'armata libera, di Al Qaeda divenuta Al Nusra, dell'Isis, dei curdi, delle altre forze in campo? Né si dovranno dimenticare le responsabilità delle grandi potenze e di quelle regionali. Ma il punto è un altro: ogni ragione, ogni interesse nazionale, ogni strategia di liberazione, ogni difesa della propria libertà, è niente e non vale la fine di una città, anzi la fine del mondo che Aleppo rappresentava. È troppo sacrificare Aleppo a un interesse, fosse il più nobile. E molti interessi erano tutt'altro che nobili! C`è un limite che non si può oltrepassare. E lo si è ampiamente fatto, calpestando tante vite umane e distruggendo una nobile storia e la possibilità di un grande futuro. Questo, oggi, ci deve far pensare. La distruzione di Aleppo ha pienamente riabilitato la guerra nel XXI secolo. Ci saranno una presa di coscienza e una svolta? Oppure si preparano tempi duri, in cui ci saranno tante nuove Aleppo?

Articolo pubblicato  su Famiglia Cristiana

domenica 18 dicembre 2016

L'eredità di Paolo Prodi: Un metodo per interpretare il presente «nel fiume di parole che scorre»

Paolo Prodi è stato uno storico europeo con salde radici nel mondo tedesco (si pensi al rapporto fecondo e discepolare con lo storico del Concilio di Trento, Hubert Jedin), ma espressione della storiografia italiana (la scuola di Delio Cantimori). Oggi, con la sua scomparsa, misuriamo l'ampiezza della ricerca, cui ha lavorato fino alla fine. Molto giovane pubblicò studi sul Concilio di Trento e due volumi sul cardinal Gabriele Paleotti (il primo nel 1959 a ventisette anni), figura decisiva specie in rapporto all'arte postridentina.
Nella maturità, ha segnato la ricerca storica con pietre miliari, quali Il Sovrano Pontefice, in cui mostrava come lo Stato papale non fosse, sulle soglie dell'età moderna, solo un relitto medievale, ma un soggetto rilevante tra gli Stati moderni, che ha condotto a un'incorporazione della religione e delle forme sacrali nella politica, oppure lo studio sulle origini del dualismo contemporaneo tra coscienza e diritto. Lo storico spaziava sull'età moderna e contemporanea, consapevole del ruolo del cristianesimo nel formare coscienza e istituzioni in Europa, ma attento a evitare una storia della Chiesa a parte, una storiografia ecclesiastica. Nella sua lezione, s'intrecciano senso della complessità e cultura poliedrica che gli permetteva di cogliere la trasversalità dei processi. È stato, certo, un grande storico italiano, il più grande di quelli di tradizione culturale cattolica negli ultimi tempi. Per lui, gli ultimi anni sono stati tanto fecondi: non per arricchire gli studi di sempre come un pensionato dell'accademia, ma per maturare una visione profonda e di sintesi, scevra però di semplificazioni.
Si pensi al volume Profezia vs utopia del 2013, in cui osserva come la forte voce della profezia si sia spenta con l'avvento della modernità, diventando utopia secolarizzata o rivoluzionaria o, dall'altra parte, visioni "sussurrate" nell'intimità cattolica come quelle mariane.
Negli ultimi anni, ha focalizzato un sistema interpretativo o, meglio, una lettura in profondità del tempo moderno, sempre segnato dalla cifra della complessità, per lui aderente alla realtà e alla storiografia del profondo. Lascia in eredità un metodo sicuro «nel fiume di parole che scorre ogni giorno», scriveva nel 2015 in Homo europaeus. Aggiungeva: «I problemi politici e economici dell'Europa appaiono sempre più inseriti nel quadro antropologico che coinvolge tutto l'uomo». Sarà necessario ritornare sugli ultimi suoi studi: lasciano una grossa eredità a chi crede che il tempo presente non si capisca senza dimensione storica, ma anche sfidano una storia di nicchia che sostituisce a visione e senso pubblico specialismo e organizzazione. È fondamentale ricordare che Prodi ha condotto la sua "battaglia" con la "povertà" dell'artigiano (ricerca e scrittura) e la sapienza della sua cultura. Con audacia e umiltà. Non era solo un uomo di biblioteca. Lo ricordo alla facoltà di Magistero di Roma, sul finire degli anni Settanta, quando condivideva l'ufficio con lo storico Pietro Scoppola: s'intrecciavano tra loro conversazioni fitte tra storia e politica, in un tempo di crisi della Repubblica, ma in cui si pensava che la politica avesse bisogno della storia. Prodi è stato un appassionato del proprio tempo, capace di battaglie, discussioni pubbliche, costruzioni e rotture: nella cultura, in politica e nella Chiesa. Nel suo ultimo scritto, Profezia, utopia, democrazia, dell'agosto 2016, ripercorreva le polemiche postconciliari tra progressisti e conservatori, notando come avessero impregnato negativamente il dibattito, mentre il grande Vaticano II aveva vaga coscienza dell'avvento della globalizzazione. Lo colpiva oggi Francesco («una goccia» nella grande transizione), ma un papa-profeta che «lascia che nell'accampamento si torni a profetizzare». E concludeva: «Sta nascendo qualcosa di nuovo, un nuovo rapporto tra profezia e istituzione», perché «la Chiesa siamo noi e la corruzione non viene dall'esterno».


Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul quotidiano Avvenire il 18 dicembre 2016

venerdì 16 dicembre 2016

Pochi capirono il nuovo slancio vitale dei giovani durante l'alluvione di Firenze

Nel mese scorso, in occasione del cinquantenario, si è molto parlato della vicenda dell'alluvione di Firenze del novembre 1966. Sono emerse testimonianze e immagini. Soprattutto, a distanza di cinquant'anni, si è meglio valutata la portata di quell'evento, non solo per le distruzioni operate (700.000 tonnellate di fango si rovesciarono sulla città), ma per l'impatto sui fiorentini e sugli italiani. La città ferita attirò l'attenzione e l'aiuto di tanti italiani, che accorsero rapidamente a soccorrere i suoi abitanti. Fu un fatto eccezionale. Se ne accorse don Lorenzo Milani, isolato nella sua montagna di Barbiana ma attento a quanto succedeva. Con i suoi ragazzi fece raccolte per gli alluvionati. Ma, soprattutto capì, che c'era un clima nuovo tra i giovani e la gente: parlò di un ritorno al clima unitario della guerra, tanto che "preti" e comunisti lavoravano insieme. Firenze ferita, infatti, fu sentita come qualcosa che riguardava tutti gli italiani. Anche tra quelli all'estero, ci furono importanti collette per il capoluogo toscano. Macchine con altoparlante, nei primi giorni dopo l'alluvione, giravano per Firenze, dando questo messaggio: «Studenti, aiutateci a salvare i capolavori di Firenze!». Da fuori Firenze, vennero in tanti. Molti i giovani. L'Università di Bologna organizzò lo spostamento di 2.483 studenti con un trasporto autonomo pendolare. Giorgio La Pira, che visse con passione quel dramma cittadino, incontrò giovani di vari Paesi europei (e anche israeliani) e concluse: «I giovani hanno capito che Firenze appartiene a loro, come gli appartiene il futuro. Hanno lavorato con la stessa passione nelle cantine e nelle biblioteche». Ci fu infatti una percezione diffusa: Firenze, con la sua bellezza e la sua arte, era di tutti. Molti giovani vennero ad aiutare, mentre la macchina statale dei soccorsi era lenta e inadeguata. Si è sottovalutato l'impatto di questa esperienza "nazionale" e di solidarietà in una generazione, limitandosi a considerarla un episodio. I due decenni di storia repubblicana, fino allora trascorsi, erano stati all'insegna del conflitto politico tra Dc e Pci sul modello delle elezioni del 18 aprile 1948. Quella era la Repubblica Ed ogni partito aveva il suo movimento giovanile, vivaio dei suoi quadri futuri. E, prima ancora, la generazione della guerra mondiale aveva vissuto l'esperienza drammatica dell'8 settembre 1943, lo sbando totale delle forze armate e la fine dello Stato. «Tutti a casa», era stato il grido che esprimeva la volontà dei giovani italiani in armi che si riprendevano la libertà. Nel 1960, era divenuto il titolo di un film di Luigi Comencini sugli avvenimenti dell'8 settembre. «Tutti a Firenze» e non più «Tutti a casa»: giovani di regioni diverse si ritrovarono nella capitale toscana ferita e sommersa dall`alluvione; lavorarono insieme e s'incontrarono socializzando in modo trasversale. Tra l'altro si manifestò una solidarietà tra gli studenti e le forze dell'ordine, non scontata in quel periodo specie per la sinistra. Allora ben 6.000 salvataggi furono realizzati dai vigili del fuoco, carabinieri, polizia ed esercito. Intanto, nelle città dove fu spostato una parte del patrimonio librario imbevuto di fango (come a Roma, ricordo al palazzo della civiltà italiana all`Eur), i più giovani, che non erano andati a Firenze, davano il loro tempo per pulire i libri. L'anziano Giuseppe Prezzolini, non tenero verso i giovani («capelloni, sporchi e maleducati»), dovette notare con una certa condiscendenza: «È emerso un buon comportamento dei giovani, che sono accorsi ad aiutare e si sono mostrati diversi da quello che dicono le voci correnti...». L'alluvione di Firenze dette luogo a un vasto protagonismo giovanile: era l'espressione di una generazione folta da un punto di vista demografico e di un'Italia non invecchiata; manifestava voglia di fare e di esistere, da cui sarebbe sgorgato il volontariato degli anni successivi e l'impegno politico su vari fronti. Nessuno capì che quello slancio vitale e solidale significava qualcosa di nuovo. Un anno e mezzo dopo, nel 1968, fu l'ora del movimento studentesco e di un'effervescenza giovanile, destinata a lasciare un'impronta, specie nella contestazione delle istituzioni. Il '68 fu una rivoluzione antropologica, anche se politicamente rappresentò un fallimento. Ma era una storia tutta diversa.

questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine Sette del Corriere della Sera del 16/12/2016

giovedì 15 dicembre 2016

Periferie tra disagio e nazionalismi. Rinasca una politica che sappia ascoltare

Nell'analisi del recente voto referendario in Italia di Andrea Riccardi, affidata alle pagine di Famiglia Cristiana, con il titolo "Passato il referendum, rinasca la politica, si leggono le motivazioni profonde di una protesta che si è espressa soprattutto nelle periferie e tra i giovani. "Senza una rinnovata politica si scivolerà nel populismo - scrive il fondatore di Sant'Egidio - E per rinnovarsi bisogna ascoltare"

Nelle periferie ha vinto il no, anche se non è stato solo un voto periferico. A Roma, nei due municipi con il reddito più alto ha vinto il sì. Nel resto della capitale il no: nel VI Municipio, periferico e a reddito basso, il no ha superato il 70%. A Milano in città ha vinto il sì con il 51,13%, che invece in provincia ha raggiunto solo il 47,38%. Il Mezzogiorno ha votato compattamente no, con punte oltre il 70% in Sardegna e Sicilia. C`è stata anche una frattura generazionale: il no ha avuto successo tra i giovani e il sì tra gli italiani sopra i 55 anni. La gente ha voluto far sentire la propria voce con una forte affluenza al voto, il 68,48%. 
L'Italia si è divisa tra il no e il sì.
È un fatto positivo per la salute della democrazia. Non è stato però solo il dibattito serrato a spingere al voto, ma anche la volontà di dire no. C'è nel voto qualcosa che va oltre la risposta al quesito sulla riforma costituzionale e al referendum su Renzi. Il no si è fatto carico del rifiuto e della protesta: è stata la manifestazione dei sentimenti delle periferie geografiche e urbane. Anche se non è l'unico significato politico attribuibile a questo voto. Si pensi ai giovani: al problema del lavoro e del loro futuro. Eppure i giovani in Gran Bretagna avevano votato contro la Brexit. Questa differenza segnala un grave problema di esclusione dei giovani italiani. Intere regioni si sentono ai margini. C`è un'Italia che si sente esclusa. C'è un Paese profondo che non si sente capito e rappresentato dal Governo e dalle istituzioni: le periferie urbane, i giovani o i meno giovani preoccupati del domani, cittadini spaesati in un'Italia europea e globale. Ma si crede che serva ancora votare. Bisogna capirli e creare una comunicazione nuova tra la gente e la politica. Dove sono gli attori di questo processo?
Si apre un grande compito del Governo, dei parlamentari e di quello che resta dei partiti. In Europa i populismi cavalcano le emozioni nel senso del nazionalismo, in chiave antieuropea: forniscono risposte semplici in un mondo complicato. Hanno però dimenticato la grande lezione del Novecento, che il presidente francese Mitterrand, nel suo ultimo discorso al Parlamento europeo, aveva così sintetizzato: «Il nazionalismo è la guerra». È un'illusione credere che con i nazionalismi la politica torni vicina alla gente. I nazionalismi portano invece pericolosamente lontano. La grande sfida oggi è far rinascere la politica: saprà ascoltare le domande e rispondere efficacemente? Senza una rinnovata politica si scivolerà nel populismo. E il rinnovamento comincia dall'umiltà dell'ascolto.

venerdì 9 dicembre 2016

Perché il comandante Fidel era così attento al mondo cristiano

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 9 dicembre 2016

Fidel Castro, da poco scomparso a novant'anni, è stato uno dei pochi leader comunisti a incontrare tre Papi nel suo Paese. Il primo incontro, quello con Giovanni Paolo II, è stato un fatto storico. Il Papa era aureolato dalla fama di vincitore del comunismo nell'Est europeo, ma Fidel giudicò di grande interesse accoglierlo a Cuba. La stampa internazionale accese i riflettori sull'isola, come mai era avvenuto. Successivamente Fidel, non più capo di Stato, ha voluto incontrare Benedetto XVI (cui ha chiesto consiglio su alcune letture) e Francesco, che visitavano Cuba.
Nonostante la sua coerenza ideologica, Castro ha avuto sempre un interesse particolare per il cristianesimo, non solo perché ha studiato dai fratelli cristiani e dai gesuiti all'Avana. Ha rivendicato come, a differenza di altri regimi comunisti, a Cuba non sia stato ucciso nessun prete a causa della rivoluzione. Anche se la Chiesa ha avuto le sue difficoltà specie nei primi anni del regime. Il libro-intervista a Castro, Fidel e la religione, realizzato nel 1984 dal domenicano brasiliano Frei Betto, vicino alla teologia della liberazione, è stato un successo editoriale: nella sola Cuba avrebbe venduto più di un milione di copie. Il leader cubano non ha tenuto una linea marxisticamente ortodossa sulla religione come "oppio dei popoli". Si è accorto presto del ruolo "rivoluzionario" dei cristiani in America Latina, come i cattolici nel movimento sandinista in Nicaragua. Del resto anche gli Stati Uniti (pur con valutazione politica diversa) avevano colto il potenziale "rivoluzionario" del cattolicesimo: alla fine del 1979, il presidente americano Carter chiese alla Cia di seguire con attenzione il mondo cattolico latino-americano per evitare sorprese pericolose. Fidel, a Roma per l`assemblea della Fao, visitò Giovanni Paolo II in Vaticano. Da anni si parlava di un viaggio del Papa a Cuba. Avvenne nel 1998. Gli interrogativi erano tanti. La visita di Giovanni Paolo II avrebbe avuto un impatto travolgente sul regime?
A Castro interessavano il Papa e i cattolici in genere, perché interlocutori non schiacciati sulla globalizzazione capitalista. O questo avrebbe piegato il Papa alla sua politica? Fu un viaggio storico, che rafforzò il cattolicesimo cubano, ma nel quale non ci furono né vinti né vincitori. Il "comandante" era troppo intelligente per presumere di utilizzare il Papa polacco: ne conosceva la statura e la capacità politica, aveva ammirazione per la sua personalità. Sapeva come fosse molto critico verso la teologia della liberazione, proprio per il rapporto con il marxismo. Parlando con Fidel, in una lunga conversazione all`Avana prima del viaggio papale, ebbi chiaramente la sensazione che il comandante fosse consapevole dell'alterità della Chiesa rispetto alla rivoluzione; tuttavia guardava con interesse il cattolicesimo e non solo quello affine alle posizioni di sinistra. Gli interessavano il Papa e i cattolici in genere, perché interlocutori non schiacciati sulla globalizzazione capitalista. Dopo l'89, con la fine dei regimi comunisti dell'Est e dell'Unione Sovietica, la Chiesa e il Papa rappresentavano una posizione autonoma rispetto agli Stati Uniti e all'Occidente, non atlantica. L'espressione chiave del messaggio wojtyliano, durante la visita a Cuba del 1998, rivela l'equilibrio della posizione del Papa: «Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba». Giovanni Paolo II non mirava a far cadere il comunismo, ma a rompere l'isolamento (frutto anzitutto dell'embargo americano) e a riattivare i canali di comunicazione della società cubana con il mondo. In America Latina quel viaggio ebbe una grande eco. Non è un caso che il card. Bergoglio creò a Buenos Aires un gruppo di lavoro per studiare la visita di Wojtyla nell'isola. Del resto è stato Bergoglio, divenuto Papa, a consigliare al presidente americano Obama di intraprendere presto il dialogo per nuovi rapporti tra Stati Uniti e Cuba. Ma questa è un'altra storia, in cui però il Papa e la Chiesa hanno avuto un ruolo di rilievo.

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Il leader Fidel e il giudizio della storia

Nell'indifferenza del mondo Aleppo muore. Davanti alla storia diciamo: Io non ci sto!

Andrea Riccardi, dopo le ultime vicende della guerra siriana che hanno ancora una volta avuto il loro centro nella città di Aleppo, torna a chiedere una mobilitazione delle coscienze perchè si metta fine alla tragedia della popolazione civile stretta tra due assedi.


Il secondo decennio del XXI secolo è marcato dalla follia della guerra siriana e della distruzione di Aleppo. Tante volte abbiamo denunciato il dramma di questa città assediata dal 2012, e ridotta allo stremo. Una nuova Sarajevo. E ben più grande! Abbiamo lanciato un appello, Save Aleppo, per una tregua che avrebbe potuto salvare tante vite umane, risparmiare dolori, non distruggere un prezioso tessuto urbano e tanti monumenti. Non c'è stato interesse da parte delle forze in campo e degli Stati coinvolti: non contava salvare Aleppo, ma affermare le proprie posizioni. Chi vincerà sarà il macabro padrone delle rovine. Tutti avranno un immenso conto da pagare con la storia. Non si è voluto salvare Aleppo, città simbolo: il luogo della tolleranza. Ben 300 mila cristiani su una popolazione di 1.900.000 abitanti, in gran parte musulmani sunniti, ma anche drusi, ismaeliti e alawiti. Accanto alla grande moschea omayyadde c'erano le chiese dei vari riti. Era anche una città aperta al futuro, la più dinamica della Siria. Tutto questo non c'è più. Resta una tenace voglia di sopravvivere di quanti sono restati, ma tutti - a partire dai bambini - sono segnati dall'esperienza dell'orrore e della morte. Tanti hanno abbandonato la città. Altri hanno resistito. I quartieri est, controllati dai ribelli, sono ormai accerchiati. Manca tutto: dal cibo alle medicine. L'attacco dei soldati governativi, appoggiati da iraniani e hezbollah con la copertura dell'aviazione russa, probabilmente riuscirà a vincere la resistenza in breve. Il passaggio dalla presidenza Obama a quella di Trump è un vuoto politico in cui è più facile sferrare l'offensiva con poche pressioni internazionali. Intanto la gente è allo stremo. Anche nella parte controllata dai governativi ci sono state tante sofferenze e distruzioni. Per mesi, un amico aleppino mi telefonava dalla zona governativa (dove pure la vita è stata molto dura) dicendomi: «Siamo indifesi, perché i ribelli non entrano?». Gli aleppini, ostaggi di due assedi contrastanti in un gioco confuso e crudele, hanno troppo sofferto. Per i governativi il problema è conquistare tutta Aleppo presto. Salvare gli aleppini è una perdita di tempo? Bisogna far sentire subito la pressione internazionale sui combattenti per fermare i massacri. Follia e radicalismo spesso s'incrociano nelle scelte e nei comportamenti dei combattenti. I molti morti hanno abituato all'uso della violenza senza limite. Se le diplomazie sono addormentate, non dovranno la gente, le opinioni pubbliche, gli uomini e le donne di coscienza far sentire la propria voce? È necessario dire davanti alla storia: io non ci sto con la morte di Aleppo! 

Gli interventi di Andrea Riccardi in favore della città di Aleppo 

domenica 4 dicembre 2016

La scomparsa del leader Fidel e il giudizio della storia


Andrea Riccardi, grazie al suo ruolo nella Comunità di Sant'Egidio, di cui è fondatore, ha avuto l'occasione di incontrare due volte Fidel Castro, parlandogli di questioni umanitarie.
In questo editoriale scritto per Famiglia Cristiana, ne esamina la figura.

Fidel Castro è morto. Infuria la polemica sul leader defunto. Obama, con saggezza, ha dichiarato: «La storia giudicherà l'enorme impatto di questa singolare figura sulla gente e sul mondo attorno a lui». Sì, la storia giudicherà le sue realizzazioni e il mito creatosi attorno alla sua figura. La dichiarazione americana mi ha ricordato una frase del giovane Fidel, nel processo del 1953 per il fallito attacco contro Batista: «Condannatemi. Non importa. La storia mi assolverà».
Aveva 27 anni e già pensava di entrare nella storia. Poteva essere un episodio banale. Fu un inizio. Il "comandante" ebbe la capacità di creare un gruppo di combattenti e rientrare nell'isola. Due di loro sarebbero divenuti famosi: l'argentino Ernesto "Che" Guevara, un`icona della rivoluzione in Sudamerica e nel mondo, e il fratello Raúl, attuale leader di Cuba.
Nel 1959, Fidel era già al potere, dove è rimasto per quasi mezzo secolo, fino alle dimissioni per età avanzata. Il comunismo cubano non è nato dalle truppe sovietiche (come nell'Est europeo), anche se - dal 1960 - si è appoggiato all'Urss, per la dura contrapposizione con gli Stati Uniti. Per gli Stati Uniti era intollerabile uno Stato comunista a poche decine di chilometri. Da qui nacque l'appoggio americano al tentativo fallito d'invasione degli esuli cubani. Nel 1962, a causa della progettata installazione di missili sovietici nell'isola, si giunse a una delle più gravi crisi della Guerra fredda, risolta anche grazie a un intervento di Giovanni XXIII. 
Dal 1962 cominciò l'embargo statunitense, durato fino al 2014. Cuba fu isolata, intanto molti cubani lasciavano l'isola. Oggi, solo in Florida, ci sono 1.400.000 cittadini di origine cubana. Non si può dire, però, che all'interno non ci sia stato anche consenso attorno alla figura di Fidel.
L'ho conosciuto personalmente prima della visita di Giovanni Paolo II nell'isola. Lo trovai molto interessato alla figura del Papa e alla realtà della Chiesa. Aveva rispetto per la Chiesa, nonostante il suo ruolo nell'89, anche nella radicale diversità delle prospettive. Sentiva che, in un mondo tutto capitalista, rappresentava un'alternativa. Nel 1998, il Papa, in visita a Cuba, lanciò uno slogan espressivo di una visione in cui si ritrova papa Francesco ancora oggi: «Cuba si apra al mondo e il mondo a Cuba!». Castro, educato nel cattolicesimo da giovane, ha incontrato i tre Papi in visita all'isola.
Ho rivisto una seconda volta Fidel e in quell'occasione l'ho intrattenuto su una questione umanitaria, trovandolo disponibile. Soprattutto notai come quest'uomo, che si spostava poco dall'isola, seguisse le questioni internazionali con grande attenzione. È stato un personaggio del Novecento: amato ed esecrato. La storia giudicherà.