venerdì 28 ottobre 2016

Il paradosso della Chiesa di Francia

Ha subìto attacchi che volevano ridurne il ruolo sociale. Eppure oggi chiede una più ampia laicità purché favorisca integrazione e convivenza

L'assassinio di padre Jacques Hamel, l'anziano sacerdote di Rouen colpito nel luglio 2016 dai terroristi, ha scosso la Francia. Dopo la tragedia, il discorso pubblico della Chiesa cattolica è stato forte e responsabile. Nella poca chiarezza dei discorsi della classe dirigente francese, l'episcopato ha espresso una visione (non confessionale) sul futuro della Francia multiculturale, in cui molti temono la radicalizzazione islamista. La Conferenza dei vescovi di Francia ha pubblicato, recentemente, un documento sul Paese, Dans un monde qui change, retmuver le sens du polilique «Il vivere insieme è ormai infragilito, attaccato, a pezzi», dichiarano i vescovi, ricordando come le idee tradizionali di nazione, patria e Repubblica siano in discussione e, per tanti, non rappresentino più molto a differenza del passato. La crisi non è l'occasione - come talvolta avviene nell'apologetica religiosa (cristiana, ma anche musulmana) - per invitare a un ritorno ai valori religiosi, fondanti la società. Da parte loro, i vescovi provano ad analizzare "laicamente" le condizioni in cui è possibile vivere insieme in una Francia complessa, non più nazione omogenea, soprattutto con una notevole comunità musulmana (su 64 milioni di francesi, circa sei appartengono all'Islam). Il terrorismo islamista non può essere accreditato come responsabilità dei musulmani francesi. Il presidente dei vescovi francesi, monsignor Pontier, arcivescovo della multietnica e mediterranea Marsiglia, l'ha dichiarato in un'ampia intervista a Le Monde, aggiungendo che gli attentati non devono essere strumentlalizzati per attaccare i musulmani, anche se una parte dei francesi sono preoccupati: «Non ci sono che due soluzioni: o arriviamo a trovare la strada del vivere insieme o ci facciamo la guerra», conclude. In fondo, gli allarmi servono solo ad aumentare la tensione. Monsignor Pontier ha affermato: «Per la Chiesa, è possibile vivere insieme. Bisogna riuscirci favorendo gli incontri e tutto quello che si può 'fare' insieme». Tra l'altro, nella sua Marsiglia, in una quindicina di scuole, la gran parte degli alunni sono musulmani: così si lotta «contro il comunitarismo che ci aizza gli uni contro gli altri». Questo non vuol dire diluire lo spessore della vita religiosa. La Chiesa cattolica è contraria al divieto di portare i segni religiosi nello spazio pubblico, come espressione della laicità dello Stato, per cui s'impedisce alle ragazze musulmane il velo nelle scuole. Per Pontier, «interdire i segni religiosi è incoraggiare le correnti fondamentaliste». Le interdizioni provocano radicalizzazione e sospingono le persone più fragili e giovani in comunità chiuse: «È difficile», dichiara il documento dei vescovi, «parlare tranquillamente di religione nello spazio pubblico». Il vero problema è affezionare alla Francia tutti i francesi, specie i nuovi francesi o gli immigrati: «Bisogna che le persone che accogliamo amino questo Paese», affermano i vescovi. Se le guardiamo sempre in modo negativo, non possono amarlo. Invece, se vediamo in essi persone che ci possono dare qualcosa, arriveremo a crescere insieme». Non si tratta di posizioni ideologiche, ma di un senso concreto della realtà europea, maturato nel contatto con la gente e anche con le situazioni più periferiche. Paradossalmente, la Chiesa di Francia, che ha subìto nella storia la laicità come attacco per ridurre il suo ruolo sociale, oggi chiede una nuova e più ampia laicità. Così si chiude il documento episcopale: «La laicità dello Stato è un quadro giuridico che deve permettere di vivere insieme a tutti, credenti di ogni religione e non credenti». Non deve diventare, continua il documento, «un progetto di società, che mira a una specie di neutralizzazione religiosa della società, espellendo il religioso dalla sfera pubblica verso il solo spazio privato dove deve restare nascosto...». La laicità è vivere insieme nello spazio pubblico e nella società, senza occultare l'identità, sentendo il Paese come proprio destino e futuro. La Chiesa di Francia non ha paura del velo delle ragazze musulmane. Ha cara la laicità, purché favorisca integrazione e convivenza.

giovedì 27 ottobre 2016

Sotto i colpi dell'Isis è andato in pezzi il mosaico del Medio Oriente

Un mondo è stato stravolto da guerre e violenza fanatica: sarà difficile ricostruirlo

Il Medio Oriente è sconvolto. Tutto cambia. Anche i confini tra gli Stati. Ieri c'erano Libano, Iraq e Siria: tre Stati distinti con storie politiche diverse. La loro origine viene dagli accordi Sykes-Picot (dal nome dei negoziatori) nel 1916, tra Francia e Gran Bretagna. Crearono una nuova architettura statuale nel vasto dominio dell'Impero ottomano, che si estendeva dall'Europa all'Arabia, inglobando il Medio Oriente.

La popolazione dell'Impero, dominato dai turchi, era varia: accanto agli arabi sunniti, i cristiani (ortodossi, armeni, maroniti, siriaci...), gli ebrei, i curdi, gli yazidi e altri gruppi. C'erano pure altre comunità musulmane: gli sciiti come nell'Iraq meridionale o in Libano, gli alauiti (oggi al potere in Siria con Assad) o i drusi. Il Medio Oriente era un mosaico di etnie e religioni, quando britannici e francesi se lo spartirono: ai primi l'Iraq, con un sovrano arabo, e agli altri la Siria e il Libano.
Dopo la guerra mondiale Siria, Libano e Iraq divennero indipendenti. La Siria ha sempre considerato come sua pertinenza il Libano. Sono però due anni che in Libano manca il presidente. Ora il consenso del leader sunnita Hariri alla candidatura del prosiriano Aoun (appoggiato dagli hezbollah sciiti) fa prevedere un Libano vicino ad Assad. Questi, che ha perso parte della Siria, guadagnerà il Libano?
In Iraq, nel 2003, gli Stati Uniti hanno fatto la guerra a Saddam Hussein, sostenuto dai sunniti. Così l'Iraq, in preda al terrorismo, si è scomposto: i curdi, oppressi da Saddam, hanno conquistato l'autonomia, mentre gli sciiti sono diventati determinanti.
In Siria, con la "Primavera araba" del 2011 repressa da Assad, è scoppiata la guerra civile che vede alauiti, parte dei sunniti e cristiani con il Governo, mentre l'opposizione armata è sunnita con una forte componente curda. Il 29 giugno 2014 Abu Bakr al-Baghdadi ha proclamato il califfato. Lo Stato islamico controlla parte del territorio siriano e una parte dell'Iraq. È la fine di Sykes-Picot, come recita un video islamista che annuncia l'unificazione dei musulmani e l'avanzata dell'Isis. È nato, tra Siria e Iraq, un largo spazio dominato dal califfato, cui una parte dei sunniti ha collaborato. Oggi, però, il nuovo Stato scricchiola. Le offensive contro Mosul e Raqqa stanno minando il controllo territoriale del califfato. Un mondo è stato sconvolto dalle guerre e dalla violenza fanatica: sarà difficile ricostruirlo.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 30 ottobre 2016

mercoledì 26 ottobre 2016

La bella intervista ad Andrea Riccardi su Vita.it

Una bella intervista ad Andrea Riccardi sul pontificato di papa Francesco,  e il suo rapporto con le periferie, è stata pubblicata dal settimanale Vita.it. LEGGI IL TESTOCOMPLETO

Cosa ha detto Andrea Riccardi accogliendo i profughi dalla Siria: i corridoi umanitari, la nostra risposta alla guerra

andrea riccardi accoglie i rifugiati dalla SiriaAndrea Riccardi era lunedì all'aeroporto di Fiumicino, ad accogliere i profughi arrivati dalla Siria con i corridoi umanitari realizzati dalla Comunità di Sant'Egidio. "Un grande benvenuto in Italia. Sono mesi, anni che noi guardiamo la guerra in Siria, contempliamo la nostra impotenza, ci chiediamo che cosa possiamo fare. I corridoi umanitari sono una risposta, non solo della Federazione Evangelica, della Comunità di Sant'Egidio, della Chiesa valdese, in collaborazione con il Ministero degli Esteri e degli Interni. Sono la risposta della società civile italiana, perchè voi verrete accolti nelle famiglie, nelle istituzioni della società italiana. La presenza di rifugiati siriani ha suscitato una domanda di aiuto e di coinvolgimento grande da parte della società italiana. Voglio ribadire che c'è un'Italia che non vuole ripiegarsi su se stessa non vuole girarsi dall'altra parte, ma vuole intervenire, aiutare. Dobbiamo ringraziare il Ministero degli esteri e dell'Interno perchè hanno consentito lo sviluppo di questo progetto che mi auguro che sia contagioso in Europa.
Il corridoio umanitario non solo risponde alla grande crisi umanitaria generata in Siria, ma  è anche la liberazione dai mercanti delle vite umane, dai padroni dei barconi, dai signori della morte che obbligano tanti a un viaggio incredibile. Questo accogliervi è un orgoglio italiano, vorremmo che fosse un orgoglio europeo. Proprio nel giorno in cui si sgombera la giungla di Calais, noi accogliamo il primo di due gruppi, in tutto 140, che stanno arrivando in Italia. Un affettuoso benvenuto!"
In conclusione, Andrea Riccardi ha ribadito che la collaborazione con le Chiese evangeliche sta crescendo e diventa una sollecitazione agli italiani e le italiane a non voltarsi dall'altra parte davanti ad una grande crisi umanitaria. 

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venerdì 21 ottobre 2016

Italsimpatia. che cos'è?

Ne ha parlato Andrea Riccardi all'apertura della Settimana della Lingua Italiana a Firenze LEGGI

In Colombia è finito un misticismo rivoluzionario religioso non la preoccupazione per i poveri

Andrea Riccardi, nella rubrica "Religioni e civiltà" del magazine Sette del Corriere della Sera del 21 ottobre 2016 torna sulla questione della pace in Colombia di cui aveva parlato all'indomani del referendum sulle pagine del Corriere VAI ALL'ARTICOLO

pace colombia andrea riccardi blogNegli Anni 60 molti cattolici credevano che la rivoluzione fosse l'unico modo «per realizzare
l'amore verso il prossimo nel terreno temporale».

L'accordo di pace tra il presidente colombiano, Santos, e il movimento guerrigliero delle Farc è stato respinto per poche migliaia di voti in un referendum dalla scarsa partecipazione. Ora il presidente deve rinegoziarlo con i suoi oppositori e, ovviamente, con le Farc. Tuttavia una pagina di storia sta per essere voltata: quella pratica della violenza rivoluzionaria. È stata un'illusione, condivisa in tante parti del mondo, che ha prodotto molta sofferenza. Gli stessi dirigenti delle Farc, attive da1 1964, hanno chiesto perdono dei dolori causati. La violenza rivoluzionaria non è stata, però, legata solo al marxismo-leninismo (come per le Farc), ma ha riguardato anche il mondo cattolico. Cristianesimo e rivoluzione sembrano un binomio impossibile, tuttavia sono una realtà della seconda metà del Novecento. In Colombia è la vicenda dell'Eln, che ha cominciato la sua lotta ne1 1964 ed ora sta trattando, a sua volta, con il governo.
L'Eln, fin dall'ideologia, è intrisa dell'apporto del cattolicesimo e della teologia della rivoluzione, oltre a portare la forte impronta del castrismo. Misticismo rivoluzionario con uno sfondo religioso. Vari sacerdoti sono stati membri o alla testa di questa guerriglia. Il più famoso è padre Camilo Torres Restrepo, ucciso in uno scontro con l'esercito colombiano nel febbraio 1966.
Camilo Torres
Camilo Torres è divenuto, in quegli anni, un mito. La sua vicenda incarna le aspirazioni dei cristiani che fecero la scelta per la rivoluzione, contestando l'alleanza tra Chiesa e poteri politici ed economici. Così avvenne in Colombia, dove vigeva ancora un concordato che assegnava al presidente della Repubblica la possibilità di scegliere i candidati per la nomina all'episcopato. Camilo Torres, nato ne1 1929, aveva studiato a Roma e a Lovanio: era un giovane sociologo molto stimato all'inizio degli Anni 60, ma anche un prete popolare tra i giovani e gli studenti universitari.
Per lui, bisognava cambiare la società, dove pochi ricchi dominavano sulle masse dei poveri. Non bastava il programma riformista e democratico-cristiano, che giovani amici di Camilo andavano formulando. Ne1 1965, Torres lanciò la Plataforma del Frente Unido del pueblo colombiano, per raccogliere le opposizioni. Chiedeva la riforma agraria e urbana (gli inquilini diventavano proprietari), varie nazionalizzazioni, una politica della famiglia (che sanzionava i padri che abbandonavano i figli). Dal giugno 1965, Torres, ormai in contrasto con la gerarchia, domandò la riduzione a laico. Il progetto del Frente Unido, nonostante il suo attivismo, fallì. Non restava per lui che la lotta armata.
Dal dicembre 1965, Torres scomparve e, poche settimane dopo, la stampa colombiana pubblicò una sua foto vestito da guerrigliero. Così si spiegò in un messaggio ai cristiani: «Credo di essermi dedicato alla rivoluzione per amore del prossimo. Ho smesso di dire Messa per realizzare questo amore verso il prossimo nel terreno temporale, economico e sociale... quando avrò realizzato la Rivoluzione tornerò ad offrire la Messa...». «Liberazione o morte»: era lo slogan dell'Eln. Nel febbraio 1966, Torres fu ucciso in uno scontro a fuoco. Una breve esistenza da guerrigliero che, però, ne fece un'icona del cristiano rivoluzionario. José Maria Gonzalez Ruiz, teologo del dialogo con il marxismo, scrive su Torres: «Camilo è un cristiano qualunque che ci incoraggia a dare alla rivoluzione dei poveri di tutto il mondo, il valido contributo della fede...».
Oggi quel mondo è davvero lontano. Quello che resta è una triste realtà di guerriglia, incistata per decenni. Il mito di padre Camilo si è dissolto. La strada della violenza, imboccata per motivi generosi da Torres con una mistica della rivoluzione e un` "ascesi" da rivoluzionario, ha prodotto tanti dolori. Questo non vuol dire che oggi il cristianesimo abbia archiviato la preoccupazione per i poveri, come si vede dal pontificato di Francesco.

giovedì 20 ottobre 2016

VENTI DI GUERRA FREDDA: TRA USA E RUSSIA PERDE ALEPPO

Andrea Riccardi Save Aleppo
Andrea Riccardi torna sul dramma di Aleppo e della guerra in Siria, una causa che ha sposato da molti anni. Oggi siamo di fronte a un'escalation: Russia e Stati Uniti si minacciano, salta l'accordo per salvare la città siriana. Bisogna ripartire dall'interesse comune, afferma il fondatore della Comunità di Sant'Egidio che è la pace.
Intanto sembrano riformarsi i blocchi. La Turchia di Erdogan si collegherà sempre più saldamente - anche da un punto di vista militare - alla Russia, pur essendo membro della Nato? Nei Paesi europei dell'Est c'è la convinzione che la Russia voglia aggredire questa parte del mondo e quindi si chiede aiuto all'Occidente. Marie Mendras, studiosa francese della Russia, pur molto critica verso Putin, ha dichiarato: «Non penso che la Russia abbia le capacità finanziarie e militari di fare quello che dice di poter fare». Il vero problema è più generale. Il linguaggio della politica internazionale sta diventando sempre più bellico: parole e fatti. Non siamo ancora alla guerra fredda: non bisogna ripartire dall'interesse comune che è la pace, in un mondo che ha tanti problemi drammatici da risolvere?
Aleppo è un cumulo di rovine. È saltato l'accordo tra Russia e Stati Uniti per l'aiuto umanitario alla città. Anche se i colloqui continuano, sembra che americani e russi parlino due lingue diverse e abbiano due agende in conflitto. È tornata la guerra fredda? La mia generazione l'ha vissuta: due mondi, l'occidentale e il comunista, opposti sistemi economici, due sistemi militari contrapposti. Tutto finì nel 1989 quando cadde il Muro. La globalizzazione portò a nuove relazioni internazionali, talvolta punteggiate da conflitti, ma senza la dura contrapposizione dei due sistemi. Oggi, invece, riappaiono i fantasmi della guerra fredda. Dal 2014 è scoppiata la crisi in Ucraina: tra gli occidentali che volevano avvicinarla all'Unione europea e la Russia che la considera parte del suo spazio geopolitico. C`è una guerra a bassa intensità: l'oriente del Paese è occupato dai filorussi. Si sta creando un confronto militare sulle frontiere tra Europa e mondo russo. La Nato ha dispiegato le forze nell'Est Europa (un piccolo contingente italiano sarà schierato in Lettonia). La Russia bilancia questa presenza. Di pochi giorni fa è la notizia dell'installazione dei missili a Kaliningrad, enclave russa tra Lituania e Polonia. La vicinanza tra i due dispositivi militari è estremamente pericolosa. Lo dice anche l'ambasciatore russo negli Usa, Kislyak: «I rischi di un errore sono aumentati. In modo particolare con le nostre forze e quelle della Nato, dispiegate ai nostri confini». Un incidente potrà innescare uno scontro? Gli errori sono facili anche nell'intricata guerra in Siria: insensata e senza fine. Inizialmente gli occidentali non hanno voluto trattare con i russi chiedendo la rinuncia del presidente Assad (che ha gravissime responsabilità); ma bisognava evitare l'incancrenirsi di una guerra che ha distrutto un Paese e causato più di sei milioni di rifugiati all'estero. Oggi la matassa siriana è incredibilmente ingarbugliata. I russi, con i loro alleati, vogliono vincere e mettere in sicurezza lo spazio conquistato.

lunedì 17 ottobre 2016

Andrea Riccardi agli Stati Generali della Lingua Italiana: dall'italnostalgia all'italisimpatia

Italiano, lingua viva: il tema a cui è dedicata la seconda edizione degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale che si tiene a Firenze, il 17 e 18 ottobre 2016. Ad aprire i lavori del 17 ottobre, insieme al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e al Ministro dell'Istruzione Stefania Giannini, anche Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri.


Il programma dell'evento 

L'evento è trasmesso in diretta streaming http://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/streaming.html

L'ONU non sta bene: un difficile compito per il nuovo segretario generale per l'ONU il portoghese Antonio Guterres

 Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso su Famiglia Cristiana del 16 ottobre 2016

Antonio Guterres è il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. È una buona notizia, anche se l'Onu non sta bene. Guterres è un uomo di grandi risorse: portoghese, socialista, cattolico, già presidente dell'Internazionale socialista, ha partecipato alla costruzione della democrazia portoghese dopo la dittatura di Salazar. Ha una vasta esperienza internazionale. Per dieci anni è stato alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite. Nonostante la sua tempra, molti dubitano possa riuscire nel nuovo compito, per la condizione d'impotenza in cui si trova l'Onu e per la pesantezza della sua burocrazia. Da anni si parla di riforma, ma forse non è il problema principale. La questione è l'impotenza di fronte a tanti conflitti.

L'eredità di Ban Ki-moon non è però solo negativa. Il segretario uscente, se non è riuscito in situazioni di guerra, ha tenuto alto l'impegno dell'Onu sulla gravissima questione dei profughi. Ricordo quanto disse nell'ottobre 2015, visitando a Roma i profughi ospiti della Comunità di Sant'Egidio: «Sono stato uno di voi». Ban Ki-moon ha mostrato che la questione dei rifugiati non può essere affrontata nell'ottica dei singoli Stati: c'è un interesse dell'umanità di cui le Nazioni Unite si fanno carico. Guterres, come alto commissario per i rifugiati, ha collaborato bene con Ban Ki-moon e sembra intenzionato a continuare il suo impegno dalla parte degli esclusi: ha affermato di volere «dare prova di umiltà per servire le persone più vulnerabili».

Le Nazioni Unite mostrano che esiste un bene comune globale. Il bene comune dell'intera umanità, del pianeta e della popolazione più marginale: gli esclusi, i rifugiati e i più poveri. Il bene comune globale è anche la questione ecologica, su cui si vede la possibilità di fare passi in avanti, specie dopo la recente ratifica dell'accordo (emerso dalla Conferenza di Parigi) da parte di Stati Uniti e Cina. Del resto, in tante situazioni drammatiche, senza le Nazioni Unite cadrebbe l'ultimo ponte tra chi non dialoga più e si affida alle armi.

In un mondo che non ha orrore di usare la guerra per affermare interessi di parte, l'Onu ricorda - come recita lo Statuto - il valore della soluzione pacifica delle controversie. La guerra è un processo i cui esiti non sono mai prevedibili. Senza le Nazioni Unite, tutti i Paesi, i più forti e i più deboli, sarebbero in grave rischio.

venerdì 14 ottobre 2016

Il più grande massacro di cristiani in Africa.. per mano italiana nel 1937

Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant'Egidio, nella rubrica "Religioni e civiltà" del magazine "Sette" del Corriere della Sera parla del massacro dei monaci di Debre Libanos, in Etiopia, compiuto dalle truppe italiane durante il fascismo, nel 1937. Una pagina di storia da non dimenticare.
Pochi lo sanno, ma il più grande massacro di cristiani in Africa è stato compiuto, nel febbraio de1 1937, dalle truppe italiane nel monastero etiope di Debre Libanos

Il più grande massacro di cristiani in Africa è stato compiuto dalle truppe italiane nel monastero etiope di Debre Libanos. Il grande pubblico lo ignora. Anzi, nel 2012, ad Affile nel Lazio, è stato inaugurato un monumento a chi volle quel massacro, il maresciallo Graziani, viceré d'Etiopia Graziani finì la propria carriera militare a Salò e, dopo la guerra, fu presidente onorario del Msi.
Il maresciallo ordinò il massacro, dopo l'attentato contro di lui ad Addis Abeba il 17 febbraio 1937. Oggi TV2000, il canale televisivo della Chiesa italiana, fa conoscere questa storia dimenticata con un docufilm di Antonello Carvigiani da un'idea di Lucio Brunelli. L'apporto degli storici, i documenti e la testimonianza di un novantenne (che bambino assistette ai massacri di nascosto) danno la dimensione del dramma. Graziani subì un attentato il 19 febbraio 1937. La reazione fu pesantissima con la strage di migliaia di persone, in un'operazione di squadrismo fascista "accoppando indigeni" e conducendo alla morte "mandrie di negri", come racconta il giornalista del Corriere, Ciro Poggiali, nel suo diario. 
Gli italiani "brava gente", fascistizzati e fanatizzati, rivelarono un altro volto. Il viceré intendeva saldare i conti anche con la Chiesa etiope, che sospettava di animare la resistenza all'Italia. Gli dette motivo qualche contatto dei due attentatori con l'ambiente del monastero. Il 19 maggio 1937, si disse in possesso di prove sicure del coinvolgimento dei monaci (inesistente) nell'attentato e ordinò la strage al generale Pietro Maletti. Il monastero, a 80 km dalla capitale, è un polmone religioso del paese, fondato nel XIII secolo da San Tekle Haimanot, la cui festa si celebrava - con quella dell'arcangelo Michele - proprio quando arrivò l'ordine di Graziani. Un monastero etiope, attorno alla chiesa e ai luoghi santi, raccoglie abitualmente vari insediamenti quasi villaggi - di monache e monaci, ma anche di fedeli. Le truppe di Maletti fecero entrare i pellegrini nel recinto della chiesa. Poi uccisero i monaci, fucilandoli in una zona remota e gettando i cadaveri in una gola profonda. Graziani volle anche la morte dei diaconi. Trenta seminaristi furono portati in un malsano campo di detenzione, dove in gran parte morirono. Solo uno tornò al monastero. 
Secondo gli italiani furono uccisi 449 monaci e 129 diaconi. Ma, per gli storici, il bilancio fu molto più pesante, tra 800 e 2.200 morti: monaci, giovani studenti al monastero, pellegrini (per la festa). Il complesso monastico fu distrutto. Oggi si vede una chiesa ricostruita dopo la guerra. Furono depredati codici, manoscritti, opere antiche del mo- nastero: è uno dei furti realizzati durante la breve dominazione fascista in Etiopia, su cui non si è fatta luce. 11 27 maggio, il viceré Graziani comunicò al ministro delle colonie, Lessona: era stato distrutto un "covo di assassini". Non ci fu alcuna reazione verso questa violenza contro cristiani: nemmeno negli ambienti cattolici italiani. 
I cristiani etiopi, figli di una storia antica, erano piuttosto disprezzati, considerati scismatici e "primitivi". Un'espressione di quest'atteggiamento si ritrova nelle parole del card. Schuster, pronunziate nel Duomo di Milano, il 28 ottobre 1935, quando benedisse l'invasione fascista dell'Etiopia come "guerra che reca il trionfo della croce di Cristo, spezza le catene, spiana le strade ai missionari del Vangelo": ma anche "apre le porte di Etiopia alla fede cattolica e alla civiltà romana". Ma l'evangelizzazione dell'Etiopia era iniziata già dal W secolo e lì viveva la più grande Chiesa africana. E` quindi molto significativo che la televisione della Chiesa italiana ricordi questa triste storia. L'immagine dei monaci di Debre Libanos è giustamente dipinta nell'icona dei nuovi martiri del Novecento, conservata nella basilica di San Bartolomeo all`Isola Tiberina, a Roma. Sono martiri cristiani. Anche se chi li ha uccisi, non li considerava tali.

venerdì 7 ottobre 2016

Alcuni libri per capire meglio papa Ratzinger

Andrea Riccardi ha presentato recentemente la biografica di papa Benedetto scritta da Elio Guerriero "Servitore di Dio e dell'umanità". In realtà sono più di uno i libri pubblicati negli ultimi mesi che aiutano a comprendere meglio una personalità che, nonostante le discussioni e forse proprio per queste, ha inciso molto sulla Chiesa. Qui una rassegna di questi testi pubblicata da Andrea Riccardi sul magazine Sette del Corriere della Sera.


Le dimissioni di Benedetto XVI hanno sorpreso il mondo. Con l'annuncio dell`11 febbraio 2013, si sono aperti problemi nuovi, non solo sulle motivazioni della scelta, ma sull'inedita situazione di un papa dimissionario. La presenza di due Papi, uno in carica e l'altro emerito, rappresenta uno scenario nuovo per il cattolicesimo. In realtà, con l`elezione di papa Francesco, non si sono verificati problemi, anche per il carattere retto e riservato di Joseph Ratzinger, nonostante entrambi vivano a pochi metri di distanza nella cinta vaticana. Il "Papa emerito" - così lo si chiama - è comparso in pubblico poco e solo su invito di Francesco. Vive ritirato, seppure riceve amici ed ex collaboratori. Ogni tentativo di tirarlo dentro i dibattiti della Chiesa - che sembra ci sia stato - è fallito. In realtà, questa nuova esperienza istituzionale non ha creato problemi, anche se molto si deve all`intesa tra le due persone, al loro carattere e al loro senso della Chiesa. Tuttavia il papa emerito non si è sottratto del tutto alle discussioni. Ha risposto in "Ultime conversazioni" alle domande del giornalista tedesco Peter Seewald, autore di una precedente intervista. Benedetto, che pur ha scelto di restare in disparte, ora fa sentire la sua voce. Parla della sua storia e delle dimissioni.

Esprime simpatia per Francesco e dichiara: «Ognuno deve avere il proprio temperamento. Uno magari è un po` riservato, un altro un po` più dinamico...». Del resto, papa Benedetto ha motivi per intervenire nuovamente. Infatti, con le dimissioni, si è sottoposto al giudizio di molti. Tantissimi, allora, erano contrari a quell`atto inedito. E lo manifestarono. Anche se poi parecchi hanno rivisto le loro posizioni. C`è stato un gran discutere sull`opportunità della scelta e i suoi motivi. È irreale che Ratzinger possa consegnarsi del tutto al silenzio, fuori dalla storia. Lui stesso sente la necessità di dire le sue ragioni in un confronto apertosi nel febbraio 2013 o forse di allargarne la prospettiva. Con la rinuncia, il Papa è divenuto non solo oggetto di discussioni, ma dello stesso dibattito storico. È, infatti, sorprendente come già si pubblichino biografie complete su lui. In Italia, Roberto Regoli, uno storico dell`Università Gregoriana, ha edito qualche mese fa Oltre la crisi della Chiesa. È un`analisi del pontificato di Ratzinger, che indaga sul governo, sulle difficoltà, sulle dimissioni. E lo fa con chiarezza, anche se sono vivi ancora tutti i protagonisti di quelle vicende. Non è troppo presto per un lavoro storico? In realtà, la storia contemporanea corre più veloce di ieri. È stato lo stesso Benedetto XVI ad aprire, con le dimissioni, il dibattito sul suo pontificato. Non c'è stata la morte del Papa, con quel seguito di lutto o di cordoglio. Subito si è cominciato a dibattere su Ratzinger. In un'altra prospettiva, Elio Guerriero, che ha alle spalle un'importante esperienza editoriale ma anche una conoscenza personale del papa, ha scritto una biografia completa, fin dalla nascita: Servitore di Dio e dell'umanità. Si tratta dell'avvincente storia di un uomo, che muove i suoi primi passi nella Germania nazista, immerso nel cattolicesimo bavarese che quasi fa scudo alla nazionalizzazione delle coscienze. È una biografia con costante attenzione al pensiero teologico del Papa, senza cui è impossibile capire le sue scelte e il suo governo che è, nei fatti, un "governo pensato". Questi studi aiutano a comprendere meglio una personalità che, nonostante le discussioni e forse proprio per esse, ha inciso molto sulla Chiesa e sulla cultura. Non solo perché Papa, ma perché uomo di pensiero. Ratzinger ha scritto di San Bonaventura, al cui modello s'ispira: «Governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo, troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero, illuminato dalla preghiera». Questo è stato Joseph Ratzinger, una figura che si comincia a capire meglio.

giovedì 6 ottobre 2016

Dove sono nel mondo uomini come Shimon Peres?

Di fronte al feretro di Shimon Peres, lo scrittore israeliano Amos Oz si è chiesto: «Dove sono oggi gli uomini come Peres?». Lo ha fatto innanzi a una platea di leader mondiali, tra cui il primo ministro d'Israele, Benjamin Netanyahu. Una domanda vitale in un mondo in cui tante crisi si aprono ma si ha poco coraggio di cercare soluzioni. Purtroppo quella tra israeliani e palestinesi è ancora aperta. Dove sono oggi gli uomini come Peres? L'ex presidente ha guardato lontano, ha saputo combattere, ha amato Israele, ma si è rivolto al mondo: ha certo commesso errori, ma soprattutto ha avuto il coraggio della pace. Oz ha detto di lui: «Inciampava perché guardava in alto». Il suo libro, "Il Nuovo Medio Oriente", pubblicato nel 1993, dopo l'accordo con i palestinesi, manifesta una visione di pace e sviluppo, non solo per Israele, ma per l'intera regione.

Peres era nato nel 1923 in una delle comunità ebraiche in Polonia, minacciate dall'antisemitismo. La famiglia scelse la via dell'aliyah, il ritorno nella Terra (di Israele), dove il piccolo Shimon arrivò cinque anni prima che Hitler conquistasse la Polonia. Militare, poi politico, capace di decisioni contrastate, ministro di vari dicasteri, primo ministro e uomo di pace, tanto da meritare - a seguito degli accordi di Oslo con i palestinesi - il premio Nobel per la pace nel 1994. Infine, dal 2007 al 2014, presidente della Repubblica.

Quando l'ho incontrato, ho avuto la sensazione di un uomo che guardava al mondo, ma ancorato alla vicenda del suo popolo: «Non vi sono esempi in tutta la storia di una nazione che, dopo una così ininterrotta saga di tragedia e sventura, si sia risollevata e resa libera». Quale il messaggio di questo popolo? «La fede può trionfare su tutte le avversità». Aveva difeso le frontiere israeliane minacciate; ma credeva che nel mondo globale i conflitti non sarebbero stati tanto per il territorio, quanto tra civiltà. Israele doveva fare la sua parte, ma donando il suo messaggio e le sue energie agli altri popoli. Il suo sionismo era realista e universalista. Partecipò con entusiasmo alla preghiera per la pace in Vaticano con Abu Mazen, Francesco e il patriarca Bartolomeo. «Agli uomini è permesso sognare: non sogni qualsiasi, ma grandi sogni», disse. Anche noi ci chiediamo: dove sono oggi uomini come lui? E ci scopriamo in un mondo grande, abitato e guidato da donne e uomini forse troppo piccoli.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 9 ottobre 2016