venerdì 26 agosto 2016

Per la Chiesa non c'è guerra di religione: La bandiera di Lepanto non abita più in Vaticano

Un dossier del magazine "Sette" del Corriere della Sera sul rapporto tra la Chiesa di papa Francesco e l'Islam. Nel suo contributo, Andrea Riccardi spiega che quando dice che non c`è guerra di religione, il pontefice si rifà a una scelta ormai assodata della Chiesa, quella dello "spirito di Assisi".

La grande questione, che agita l'Occidente dalla fine della guerra fredda, sono i rapporti con il mondo musulmano. Se ne discusse nche alla Nato: il sistema di difesa non deve rivolgersi prioritariamente verso i Paesi islamici? Gli avvenimenti dell'ultimo quarto di secolo accrescono la preoccupazione generale che, alle sue spalle, ha una storia antica di conflitti: l'espansione araba, la fine dei cristiani del Sud Mediterraneo, l'attacco all'Europa attraverso la Spagna e poi i Balcani, le crociate... Avvenimenti lontani che riemergono nella memoria e confermano un archetipo: la contrapposizione tra Occidente (cristiano e non) e Islam. Un archetipo condiviso (in parte) dai musulmani. Sembra un destino da cui non si sfugge. E oggi le violenze islamiste non mostrano l'attualità di questo archetipo? Nel 1993, finita la guerra fredda, il politologo americano Samuel Huntington lo rilanciò, parlando di inevitabile scontro di civiltà e religione. Il fatto sorprendente è però che la Chiesa cattolica e i papi hanno sistematicamente rifiutato questa visione. Papa Francesco, quando dichiara che non c`è guerra di religione, si ricollega a una scelta costante della Chiesa di Roma. Lo si vide dopo i terribili attentati di Al Qaeda l'11 settembre 2001, quando la teoria dello scontro di civiltà e religione sembrava realizzarsi. Giovanni Paolo Il fu scosso dalla violenza contro gli Stati Uniti, ma non volle confondere la Chiesa con la guerra all'Iraq. Promosse simbolicamente un digiuno dei cattolici l'ultimo giorno del Ramadan. Poi convocò nel 2002 i leader delle religioni per una preghiera di pace ad Assisi. Diversamente si mossero i neoprotestanti, favorevoli alla guerra. Si opposero al Papa - più o meno apertamente - vari settori cattolici in nome dell'identità occidentale contro l'Islam: istanze oggi interpretate dai populismi in Europa. Eppure, nella sua lunga storia, la Chiesa si era sempre opposta all'Islam e aveva benedetto la lotta "cristiana" contro di esso. La bandiera turca, conquistata a Lepanto, la battaglia in cui le potenze cristiane sconfissero gli ottomani nel 1571, era conservata in Vaticano come importante cimelio e talvolta esibita. Nel 1965 invece Paolo VI la consegnò alla Turchia con gesto simbolico. Sembrava dire che era una storia archiviata. Il Concilio Vaticano II, concluso nel 1965, aveva aperto una storia di dialogo con le religioni non cristiane. Non era un`improvvisazione, ma un`idea maturata nel tempo. Alla fine degli anni Trenta, segretamente, il Vaticano interrogò i vescovi nei Paesi musulmani. Perché i musulmani a contatto con i missionari non si convertivano al cristianesimo? Che doveva fare la Chiesa? La risposta fu cercare di vivere insieme. La "politica" verso l'Islam è maturata in lunghe esperienze a contatto con i musulmani. La bandiera di Lepanto non abita più in Vaticano. La battaglia invece è un simbolo per i cattolici tradizionalisti favorevoli alla logica dello scontro. Papa Francesco è figlio del Vaticano II. Non identifica la Chiesa con l'Occidente contro l'Islam, favorisce il dialogo con esso anche per inserirlo nell'incontro tra le religioni. È lo "spirito di Assisi", quello del grande incontro tra religioni nel 1986, voluto da Giovanni Paolo II, che intuì come queste possano essere utilizzate per legittimare la violenza. Sono passati trent'anni da allora e molti nella Chiesa sono convinti che
lo "spirito di Assisi" sia necessario per una convivenza pacifica tra gente di religione diversa. Ormai cristiani, musulmani abitano assieme ovunque. In Argentina, Paese d'immigrati, Jorge Bergoglio ha stretto rapporti con le altre religioni (i musulmani sono più dell`1% degli abitanti). L'Islam è una questione internazionale, ma anche un fatto di vita quotidiana. La convivenza è complessa. Lo si vede dagli attentati in Europa, fatti da giovani musulmani fanatizzati. Con l'uccisione di padre Jacques Hamel in Francia, l'attacco islamista - la prima volta in Europa - mira alla Chiesa. Questa, con il suo peso, rifiuta - come si è detto -di benedire lo scontro tra cristiani e musulmani, centrale invece per l'Isis (lo mostra il filmato della terribile uccisione dei cristiani egiziani in Libia).
Le reazioni musulmane hanno confortato però la strategia della Chiesa, con la massiccia presenza di musulmani alla messa domenicale dopo l`uccisione di padre Jacques. Il dialogo di tanti anni dà frutti. Il gran imam di Al Azhar, al-Tayyib, la personalità sunnita più autorevole, ha visitato Francesco, fatto mai avvenuto prima. Ha avuto parole di condanna per la violenza e di stima per la Chiesa. Francesco è accusato d'ingenuità. Non bisognerebbe reagire alle minacce? La critica viene dai cattolici (non tutti) dell'Est europeo e dai loro governi che rifiutano di accogliere i rifugiati musulmani in nome dell`identità cristiana e per i rischi terroristici. Il Papa ha mostrato di capire la paura ma ha invitato ad aprire le frontiere. Del resto di ritorno dall'isola di Lesbo, ha portato - ospiti del Vaticano - una ventina di rifugiati, in maggioranza musulmani. Per lui il radicalismo è una minaccia grave, ma «non è una guerra di religione», ha detto. «Tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri». Francesco segue la vicenda dolorosa dei cristiani, in Medio Oriente, vittime della violenza islamista: per lui è un martirio. Cerca di salvare i resti del cristianesimo mediorientale. I cristiani orientali hanno considerato i regimi di Saddam Hussein e Assad una protezione contro islamismo e caos: sono critici verso la politica occidentale. Francesco è anche preoccupato che un clima di scontro ricada sulle minoranze cristiane in Pakistan o Indonesia. I vescovi africani, consapevoli della diffusione dell'Islam wahabita con i fondi sauditi, tengono buoni rapporti con l'Islam locale. Affermano come in Nigeria, grande terreno di scontro e convivenza - che non tutto l'Islam è radicale. La visione complessiva di Francesco tiene conto delle diversificate situazioni dei cristiani. Nella storia della Chiesa, non c'è solo Lepanto. C`è pure San Francesco, che ispira Papa Bergoglio. Ottocento anni fa, nel 1219, andò in Egitto; sconsigliò i crociati a confidare nelle armi e discusse con il sultano Malik al Kamil. Molti leggono nell'episodio l'inizio di dialogo. Non una strada facile tanto che, un anno dopo, in Marocco, furono uccisi i primi martiri francescani. Nella Chiesa di Papa Francesco pulsa un ideale evangelico. Ma si sente anche un realismo storico, distaccato dal clima bellicoso e di paura che apparentemente sembra tenerci desti contro gli attacchi. In realtà è la mobilitazione che i registi dell'odio vogliono. Il Papa percepisce anche che le masse musulmane non si identificano in larga parte con l'odio. E la sua Chiesa non scenderà mai sul campo di battaglia.

giovedì 25 agosto 2016

Aleppo in guerra è una folle scelta del mondo

Editoriale di Andrea Riccardi su "Famiglia Cristiana" del 28 agosto 2016. Il fondatore della Comunità di Sant'Egidio lancia un significativo "j'accuse" sulla guerra ad Aleppo: non è frutto dell'impotenza della comunità internazionale, ma appare ormai chiara una scelta, da lui definita folle, di distruggere la città simbolo della convivenza. 

Bisogna continuare a parlare di Aleppo. La città siriana è la Sarajevo del XXI secolo. Le immagini di Omran, bambino di cinque anni, tratto fuori dalle macerie di un bombardamento sulla città, parlano della sorte di tutti i bambini di Aleppo. Ad Aleppo ci sono 130 mila bambini come Omran. Quale il loro futuro? «Una catastrofe senza precedenti», ha dichiarato Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite. Questa è la realtà: se non c'è violenza dal cielo o da terra, ci sono fame, mancanza di medicinali e di cure, sete. È una storia terribile che coinvolge due milioni di persone. Forse siamo alla vigilia della battaglia decisiva per il controllo della città. Lo si vede dall'accanimento con cui si combatte. I russi bombardano la città orientale controllata dai ribelli. Questa parte di Aleppo viene attaccata da governativi, hezbollah sciiti libanesi e iraniani, che la isolano. I governativi non hanno mai perso il controllo dell`Aleppo occidentale, tra cui la città vecchia, oggi collegata all`area di Assad meglio che in passato. Non va trascurato il ruolo degli americani, dell`Arabia Saudita, del Qatar, della Turchia (con incertezze dopo il golpe), che spalleggiano la lotta contro Assad. Ci sono poi sul terreno i curdi, che preoccupano molto la Turchia. Forse ad Aleppo avviene la più grande battaglia urbana del XXI secolo. Guardando però l'immagine del piccolo Omran si vede il dramma di Aleppo: la sua gente sta pagando un enorme prezzo di sangue e di dolore. Nel 2014 abbiamo lanciato la proposta di fare di Aleppo una "città aperta", risparmiandola al conflitto e aprendo corridoi umanitari per assistere la popolazione. Sta avvenendo proprio il contrario: è un campo di battaglia.
L'Onu, dopo una negoziazione dura, è riuscita a ottenere dalla Russia una tregua umanitaria di 48 ore a settimana per far giungere soccorsi a entrambe le parti della città. Ma la situazione è incerta. A questo punto non si deve più parlare d'impotenza della comunità internazionale, ma di chiara scelta per la guerra. Una guerra che renderà difficilissima la ricostruzione e poi la vita insieme. Ma si è scelto per la guerra. Una scelta folle. In Europa siamo molto preoccupati per la nostra sicurezza. E giustamente. Come non esserlo, anche, e forse soprattutto, per il dramma di Aleppo e della Siria? Dobbiamo ricordare Aleppo, come possiamo, in ogni momento e pregare perché il Signore ci liberi dall`accecamento della guerra.

UNA GENERAZIONE SENZA FUTURO Nella foto: bambini in una strada di Aleppo. In città sono 130 mila i minori a rischio, senza che il mondo faccia nulla per aiutarli.
 

venerdì 19 agosto 2016

La Cina è più vicina alla Chiesa. Quale futuro per il cristianesimo?

Andrea Riccardi, sul magazine "Sette" del Corriere della Sera, affronta la questione del rapporto tra Chiesa cattolica e Cina. "Con Francesco - afferma - si è intensificato l'impegno per un accordo con il governo che restituisce a Roma la decisione sulle nomine dei vescovi"

I regimi comunisti controllavano tutta la vita sociale. Come si collocava in essi una realtà transnazionale come la Chiesa cattolica? Il problema si pose fin dagli anni Venti in Unione Sovietica e poi, dopo il 1945, nei Paesi cattolici dell`Est: Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia. Cominciò la repressione: vessazioni, arresti di vescovi, controlli, emarginazione e condanne dei cattolici. Il rapporto delle Chiese locali con il Papa e Roma appariva inaccettabile ai governi: andava rotto o fortemente controllato. Un vescovo clandestino ucraino mi raccontò una volta che la polizia gli aveva detto: «Fai i tuoi riti superstiziosi ma, se hai un rapporto con l'estero, sei finito».
Il modello era una Chiesa cattolica sotto il totale controllo statale, simile a una Chiesa autocefala ortodossa. Non fu mai realizzato in Europa, ma i governi comunisti crearono movimenti di preti patriottici per controllare le Chiese. Sono storie dolorose del secolo passato. Non solo europee, ma anche asiatiche.
La cattedrale di Xian
In Cina, sopravvivono problematiche simili, anche se con grandi differenze per le caratteristiche del Paese. La Cina è molto cambiata. È lontana dai modelli dei regimi comunisti dell'Est. Sta andando al XIX congresso del partito comunista cinese, da cui si attendono importanti novità. Eppure il problema della Chiesa cattolica non è risolto. Mancano rapporti diplomatici con il Vaticano. L'ultimo nunzio a Pechino, mons. Riberi, fu espulso dalla Cina nel 1951 e si recò presso il regime di Chiang Kai Shek, a Taiwan, ancora oggi in relazioni diplomatiche con la Santa Sede. La storia del cattolicesimo in Cina è stata dolorosa, segnata dall'mpatto non solo con il comunismo, ma anche con l'estraneità cinese verso il cristianesimo. Dopo una serie di misure per colpire il cattolicesimo, nel 1957 nacque l'associazione patriottica cinese, che controllava la Chiesa e la scelta dei vescovi.
Pio XII condannò questa politica, ma non scomunicò i vescovi, considerandoli costretti. Si formò una Chiesa ufficiale sotto il controllo dell'associazione patriottica accanto a una underground fedele al Papa. Restano ancora due Chiese, anche se oggi parecchi vescovi "patriottici" riconoscono il Papa o vengono nominati con il consenso di Roma. Clandestini e patriottici si mescolano. Nella realtà non più due mondi alternativi in modo rigido, anche se difficoltà e sofferenze non mancano. Con papa Francesco, si è intensificato l'impegno per un accordo con il governo, che restituisce a Roma - attraverso un meccanismo - la decisione sulle nomine dei vescovi, estraniando l'associazione patriottica.
La trattativa procede. I diplomatici vaticani sanno che non si tratta soltanto di problematiche legate alla storia "comunista", ma anche di questioni con un grande Paese dalla concezione politica e dalla cultura diverse dall'Occidente. Un accordo sembra possibile. Per il card. Zen, già vescovo di Hong Kong, si tratta invece di un cedimento a cui i cattolici dovrebbero fare obiezione di coscienza. Ma è già significativo - se si pensa a qualche decennio fa - che il governo cinese cerchi un'intesa con il Vaticano, rispettandone le esigenze.
La Cina è tanto cambiata: enormi spostamenti di popolazione dalla campagne, grande sviluppo e forti mutamenti culturali. Quale spazio avranno le religioni nella modernità cinese? Anche l'orizzonte spirituale cinese cambia, dopo la fine dell`ateismo di Stato. Nota Anne Cheng su Le Monde «Si vedono rinascere certi culti locali e familiari... La perdita di riferimenti ideologici favorisce questa rinascita». Non ci sono solo questioni politico-diplomatiche, ma anche questioni religiose spirituali in un Paese "nuovo" dalle radici antiche, il più popoloso del mondo. Sono domande per il futuro del cristianesimo in Cina.

domenica 14 agosto 2016

Non ci stanchiamo di gridare di salvare Aleppo, la Sarajevo del XXI secolo

Sulle pagine di Avvenire del 14 agosto, Andrea Riccardi rilancia il suo accorato appello perchè la città di Aleppo sia preservata dalla distruzione.

Si discute in Europa di sicurezza e immigrati. O di economia. Dall`altra parte del Mediterraneo, la Siria è a fuoco da cinque anni e la sua città più emblematica, Aleppo, sta morendo in un assedio spietato. Alcuni di noi, dal 2014, hanno posto la questione all`opinione pubblica internazionale con l'appello SaveAleppo, che ha avuto molte adesioni (vai alla lista dei firmatari) : salvarla, con la tregua, facendone una "città aperta". Ma quanto conta l'opinione pubblica? Soprattutto non contano i lamenti e le grida di sofferenti, bambini, malati, fragili. Voci flebili di chi non ha cibo, acqua, medicinali, medici. Voci di gente, che ha saputo adattarsi a tutto: riaprire gli antichi pozzi, coltivare ovunque, vivere tra le rovine, aspettare. Due milioni di abitanti e più. Solo dal primo agosto sono stati identificati 106 morti. Dall'inizio dell'assedio, se ne calcolano ufficialmente 28.894 (in realtà di più). 
Le immagini di Aleppo, trasmesse al mondo, mostrano una città fantasma, con strade piene di macerie e scheletri di palazzi. Dovunque si è visto questo, ma non si è fatto niente. Aleppo è la Sarajevo del XXI secolo. Sarajevo fu assediata per quattro anni: dall'aprile 1992 al febbraio 1996. Ci furono 12.000 morti. Allora si vide la crudeltà dei combattenti unita all'impotenza dell'Onu e della comunità internazionale. Aleppo è divisa dal 2012: l'Ovest (dove abitano i cristiani) è controllato dal regime di Assad, l'Est dalla ribellione. Oggi i combattenti di al-Nusra si sono distaccati da al-Qaeda e formano un fronte con i salafiti e altri gruppi con l'appoggio di Arabia Saudita, Qatar, Turchia. La parte Ovest è stata legata da una via alla Siria governativa. A volte torna isolata, mentre temibili missili cadono sulle case, distruggendo tutto. 
L'antico suk è un cumulo di rovine. Così la stupenda cattedrale armena. Gli elicotteri governativi, per la loro parte, scaricano terribili barili-bomba sull'Est, progressivamente isolato dalla recente offensiva di siriani, iraniani e hezbollah, appoggiati da aerei russi. Poi c'è stata la ripresa dei ribelli. Alterne vicende di due assedi contemporanei che tengono in ostaggio, dal 2012, una comunità che viveva insieme da sempre: musulmani di varie tradizioni, cristiani (armeni, siriaci, ortodossi, cattolici...). Una danza macabra di siriani, islamisti, potenze regionali, grandi potenze che continua sulla testa della città-simbolo del vivere insieme. Sì, questo era Aleppo. Fino a qualche decennio fa c'erano anche gli ebrei: ne parla Miro Silvera nel suo Prigioniero di Aleppo, romanzo di memoria della convivenza perduta. C'è l'Hotel Baron, di proprietà armena, dove scesero Lawrence e Agatha Christie. Ad Aleppo si è sempre commerciato. Prima della tragedia, vidi all'aeroporto
donne che venivano dall'Armenia per acquisti. C'erano insegne in tante lingue, pure in russo. Aleppo soprattutto era capitale di storia e di cultura. Lo stupendo museo con le statue millenarie dei Baal. Soprattutto si viveva una tradizione di rispetto nella differenza. Per questo i combattenti non hanno salvato la città con una tregua: Aleppo doveva morire. Era, con il suo vivere insieme, la risposta vivente al totalitarismo islamista. Ed era troppo vivace per il clima occhiuto della dittatura. Preservarla era creare un'isola di pace in tanta guerra. 
Ricordo, quando lanciai l'appello SaveAleppo, le obiezioni: "Perché Aleppo e non un`altra città siriana?". Ma Aleppo vuol dire pace e convivenza: il futuro auspicabile per la Siria. Oggi è quasi distrutta. Ciascun attore ha la sua strategia. Ne abbiamo discusso tante volte. Mentre l'Onu è impotente, vediamo la connivenza di tutti (pur nemici) nell'assassinare la
città. Insensibili alle lacrime degli aleppini. Ci dicono nei fatti: la solidarietà e la volontà di salvare Aleppo non contano nulla. Non ci si meravigli allora se cresce il nichilismo tra la gente e i giovani. Non si era proclamato negli anni Novanta "Mai più Sarajevo"? Aleppo è la nuova Sarajevo. Forse peggio, se si possono paragonare i drammi. Peggio, perché non si è imparato niente dalla storia. Non ci stancheremo però di gridare: Save Aleppo! Salvate Aleppo, salviamola.

giovedì 11 agosto 2016

Ad Aleppo e in Siria è finita l'umanità

Andrea Riccardi torna a chiedere una tregua per la città di Aleppo. Due anni fa il suo primo appello - lanciato il 22 giugno 2014 - ha riscosso l’adesione di migliaia di firme tra cui un buon numero di rappresentanti delle istituzioni e del mondo della cultura. Da allora, il fondatore della Comunità di Sant'Egidio non ha mai smesso di alzare la sua voce per chiedere un intervento umanitario per la storica città siriana distrutta dalla guerra. In questo editoriale scritto per Famiglia Cristiana, esprime ancora una volta la profonda preoccupazione per il destino non solo di Aleppo e della Siria, ma dell'umanità che da anni assiste impotente ad un massacro di cui non si vede la fine.

Ospedali bombardati e tanti bambini uccisi

Che succede in Siria? Un intero Paese muore in una guerra senza quartiere. È tristemente semplice. Sul terreno, invece, tutto è complicato: guerra tra le forze del presidente Assad (appoggiate dai russi), l'Isis, i curdo-arabi (appoggiati dagli americani), Al Nusra, un tempo affiliata ad Al Qaeda e altri attori armati. Le guerre si intrecciano. La gente non sa dove andare. Ci sono quasi cinque milioni di rifugiati all'estero. Più di 600 mila sfollati si addensano verso la frontiera giordana. Il conteggio dei morti, civili e combattenti, è difficile. Forse mezzo milione. Ha detto recentemente papa Francesco: «È inaccettabile che tante persone inermi, anche tanti bambini, debbano pagare il prezzo del conflitto, il prezzo della chiusura di cuore e della mancanza di volontà di pace dei potenti». Le immagini di Aleppo mostrano palazzi sventrati. La parte est della città, assediata dalle truppe del Governo, accoglie 300 mila persone, condannate alla fame, senza medicine. Lo scontro tra governativi e ribelli segna alterne vicende, ma alla fine la vittoria di Assad è probabile. L'altra Aleppo, controllata dai governativi, dove abitano i cristiani rimasti, soffre molto. Un giovane di quella città ha dichiarato: «L'umanità è finita ad Aleppo». Gli ospedali bombardati. I bambini uccisi. Avevamo fatto un appello per Aleppo "città aperta". Chi lo ha preso sul serio? I curdo-arabi, appoggiati dai raid americani, incalzano l'Isis e hanno occupato Mambij, città a 120 km da Raqqa, la capitale del "califfato". Qui, più di un mese fa, una famiglia di sei persone (con due bambini) è stata fucilata per dare un esempio: aveva tentato la fuga. Tempo di barbarie. Dura da cinque anni. Dal 2011. Resta poco della Siria che abbiamo conosciuto. La situazione si aggraverà dal punto di vista umanitario. Si sentiranno poi le ricadute del tentato colpo di Stato in Turchia nei rapporti turco-americani e nell'operatività delle forze turche. Forse, tra non molto, ci sarà un nuovo giro di negoziati a Ginevra (il terzo). Non basta un comunicato. Il tempo passa: morti, distruzioni, dolore, profughi. C'è bisogno di compromesso tra posizioni irriducibili. Solo gli americani e i russi possono trovarlo. Poi resta la lotta all'Isis. Ci sono parti del Paese dove per fortuna non si combatte: qui il controllo degli uni e degli altri è assodato. Soprattutto, nel dolore, è maturata una larga volontà di pace della gran parte dei siriani. Ho conosciuto un guerrigliero, ieri convinto della guerra e ora alla ricerca della pace. È necessario non sprecare tempo: si dia ascolto alla volontà di pace! Un atto che cancellerà le responsabilità di cinque anni di guerra. E, con quel giovane di Aleppo, gridiamo: «L`umanità è finita in Siria!». Deve tornare presto.

lunedì 8 agosto 2016

Un'introduzione alle omelie di Christian de Chergé, martire in Algeria


ANDREA RICCARDI ALGERIA
La conversione di una Chiesa
Le omelie di padre Christian de Chergé sono preziose. Abbracciano un lungo periodo che va dall`aprile 1980 a pochi mesi dalla sua morte, nel maggio 1996. Anzi, si dovrebbe dire del suo martirio. Infatti le omelie sono i testi spirituali di un uomo che, in qualche modo, sceglie di restare in una situazione sempre più minacciosa. De Chergé era in Algeria da11971, nel monastero di Notre-Dame de l`Atlas a Tibhirine, dove era arrivato quando non erano ancora trascorsi dieci anni dall`indipendenza del Paese dopo una dolorosissima guerra di liberazione e l`esodo di gran parte della comunità cattolica algerina. La grande domanda che, dopo i11962, anno dell`indipendenza, i religiosi e i cristiani algerini si erano posti era se restare o no. Avrebbero condiviso la nuova storia del Paese, come una piccola minoranza. La comunità di Notre-Dame de l`Atlas aveva scelto di partecipare, in una prospettiva monastica, alla ricostruzione della Chiesa cattolica d`Algeria in un mondo divenuto tutto islamico. Lo aveva fatto in una vicinanza particolare all`arcivescovo di Algeri, il cardinale Léon Etienne Duval, il quale era profondamente affezionato ai monaci (infatti la notizia del loro rapimento fu un colpo gravissimo per il cardinale, arrivato alla fine dei suoi giorni). Duval, arcivescovo di Algeri nei tempi dell`Algeria francese, con un profilo che gli valse ingiustamente l`ostilità di tanti suoi diocesani che lo chia- mavano ivionammea Duval, aveva deso lidarizzato la Chiesa cattolica dal regime francese e dalla volontà degli stessi cattolici di mantenere il governo della Francia nel Paese nordafricano. Aveva da sempre creduto nell`autodeterminazione dei popoli e rispettò la volontà della maggioranza degli algerini per l`indipendenza. Duval aveva sognato, insieme ad altri cattolici, che l`Algeria potesse essere una terra di coabitazione tra la maggioranza musulmana, gli ebrei e i cristiani. Negli ultimi anni della sua vita sentiva l`amarezza del fallimento, ma continuava a credere che si dovesse provare a vivere insieme. Il cardinal Duval rilanciò, nell`Algeria indipendente, una Chiesa povera e umile, tanto diminuita come strutture e funzioni, ma che sentiva d`avere una missione di fede, di amore e di preghiera nella società musulmana. Il monastero di Tibhirine è parte integrante e importante di questo nuovo profilo della Chiesa cattolica in terra islamica. Il cardinale appoggia i monaci e tiene molto alla loro presenza, come - del resto - teneva tanto alle clarisse di Bologhine, vicino a Notre-Dame d`Afrique, ad Algeri, dove risiede lui stesso. Christian de Chergé è partecipe della scelta dei cristiani algerini, pochi e quasi tutti di origine straniera: restare nel Paese, vivere con i musulmani e non andare via, nonostante l`Algeria degli anni Settanta, Paese islamico e socialista, non sia più quella che la Chiesa ha conosciuto nei lunghi decenni dell`Algeria francese. La retorica delle memorie cristiane dell`antico Nord Africa è spesso servita per giustificare la dominazione francese. Ma la
Chiesa, dopo i11962, è povera di ogni protezione. Resta il grande prestigio del cardinal Duval presso gli algerini, che protegge la Chiesa dall`accusa d`essere stata parte integrante del sistema coloniale. I monaci di Tibhirine sentono di avere una loro vocazione particolare all`interno della Chiesa cattolica algerina: quella della preghiera nella terra dell`islam e del dialogo con i musulmani. Sono gli unici monaci in tutto il Paese e portano la responsabilità di una collocazione così particolare, consapevoli che il mondo musulmano tradizionalmente ha un rapporto di rispetto verso i monaci. A Tibhirine s`investe molto nei rapporti umani e nell`ospitalità. Non è qui il caso di ricordare i legami spirituali e amicali che il monastero intesse con i musulmani di Medea e dei dintorni all`insegna del dialogo. Per i monaci, di stagione in stagione, si rinnova la scelta di restare. Sono tutti non algerini, quindi stranieri (non hanno la cittadinanza algerina come il cardinal Duval), ma sentono sempre più che l`Algeria è la loro patria. Nell`omelia dell`8 agosto 1983 De Chergé cita il monaco di Taizé Max Thurian: «Silenzio, preghiera, condivisione. Condivisione: forse è questo il senso della missione in Algeria? Riconciliazione e misericordia». La «condivisione» è un grande tema della spiritualità di Charles de Foucauld, che ha trovato origine proprio nel deserto algerino e qui è rinata con petit soeur Mag- deleine e padre Voillaume. Ma significativamente alla condivisione, già ne11983, De Chergé aggiunge la misericordia e la riconciliazione in una società, come quella algerina, traumatizzata da una lunga guerra civile, però anche segnata da una forte crescita demografica. L`Algeria ha ferite storiche, ma pure una grande fame di futuro, quella dei suoi tanti giovani. Christian, proprio un giorno dopo la citata omelia, seguendo il filo che probabilmente animava le riflessioni della comunità, continua a meditare sul senso della presenza cristiana e monastica in Algeria. Qui il suo discorso si fa molto chiaro: «Creare ponti e distruggere barriere; preparare qualcosa di nuovo e crederlo possibile... acconsentire al fatto che la nostra sola presenza abbia senso e valore di riconciliazione; percepire la via della riconciliazione verso l`islam». Niente di forzato o imperialistico, ma un umile servizio monastico che vuole «preparare qualcosa di nuovo» all`insegna della riconciliazione con tutti, ma segnatamente con il mondo musulmano.

«Forse è questo il senso della nostra missione: misericordia e riconciliazione dopo la guerra civile:  Costruire ponti e distruggere barriere»
Christian de Chergé

Questo testo di Andrea Riccardi è pubblicato nel libro "L'altro, l'Atteso. Le omelie del martire di Tibhirine". VAI ALLA SCHEDA LIBRO


venerdì 5 agosto 2016

A Campello, nell'Eremo delle "lodolette", donne di ascolto e di preghiera

Andrea Riccardi, nella rubrica 'Religioni e civiltà' di 'Sette', settimanale del Corriere della Sera, ci porta all'Eremo di Campello in Umbria, dove da 90 anni vive una comunità di donne spirituali.

Benvenuti nell`eremo delle "lodolette". Così i vicini chiamano le sorelle che vivono in un posto fuori dal mondo, sempre apparso strano a un cattolicesimo severo e a una società affrettata
La chiamavano sorella Maria o Maria Pastorella. Nelle lettere si firmava francescanamente "la Minore". Viveva in un antico eremo tra le colline d'ulivi nella zona tra Campello sul Clitunno e Trevi, in Umbria.
Vi si era stabilita nel 1926. Novant`anni fa. Qui è morta nel 1961 ed è stata sepolta in un semplice cimitero, sovrastante l'eremo, chiamato "campiceIlo di pace". Da novant'anni, all'eremo, sulla scia di sorella Maria, vivono con continuità alcune sorelle. Non suore. I vicini le chiamano "lodolette", le "allodole", secondo un'espressione di sorella Maria «Loda l'allodola Dio, quando si solleva in alto e quando cade a terra». Finché ha vissuto, l'eremo è stato in sospetto alla Chiesa, strano, non inquadrato nelle istituzioni. Avevano amicizie fuori dai quadri consuetudinari: anglicani, protestanti e non cattolici. Il pastore valdese Valdo Vinay vi andò negli anni 50 e parlò con sorella Maria. Descrisse la vita all'eremo come un'esperienza all'incrocio tra tradizione francescana e benedettina.
Soprattutto, sull'eremo aleggiava la figura del modernista romano, Ernesto Buonaiuti, scomunicato dalla Chiesa nel 1926. Nel 1919, Maria lo aveva incontrato in una clinica - era suora in quel momento - e gli aveva confidato il suo desiderio di una vita evangelica fuori dai quadri conventuali. Era nata un'amicizia intensa rimasta viva negli anni, anche se Maria era andata per la sua strada. Ma l'amicizia
era cosa grande all'eremo e non la si tradiva anche se l'amico era scomunicato. Maria scriveva, chiamando Buonaiuti con il soprannome di Ginepro: «Sentivo che la mia umile via di semplicità era assai diversa da quella di Ginepro. Ciò che mi unisce a Ginepro è il vincolo dell'affetto. Considero questa amicizia quasi un ponticello tra la Chiesa visibile da cui il povero Ginepro è proscritto...».
Nel 1928, la diocesi di Spoleto decretò l'ostracismo per l'eremo, che appariva poco chiaro sotto il profilo della disciplina ecclesiastica «Si fa noto che nell'ex convento francescano sopra Pissignano in questa arcidiocesi, è vietato a tutti i sacerdoti di celebrare la santa Messa e di compiere qualsiasi altra funzione sotto pena di sospensione a divinis. Sono pregati poi tutti i buoni fedeli di astenersi di accedere al medesimo luogo».
Fu una lunga stagione di diffidenza. Solo nel 1967, sei anni dopo la morte di Maria, il vescovo di Spoleto si recò all'eremo: quell'Ugo Poletti, che sarebbe divenuto poi il Vicario di Roma con Paolo VI.
Per 40 anni le sorelle vivono la loro "vita semplice", circondate dal sospetto ecclesiastico, ma visitate da tanti amici. Sorella Maria non si misura con i dibattiti teologici e l'eremo, nonostante l'isolamento ecclesiastico, non diventa un ghetto, anzi allarga le sue amicizie e diviene un punto di riferimento fuori da confini troppo stretti. Maria incontra Gandhi a Roma; è in corrispondenza con il dottor Schweitzer, medico e missionario in Gabon e con tanti altri. Scrive nel 1936: «Io non ho scelto una religione. La mia religione è la comunione con chi amo e con chi soffre... La mia fede è nel potere unico dell'affetto». Le sorelle, nel piccolo eremo, ospitano gli amici, accolgono i poveri e pregano per tanti e per il mondo: «Noi preghiamo per i lontani, noi cerchiamo di renderli presenti tra noi... Vogliamo accostarci riverenti agli oppressi, ai tormentati, agli stanchi, ai soli...». Maria affermava: «Credo che la preghiera sia la forza cosmica maggiore. Non credo all'apostolato, alla forza dell'educazione, ma alla preghiera, sì». L'ospite, all'eremo, è accolto con festa. Si suona la campana al suo arrivo e alla sua partenza. Non gli si chiede quali siano le sue convinzioni. Un mondo così particolare, nascosto nel verde dell'Umbria, raggiungibile per un tratto solo a piedi, è apparso strano a un cattolicesimo severo, ma forse appare anche straniero a una società affrettata e a un mondo religioso attivista o dotto. Diceva sorella Maria che la grande sfida dei credenti è imparare soprattutto a tacere e poi a parlare: «Chi non vuole affaticarsi per imparare a tacere, per imparare a parlare, con l'andare degli anni... diventa fastidioso per gli altri».

APPROFONDIMENTI

Wikipedia: Maria di Campello
Avvenire: Valeria Pignetti, la perla nascosta del Clitunno
Roberto Morozzo Della Rocca, Maria di Campello Un'amicizia francescana, Morcelliana 2013
 

giovedì 4 agosto 2016

Padre Jacques, una morte che dà la vita. La forza debole di un uomo che incarnava la Chiesa del Vangelo

SEGUENDO PERSONE COME LUI NON CI LASCEREMO TRASFORMARE DAL TERRORISMO IN GENTE PIENA DI ODIO
Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Padre Jacques Hamel, 86 anni, era prete ausiliario della parrocchia di Saint-Etienne-du Rouvray e aiutava padre Auguste Moanda-Phauati nella gestione della comunità.

L'assalto alla chiesa di Saint Etienne, nei pressi di Rouen in Francia, mostra- se ce n'era ancora bisogno - il volto barbaro del terrorismo islamista che ruba la mente e il cuore a giovani sbandati.

E' un volto tremendamente irreligioso e disumano. Come uccidere in nome di Dio gente che prega, colpendo un religioso, padre Jacques Hamel? I terroristi - ha detto a Notre Dame de Paris l'arcivescovo Vingt-Trois - «vogliono annunciarci un Dio di morte, un moloch che gioirebbe della morte dell'uomo e che prometterebbe il paradiso a quelli che uccidono invocandolo».
Questa è la religione di morte che abita nei ghetti mentali dei pericolosi gruppetti di terroristi, sollecitati dalla propaganda dell'Isis. Non sono le avanguardie di un esercito che conquista l'Europa, ma terroristi che odiano la nostra vita e che ci faranno soffrire.
Con l'intelligenza del male, hanno colpito un sacerdote che, nella sua umiltà, rappresenta tanto della Chiesa cattolica. L'ottantaseienne padre Jacques era proprio un prete del Concilio, vissuto nello zelo pastorale senza orari e pensione, servendo l'altare e amando la Bibbia. Il suo dialogo con i musulmani non era retorico. Da parroco aveva ceduto il terreno per costruire la moschea, il cui imam ha detto di lui: «Era come un fratello». 
Gli assassini vogliono la morte e la guerra, non vivere insieme. Hanno odiato la "forza debole" di un uomo buono che incarnava la Chiesa del Vangelo. Questa è la Chiesa di Francia, che non ha mai nutrito disegni politici, ma di cui cogliamo bene oggi la grandezza spirituale! Padre Jacques ha vissuto la sua vita nel servizio alla fede e alla pace con tutti. Ci si potrà chiedere: valeva la pena il dialogo con tanti musulmani, per essere ucciso da uno di essi? Il dono della vita di padre Jacques non aveva limiti: offerta per i cattolici e per tutti.
Alle parole di esecrazione per tanto male, si deve unire il ringraziamento per sacerdoti, per donne e uomini che, con il servizio e la porta aperta, ci hanno aiutati a restare umani e saldi nella speranza. Seguendo loro, non ci lasceremo trasformare dal terrorismo in gente piena di odio o non ci chiuderemo nelle nostre case nella paura. Certo bisogna difendere i cittadini (e le istituzioni ne sono consapevoli). Ma, dopo questi fatti, ci vuole uno slancio nuovo nelle nostre società. Queste - ha detto Vingt-Trois - non possono essere un «consorzio d'interessi»: hanno bisogno di un «progetto comune», che motivi i sacrifici oggi richiesti e la resistenza, facendo emergere le energie profonde e la forza che sembrano mancarci.

lunedì 1 agosto 2016

Intervista al fondatore di Sant'Egidio - Le religioni devono confrontarsi, gli altri non sono infedeli

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant`Egidio: per la prima volta di domenica le chiese si sono riempite di imam ma anche di semplici musulmani. 
«È stato un segnale importante. È ora di finirla di dire ai musulmani che devono dissociarsi. La loro presenza durante la Messa di oggi è stata molto più importante di tanti altri convegni organizzati in questi anni per far capire che l`Islam è una religione che può e vuole convivere con gli altri». Purtroppo è un gesto che arriva dopo molto, forse troppo tempo.
«Ogni mondo ha i suoi tempi. Credo che ci sia una grande paura in noi. Per esorcizzarla trasformano i musulmani in nemici, si creano muri, barriere, confini ma la realtà è molto più complessa. Questa non è una guerra, è terrorismo. Non ci sono frontiere, il terrore è in mezzo a noi e va affrontato in modo diverso.».
Come?
«Ci vogliono nervi saldi, tenuta civile e politica, vigilanza che va chiesta anche ai musulmani nei confronti dei loro correligionari perché non si ripeta l`indulgenza nei confronti del compagno che sbaglia. E poi bisogna tornare a parlare delle nostre città, delle nostre periferie. Ci preoccupiamo tanto dei cervelli in fuga ma non ci accorgiamo del fatto che tanti giovani vengano scartati dalla società. Ci vuole fermezza e maggiori interventi di polizia, ma serve anche un discorso sulla società, la società civile deve assolutamente risorgere. Purtroppo non mi sembra che stia avvenendo molto in questo senso».
In che modo bisogna intervenire sulla società?
«La comunità islamica va inserita e integrata e i giovani devono assumere un ruolo da protagonisti e le comunità religiose devono dialogare fra loro. Su questi aspetti mi chiedo quale possa essere l`impegno delle istituzioni. Abbiamo costruito una società di adulti che non vogliono invecchiare e non si pongono il problema di trasmettere il loro sapere ai giovani. Forse ha ragione Jean Marie Colombani, ex direttore di «Le Monde», a chiedere un servizio civile obbligatorio come strumento di coesione e integrazione dei giovani».
In Francia si discute della necessità di prevedere una patente per gli imam, un modo per distinguere chi è per la pace da chi non lo è. «Il vero problema è il rapporto tra l'Islam e la cultura italiana. Bisogna fare in modo che le religioni possano confrontarsi ma non mi sembra che in questi ultimi anni si stia facendo qualcosa. È importante che lo Stato dia i patentini che rischiano di essere una forma di repressione ma è necessario che ci sia integrazione. Solo attraverso la coesione si può vincere questa battaglia. Oggi abbiamo messo la parola fine sugli altri da considerare come infedeli».
Andrea Riccardi, Fondatore della Comunità Sant`Egidio, intervistato da Flavia Amabile su La Stampa del 1 agosto 2016