giovedì 30 giugno 2016

Il Papa in Armenia: memoria di dolore e futuro di pace

L'Armenia è un Paese di tre milioni di abitanti, mentre almeno sette milioni di armeni vivono in diaspora: tantissimi in Russia, ma anche 70 mila in Argentina e 100 mila in Siria. Papa Francesco li ha conosciuti a Buenos Aires. Sente il loro dolore per il Metz Yeghern, il Grande Male, la strage perpetrata dall'impero ottomano durante la Prima guerra mondiale.

Lo scorso anno, sotto le volte di San Pietro, il Papa ha fatto risuonare la parola "genocidio", per i cento anni del triste evento, alla presenza del presidente armeno e dei due catholikòs (Patriarchi), uno residente in Armenia e l'altro in Libano. La parola "genocidio" è considerata un affronto dalla Turchia, che ha ritirato l'ambasciatore in Vaticano. Ora l'episodio sembra chiuso. Il viaggio di Francesco riaprirà la questione?


Già il vicepremier turco ha dichiarato che il Papa ha una mentalità da crociata. Un attacco infondato. In Armenia, il Papa ha citato le parole di Giovanni Paolo II sul genocidio e quanto lui stesso aveva già detto a Roma. Per lui la parola più confacente per il dramma del 1915 non è genocidio ma "martirio". Molti armeni sono morti perché cristiani, perché hanno rifiutato la conversione all'islam. Francesco ha onorato la memoria dei martiri vicino al biblico Monte Ararat, «dove i Khatchkar - le croci di pietra - raccontano una storia unica, intrisa di fede rocciosa e di sofferenza immane».

Il Papa, però, ha detto agli armeni che la memoria del dolore non può diventare vendetta, ma deve farsi toccare dall'amore, cercando di creare un futuro di pace. Pensa alla riapertura della frontiera e del dialogo tra Armenia e Turchia, alla fine del conflitto tra armeni e azeri per il Nagorno Karabakh. Un'utopia? Forse, ma sono i sogni che scaturiscono dalla fede cristiana.

Il patriarca ortodosso Athenagoras diceva: «Chiese sorelle, popoli fratelli». L'ecumenismo tra Chiese non è un'alleanza contro i non cristiani, ma «un forte richiamo a comporre le divergenze con il dialogo».

Domenica, quando Francesco ha finito il viaggio in Armenia, si è concluso il Concilio panortodosso a Creta (un evento d'unità, nonostante vi abbiano partecipato 10 Chiese su 14). In un mondo globale, percorso da conflitti e divisioni, le Chiese cristiane s'incontrano e sentono decisivi l'incontro e la costruzione della pace tra i popoli. Il Papa e il catholikòs armeno hanno dichiarato: «Nonostante le persistenti divisioni tra cristiani, abbiamo compreso più chiaramente che ciò che ci unisce è molto più di quello che ci divide». E il mondo ha bisogno di ponti di unità tra tanti muri che dividono.

Editoriale di Andrea Riccardi su "Famiglia Cristiana" del 3 luglio 2016.

venerdì 24 giugno 2016

L'Europa non sbatta contro i muri che uccidono la speranza

Le barriere sembrano proteggere, ma gli Stati europei, isolati, non riusciranno ad affrontare la sfida di un mondo globale

Qualcosa di serio sta succedendo in Europa. Qualcuno parla di un assedio da parte dei migranti e dei rifugiati. Quale la risposta più logica all'assedio, se non il muro? Ha cominciato Orbàn in Ungheria, costruendo il muro per respingere i rifugiati che salivano dai Balcani e ricordando che proprio a Buda nel 1686 erano stati battuti i turchi. Il muro - così sostiene - dovrebbe preservare il carattere ungherese e "cristiano". Altri Paesi dell'Est hanno seguito il modello fino alla Macedonia. Il muro è una risposta archetipale all'assedio. Si è sempre fatto così, si dice. Si pensi alla Grande Muraglia cinese, cominciata prima di Costantino, nel III secolo o al Vallo di Adriano verso la Scozia, iniziato nel II secolo. Al di là del muro c'era l`ignoto: popoli in movimento che non si controllavano né monitoravano. Mircea Eliade parla di "terrore della storia".
Il muro e l'assedio... Massimo Franco ha scritto in proposito un libro, L'assedio, come l`immigrazione sta cambiando il volto dell'Europa e la nostra vita quotidiana (Mondadori, Milano 2016). Osserva che i migranti assediano le nazioni europee, ma queste, a loro volta, mettono sotto assedio l`Unione Europea. Difendono i loro confini e si ripiegano su logiche nazionali, svincolandosi dall'Unione. Il muro sembra proteggere, ma è solo un'impressione. Dura poco, perché gli Stati europei saranno erosi dalla crisi demografica mentre, isolati, non riusciranno ad affrontare la sfida di un mondo globale e di giganti economici come la Cina. Papa Francesco ha parlato di «un'Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi d'inclusione e trasformazione; un'Europa che si va "trincerando"...». In realtà la storia europea è stata tanto diversa: nel male e nel bene. Si è realizzata superando la logica dei muri ed esplorando il mondo ignoto e altro, per dominalo con la prima globalizzazione, la conquista delle Americhe, e con grandi imperi coloniali. Più che difendere le coste, gli europei andavano oltre, spesso sull'altra riva: esplorazioni, conquista, cartografia, commercio, sfruttamento, rete di contatti mondiale, vanno di pari passo. È un'attitudine radicalmente differente da quella dei muri: diversa per esempio dalla storia della Cina più centrata su se stessa.
Oggi l'Europa di fronte ai movimenti dei popoli rischia di lasciarsi guidare dalla paura. Anche il discorso pubblico su migranti e rifugiati è fatto sulle note della paura. Di anno in anno, crescono in modo esponenziale gli interventi, gli allarmi, le immagini preoccupanti sui migranti e rifugiati. e parlare del fenomeno in modo realistico. Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna hanno pubblicato un piccolo libro che dà, però, le dimensioni della realtà: Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione (Laterza, Roma-Bari 2016). Gli stranieri non rubano il lavoro agli italiani - scrivono - ma immettono aria fresca in un`economia in declino. Bisogna raccontare - insistono - anche le storie di successo nell'integrazione d'immigrati e rifugiati. Non solo gli incidenti e i fatti negativi. Se la cultura è decisiva nell'integrazione di chi viene nel nostro Paese, anche per gli italiani sono necessarie sia cultura che informazione al di là dell'allarmismo. Massimo Franco conclude il suo libro con alcune righe che fanno pensare: «Oscuramente, con fastidio, s'intuisce che c'è più speranza in quella disperata ricerca di futuro di chi anela all'Europa, che nei muri freschi di cemento e nelle barriere di filo spinato... La sindrome dell'assedio è solo il paraocchi per non vedere che il nuovo continente è entrato non in un altro millennio ma in un'altra era». Siamo davvero in un'epoca nuova che ha bisogno di nuove politiche e consapevolezze. Ma anche di speranza.          

Per questo, bisogna ridimensionare l'assedio"

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera il 24 giugno 2016            

sabato 18 giugno 2016

Gli inglesi al dunque: restare o lasciare?

Comunque vada il referendum sulla Brexit, l'Unione deve ridefinirsi e trovare finalmente un rapporto con i popoli.

Restare o lasciare: è l'alternativa per l'elettorato britannico che va al voto il 23 giugno. Non è facile prevedere la scelta dei cittadini. Non riguarda solo gli abitanti del Regno Unito, ma tutti i cittadini dell'Unione. Sarebbe la prima volta che un Paese lascia la casa comune europea, dove - fino a ieri - tanti avevano l'ambizione di entrare. La democrazia britannica è diversa dalle altre europee. Questo marca in profondità leggi, mentalità, tradizioni, istituzioni. La Gran Bretagna ha un legame speciale con gli Stati Uniti e guarda ancora ad alcuni Paesi dell'ex impero, raccolti nel Commonwealth.

Ultimamente, il primo ministro David Cameron, mentre negoziava eccezioni alle regole di Bruxelles, ha ribadito che un'unificazione più stretta tra europei non è negli obiettivi del suo Paese. Del resto, sulle Isole si sta diffondendo la paura dell'invasione dello straniero. Innanzitutto dei non europei: quasi 5 milioni e mezzo di residenti, mentre altri sono stati bloccati con decisione a Calais. Si temono anche i lavoratori dell'Unione: 3.300.000 residenti, di cui 257 mila entrati tra il 2014 e il 2015 (ben 50 mila italiani).

Eppure non va dimenticato che un grande impulso all'integrazione europea è venuto da Winston Churchill, che ha lottato strenuamente durante la Seconda guerra mondiale perché il continente europeo non cadesse sotto il controllo nazista. Uomo di grandi visioni, Churchill, dichiarò nel 1946: «Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d'Europa». Da questo difensore ardente del Regno Unito e dell'impero britannico venne la proposta di un esercito europeo e di strutture unificanti. Ancora oggi una parte importante dell'opinione pubblica britannica resta favorevole all'Unione: i più giovani, gli operatori della City, gli scozzesi in maggioranza... Ma il voto è un'incognita.

In caso di Brexit, Christine Lagarde, che guida il Fondo monetario internazionale, ha previsto effetti negativi sull'economia inglese. Per l'Italia, pure, ci sarebbero difficoltà, perché il made in Italy sul mercato inglese rappresenta lo 0,8% del Pil italiano. Grave sarebbe la ricaduta politica sull'Unione. Altri Paesi seguirebbero il Regno Unito? 

In ogni caso, l'Unione deve ridefinirsi e trovare finalmente un rapporto con i popoli. L'Unione ha avuto effetti positivi sulla vita dei cittadini attraverso il welfare. Si pensi a quanto ha investito sulla Polonia. Ma che consapevolezza ne hanno i cittadini? C'è qualcosa che non funziona. Bisogna correre ai ripari con una nuova politica. 

Editoriale di Andrea Riccardi su "Famiglia Cristiana" del 19 giugno 2016.

venerdì 17 giugno 2016

Rifondiamo Roma: investire sulla cultura di una città complessa

"Rifondiamo Roma - ha scritto Andrea Riccardi sul magazine Sette del Corriere della Sera - Bisogna investire sulla cultura di una città complessa e creare connessionie identità condivise. Ma la politica non basta"


Il grande storico tedesco, Theodor Mommsen, dopo la proclamazione di Roma capitale, chiedeva "concitato" a Quintino Sella ne11871: «Ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti: a Roma non si sta senza avere propositi cosmopoliti!». Roma è stata spesso legata a un'«idea universale»: quella imperiale e romana o quella di centro del cattolicesimo. Il Risorgimento l'ha voluta come capitale dello Stato, proprio per la memoria storica e ideale della città. Dopo l'Unità, varie idee di Roma si sono scontrate: quella liberale di capitale della modernità e della scienza e quella cattolica di "città santa" del papa. Il fascismo, anche con un'impronta urbanista, volle fare dell'Urbe la capitale imperiale collegandosi alle memorie antiche di una grande Roma. Più modesto fu il dopoguerra e soprattutto furono i papi a parlare d'idea dell'Urbe, a partire dall'ultimo pontefice nato nella città, Pio XII. Paolo VI evocò Roma come communis patria in una dimensione universale.

L'ultimo cantore di Roma è stato Giovanni Paolo II che parlava di RomaAmor. 
Roma rappresenta ancora un`idea universale? Sembra una domanda retorica a confronto con una città dalle poche prospettive e dalle scarse idee. Ci sono altri problemi: le strade (quanto malridotte e terzomondiali), i trasporti, le periferie, la qualità della vita dei cittadini e tant'altro.
Da troppo, non si pone mano seriamente ai problemi cittadini. E si sta verificando un processo pericoloso di distacco tra le periferie e il centro storico della città, ormai prevalentemente spazio turistico o città amministrativa. Il mondo delle periferie, sempre meno abitato da reti di partecipazione, deve essere integrato nel destino della città. Il centro storico non può essere solo un contenitore di bellezze per il turismo o un insieme d'istituzioni politico-amministrative. Nel suo apparato monumentale sta anche scritta una funzione universale (religiosa) della città, che i Giubilei mettono sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, parecchie chiese del centro storico hanno perso il loro significato e spesso stanno con le porte chiuse, quasi ritratte dalla vita della città. Accade spesso, poi, che gli istituti delle religiose o dei religiosi vendono i loro stabili che passano bruscamente ad altra funzione. Anche da un punto di vista religioso, i pellegrini a Roma o quanti (non italiani) lavorano per la Santa Sede sono spesso un circuito a parte.
Ma la Chiesa di Roma non è una Fao più grande. Il papa è tale perché vescovo di Roma. Sono quasi sessant'anni dai Trattati di Roma, firmati ne11957 in Campidoglio. Non fu un caso, ma una scelta simbolica, perché il nome dell'Urbe allora evocava molto. Roma parlava di un mondo più largo delle patrie nazionali e ben si attagliava all'integrazione che la Comunità Economica Europea voleva inaugurare.
Oggi Roma ha perso tanto del suo significato. Crisi della cultura classica e dei suoi riferimenti o del cattolicesimo? È soprattutto la crisi di Roma e dei romani. Roma è la sede di due importanti agenzie dell'Onu sulle questioni dell'agricoltura e del cibo, la Fao e l'Ifad. Ci sono tre corpi diplomatici: accreditati in Italia, in Vaticano e presso queste agenzie. Numerose sono le istituzioni culturali e di ricerca. L'elenco è impressionante. Roma è ancora, per tanti, un crocevia internazionale. Non è disertata dal mondo, ma tanto di questa vita si rinchiude in nicchie e non si riversa nella città. Bisogna investire sulla "cultura" di Roma, creare connessioni e identità condivise. E la politica non basta. Fa impressione, in giro per il mondo, notare la simpatia spontanea verso Roma, quando si dice di venire da questa città. Roma ancora significa qualcosa. Si dovrebbe riscoprirlo.

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà, Sette del Corriere della Sera, 18 giugno 2016

giovedì 16 giugno 2016

Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione. AUDIO

Per chi avesse perso la presentazione del libro "Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna, organizzato da Comunità di Sant'Egidio e Laterza editore a Roma il 14 giugno 2016, grazie a Radio Radicale è possibile ascoltarne la registrazione. 

VAI ALLA REGISTRAZIONE
Dibattito
Sono intervenuti: Paolo Morozzo Della Rocca (professore), Anna Finocchiaro (senatore, Partito Democratico), Leonardo Becchetti (professore), Andrea Riccardi (presidente della Società Dante Alighieri),
Stefano Allievi (professore), Gianpiero Dalla Zuanna (senatore, Partito Democratico).

Tra gli argomenti discussi: Africa, Criminalita', Crisi, Cultura, Demografia, Donna, Emergenza, Europa, Francesco, Germania, Guerra, Immigrazione, Informazione, Islam, Italia, Lavoro, Libro, Mercato, Occupazione, Parlamento, Partiti, Permesso Di Soggiorno, Politica, Poverta', Razzismo, Rifugiati, Schiavitu', Sicurezza, Siria, Societa', Stranieri, Traffico, Ue.


L'intervento di Andrea Riccardi

Vai a tutti gli interventi di Andrea Riccardi su RAdio Radicale

mercoledì 15 giugno 2016

Il difficile cammino comune delle chiese ortodosse

Il sinodo di Mosca ha chiesto di rinviare il Concilio previsto per il 16 giugno. Se ci sarà, i russi non parteciperanno. In un articolo pubblicato oggi sul Corriere della Sera, Andrea Riccardi offre una lettura della questione del Concilio di Creta, che vuole essere un segno di unità nel mondo contemporaneo, e delle difficoltà derivanti dalle logiche "nazionali" emerse in molte Chiese.

Il sinodo di Mosca ha chiesto, viste le difficoltà di alcune Chiese, di rinviare il Concilio panortodosso previsto per il 16 giugno. Se ci sarà, i russi non parteciperanno. Non è un fatto solo ecclesiastico, ma un passaggio della faticosa ristrutturazione dei mondi religiosi nella globalizzazione. Le religioni, contraddittoriamente, si rilanciano o divengono fondamentaliste o si chiudono.

Il processo conciliare ortodosso però viene da lontano. Lo avviò il patriarca di Costantinopoli, Atenagora: «La chiesa non può irradiare veramente la vita se non unificandosi», diceva. Così aprì il dialogo con i cattolici e riavvicinò gli ortodossi con la conferenza di Rodi (1961). Finalmente, cinquantacinque anni dopo, si sta arrivando al Concilio a Creta. Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, primus inter pares tra i primati ortodossi, si è speso molto per l’impresa. I suoi poteri, limitati per la conformazione dell’ortodossia e il ristretto numero dei suoi fedeli in Turchia, sono accresciuti dalla sua autorevolezza di leader spirituale mondiale. Per lui, l’ortodossia deve uscire dal nazionalismo (il «filetismo» — dicono a Costantinopoli) e dal tradizionalismo («i superortodossi»), per collocarsi nel mondo moderno e globale.

Il Concilio di Creta vuol essere un segno di unità nel «nuovo mondo». Mentre si sta per realizzare, il fronte del rifiuto si è cristallizzato anche per paura di novità. Sono emerse (continua a leggere su corriere.it)

lunedì 13 giugno 2016

Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione: Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna ne parlano in un libro

Martedì 14 giugno alle 18.30 presso la Sala Benedetto XIII del Complesso del San Gallicano, in via di San Gallicano 25 a Roma, si terrà la presentazione del libro "Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione" di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna.
Insieme agli autori interverranno Andrea Riccardi, Anna Finocchiaro e Leonardo Becchetti

venerdì 10 giugno 2016

Troppe fedi non combattono la pena di morte

Andrea Riccardi, nella rubrica "Religioni e civiltà" sul Magazine Sette del Corriere della Sera, ha pubblicato questo commento, in data 10 giugno 2016.

Più di due terzi dei Paesi hanno abolito le esecuzioni capitali e il mondo non si è rivelato più insicuro. Ma in troppi la conservano. Compresi Stati buddisti.

Alla fine del 2015, più di due terzi dei Paesi del mondo hanno abolito la pena di morte: 102 l'hanno cancellata dagli ordinamenti giuridici; in sei, resta solo per reati eccezionali in tempo di guerra. In 32 Paesi non si eseguono più i condannati, ma la pena capitale è prevista dalla legislazione. Si tratta quindi di Stati abolizionisti de facto in cui, da dieci anni, non si registrano esecuzioni o che si sono impegnati ufficialmente a non farle. In tutto sono 140 i Paesi che hanno eliminato - legalmente o di fatto - la condanna a morte. È un numero importante, impensato fino a non molto tempo fa, quando era diffusa la convinzione che tale pena fosse una necessità sociale e che, soprattutto, la volessero le popolazioni come garanzia. Il mondo senza pena di morte invece non si è rivelato insicuro, come molti prevedevano.

Il numero dei Paesi che continuano a condannare a morte è però importante: 58 Stati (26 dei quali hanno compiuto esecuzioni di prigionieri nel 2015). Alcuni sono Paesi di rilievo per il loro peso politico e demografico: gli Stati Uniti (solo 16 Stati dell'Unione non ammettono la pena capitale), la Cina (per vari reati, tra cui la corruzione), il Giappone, l'India e altri. Fra gli Stati che applicano un'interpretazione letterale della Sharia, l'Iran e l'Arabia Saudita che commina ed esegue la pena capitale per vari reati, tra cui l'apostasia, l'omicidio, la rapina, la stregoneria, la pratica dell'omosessualità, il traffico di droga, il sabotaggio. Altri Paesi musulmani, come Algeria e Marocco, hanno adottato invece la moratoria. Tutte le religioni si sono misurate con la pena di morte, praticata tradizionalmente dalle civiltà antiche. Molte hanno cercato di limitarne l'uso.

La Bibbia ebraica e il Talmud contemplano la pena capitale per 36 delitti, ma prevedono forti limiti. Nello Stato d'Israele, questa pena è stata abolita e resta solo per il tradimento in guerra e il genocidio. L'unico civile condannato a morte in Israele è stato, nel 1962, Adolf Eichmann, il principale organizzatore dello sterminio degli ebrei durante la Guerra mondiale. Nella storia, la Chiesa cattolica ha ammesso, a certe condizioni, la pena capitale, tanto che Pio IX, da sovrano dello Stato Pontificio, ha approvato alcune condanne. Nell'ultimo mezzo secolo si è sviluppato un forte movimento cristiano contrario alla condanna a morte, nonostante il Catechismo della Chiesa universale ne preveda la possibilità, pur considerandola in genere non ammissibile. Per Giovanni Paolo II, l'abolizione della pena capitale faceva parte della difesa della vita dal concepimento alla morte naturale. Spesso i Papi, in tempi recenti, hanno chiesto la grazia per i condannati. Francesco ha espresso la sua totale contrarietà alla pena capitale, domandando per il Giubileo una moratoria delle esecuzioni: «Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà», ha detto, «sono chiamati oggi ad operare non solo per l'abolizione della pena di morte, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie...».

Nel panorama delle religioni, la Chiesa cattolica ormai considera illecita e disumana questa pena. Nei vari mondi religiosi, l'abolizionismo però non fa l'unanimità. Nonostante il Mahatma Gandhi fosse avverso alla condanna a morte in nome della non violenza (come suggerisce la compassione ispirata dai testi Veda), l'India l'ha contemplata nella Costituzione. I buddisti - ad esempio in Italia -, partendo dalla compassione, sono contrari. Eppure importanti Stati buddisti, dove la religione ha un ruolo rilevante, come la Thailandia e Myanmar, ammettono la pena capitale. Nel 2014, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato, con una maggioranza accresciuta, la quinta risoluzione a favore della moratoria universale della pena di morte, chiedendo la sospensione delle esecuzioni. È un'importante conquista che richiama anche i mondi religiosi a riconsiderare le millenarie tradizioni di violenza, veicolate dalla storia come una necessità.

giovedì 9 giugno 2016

I migranti e l'Europa: fermarli con i muri o cercare di aiutarli?

È MOLTO POSITIVA LA VOLONTÀ EUROPEA DI FIRMARE ACCORDI CON GLI STATI AFRICANI, PER RESPONSABILIZZARLI
di Andrea Riccardi
Rifugiati e profughi sbarcano sulle coste europee. Il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz propone di internarli a Lesbo o Lampedusa, per controllarne le richieste e scoraggiarne i viaggi. È questa la soluzione? Guardiamo la realtà italiana. Nel 2015 i profughi sono stati 153.842, il 9% in meno del 2014. Nel primo trimestre del 2016 gli arrivi sono aumentati: da10.165 a 18.234. Sta diventando una costante. Per Kurz i migranti vengono perché «sperano di essere accolti».
Il problema è ben più complesso: gli sbarcati sulle nostre coste sono una frazione di un "popolo" immenso che si muove nel mondo. Bisogna agire sui Paesi da cui provengono: ridurrà i flussi ed eviterà i viaggi disperati. La pace in Siria è una priorità. Da lì fuggono, non per l'attrattiva europea, ma per la disperazione della guerra. C`è poi l'Iraq del conflitto con l'Isis e dell'instabilità politica. La Turchia ospita 2.744.915 siriani: dove andranno? Eritrei e somali si muovono dalle loro terre. Le crisi ambientali e politiche spingono a fuggire.

Non si tratta di creare frontiere immaginarie. Serve una grande politica con il coinvolgimento dei Paesi europei e africani
Più di 250 mila burundesi sono fuori dal Paese per la grave crisi politica. Le rotte del Sahel e del Sahara sono percorse da tanti africani. Qui si devono aprire centri per monitorare ed evitare viaggi terribili. È molto positiva la volontà europea di firmare accordi con gli Stati africani, fornendo aiuti e responsabilizzandoli verso i migranti. Può far comodo (per giustificare i muri) affermare che la politica umanitaria italiana attira i migranti. Ma bisogna guardare prima di tutto al dramma di tanti morti.
Dove è finita la mamma della piccola Favour, giunta sola in Italia? Di lei, il presidente Mattarella ha detto: «Questa bambina ormai è necessariamente italiana». Quanti "viaggiatori" non arrivano? In che stato arrivano? I generosi che a Catania lavorano all'accoglienza notano come, nei nuovi arrivati, si sia spenta la voglia di futuro che aveva chi giungeva in passato. Sono vinti e umiliati. 
Dobbiamo mantenere uno sguardo umano su persone segnate da tanti dolori. Siamo orgogliosi che l'Italia li abbia soccorsi. Non si tratta di creare frontiere immaginarie, magari con hotspot o altro. Ci vuole una grande politica con il coinvolgimento di tutti i Paesi, europei e africani. Non un muro. Nemmeno '`internamento su un'isola. Così si combattono i mercanti di vite umane, che oggi sembra impieghino decine di migliaia di persone con affari dai tre e ai dieci miliardi. Anzi, contro i trafficanti, è necessaria una coalizione mondiale.

Questo  articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera il 9 giugno 2016

venerdì 3 giugno 2016

Il Gandhi dei Balcani

Andrea Riccardi, nella rubrica Religioni e civiltà di "Sette", il magazine del  Corriere della Sera, ricorda un protagonista della non violenza nel cuore dell'Europa. A Ibrahim Rugova, oggi dimenticato, si deve il maggior impulso per l`indipendenza del Kosovo dalla Serbia ortodossa, di cui era una provincia.
 
I Balcani sono la parte d'Europa dove la guerra è ritornata prepotente negli anni Novanta con la fine della Jugoslavia. Il presidente della Repubblica di Macedonia, Kiro Gligorov, colpito da un attentato in cui aveva perso un occhio, mi disse alludendo alla disumanità dei conflitti etnici: «È difficile rimanere uomini nei Balcani». Invece, in questo mondo, c'è stato un "Gandhi dei Balcani": Ibrahim Rugova, oggi piuttosto dimenticato. A lui si deve il maggior impulso per l'indipendenza del Kosovo (a maggioranza albanese e musulmana) dalla Serbia ortodossa, di cui era una provincia. Per i serbi, il Kosovo è territorio sacro, luogo delle origini, pieno di memorie cristiane, che gli albanesi avrebbero occupato con un boom demografico. La storia nei Balcani è pesante. Gli albanesi di oggi sono considerati dai serbi come i turchi che li sconfissero nel lontano 1389 alla Piana dei Merli, per l'appunto in Kosovo. Ogni anno i serbi ricordano questa sconfitta e la Chiesa ortodossa ha canonizzato il principe Lazar caduto in quella battaglia. Oggi i serbi sono appena il 5% nel Kosovo indipendente, dove vivono in difficili rapporti con la maggioranza albanese. Per Rugova, il Kosovo era albanese. Fu il padre dell'indipendenza ma - fatto unico nei Balcani - lottò in modo non violento.
Sosteneva: «C`è chi domanda che le cose vadano in fretta, ma in questa situazione siamo molto prudenti. Continueremo con questa non violenza, perché è la sola via...». Era nato nel 1944. La sua giovinezza è stata segnata dalla repressione comunista di Tito e del nazionalismo serbo. Rugova si dedicò agli studi di lingua e cultura albanese in Kosovo e in Francia, per conservare libertà di spirito e identità albanese, resistendo all'autoritarismo e alla politica di assimilazione di Belgrado: «Per me», dichiarava, «la denuncia del terrore è prima di tutto passata per il linguaggio, per la letteratura». Nel 1989 venne eletto alla presidenza dell'Unione degli scrittori del Kosovo e due anni dopo gli albanesi lo votarono loro presidente in elezioni clandestine. Divenne il leader della lotta per l'indipendenza nazionale attraverso la scelta della non violenza. Consolidò in Kosovo - sotto dominio serbo - uno Stato parallelo, fondato anche sulla tassazione volontaria degli albanesi. Mentre questi venivano espulsi dalle scuole e dalle istituzioni, ne venivano create altre autogestite dagli albanesi stessi. Era un modo di resistere senza accettare il dominio di Belgrado. Non è qui il caso di ripercorrere le complesse vicende del Kosovo. Va ricordato però che la non violenza di Rugova fu anche criticata come debolezza. Egli, però, non cedette al fascino del conflitto e della contrapposizione: «Credo», dichiarava nel 1998, «alla possibilità di una coabitazione tra albanesi e serbi in un Kosovo indipendente». Morì nel 2006, due anni prima che il Paese si autoproclamasse indipendente. D'origine musulmana, Rugova fu sempre un umanista laico (europeo più che balcanico), molto sensibile al cristianesimo (teneva in casa due gigantografie di Madre Teresa e di Giovanni Paolo II, che lo aveva ricevuto in Vaticano). Ho conosciuto abbastanza bene Rugova. Mi ha sempre colpito la sua convinzione di umanista non violento, disposto a sopportare umiliazioni e affronti, persuaso della follia del bellicismo nazionalista. L'ho visitato nella sua modesta casa di Pristina, dove negli anni Novanta risiedeva come "presidente" del Kosovo. Semplice e accogliente, con il suo inseparabile foulard al collo, conduceva l'ospite in una stanza-museo con i minerali del Paese, chiedendogli di sceglierne uno come dono. Scelsi una pietra giallognola che conservo. Lui mi disse che era l'oro del Kosovo. Ma poi aggiunse, liberandomi dall`imbarazzo: «Per fortuna non vale niente, altrimenti non saremo mai indipendenti».

mercoledì 1 giugno 2016

Al Tayyib al Bataclan - l'Islam di pace del grande imam

Il grande iman di Al Azhar, Ahmed Al Tayyb, si è inchinato al Bataclan, a Parigi, innanzi alle vittime del terrorismo islamista. Un fatto molto significativo, per molti sorprendente, avvenuto al termine del colloquio al Municipio di Parigi su Oriente e Occidente: civiltà in dialogo, voluto dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Università di Al Azhar. Tayyb veniva da Roma, dove aveva visto papa Francesco che aveva commentato: “il nostro incontro è già un messaggio”. L’intenso omaggio al Bataclan ha culminato in una preghiera, che il religioso ha letto ad alta voce e poi deposto. Vi si legge: “Il terrorismo non ha patria, né fede, né religione”. Una condanna totale del terrorismo che si rifà all’islam. Infatti Tayyb, dal 2010 la personalità più autorevole dell’islam sunnita, sta facendo un vasto lavoro nel mondo musulmano: costruire una vasta convergenza su una piattaforma tradizionale e pacifica. In questa linea guida l’Unione dei saggi musulmani, cui aderiscono personalità islamiche di vari paesi, anche sciite. Sa come oggi l’islam sia dilaniato da incomprensioni profonde e conflitti, ma mira a sottrarlo all’estremismo e alla confusione delle interpretazioni fondamentaliste.

Parlando al Municipio di Parigi, dopo aver elogiato la Francia, ha detto: “Voglio esortare i nostri fedeli e predicatori in Europa a seminare l’islam che ci è stato insegnato: quello che rispetta la persona”. Ha chiesto ai musulmani nelle società europee di integrarsi lealmente come cittadini. La globalizzazione è un nuovo scenario di vita per i musulmani. Un anno fa, le autorità islamiche, riunite a Marrakech, hanno affermato la piena libertà e cittadinanza dei non musulmani nelle società musulmane, fondandosi sulla giurisprudenza islamica. Sono cambiamenti importanti.

Le parole e i gesti di Al Tayyb danno voce al mondo musulmano che vuole vivere pacificamente con tutti. Non è un islam occidentalista ma – secondo l’imam di Al Azhar- quello della vera tradizione. Lui stesso è un religioso tradizionale, non un uomo dell’Occidente: legato alla linea spirituale sufi e studioso, fin dalla giovinezza, di testi mistici. Si colloca pienamente nel quadro della cultura e della mentalità orientale, diversa da quella occidentale. Ma si distanzia –con motivazioni religiose- dagli estremisti che, per lui, sono figli spaesati e radicalizzati della globalizzazione, che stravolgono l’islam a fini di potere o autoaffermazione. E non sono pochi. Tanto più fa la differenza la linea di Al Tayyb. L’imam trova vasti consensi tra i musulmani che sentono di appartenere a una storia diversa dall’Occidente ma non si contrappongono ad esso. A Firenze, lo scorso anno, nel quadro del dialogo Oriente-Occidente, Tayyb ha apertamente affermato: “La civiltà occidentale, nonostante i suoi limiti, ha salvato l’umanità”. Non è poco, quando il terrorismo islamista colpisce i simboli di questa civiltà, per accreditarsi sulle masse musulmane.

Questo editoriale di Andrea Riccardi è pubblicato su Famiglia Cristiana del  5/6/2016