sabato 30 aprile 2016

Il sangue dei cristiani

Dalla Siria all'India è tempo di fermare i massacri compiuti dagli estremisti

I cristiani, ancora qualche anno fa, avevano l'immagine dei persecutori, non dei perseguitati. Quando, negli anni Novanta si ricordarono i cinquecent'anni della Conquista dell'America, si parlò d'un cristianesimo impostosi con la forza (certo, non solo) alle popolazioni del continente. Gli europei, quindi i cristiani, erano visti come persecutori. Oggi la percezione è cambiata. Anche perché il cristianesimo non è europeo, ma in larga parte nel Sud del mondo e povero. Gli stessi cristiani europei sono stati perseguitati, come in Unione Sovietica e nell'Est: centinaia di migliaia sono stati eliminati perché credenti e considerati strutturalmente ostacolo al regime socialista. Pure in anni recenti, i cristiani sono stati uccisi in Occidente, perché argine alle mafie e ai poteri oscuri, come don Pino Puglisi, assassinato a Palermo nel 1993.

Ma la vera persecuzione è fuori dall'Europa e nel Sud del mondo. In Medio Oriente, i cristiani hanno una storia bimillenaria a partire dalle origini. Sopravvissuti a vicende molto dure, alle invasioni araba e mongola, al regime ottomano, sembrano alla fine proprio nel XXI secolo. In Iraq dal 2003 la popolazione cristiana (circa 800.000) si è più che dimezzata. Il patriarca caldeo Sako denuncia 1200 cristiani assassinati e 100.000 fuggiti sotto la pressione dell'Isis (e 62 chiese distrutte).

In Siria la situazione è gravissima: molti cristiani sono tra i profughi nei Paesi vicini. Altri, finiti sotto il controllo dell'Isis, hanno subito vessazioni, tasse imposte e, in taluni casi, la condanna a morte per il rifiuto di convertirsi. La presenza cristiana in Medio Oriente sta finendo e questo mondo, senza i cristiani, sarà più integrista.

I cristiani soffrono in tutto il mondo, come in Pakistan, dove - a Lahore - il terrorismo ne ha colpito una settantina in una Pasqua di sangue. Molti sono gli attentati ai cristiani in India da parte del fondamentalismo indù. In Nigeria, Boko Haram e gli estremisti hanno ucciso 11.500 cristiani, provocato l'esodo di più di un milione e distrutto 13.000 chiese. Però, ovunque, i cristiani sono pacifici, non armati, anzi favoriscono la convivenza con altre comunità etniche e religiose.

Perché, allora, sono colpiti? Spesso ucciderli è un'esibizione di «potenza» degli estremisti in una specie di sacrificio d'innocenti. In altri casi, i cristiani sono di fatto un argine a un regime di paura, corruzione o controllo totalitario. Vengono eliminati, tanto non reagiscono. Un fenomeno così imponente e sanguinoso non può lasciare indifferenti. Esige responsabilità dagli Stati (dove i cristiani vivono) e dalla comunità internazionale. E' uno dei grandi dolori del nostro tempo.

Andrea Riccardi sul Corriere della Sera del 30/04/2016

venerdì 29 aprile 2016

Ebrei e arabi non furono sempre nemici

Lo dimostra il grande islamologo Bernard Lewis, identificando una consistente tradizione giudeo-islamica nei secoli passati

Andrea Riccardi su Religioni e Civiltà (Sette - Corriere della Sera) del 29 aprile 2016

Sembra che tra ebrei e arabi, da sempre, ci sia stata una storia conflittuale. Non è così in modo assoluto. Lo dimostra il grande islamologo Bernard Lewis, identificando una consistente tradizione giudeo-islamica nei secoli passati. Anzi gli ebrei nel mondo arabo e turco furono all'inizio poco permeabili al sionismo. I problemi vennero con la diffusione dell'antisemitismo di marca europea e con gli insediamenti ebraici in Palestina. Negli anni Venti ci furono traduzioni in arabo del testo antisemita I Protocolli del Savi di Sion fatte da alcuni cristiani: poi il testo fu rilanciato più volte da traduttori ed editori musulmani. Cominciò un periodo assai difficile. Ci furono pogrom antiebraici, prima della nascita dello Stato d'Israele, nell'Algeria francese nel 1934 a Costantina e in Iraq nel 1941.

Progressivamente gli ebrei acquistarono un'immagine negativa nel mondo arabo e poi in quello islamico. Il gran muftì di Gerusalemme, Amin al-Huseini (1895-1974), si fece propagandista di un'aggressiva campagna antiebraica, alleato con Hitler e Mussolini. Durante la seconda guerra mondiale, lavorò tra i musulmani dei Balcani, dove guidò il reclutamento di una divisione di più di 20.000 SS musulmani, responsabili di stragi di ebrei e serbi in Bosnia.

Ma la storia non è tutta uguale. Bisogna scrutarla in tutti i suoi aspetti. Nei Balcani, ci sono stati "giusti" musulmani che salvarono gli ebrei. In Bosnia, vivevano 14.000 ebrei e ne morirono ben 12.000 nella Shoah. Alcuni si salvarono però grazie a musulmani non intossicati dalla propaganda di Amin al-Huseini, ma convinti che aiutare gli ebrei fosse un dovere umano e religioso. La famiglia musulmana Hardagan abitava davanti al comando della Gestapo a Sarajevo: avvertiva gli ebrei delle retate che partivano da lì. Non solo, ma accolse un ebreo, Yossef Kabilio: «Voi siete nostri fratelli», gli disse Zejneba Hardagan. Questa lo riscattò quando fu arrestato per strada, corrompendo uno stupefatto ufficiale tedesco. Il padre di Zejneba, Ahmed Sahadik, per l'aiuto agli ebrei, fu portato in campo di concentramento dove morì (il nome è ricordato tra i caduti della Shoah di Sarajevo). Forse vari giusti musulmani morirono nel famigerato campo croato di Jasenovac, seppure se ne ignorano le storie. Zejneba fu la prima tra i musulmani nella lista dei giusti a Yad Vashem nel 1985: negli anni Novanta trovò rifugio in Israele con la famiglia, quando Sarajevo fu colpita dalla guerra.

In Albania, ci fu un'unanime protezione degli ebrei, tanto che durante la guerra ai duecento locali se ne aggiunsero altri duemila. «Sono sempre stato un musulmano devoto... tutti gli ebrei sono nostri fratelli», dichiarò Beqir Qoqja, sarto di Tirana, che aveva nascosto un ebreo, a cui riconsegnò l'oro depositato presso di lui. Un musulmano di Valona, che aveva salvato una famiglia di ebrei quando, finito il comunismo, poté andare a Gerusalemme, affermò mentre lo proclamavano giusto: «Può darsi che voi lo chiamiate spirito umanitario. Per me vale la nostra religione musulmana...».

Non bisogna sottovalutare le motivazioni religiose. Non mancano giusti turchi, anche perché la Turchia ha una storia positiva con l'ebraismo. Il console turco a Rodi, Selahattin Ulkumen, salvò 63 famiglie ebraiche dalla deportazione nazista nel 1944, in forza della cittadinanza turca di alcuni ed estendendola anche ad altri. Così fece anche, con molto coraggio, il console turco a Marsiglia, Necdet Kent, che sottrasse ottanta ebrei turchi agli SS. C'è anche un giusto arabo, il tunisino Khaled Abdelwahhab, che salvò una famiglia di una ventina di ebrei durante l'occupazione tedesca. Forse si scopriranno ancora vicende sommerse nel mondo musulmano, ancora ignote per il clima di ostilità. L'umanità, nel cuore dei conflitti, può prevalere sull'odio e sul fanatismo. Così dichiarano alcuni giusti: l'esercizio dell'umanità è animato dalla religione. Molto, nella storia, è complesso, non ideologico, anche in mezzo a tanti orrori.

giovedì 28 aprile 2016

Guarire l'Africa per fermare i migranti. Ci vuole più cooperazione

La proposta di Renzi alla Ue merita attenzione. Più cooperazione e politica, meno populismi

Matteo Renzi ha proposto all'Unione europea il Migration Compact. Merita attenzione. L'immigrazione non è solo emergenza o problemi di frontiera.
Con questa realtà ci misureremo per decenni. Occorre una politica di lungo periodo. Sono anni che lo diciamo. Speriamo che in Siria venga la pace. Parecchi siriani tornerebbero volentieri nella loro terra. Ma il grande problema dei migranti è l'Africa. Da dove vengono?
I 24.948 approdati sulle nostre coste dal gennaio 2016 sono originari della Nigeria (3.582), dove c'è la guerra contro i fondamentalisti di Boko Haram; dal Gambia, dalla Somalia (in guerra), dalla Guinea, dalla Costa d'Avorio, dal Senegal, dal Mali (in guerra), dall'Eritrea (con una difficile situazione), dal Sudan (con tante difficoltà) e dal Marocco. Non ci sono muri che li fermino. Prima di tutto, la pace dev'essere un impegno della comunità internazionale e dell'Europa. Tutti pagano il prezzo della guerra, non solo la popolazione coinvolta. Sono 25 anni che si combatte in Somalia. Ci sono situazioni da risolvere: in Gambia, Sudan ed Eritrea.
Spesso però l'immigrazione è un'avventura di giovani desiderosi di un futuro migliore, sognatori, senza timore dei rischi del viaggio. Si deve dar loro futuro nella propria terra. I Governi africani vanno responsabilizzati di più. C'è troppa indifferenza. C'è necessità di una politica che sensibilizzi i giovani nei confronti di rischiose avventure migratorie. Per aiutare questo processo, la UE con il Migration Compact promuoverebbe opere di alto impatto sociale e infrastrutturale d'accordo con gli Stati africani. Naturalmente si dovrebbero aprire anche opportunità di migrazione legale, quote necessarie al mercato europeo. Non dimentichiamo che l'Europa ha bisogno dei migranti! Ci sono altre misure di sicurezza e polizia (tra cui la lotta ai trafficanti) su cui si deve discutere meglio. Ma quel che conta è responsabilizzare l'Europa in Africa e chiedere ai Governi africani maggiore impegno.
Ci vogliono più cooperazione e più politica. Si devono scongiurare i populismi europei. Ma soprattutto evitare che tanti muoiano in mare e nel deserto o finiscano preda dei trafficanti. La frontiera dell'Europa passa anche per l`Africa, in questo mondo globale.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 1 maggio 2016

venerdì 22 aprile 2016

Il Mozambico scommette sui giovani

In un Paese con grandi contraddizioni politiche e finanziarie cresce una generazione di ragazzi preparati, estranei ai vecchi conflitti

Parlare di Africa solo come terra di povertà e guerre è un errore. L'Africa di oggi è complessa, ricca non solo di risorse, ma anche d'intraprese economiche. Eppure è segnata da grandi miserie, differenti però da quelle di ieri: le miserie delle grandi città, largamente fatte di slum, dove si accalca una popolazione rapidamente urbanizzata. E poi l'Africa ha tante storie diverse, da paese a paese, con percorsi politici differenti.

Ho conosciuto l`Africa negli anni Ottanta attraverso il Mozambico, da poco indipendente dal colonialismo portoghese. Il Mozambico, un paese di 25 milioni di abitanti nell'Africa australe, rappresenta bene il lungo viaggio non senza dolori - dalla povertà all`età delle opportunità. Negli anni Ottanta, governava il regime marxista del Frelimo, il movimento di liberazione che aveva conquistato il potere con il collasso del colonialismo portoghese nel 1975. Un ricordo, per me, incancellabile è la fame che incontrai nel paese. Il grande mercato di Maputo, la capitale, era vuoto di tutto e si vendeva solo pesce secco.
Poche le macchine; tutti andavano a piedi. Il Paese, non molto dopo la guerra di liberazione, piombò in una guerra civile, conclusasi nel 1992. Le città erano isolate e, nella campagna, era forte la violenza della Renamo, un movimento antigovernativo, sostenuto dai sudafricani. Il Mozambico, amico dei paesi dell`Est ma in buoni rapporti con l'Italia della Dc e del Pci, era uno dei paesi più poveri del mondo.
Avvenne una "divina coincidenza" - come disse il presidente Chissano - che convinse, all`inizio degli anni Novanta, il governo ad aprire al pluralismo democratico e la guerriglia a optare per le trattative. In realtà ci fu una lunga e difficile mediazione tra governo e Renamo, durata più di due anni a Roma. Fui mediatore in quel negoziato, che si tenne a Sant`Egidio, con alcune personalità di spicco: l`ex sottosegretario italiano Mario Raffaelli e Matteo Zuppi (ora arcivescovo di Bologna).
L'unico mozambicano, accanto ai tre mediatori italiani, era l'arcivescovo di Beira, Jaime Concalves, la cui presenza rappresentava una garanzia per la Renamo, diffidente a uscire dalla clandestinità. I negoziati furono anche una scuola di politica, per chi credeva solo alla forza delle armi. La pace venne il 4 ottobre 1992, firmata a Roma. I mozambicani, che avevano avuto un milione di morti in quella guerra, aspettavano con ansia la pace: non si viveva più. Nonostante tanto odio, non ci furono vendette nel paese. Cominciò la storia della democrazia. Mi commosse vedere in Parlamento la Renamo, come partito di opposizione, seduta accanto al Frenino: si passava dal conflitto armato a quello politico. Il Frelimo ha sempre vinto le elezioni nazionali. La Renamo, invece, ha accusato la sua scarsa integrazione nella gestione del potere.

Ci sono stati ventiquattro anni di pace. Il paese è cresciuto. I mercati sono pieni. La ricchezza circola, anche se ci sono ancora grandi povertà. E` stata scoperta una delle più estese riserve mondiali di gas offshore, probabilmente il terzo polo produttivo mondiale di gas naturale. Secondo stime, dal 2020 - inizio dello sfruttamento delle riserve - l'economia mozambicana potrebbe crescere del 24% l'anno. Ma bisogna realizzare strutture. E il Mozambico vive una crisi finanziaria, cui si aggiunge la crisi politica sull'orlo del conflitto armato. Il leader della Renamo, che firmò gli accordi di pace del 1992, ha ripreso la via della foresta: accusa di frode elettorale il presidente Nyusi (eletto un anno fa) e minaccia la guerra. Risorgono i vecchi demoni della guerra civile. Eppure è cresciuta una generazione di giovani preparati e connessi, estranei ai vecchi conflitti. Anche la democrazia è una storia che deve crescere. Quella mozambicana deve aggiornarsi, fare spazio, trovare nuovi equilibri. La guerra è sempre la strada peggiore. Ora il Paese vive momenti di ansia. Ma è possibile che si torni al passato dopo più di venti anni di pace? La recente scomparsa di monsignor Goncalves ha dato luogo a vaste manifestazioni di cordoglio per quest'uomo di pace: esprimono forse la volontà di un popolo che non vuole tornare al passato.

giovedì 21 aprile 2016

I gesti di Francesco contro le paure

I muri sono una scelta miope, fintamente protettiva. Bergoglio ha parlato con semplicità evangelica

Avevamo già segnalato il valore della visita di Francesco a Lesbo. Ma l'evento è andato ben oltre le previsioni. Il Papa non ha solo parlato ai rifugiati, ma ne ha portati 12 (musulmani) con sé, dicendo con questo gesto di non aver paura di loro. Lesbo è l'estrema frontiera europea. Lì approdano tanti per venire nel Vecchio continente. Hanno alle spalle guerre e viaggi pericolosi. Troppi sono morti in mare. Proprio sulla frontiera europea, il Papa ha parlato all'Europa. Qui stanno risorgendo le frontiere, che divengono muri. Ha cominciato l'Ungheria; altri l'hanno seguita. C'è stata la vergogna anglofrancese di Calais. Perfino la Macedonia s'è difesa con una barriera dai rifugiati. Ora l'Austria fortifica il Brennero. Alla Grecia e all'Italia è stato lasciato, per un po', il compito di fare da campi di raccolta. Ora - con l'accordo tra Ue e Turchia - il Governo di Ankara deve frenare i flussi (e riceve un congruo aiuto e un diverso trattamento politico).
È la logica dei muri in unEuropa così gelosa del proprio orticello da non mettere in comune l'azione dei servizi di sicurezza di fronte alla sfida terroristica.
I muri sono una scelta miope, fintamente protettiva. Ma che fare?, si controbatte. Gli europei non possono farsi sommergere da una marea di stranieri (e musulmani).
Francesco da Lesbo ha parlato all'Europa della paura con semplicità evangelica, ma anche con la saggezza d'una Chiesa che, più volte, ha visto le frontiere diventare muri e generare conflitti. Erano con il Papa il patriarca ecumenico Bartolomeo e l'arcivescovo di Atene Ieronymos. È necessario che i cristiani europei parlino con un'unica voce sul problema dei rifugiati. L'incontro di Lesbo deve dare inizio a una testimonianza ecumenica e sinodale, di cui ha bisogno la coscienza europea. Il Papa propone ponti. "Ponte" significa anche una politica consapevole nel mondo attorno a noi. Prima di tutto contro la guerra, che genera l'esodo dal Medio Oriente. Ma c'è un altro tema: aiutare lo sviluppo dell'Africa e responsabilizzare i suoi Governi. La proposta del Governo Renzi per impegnare l'Ue verso i Paesi africani (nel senso dello sviluppo e dell`azione sui migranti) va in questo senso. Se l'Europa non riprende generosamente a fare politica nel Mediterraneo e in Africa, finirà vinta e paurosa dietro un muro. 

Questo articolo appare su Famiglia Cristiana del 24 aprile 2016

lunedì 18 aprile 2016

Graziano Delrio, Mons. Viganò, Lucio Caracciolo presentano il libro di Andrea Riccardi "Periferie"

Martedì 19 aprile, alle ore 18, sarà presentato a Palazzo Firenze il volume Periferie. Crisi e novità per la Chiesa, di Andrea Riccardi.Interverranno Graziano Delrio, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Mons. Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, e Lucio Caracciolo, Direttore di Limes. Modererà l’incontro il Segretario Generale della Società Dante Alighieri, Alessandro Masi.
Sarà presente l’autore.
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venerdì 15 aprile 2016

La paura della guerra può avvicinare le fedi

Le prime prove di solidarietà e confronto si sono viste a Roma tra il 1943 e il 1944, quando le chiese hanno dato rifugio agli ebrei

Andrea Riccardi su Religioni e Civiltà (Sette - Corriere della Sera) del 15 aprile 2016

Roma è stata una città clandestina nei nove mesi dell'occupazione tedesca: dal settembre 1943 al 4 giugno 1944, quando fu liberata dagli alleati. Allora si diceva che metà Roma nascondeva l'altra metà. Elena Carandini, testimone degli eventi, osservava: «Nascondersi, nascondersi, non si sente altro. Ogni casa ha il suo segreto». Oggi, passando davanti ai palazzi e alle chiese, non si sospetta la vita sommersa di allora. Un manifesto fascista rappresentava un uomo dietro le persiane e commentava: «il vile si nasconde mentre l'invasore distrugge la Patria». Impossibile calcolare il numero dei clandestini: forse tra i 200.000 e i 400.000 in una città con poco più di un milione di abitanti. I richiamati alla leva fascista si nascondevano. Lo storico Renzo De Felice parla di quasi 4.500 ebrei ospitati dalla Chiesa. La Carandini racconta che, per strada, si vedevano soprattutto donne, anziani e giovanissimi. Molti uomini erano in guerra, tanti altri nascosti. La vita sommersa si svolgeva anche nelle abitazioni private. Il contributo decisivo veniva dalle tante istituzioni della Chiesa: una rete di rifugi realizzata con spontaneità e, allo stesso tempo, organizzazione, per nascondere e approvvigionare i clandestini.

Si trattava di renitenti alla leva, militari, ebrei, politici antifascisti (tra cui De Gasperi e Nenni, nascosti nell'area extraterritoriale di San Giovanni in Laterano). La Chiesa contava a Roma parecchi edifici extraterritoriali oltre al Vaticano. Ma proprio la presenza dello Stato vaticano permise di dare copertura a quasi tutte le case religiose. Un cartello, che poteva essere esibito o affisso, a firma del comandante tedesco, affermava: «Questo edificio serve a scopi religiosi ed è alle dirette dipendenze dello Stato della Città del Vaticano. Sono interdette qualsiasi perquisizioni e requisizioni». Erano in realtà edifici italiani. Qui, accanto agli altri ricercati, arrivarono gli ebrei dopo la razzia tedesca del 16 ottobre. Si crearono inedite convivenze tra ebrei, sacerdoti e suore. Fu il primo "dialogo", concreto e in condizioni drammatiche, tra ebrei e cristiani. Una vera svolta in una storia non facile. Ci furono alcuni tentativi di conversione degli ebrei da parte dei religiosi. Ma in genere i rapporti furono amichevoli e rispettosi. Le suore di Chambéry, che accoglievano parecchie ebree, ne favorivano la partecipazione ai riti religiosi per evitare che fossero riconosciute. Tuttavia queste celebravano tra loro Pasqua e Purim, mentre si evitava di dar loro cibi proibiti. Questo avveniva in molte case. Qualche volta, per impedire l'identificazione, gli ebrei portavano l'abito religioso e imparavano le preghiere cattoliche. Fu utile, quando ci furono irruzioni da parte dei tedeschi, anche se questi in genere non volevano avere problemi con il Vaticano. Probabilmente sapevano di più sulla vita clandestina di quanto allora si credesse.

Nel dicembre 1943, la banda Koch (fascista) penetrò nel Seminario lombardo: c'erano ebrei, ufficiali, antifascisti (tra cui il leader comunista Giovanni Roveda), la gran parte vestiti da preti. I fascisti facevano recitare le preghiere, per scovare gli ebrei. Si legge nella cronaca del seminario: «Venne arrestato fin dal principio un ebreo: Amedeo Spizzichino. Glielo lessero in faccia: tu sei ebreo. Invano la moglie, con forza incredibile si mantenne calma e cercò di provare che erano sfollati di Civitavecchia...». Non tutte le vicende furono così drammatiche. Il sistema clandestino in genere resse bene. Bruno Di Porto, che lasciò il suo nascondiglio a San Luigi dei Francesi il 5 giugno 1944, scrive: «Ne porto il ricordo riconoscente». Quel giorno si unì a un «gaudioso torrente umano» che sciamava nelle strade di Roma, finalmente liberata.

giovedì 14 aprile 2016

L'Europa e i profughi, convocare un sinodo ecumenico dei cristiani europei

IL PAPA A LESBO
E' giunto il momento di una convocazione dei cristiani europei che affronti la grande questione dei rifugiati

Su un piccolo Paese, è caduto un peso immenso. Mentre, a cominciare dalla cattolica Ungheria, si alzano muri per difendersi dai rifugiati.
Lesbo è il nome di un dramma: i rifugiati approdano alle isole greche per fuggire la guerra. Il caso più noto è la Siria, i cui  profughi sono migrati, in Libano, Turchia e Giordania. La Grecia è il primo approdo per chi viene in Europa. A Lesbo, su 90 mila abitanti, ci sono tra 7 e 10 mila rifugiati. La Grecia - va detto - nonostante la crisi è generosa verso di loro. Il Governo fa la sua parte. Molto attiva nell`accoglienza è la Chiesa ortodossa greca, guidata dall`arcivescovo di Atene, Hieronimos II, con un`opera coordinata dal metropolita Gabriel.
Papa Francesco, a settembre 2015, ha chiesto a ogni parrocchia europea di accogliere i rifugiati. L`appello non ha avuto la risposta che meritava. Sempre a settembre, in un messaggio all`Incontro nello Spirito di Assisi a Tirana, il Papa aveva detto: «È violenza anche alzare muri per bloccare chi cerca un luogo di pace. È violenza respingere chi fugge da condizioni disumane».
Ora Francesco compie un passo molto forte. Va a Lesbo il 16 aprile. Lo accompagnano l`arcivescovo di Atene e le autorità greche. C'è pure il patriarca ecumenico Bartolomeo, che ha giurisdizione ecclesiastica sull'isola. A lui risale l'idea d'invitare il Papa a Lesbo.
Il problema dei profughi va affrontato ecumenicamente. Liniziativa dei corridoi umanitari per i rifugiati dal Libano all'Italia è stata promossa dai valdesi e dalla Comunità di Sant'Egidio con il Governo italiano. Francesco mostra come il dramma dei rifugiati interpelli la coscienza cristiana europea. I rifugiati sono poveri che bussano alle nostre porte. Non possono tornare indietro: hanno alle spalle il baratro della morte. Accoglierli è un dovere, ma anche un "dono" per l`Europa, in crisi demografica, cui danno nuovo vigore. Le stesse Chiese di vari Paesi europei sono rivitalizzate dalla presenza degli immigrati cristiani. Invece si predica la paura, che ingrossa le fila dei diversi partiti del "muro". Francesco, il patriarca Bartolomeo e l'arcivescovo di Atene lanciano un messaggio attraverso il viaggio a Lesbo, che rappresenta simbolicamente un ponte tra l'Europa e il mondo dei rifugiati. Le Chiese non possono restare prigioniere delle logiche istituzionali o delle politiche dei loro Paesi, senza una visione del futuro. Mi chiedo se questo non sia il momento di una convocazione dei cristiani europei (ecumenica e rapida), un sinodo ecumenico, che affronti la grande questione dei rifugiati e l`Europa. Il Papa può convocarla. E con lui il patriarca Bartolomeo.

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul n.16/2016 di  Famiglia Cristiana   

Su questo tema Andrea Riccardi h anahce pubblicato un comunicato stampa, in cui rafforza la sua proposta  LEGGI IL COMUNICATO

martedì 12 aprile 2016

I giovani immigrati hanno fame di futuro e questa è una risorsa per l'Italia

Andrea Riccardi ne ha parlato ieri in una conferenza organizzata da Anci Marche, Regione Marche e la Conferenza Episcopale Marchigiana.
Nel suo intervento, Riccardi ha sottolineato come la voglia di futuro dei giovani immigrati li renda competitivi rispetto ai coetanei italiani, talvolta meno motivati.
Ha poi spaziato su molti altri temi, dalla politica ai giovani, dall'immigrazione all'etica.
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venerdì 8 aprile 2016

Cosa resterà della grande Chiesa?

Le piccole comunità cristiane sparse in Oriente sono a rischio. Il XXI secolo potrebbe essere l'ultimo della loro lunghissima storia.

Andrea Riccardi su Religioni e Civiltà (Sette - Corriere della Sera) dell'8 aprile 2016

C'è un cristianesimo in larga parte perduto, diverso da quello occidentale (cattolico o protestante) o da quello ortodosso di Costantinopoli e Mosca. Ne restano alcuni spezzoni, salvatisi dal naufragio: piccole comunità cristiane e documenti di una lunga storia. Quando nell'agosto scorso, si seppe che Daesh aveva rapito più di duecento cristiani in Siria, si parlò di loro come "assiri". Di chi si trattava? Questi "assiri" sono figli di una grande Chiesa che, a partire dal V secolo, raggiunse l'Asia centrale, la Cina, l'India e il Tibet. Nelle rovine dell'antica città di Merv (ora in Turkmenistan) sono stati scoperti da una missione archeologica italiana i resti di una chiesa assira. Il cristianesimo assiro e quello siriaco (sviluppatisi con diverse identità) sono stati un grande mondo cristiano anche da un punto di vista numerico, proiettato verso l'Asia: all'inizio del secondo millennio, un terzo dei cristiani del mondo viveva lungo la direttrice dal Medio Oriente all'Asia. Philip Jenkins in un libro, La storia perduta del cristianesimo, Edizioni Emi (da poco tradotto in italiano), ne parla come di un «terzo mondo cristiano», accanto a cattolici e ortodossi, sviluppatosi a prescindere dal Papa e dal Patriarca di Costantinopoli.
È un'epopea, durata un millennio tra culture diverse con alterne vicende, di cui si sa poco. Di tante sedi episcopali e monasteri restano solo i nomi, indicatori di vasta espansione geografica. Slanciati verso l'Asia, i cristiani d'Oriente sono rimasti radicati nella tradizione ebraica delle origini. Le liturgie (siriaca e assira) portano forte l'impronta della preghiera ebraica della sinagoga.

Persecuzione e intolleranza. Il cristianesimo d'Oriente, esterno alla speculazione teologica cattolico-ortodossa, non ha vissuto nei quadri dello Stato confessionale, di quel sistema di cristianità consolidatosi - a partire dal IV secolo con l'impero e i regni in Occidente (finito con Rivoluzione francese) sia con l'impero bizantino e la Santa Russia, seppellita dalla Rivoluzione russa. Il cristianesimo d'Oriente è stato sempre minoritario ma non ghettizzato, dotato di originale spessore culturale e teologico. Ha dialogato con tutte le culture: arabo-islamica, persiana, buddista e induista, parlando lingue asiatiche come cinese, mongolo e turco. Famosa è la Stele di Xi'an, scolpita nel 781 in un monastero assiro dell'allora capitale cinese, in cui si parla del cristianesimo come "religione della luce" usando la lingua cinese con tracce di siriaco. Ancora a fine Duecento, Marco Polo, in viaggio per l'Asia sino alla Cina, incontra monaci cristiani.
Ci furono varie stagioni di sviluppo e crisi di questo cristianesimo vissuto sotto poteri non cristiani. La fine arrivò nel XIV secolo, sotto la spinta dei mongoli ormai largamente islamizzati e dei turchi: tante comunità vennero spazzate via dalla persecuzione e dall'intolleranza. Rimasero importanti comunità in India, trovate dai portoghesi. I resti dei cristiani d'Oriente si rifugiarono sui monti: gli assiri nel Kurdistan, poi concentrati nell'Hakkari attorno al patriarcato (divenuto ereditario di zio in nipote); i siriaci nello storico altopiano del Tur Abdin vicino ai monasteri. Gli ortodossi e i cattolici li hanno considerati eretici. La Chiesa di Roma ne ha inglobato alcuni settori.
Abbarbicati alle tradizioni, poco consapevoli della loro storia e cultura, questi cristiani hanno resistito tenaci, quasi fuori dalla storia. Ma li ha sorpresi la persecuzione del 1915 da parte dei "giovani turchi", colpendoli nei loro rifugi: iniziarono altri esodi in Medio Oriente e oltre. Ora, cent'anni dopo, subiscono nuove prove. Queste comunità hanno resistito, ma portano i segni di una storia dura con l'islam. Il XXI secolo assisterà alla fine di questo cristianesimo così antico?