domenica 31 gennaio 2016

Don Santoro, un prete di Roma in Oriente. Un libro di Augusto D'Angelo lo ricorda

Don Andrea Santoro

Non un politico, e nemmeno un professore, ma un sacerdote, informato e capace, col desiderio di essere un nuovo avamposto della fede in una terra decristianizzata Un libro di Augusto D'Angelo lo ricorda. Il commento di Andrea Riccardi



SCHEDA LIBRO 
Perché tanta attenzione attorno ad Andrea Santoro? Attorno a un prete? In fondo il nostro mondo dimentica rapidamente anche le storie più tragiche, in pochi giorni, pure dopo intense commozioni. Una società senza storia (e non è forse logorato oggi l'uso della storia?) vive un'identità emozionale e cangiante, senza memoria. La storia di Andrea Santoro si lega a quella di Hrant Dirk, giornalista armeno ucciso a Istanbul nel 2007 (un nipote di sopravvissuti ai massacri dei cristiani durante la prima guerra mondiale) e a quella di monsignor Luigi Padovese, vescovo cattolico in Turchia, assassinato cinque anni dopo don Andrea, nel 2010. Siamo ormai dopo il tempo dell'emozione. Perché tanta attenzione a un prete? I preti non sembrano fare notizia, quando fanno il loro dovere. I preti appartengono a una categoria che, tra gli anni Sessanta e Settanta, è stata sottoposta non solo alla consueta carica di anticlericalismo, ma a una vera erosione. Una razza in estinzione: titolava una pubblicazione del dissenso che guardava a una Chiesa senza casta sacerdotale, come si diceva. Sono critiche sentite molto da una generazione, quella di Santoro, nato nel 1945, entrato in seminario minore negli anni Cinquanta e uscito dal maggiore nel 1970 (che negli ultimi anni cambia tre rettori: segno dei tempi caldi). È una generazione di seminaristi e di preti che conosce crisi e abbandoni in modo molto intenso, tanto è forte la pressione, il gusto di novità, la frattura profonda in cui s`è formata. Bisogna considerare questo dato nella storia di don Andrea: i preti della sua età sono pochi. Il cardinale Poletti, una figura che emerge da questo libro, morto quasi venti anni fa, era sempre in affanno proprio sulla mancanza dei preti. Don Andrea è un uomo che conosce stagioni di effervescente impegno, mai conformista, come emerge dalle pagine di Augusto D`Angelo: belle, da vero storico, anche quelle dedicate al ministero parrocchiale alla Trasfigurazione, a Verderocca, ai Santi Fabiano e Venanzio. Ma lui è e resta prete: prete, prete... - diceva con Giuseppe De Luca, storico, erudito e prete romano. Perché questo libro è la storia di un prete, non di un operatore sociale o di dialogo, non di un intellettuale. Non un politico, non un uomo di cultura (don Andrea è sensibile e informato, ma non è un professore); bensì un prete, cioè qualcuno che vive la fede, la comunica e la celebra. Ma così, un uomo può essere incisivo nella vicenda umana e molto. Questo è un fatto - a ben vedere - un po' scandaloso. Invece generazioni di preti, anonimi, hanno fatto la storia della nostra società, tra le parrocchie e gli angoli dove vivevano: fra obbedienza e creatività. Questa storia non è finita ma continua, come si vede da questa storia di don Andrea, piena di obbedienza e creatività (perché tale è la dinamica della vita della Chiesa). Il cardinale Ruini, che ha conosciuto bene Santoro dagli anni Novanta, nell'omelia ai funerali ha rilevato finemente l'inquietudine di don Andrea: non un'inquietudine immatura, ma quella di un uomo serio, abituato a fare le cose in prima persona prima di dirle agli altri, che non si accontenta innanzitutto di sé. Il cardinale Ruini dà il permesso a don Andrea di andare in Turchia, anche perché lui ci vuole andare da prete di Roma. Cosa rappresenta la Turchia? La Turchia è la terra degli altri: paese mu sulmano, repubblica laica, regione di antiche memorie cristiane, apostoliche, prima sede dell'ortodossia, il patriarcato ecumenico, ma anche patria degli armeni (che nel Novecento hanno conosciuto il primo genocidio della storia), e di quei poveri cristiani di montagna, del Tur Abdin, la montagna dei servitori di Dio, che sono i siriaci. I frammenti cristiani del passato appena si percepiscono nel paesaggio turco: rovine, chiese cintate o trasformate in altro. La Turchia moderna sembra altrove. La Turchia non è terra di missione, ma terra del tramonto del cristianesimo, degli ultimi giorni di antiche comunità. Eppure - per una generazione come quella di don Andrea - quella terra è salita alla ribalta con la visita di Paolo VI ad Atenagora e con l'incontro del Papa con il Patriarca a Gerusalemme. Poi, nel 1979, Giovanni Paolo II l'ha visitata nonostante le preoccupazioni per la sua vita e le dichiarazioni aggressive del suo futuro attentatore sulla stampa turca. Questi eventi hanno rivelato che, sotto la polvere della Turchia, c'è tanto: storia, memoria, santità e forse futuro. La Turchia è l'alterità alle frontiere di casa nostra, legata da antichi e un po' logori fili al nostro mondo e al cristianesimo. C'è un fascino, un`attrazione, di quel paese, esercitata sui cuori e le menti dei cristiani. 

Da Avvenire del 31 gennaio 2016

venerdì 29 gennaio 2016

La lingua italiana è una risorsa: aiutiamola

Andrea Riccardi, presidente dell'Associazione Dante Alighieri, pubblica oggi nella rubrica "Religioni e civiltà" di Sette, il settimanale del Corriere della Sera, questo articolo:

Gli investimenti sull'insegnamento della nostra lingua nel mondo sono scarsi. Eppure l'internazionalizzazione del Paese passa anche da lì.

La lingua è un sismografo che registra i cambiamenti sulla scena mondiale. L'avanzata inarrestabile dell'inglese, ben prima del processo di globalizzazione, è un elemento decisivo dell'occidentalizzazione di tante società. Altre lingue poi divengono sempre più importanti, come il cinese o l'arabo, mentre lo spagnolo cresce negli Stati Uniti. Il russo resta rilevante, ma ha conosciuto una flessione con la fine dei regimi comunisti dell'Est. E l'italiano? Nel Novecento - scrive Tullio De Mauro - per la prima volta in tremila anni, nella penisola è avvenuta la convergenza degli italici su una sola lingua comune. È stato vinto l'analfabetismo. L'italiano così è divenuto, come mai nella storia, patrimonio di tutto il popolo oltre che lingua nazionale. Il fatto non è da poco. All'estero, invece, le cose sono più complicate.
Nel Mediterraneo, specie nel mondo turco, l'italiano era una lingua franca almeno sino al XIX secolo. Oggi all'estero è parlato dagli emigrati (in parte) e dai loro discendenti, nonostante la disaffezione tipica dell'integrazione. È usato nel governo della Chiesa cattolica. Gli ultimi tre Papi, non italiani, ne sono stati testimonial in tutto il mondo. L'italiano è poi veicolo dell'integrazione per gli immigrati nel nostro Paese.
Tutti ricordiamo come, nell'Albania comunista, il Paese più chiuso dell'Est, vedere la tv italiana e parlare la nostra lingua fosse un'espressione di libertà. Ma il mondo cambia in fretta e oggi, in Albania, con la televisione digitale, i nostri programmi sono meno seguiti e la lingua decade. L'italiano, però, resta importante. Qualcuno ne parla come la quarta lingua più studiata nel mondo. Difficile dirlo: certo è molto richiesta in tanti Paesi. Il vero problema è la qualità della risposta italiana alla vasta domanda di apprendimento. L'investimento sull'insegnamento nel mondo è scarso. La Società Dante Alighieri, storicamente deputata alla diffusione del nostro idioma, ha 415 comitati e circa 200.000 studenti nel mondo, ma conta molto sul volontariato. Infatti, nonostante lavori tanto, riceve come finanziamento statale solo 650.000 euro annui. È impressionante il paragone con altri Paesi europei che, da tempo, hanno capito come la conoscenza allargata del proprio linguaggio sia una risorsa nazionale. Lo Stato francese, così attento alla francofonia, investe 760 milioni annui di euro per lo studio del francese all'estero. La Gran Bretagna, a fronte dell'universale domanda d'inglese, dà al British Council ben 826 milioni. La Germania ne offre al Goethe 218, per l'apprendimento del tedesco. L'Istituto spagnolo Cervantes ne riceve ottanta. Anche il piccolo Portogallo ha da poco attrezzato l'Istituto Camòes per l'apprendimento del portoghese e l'ha dotato di 12 milioni annui. L'Italia non investe sulla diffusione dell'italiano. Eppure l'internazionalizzazione del Paese necessita di politiche per rendere accessibile e attraente questo studio nel mondo. Infatti Esiste una vera "italsimpatia", un`attrazione forte, che è anche quella per un mondo di qualità, di storia, di cultura, di stile, di arte e musica e tant`altro. Un'italianità, che non è aggressiva e imperialista, ma parla di umanesimo e di buon vivere (si pensi alla cucina). Così il linguista Luca Serianni commenta questa attrazione: è "una prova del potere, anche economico se pensiamo al relativo indotto, di un prestigio essenzialmente storico-culturale". Intendiamo incrementare questo capitale?

giovedì 28 gennaio 2016

Basta vittime in mare: corridoi umanitari contro le stragi

Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Ci siamo quasi abituati alle morti in mare. Mi chiedo se ci commuoviamo ancora, come qualche mese fa, per la fine di Aylan, il bambino curdo-siriano affogato nel Mediterraneo. Bisogna interrompere la catena di morti. L'Europa pensa invece a difendersi dai rifugiati. Dove devono andare i profughi siriani, che hanno alle spalle la guerra? Tentano la sorte in mare o marciano, con il freddo, per l'Anatolia e i Balcani. Rischiano e si sottopongono a una specie di "selezione" naturale. C'è chi
muore e chi arriva.
I rifugiati non possono altro che fuggire. Vorrei, però, parlare di un'altra via. È delineata dall'accordo sui "corridoi umanitari", da poco firmato dai ministeri degli Esteri e dell'Interno italiani, dalla Comunità di Sant'Egidio, dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e dalla Tavola valdese. Lo scopo è evitare le morti in mare. Per quale motivo chi ha diritto all'asilo, come rifugiato, deve affrontare il terribile azzardo del mare? Deve rischiare la vita sua e dei figli? Bisogna creare corridoi umanitari per far giungere direttamente queste persone nei nostri Paesi. L'accordo riguarda un migliaio di persone vulnerabili (donne con bambini, anziani, disabili...), che sarebbero facili vittime dei trafficanti. Si tratta di rifugiati in Libano (sfollati siriani) e in Marocco (profughi subsahariani). Il Ministero degli Esteri rilascia i visti per motivi umanitari su una lista formulata con precisi criteri. Non sarà gente ignota ad arrivare nel nostro Paese (è una sicurezza per l'Italia).
Gli evangelici italiani e Sant'Egidio, oltre che individuare i rifugiati, si impegnano per l'integrazione e il sostegno economico delle persone giunte in Italia. Un notevole supporto viene dalla Tavola valdese attraverso il fondo dell'8 per mille. È un bell'esempio di ecumenismo concreto tra evangelici e cattolici a partire dai "poveri". Si vuole anche sperimentare il sistema dello sponsor, per cui rifugiati o immigrati possono godere del sostegno attivo di reti, gruppi o famiglie in Italia, che ne garantiscano l'inserimento e il sostentamento.
Mille visti possono sembrare una goccia nel mare. La speranza è che, in altri Paesi europei, si possano riprodurre simili esperienze, anche con l'impegno di Chiese e associazioni. I corridoi umanitari, soprattutto, mostrano che è possibile un'altra via: evitare i terribili viaggi della morte, in cui sono "selezionati" dal caso, dai trafficanti, dalla violenza del mare. Bisogna inventare nuove strade. Non ci si può nascondere dietro ai muri di fronte al dramma di milioni di persone. 

mercoledì 27 gennaio 2016

#giornatadellamemoria: la deportazione degli ebrei di Milano, nelle parole di Andrea Riccardi



Dal libro "Milano, 30 gennaio 1944 - memorie della deportazione dal Binario 21" riportiamo alcuni brani della prefazione firmata da Andrea Riccardi :


Il binario 21 è divenuto lo spazio e il riferimento di questa catena della memoria, che aggancia il passato al futuro. Non è qualcosa di museale, retorico o formale. L’esistenza di questo luogo, visitato da tanti, ma anche di questa catena della memoria è la risposta vera alla domanda che tanti testimoni si pongono sul futuro. Settimia Spizzichino, ebrea romana portata a Auschwitz, si chiedeva alla fine della vita: “E che accadrà quando noi non ci saremo più? Si perderà il ricordo di quell’infamia?”. Questa domanda trova una sua risposta anche al binario 21.
Da dieci anni, questo binario, in un angolo chiuso della stazione, è il Memoriale della Shoah a Milano, che sfida la dimenticanza, la disumanità e l’insensibilità. Sul binario sostano vagoni bestiame dello stesso tipo di quelli utilizzati per il trasporto degli ebrei. Parlano nel loro silenzio. Nello spazio del Memoriale non ci sono spazi museali, ma campeggia la scritta “INDIFFERENZA”, suggerita da Liliana Segre. Ci sono poi i nomi dei deportati: donne, uomini, bambini, anziani. E’ l’espressione di una memoria nuda, senza orpelli, che in quegli spazi ha una dimensione veramente drammatica: il dramma di quello che successo il 30 gennaio e il dramma dell’indifferenza.Nei dieci anni trascorsi, il binario 21 è divenuto un luogo visitato, ma anche uno spazio aperto agli incontri con i testimoni della Shoah e a tante manifestazioni di ricordo e memoria. Uno spazio vivo. Oggi la Fondazione Memoriale della Shoah, guidata da Ferruccio de Bortoli e Roberto Jarach, guida e gestisce quella convergenza di persone e sensibilità che si è creata attorno al binario 21. Infatti, niente è uguale e la Shoah ha un suo carattere drammaticamente proprio, quello che Settimia Spizzichino chiamava il "più grande furto della storia". Tuttavia il ricordo del 30 gennaio rende sensibili e apre ad altri drammi della storia, a quelli passati come a quelli contemporanei. Non è un caso che questo libro riporti varie testimonianze sui drammi e i genocidi del XX secolo, come quello degli armeni e degli altri cristiani nel 1915, quello dei rom e sinti, quello cambogiano o la dolorosa vicenda dei desaparecidos argentini. C’è un ultimo aspetto che la dinamica della memoria ha innestato attorno al binario 21 e viene ricordato nel libro, nonostante sia un fatto recente del 2015. La Stazione di Milano è divenuto un punto di approdo di tanti rifugiati, tra cui siriani e eritrei e molti altri. Ebbene il Memoriale della Shoah, con i suoi spazi, si è aperto all’accoglienza temporanea di quelli che passavano per Milano, offrendo la possibilità di dormire qui. Ho visitato una sera questi spazi, tra cui l’angolo per il gioco dei bambini. Sono rimasto colpito dai drammi che egnavano la vita di questi rifugiati e dall’ambiente che li riceveva. L’accoglienza non era stonata. Al binario 21 sono state accolte quasi cinquemila persone, poi ripartite per altre destinazioni. Il Memoriale mi è apparso un luogo in cui il ricordo si faceva solidarietà a quelli che oggi sono oppressi dalla guerra e dalla persecuzione. Non un museo. Non un monumento. Ma un organismo vivente di memoria e solidarietà, che aveva trovato uno spazio significativo. E’ la storia raccontata da questo libro, originale e drammatica, ma anche viva e aperta al futuro.

Andrea Riccardi

martedì 26 gennaio 2016

In tanti a Grosseto ad ascoltare Andrea Riccardi sul martirio del popolo armeno

Grande successo di pubblico questa sera al Comune di Grosseto per l'incontro con il Presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi sul tema storico del genocidio degli Armeni
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venerdì 22 gennaio 2016

Che cosa ci insegna oggi la storia delle città. Il caso di Salonicco

Andrea Riccardi a Salonicco
nella chiesa dove predicò San Paolo
A differenza dell'Italia, nel mondo mediterraneo luoghi caratterizzati da coabitazione tra religioni ed etnie diverse hanno subito radicali cambiamenti. La storia di tante città del mondo è segnata da traumi che hanno inciso sul tessuto urbanistico e hanno sconvolto la composizione della popolazione. È una storia che le nostre città italiane non hanno vissuto. Anche se lamentiamo alcuni scempi, le nostre città conservano non solo i monumenti, ma anche un po' del tessuto in cui sono state pensate. Nel mondo mediterraneo, città caratterizzate da coabitazione tra religioni ed etnie diverse, hanno invece subito radicali cambiamenti. Specie nell'impero ottomano: da Sarajevo a Gerusalemme, da Istanbul a Salonicco.
Sui traumi delle guerre e degli spostamenti delle popolazioni, spesso si è innestata una politica urbanistica di demolizioni, lasciando isolati - se c'erano - i monumenti fuori dal contesto. Certo, non ovunque. Si pensi però a Salonicco, la seconda città greca. Oggi è tutta diversa dalla città di un secolo fa. Ha una storia antica (fondata nel lontano 315 a C. ben prima di Costantinopoli) e conserva splendidi monumenti, specie del periodo bizantino. Ma la città è paradossalmente nuova, con tutte costruzioni recenti. La cementificazione non è solo frutto della speculazione della seconda metà del Novecento, ma di una storia traumatica. All'inizio del Novecento era ancora una tipica città ottomana dove diverse comunità religiose ed etniche vivevano insieme, simile a Istanbul o a Smirne. Nel 1913 la popolazione arrivava a 157.889 abitanti (oggi è poco più di 350.000). Gli ebrei erano la comunità più forte, tanto da definirla: "una Madre per Israele". Seguivano i turchi musulmani (45.000) e i greci (40.000). C'erano poi bulgari, albanesi, rom e gente balcanica.
Qui nacque il fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal, la cui casa, annessa al consolato turco, può essere visitata. Salonicco, greca da1 1912, restò solo per pochi anni cosmopolita. Il 18 agosto 1917 fu distrutta da un terribile incendio e 70.000 persone persero la casa. Le 37 sinagoghe, con preziose biblioteche, andarono distrutte. Così molte moschee. Si salvarono le chiese storiche (molte trasformate in moschee nel periodo ottomano, poi riconvertite al culto ortodosso).
 Dopo l'incendio, un secondo trauma toccò Salonicco è diversa da un secolo fa. Conserva monumenti, specie del periodo bizantino, ma è paradossalmente nuova con tutte costruzioni recenti la città: lo scambio di popolazione tra il 1922 e i1 1924. I musulmani greci furono trasferiti in Turchia e i cristiani di Turchia in Grecia. Ci fu scambio di popolazione con la Bulgaria. Si volevano creare Stati etnicamente omogenei. Scomparivano i minareti - come in gran parte dei Balcani -, che avevano per secoli segnato il paesaggio. Salonicco, soprannominata "capitale dei rifugiati", accolse più di 90.000 greci.
Ancora oggi, nel palazzo innanzi alla casa di Ataturk, c'è la sede di un comitato di greci del Ponto, discendenti dagli esuli dell'Anatolia. Dopo la Prima guerra mondiale, finì la città della coabitazione, ma vi restò una comunità ebraica di 45.000 persone e più, discendenti degli ebrei espulsi dalla Spagna cattolica e rifugiatisi nell`impero ottomano. Ne1 1943 avvenne il terzo terribile trauma: i nazisti deportarono e sterminarono gli ebrei. Ormai la città era solo greca. Ne1 1978, un terremoto la sconvolse ulteriormente. La Salonicco odierna, pur d'origine antica, è frutto dei cambiamenti, che l'hanno resa nuova e tanto differente in mezzo secolo. Ma oggi, con la globalizzazione, gente diversa torna a vivere insieme in quasi tutte le città del mondo.

Articolo di Andrea Riccardi apparso su "Sette" del Corriere della Sera il 22 gennaio 2016

lunedì 18 gennaio 2016

Papa in sinagoga. Andrea Riccardi: Contro violenza e guerre una fratellanza religiosa

«Secondo la tradizione giuridica rabbinica, un atto ripetuto 3 volte diventa chazaqà, consuetudine fissa» - così ha detto il rabbino Di Segni nel tempio di Roma. Alludeva alla terza visita di un Papa alla sinagoga, quella di Francesco: «Il segno concreto di una nuova era dopo tutto quanto è successo nel passato». Ormai la visita è un passaggio decisivo per i Papi, segno dell'«imprescindibile legame» tra Chiesa e ebrei (per usare le parole di Francesco). Davvero un'era nuova.
Gli ebrei romani, per secoli, sono stati costretti all`umiliazione durante il corteo del Papa neoeletto verso il Laterano. Oggi invece la Chiesa li cerca come fratelli che conosce da vicino. Il Papa, nella parte più toccante del suo discorso, ha condiviso il dolore degli ebrei di Roma per la deportazione nazista (fatto molto sentito dalla comunità): «Le loro angosce, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate».
L'«imprescindibile legame» non è un'astrazione: «Non accogliamo il Papa per discutere di teologia», ha spiegato Di Segni. Ha aggiunto: «Accogliamo il Papa per ribadire che le differenze religiose non devono però essere giustificazione all'odio e alla violenza, ma ci deve essere invece amicizia». Di Segni ha fatto un discorso non formalmente dialoghista ma denso di responsabilità. Quella a cui i leader religiosi sono chiamati innanzi al terrorismo, ma pure ai grandi vuoti della società. Il senso di urgenza del rabbino ha trovato eco nel Papa, che ha dichiarato con forza come la violenza sia «in contraddizione con ogni religione degna di questo nome». La fede faccia crescere ha aggiunto Francesco - la «benevolenza» verso ogni persona.
Una santa alleanza tra religioni? In realtà giunge a maturazione il processo inaugurato da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986, quando auspicò «energie per un nuovo linguaggio di pace, per nuovi gesti di pace... che spezzeranno le catene fatali delle divisioni ereditate dalla storia». I processi nel mondo religioso non sono facili né lenti, ma spesso irreversibili.

Andrea Riccardi

venerdì 15 gennaio 2016

La visita di Papa Francesco alla sinagoga di Roma: ebrei e cristiani sono destinati a vivere insieme

"Vivere insieme tra ebrei e cristiani deve diventare sempre più un fatto di popolo: è l’amicizia che Bergoglio, il Papa della Chiesa di popolo, va a rinnovare nel tempio". Con queste parole Andrea Riccardi saluta la visita che Papa Francesco compirà domenica 17 gennaio alla sinagoga di Roma.

In due articoli pubblicati oggi sul Corriere della Sera e su Sette, Riccardi spiega l'importanza di questa visita alla luce del percorso di dialogo e amicizia già avviato da Giovanni Paolo II, il primo Papa ad aver visitato il Tempio degli ebrei, e che passando per Benedetto XVI segna un'altra importante tappa nell'incontro di Papa Bergoglio con la Comunità ebraica romana.

La visita in sinagoga del Pontefice per un’amicizia che si rafforza. (Corriere della Sera)

Francesco rilancia il dialogo con gli ebrei (Sette)

giovedì 14 gennaio 2016

Francesco e gli ebrei, il dialogo continua

Bergoglio consolida un cammino già tracciato dai suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger, dopo un lungo passato doloroso


Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Francesco va al Tempio Maggiore degli ebrei di Roma a trent'anni dalla prima visita di un Papa in una sinagoga. Era il 1986, quando Giovanni Paolo II varcò la soglia del tempio accolto dal rabbino capo, Elio Toaff. Alle spalle c'era una storia dolorosa. Basti pensare all'imposizione (fatta dai Papi) della residenza nel ghetto dal 1555 e all'obbligo di ascoltare le "prediche coatte" sul cristianesimo. La residenza forzata nel quartiere durò sino al 1870, con la fine del Governo pontificio. C'era poi la memoria della razzia degli ebrei romani da parte dei nazisti, il 16 ottobre 1943, e dei "silenzi" di Pio XII (nonostante l'accoglienza di parecchi istituti ecclesiastici verso i perseguitati). La storia tra Chiesa cattolica ed ebraismo, d'altra parte, non è stata facile. La svolta del Vaticano II, con la dichiarazione Nostra aetate e la caduta dell'accusa di deicidio agli ebrei, ha aperto il dialogo.

Ma il Papa polacco, amico degli ebrei e testimone della Shoah in Polonia, volle fare un gesto simbolico. Trovò in Toaff un interlocutore audace. Anche se c'erano varie questioni aperte: nel 1986, la Santa Sede non riconosceva lo Stato d'Israele (che Paolo VI non aveva nominato durante il viaggio in Terra Santa, pur salutando il presidente israeliano). Papa Wojtyla volle il riconoscimento nel 1993. La visita al tempio di Roma fu una svolta epocale davanti al mondo. Wojtyla è stato un Papa tanto amato dagli ebrei e ancora lo è. Per lui era vitale il rapporto con i "fratelli maggiori", come diceva con espressione mutuata dal poeta polacco ottocentesco, Adam Mickiewiz.

Benedetto XVI, con una visita e un importante discorso nel 2010, ha posto fine a un momento di tensione con l'ebraismo. In quell'occasione rese omaggio alle vittime della Shoah, deponendo un cuscino di fiori in Largo i6 ottobre 1943, dove gli ebrei furono ammassati nei camion nazisti. Papa Francesco giunge al tempio in un clima sereno di rapporti: dopo la visita in Israele e la preghiera per la pace in Terra Santa in Vaticano con Shimon Peres e Abu Mazen. Da pochi giorni è entrato in vigore l'accordo che porterà all'accreditamento d'un ambasciatore palestinese in Vaticano e che ha suscitato il disappunto israeliano. Il fatto non turba però la visita, che è l'occasione di un incontro diretto e "romano" tra Bergoglio e gli ebrei. La crisi morale di Roma è presente nell'incontro tra il vescovo e gli ebrei della città. Ma c'è anche un significato più largo: l'ormai indistruttibile vicinanza tra ebrei e cattolici innanzi agli scenari di un mondo difficile.

mercoledì 6 gennaio 2016

I cristiani soffrono, fermiamo la strage

Il loro, dice Francesco, è il "martirio di oggi". Adesso non si può più assistere impotenti

Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana 

I cristiani soffrono in tante parti del mondo. A ottobre l'Isis ha assassinato tre cristiani assiri in Siria. Il fatto non ha suscitato reazioni, anche perché gli assiri sono un gruppo piuttosto malvisto da vari settori cristiani per un'antica diffidenza. L`accaduto è un segno preoccupante anche per altri 253 assiri rapiti dall'Isis. I terroristi chiedono un riscatto. Il loro vescovo, Afram Athnil, che vive tra il territorio dei curdi e quello di Assad, ha scritto all`Isis, dichiarando che i cristiani sono pacifici e non combattono nel conflitto. Purtroppo è stato lasciato solo. Ma, nonostante la debolezza della sua Chiesa, è riuscito a liberare più di 150 dei suoi. 
Mappa dei luoghi dove i cristiani sono perseguitati
Così soffrono i cristiani. Papa Francesco ne ha parlato come del "martirio contemporaneo". Oggi, forse, i media sono un po` più attenti ai perseguitati. Qualche giorno fa hanno dato notizia di un triste fatto accaduto nelle Filippine: nove cristiani uccisi e un villaggio attaccato dai ribelli islamici. Ma cosa si può fare? Non c`è una risposta facile. Ma non bisogna rassegnarsi alla loro sofferenza come a qualcosa di normale. La guerra, poi, peggiora sempre la loro condizione: í conflitti in Iraq e Siria hanno distrutto le comunità cristiane. Ci vuole subito la pace! Ma non basta. Talvolta i cristiani sono un obiettivo per la loro vita pacifica o per la loro fede. Colpirli rappresenta, per gli estremisti islamici, una specie di legittimazione. È necessario monitorare le situazioni di rischio che li vedono coinvolti: è un'esigenza che interroga la Chiesa cattolica, le altre Chiese o le istanze ecumeniche. Non si può prevenire e aiutare di più? Non sempre è facile. Ma non si può assistere impotenti. Laddove è possibile, si deve provare a intervenire con intelligenza, solidarietà e coinvolgimento della comunità internazionale.
Non bisogna vergognarsi di dire che - lo ha fatto il Papa - i cristiani oggi sono la comunità religiosa più perseguitata al mondo. Questo è anche una lezione umana per noi che viviamo al sicuro. Chiede preghiera e solidarietà da parte nostra per quanti soffrono. Ma ci apre anche a una comprensione del cristianesimo oggi come di una comunità umile, sofferente, povera. Non per nutrire il vittimismo o legittimare "crociate", ma per capire meglio la realtà del cristianesimo oggi e vivere in maniera conseguente. •

lunedì 4 gennaio 2016

Natale della Misericordia con i nuovi europei


Natale 2015, nel Giubileo della misericordia. Il pranzo di Natale nella basilica di Santa Maria in Trastevere