venerdì 23 dicembre 2016

Le storie della Shoah raccontante dai volti di vittime e persecutori in una mostra a Roma

Le storie della Shoah non finiscono mai di rivelare qualcosa di nuovo. Non basta l'evocazione retorica di quella vicenda, come talvolta è avvenuto con la Resistenza. Anzi questo crea il fastidio di un rituale. Invece la Shoah va narrata e studiata sempre più in modo approfondito. Se si scava, si trova tanta umanità dolente e s'incontrano inedite dimensioni dell'inferno che è stata. Del resto questo era il metodo dei rabbini e degli studiosi ebraici della Bibbia, che scavavano nella pagina della Scrittura, approfondendola con nuove spiegazioni. Metodo, ripreso e rilanciato, dalla lectio dei Padri della Chiesa sulle pagine bibliche. La Shoah ha tanti volti. Il suo volto romano mi ha sempre interrogato. A Roma la Shoah è scoppiata, improvvisa, dopo 1'8 settembre, mentre gli ebrei, in gran parte, si sentivano al sicuro. La caccia all'ebreo è avvenuta in modo rapido, drammatico, intrecciandosi con la presenza della Chiesa a Roma sotto la guida di Pio XII. Da anni si scrive sulla vicenda. Tuttavia, la recente mostra sulla razzia degli ebrei di Roma getta nuova luce su quella terribile storia (in modo semplice e comunicativo ma filologicamente attento). Marcello Pezzetti ha realizzato, con intelligenza, la mostra e curato il catalogo, 16 ottobre 1943. La razzia, pubblicato da Gangemi. La location dell'evento è tanto evocativa: la casina dei Vallati, antico edificio prospiciente il Portico d'Ottavia, dove stazionarono i camion tedeschi per caricare i deportati quel Sabato "nero" del 16 ottobre 1943.
Quello spazio è stato rinominato "Piazza 16 ottobre 1943". Uno degli aspetti più toccanti sono le immagini dei persecutori e delle vittime. Abbiamo letto tante ricostruzioni, ma forse non abbiamo mai visto i volti. Ci sono tante foto di ebrei poi deportati: bambini, feste di famiglia, adulti e anziani. Ricordano una vita indifesa, tra tante difficoltà (come le leggi razziste del 1938), ma serena e inconsapevole del prossimo annientamento. Ci sono i resti di tante esistenze, conservati gelosamente in archivi familiari degli scomparsi. Si vede un quaderno del 1942, appartenente a Rina Di Veroli (di cui c'è una bella fotografia con il fratello Adolfo): dettati, cultura fascista, poesia. I due ragazzi sono morti ad Auschwitz. Il padre, Renato, che li ha cercati per anni sperando fossero sopravvissuti, ha conservato le reliquie di quelle piccole vite spezzate. Nelle foto, riprese in momenti di gioia, le vittime spesso sorridono. Così la piccola Ada Tagliacozzo, poi strappata dalla casa della nonna. Il padre, Arnaldo, salvatosi il 16 ottobre, fu poi tradito e morì ad Auschwitz. I romani, che hanno venduto gli ebrei per denaro, aleggiano in questa storia. Nella mostra ci sono i biglietti lanciati dal treno verso Auschwitz: «Prego chi avrà in mano questo biglietto di recapitarlo subito...», scrive Silvia Sermoneta. Guardiamo le foto dei persecutori: Theodor Dannecker, SS ed esperto per le questioni ebraiche, piombato a Roma per la razzia. Aveva all'attivo varie operazioni antiebraiche in Francia, Bulgaria. Morì suicida a 32 anni nel i945. Il suo volto è banale. Si vedono le foto dei collaboratori e dei soldati usati per la razzia, dei vertici militari e diplomatici tedeschi a Roma (meno convinti dell`operazione per motivi pratici e politici). Gli attori della deportazione compaiono accanto alle vittime. I tedeschi hanno evitato di fotografare le azioni contro gli ebrei; invece queste sono state rappresentate di nascosto da un testimone d'eccezione, Aldo Gay. I suoi dipinti, realizzati in quei giorni, sono oggi esposti alla mostra. Quasi istantanee. Il pittore, non ancora trentenne, sfuggito alla retata, riprodusse in disegni a china e matita i vari episodi cui assistette i1 16 ottobre: le deportazioni delle famiglie e gli arresti. I tedeschi guardarono in faccia quegli ebrei? Il capo delle SS, all'inaugurazione di Dachau nel 1933, aveva detto: «Non li consideriamo come uomini della nostra specie». C'era un muro di odio e pregiudizio che nascondeva, ai loro occhi, bambini come i loro o anziani come i loro genitori o nonni. Quei tedeschi erano efficienti ingranaggi di una macchina di morte che allora funzionava a pieno ritmo in quasi tutta l'Europa.

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 Articolo di Andrea Riccardi pubblicato sul magazine Sette del Corriere della Sera del 23/12/2016 

giovedì 22 dicembre 2016

Aleppo non c'è più. Ricominciare sarà difficile

Aleppo - scrive Andrea Riccardi - era un simbolo di convivenza. Ma dopo tanto odio - si chiede il fondatore di Sant'Egidio - come sarà possibile vivere insieme?


Aleppo è libera? Prima di tutto è stata distrutta nella sua struttura urbanistica, nella vita dei suoi cittadini, nel suo animo profondo. È stata distrutta da una guerra folle. La ribellione, nelle sue diverse fasi e organizzazioni, ha preso in ostaggio la vita di tanti aleppini e interi quartieri, trasformati in luoghi di resistenza alle forze armate del presidente siriano. È stato un dramma umanitario d'incredibili proporzioni. La lotta armata non vale il martirio di una città e dei suoi abitanti. D'altra parte, i siriani di Assad con i loro alleati sono stati spietati sino alla fine. I russi sono entrati in campo nel 2015. Ma, dal dicembre 2013, l'aviazione siriana sgancia barili di esplosivo sui quartieri controllati dai ribelli. È stata una vicenda atroce che mostra come la vita della gente, dei bambini e dei malati, non valga quasi niente rispetto a un'affermazione politico-militare notevole, come l`eventuale presa di Aleppo. C'è una grande responsabilità dei differenti attori di questa tragedia. Bisognava fermare quella che è la più grande tragedia umanitaria dalla fine della Seconda guerra mondiale. Era la priorità assoluta. In questo spirito ho lanciato nel 2014 la campagna Save Aleppo: aprire corridoi umanitari, preservare la città come uno spazio dove non si combatte, per salvare le vite umane e un habitat unico al mondo.
Aleppo è libera? Prima di tutto è stata distrutta nella sua struttura urbanistica, nella vita dei suoi cittadini, nel suo animo profondo. È stata distrutta da una guerra folle. La ribellione, nelle sue diverse fasi e organizzazioni, ha preso in ostaggio la vita di tanti aleppini e interi quartieri, trasformati in luoghi di resistenza alle forze armate del presidente siriano. È stato un dramma umanitario d'incredibili proporzioni. La lotta armata non vale il martirio di una città e dei suoi abitanti. D'altra parte, i siriani di Assad con i loro alleati sono stati spietati sino alla fine. I russi sono entrati in campo nel 2015. Ma, dal dicembre 2013, l'aviazione siriana sgancia barili di esplosivo sui quartieri controllati dai ribelli. È stata una vicenda atroce che mostra come la vita della gente, dei bambini e dei malati, non valga quasi niente rispetto a un'affermazione politico-militare notevole, come l'eventuale presa di Aleppo.
In quel momento si poteva ancora salvare lo specifico della città, che era anche un messaggio al mondo arabo musulmano: l'arte di vivere insieme, prodotta da una lunga e ricca storia. Dopo tanto odio, tante violenze, tante bombe, come sarà possibile vivere insieme? Si potrà ricostruire la vicenda di quattro anni e mezzo di guerra urbana e discernere le responsabilità del Governo e dei suoi alleati da una parte, quella dei siriani dell'armata libera, di Al Qaeda divenuta Al Nusra, dell'Isis, dei curdi, delle altre forze in campo? Né si dovranno dimenticare le responsabilità delle grandi potenze e di quelle regionali. Ma il punto è un altro: ogni ragione, ogni interesse nazionale, ogni strategia di liberazione, ogni difesa della propria libertà, è niente e non vale la fine di una città, anzi la fine del mondo che Aleppo rappresentava. È troppo sacrificare Aleppo a un interesse, fosse il più nobile. E molti interessi erano tutt'altro che nobili! C`è un limite che non si può oltrepassare. E lo si è ampiamente fatto, calpestando tante vite umane e distruggendo una nobile storia e la possibilità di un grande futuro. Questo, oggi, ci deve far pensare. La distruzione di Aleppo ha pienamente riabilitato la guerra nel XXI secolo. Ci saranno una presa di coscienza e una svolta? Oppure si preparano tempi duri, in cui ci saranno tante nuove Aleppo?

Articolo pubblicato  su Famiglia Cristiana

domenica 18 dicembre 2016

L'eredità di Paolo Prodi: Un metodo per interpretare il presente «nel fiume di parole che scorre»

Paolo Prodi è stato uno storico europeo con salde radici nel mondo tedesco (si pensi al rapporto fecondo e discepolare con lo storico del Concilio di Trento, Hubert Jedin), ma espressione della storiografia italiana (la scuola di Delio Cantimori). Oggi, con la sua scomparsa, misuriamo l'ampiezza della ricerca, cui ha lavorato fino alla fine. Molto giovane pubblicò studi sul Concilio di Trento e due volumi sul cardinal Gabriele Paleotti (il primo nel 1959 a ventisette anni), figura decisiva specie in rapporto all'arte postridentina.
Nella maturità, ha segnato la ricerca storica con pietre miliari, quali Il Sovrano Pontefice, in cui mostrava come lo Stato papale non fosse, sulle soglie dell'età moderna, solo un relitto medievale, ma un soggetto rilevante tra gli Stati moderni, che ha condotto a un'incorporazione della religione e delle forme sacrali nella politica, oppure lo studio sulle origini del dualismo contemporaneo tra coscienza e diritto. Lo storico spaziava sull'età moderna e contemporanea, consapevole del ruolo del cristianesimo nel formare coscienza e istituzioni in Europa, ma attento a evitare una storia della Chiesa a parte, una storiografia ecclesiastica. Nella sua lezione, s'intrecciano senso della complessità e cultura poliedrica che gli permetteva di cogliere la trasversalità dei processi. È stato, certo, un grande storico italiano, il più grande di quelli di tradizione culturale cattolica negli ultimi tempi. Per lui, gli ultimi anni sono stati tanto fecondi: non per arricchire gli studi di sempre come un pensionato dell'accademia, ma per maturare una visione profonda e di sintesi, scevra però di semplificazioni.
Si pensi al volume Profezia vs utopia del 2013, in cui osserva come la forte voce della profezia si sia spenta con l'avvento della modernità, diventando utopia secolarizzata o rivoluzionaria o, dall'altra parte, visioni "sussurrate" nell'intimità cattolica come quelle mariane.
Negli ultimi anni, ha focalizzato un sistema interpretativo o, meglio, una lettura in profondità del tempo moderno, sempre segnato dalla cifra della complessità, per lui aderente alla realtà e alla storiografia del profondo. Lascia in eredità un metodo sicuro «nel fiume di parole che scorre ogni giorno», scriveva nel 2015 in Homo europaeus. Aggiungeva: «I problemi politici e economici dell'Europa appaiono sempre più inseriti nel quadro antropologico che coinvolge tutto l'uomo». Sarà necessario ritornare sugli ultimi suoi studi: lasciano una grossa eredità a chi crede che il tempo presente non si capisca senza dimensione storica, ma anche sfidano una storia di nicchia che sostituisce a visione e senso pubblico specialismo e organizzazione. È fondamentale ricordare che Prodi ha condotto la sua "battaglia" con la "povertà" dell'artigiano (ricerca e scrittura) e la sapienza della sua cultura. Con audacia e umiltà. Non era solo un uomo di biblioteca. Lo ricordo alla facoltà di Magistero di Roma, sul finire degli anni Settanta, quando condivideva l'ufficio con lo storico Pietro Scoppola: s'intrecciavano tra loro conversazioni fitte tra storia e politica, in un tempo di crisi della Repubblica, ma in cui si pensava che la politica avesse bisogno della storia. Prodi è stato un appassionato del proprio tempo, capace di battaglie, discussioni pubbliche, costruzioni e rotture: nella cultura, in politica e nella Chiesa. Nel suo ultimo scritto, Profezia, utopia, democrazia, dell'agosto 2016, ripercorreva le polemiche postconciliari tra progressisti e conservatori, notando come avessero impregnato negativamente il dibattito, mentre il grande Vaticano II aveva vaga coscienza dell'avvento della globalizzazione. Lo colpiva oggi Francesco («una goccia» nella grande transizione), ma un papa-profeta che «lascia che nell'accampamento si torni a profetizzare». E concludeva: «Sta nascendo qualcosa di nuovo, un nuovo rapporto tra profezia e istituzione», perché «la Chiesa siamo noi e la corruzione non viene dall'esterno».


Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul quotidiano Avvenire il 18 dicembre 2016

venerdì 16 dicembre 2016

Pochi capirono il nuovo slancio vitale dei giovani durante l'alluvione di Firenze

Nel mese scorso, in occasione del cinquantenario, si è molto parlato della vicenda dell'alluvione di Firenze del novembre 1966. Sono emerse testimonianze e immagini. Soprattutto, a distanza di cinquant'anni, si è meglio valutata la portata di quell'evento, non solo per le distruzioni operate (700.000 tonnellate di fango si rovesciarono sulla città), ma per l'impatto sui fiorentini e sugli italiani. La città ferita attirò l'attenzione e l'aiuto di tanti italiani, che accorsero rapidamente a soccorrere i suoi abitanti. Fu un fatto eccezionale. Se ne accorse don Lorenzo Milani, isolato nella sua montagna di Barbiana ma attento a quanto succedeva. Con i suoi ragazzi fece raccolte per gli alluvionati. Ma, soprattutto capì, che c'era un clima nuovo tra i giovani e la gente: parlò di un ritorno al clima unitario della guerra, tanto che "preti" e comunisti lavoravano insieme. Firenze ferita, infatti, fu sentita come qualcosa che riguardava tutti gli italiani. Anche tra quelli all'estero, ci furono importanti collette per il capoluogo toscano. Macchine con altoparlante, nei primi giorni dopo l'alluvione, giravano per Firenze, dando questo messaggio: «Studenti, aiutateci a salvare i capolavori di Firenze!». Da fuori Firenze, vennero in tanti. Molti i giovani. L'Università di Bologna organizzò lo spostamento di 2.483 studenti con un trasporto autonomo pendolare. Giorgio La Pira, che visse con passione quel dramma cittadino, incontrò giovani di vari Paesi europei (e anche israeliani) e concluse: «I giovani hanno capito che Firenze appartiene a loro, come gli appartiene il futuro. Hanno lavorato con la stessa passione nelle cantine e nelle biblioteche». Ci fu infatti una percezione diffusa: Firenze, con la sua bellezza e la sua arte, era di tutti. Molti giovani vennero ad aiutare, mentre la macchina statale dei soccorsi era lenta e inadeguata. Si è sottovalutato l'impatto di questa esperienza "nazionale" e di solidarietà in una generazione, limitandosi a considerarla un episodio. I due decenni di storia repubblicana, fino allora trascorsi, erano stati all'insegna del conflitto politico tra Dc e Pci sul modello delle elezioni del 18 aprile 1948. Quella era la Repubblica Ed ogni partito aveva il suo movimento giovanile, vivaio dei suoi quadri futuri. E, prima ancora, la generazione della guerra mondiale aveva vissuto l'esperienza drammatica dell'8 settembre 1943, lo sbando totale delle forze armate e la fine dello Stato. «Tutti a casa», era stato il grido che esprimeva la volontà dei giovani italiani in armi che si riprendevano la libertà. Nel 1960, era divenuto il titolo di un film di Luigi Comencini sugli avvenimenti dell'8 settembre. «Tutti a Firenze» e non più «Tutti a casa»: giovani di regioni diverse si ritrovarono nella capitale toscana ferita e sommersa dall`alluvione; lavorarono insieme e s'incontrarono socializzando in modo trasversale. Tra l'altro si manifestò una solidarietà tra gli studenti e le forze dell'ordine, non scontata in quel periodo specie per la sinistra. Allora ben 6.000 salvataggi furono realizzati dai vigili del fuoco, carabinieri, polizia ed esercito. Intanto, nelle città dove fu spostato una parte del patrimonio librario imbevuto di fango (come a Roma, ricordo al palazzo della civiltà italiana all`Eur), i più giovani, che non erano andati a Firenze, davano il loro tempo per pulire i libri. L'anziano Giuseppe Prezzolini, non tenero verso i giovani («capelloni, sporchi e maleducati»), dovette notare con una certa condiscendenza: «È emerso un buon comportamento dei giovani, che sono accorsi ad aiutare e si sono mostrati diversi da quello che dicono le voci correnti...». L'alluvione di Firenze dette luogo a un vasto protagonismo giovanile: era l'espressione di una generazione folta da un punto di vista demografico e di un'Italia non invecchiata; manifestava voglia di fare e di esistere, da cui sarebbe sgorgato il volontariato degli anni successivi e l'impegno politico su vari fronti. Nessuno capì che quello slancio vitale e solidale significava qualcosa di nuovo. Un anno e mezzo dopo, nel 1968, fu l'ora del movimento studentesco e di un'effervescenza giovanile, destinata a lasciare un'impronta, specie nella contestazione delle istituzioni. Il '68 fu una rivoluzione antropologica, anche se politicamente rappresentò un fallimento. Ma era una storia tutta diversa.

questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine Sette del Corriere della Sera del 16/12/2016

giovedì 15 dicembre 2016

Periferie tra disagio e nazionalismi. Rinasca una politica che sappia ascoltare

Nell'analisi del recente voto referendario in Italia di Andrea Riccardi, affidata alle pagine di Famiglia Cristiana, con il titolo "Passato il referendum, rinasca la politica, si leggono le motivazioni profonde di una protesta che si è espressa soprattutto nelle periferie e tra i giovani. "Senza una rinnovata politica si scivolerà nel populismo - scrive il fondatore di Sant'Egidio - E per rinnovarsi bisogna ascoltare"

Nelle periferie ha vinto il no, anche se non è stato solo un voto periferico. A Roma, nei due municipi con il reddito più alto ha vinto il sì. Nel resto della capitale il no: nel VI Municipio, periferico e a reddito basso, il no ha superato il 70%. A Milano in città ha vinto il sì con il 51,13%, che invece in provincia ha raggiunto solo il 47,38%. Il Mezzogiorno ha votato compattamente no, con punte oltre il 70% in Sardegna e Sicilia. C`è stata anche una frattura generazionale: il no ha avuto successo tra i giovani e il sì tra gli italiani sopra i 55 anni. La gente ha voluto far sentire la propria voce con una forte affluenza al voto, il 68,48%. 
L'Italia si è divisa tra il no e il sì.
È un fatto positivo per la salute della democrazia. Non è stato però solo il dibattito serrato a spingere al voto, ma anche la volontà di dire no. C'è nel voto qualcosa che va oltre la risposta al quesito sulla riforma costituzionale e al referendum su Renzi. Il no si è fatto carico del rifiuto e della protesta: è stata la manifestazione dei sentimenti delle periferie geografiche e urbane. Anche se non è l'unico significato politico attribuibile a questo voto. Si pensi ai giovani: al problema del lavoro e del loro futuro. Eppure i giovani in Gran Bretagna avevano votato contro la Brexit. Questa differenza segnala un grave problema di esclusione dei giovani italiani. Intere regioni si sentono ai margini. C`è un'Italia che si sente esclusa. C'è un Paese profondo che non si sente capito e rappresentato dal Governo e dalle istituzioni: le periferie urbane, i giovani o i meno giovani preoccupati del domani, cittadini spaesati in un'Italia europea e globale. Ma si crede che serva ancora votare. Bisogna capirli e creare una comunicazione nuova tra la gente e la politica. Dove sono gli attori di questo processo?
Si apre un grande compito del Governo, dei parlamentari e di quello che resta dei partiti. In Europa i populismi cavalcano le emozioni nel senso del nazionalismo, in chiave antieuropea: forniscono risposte semplici in un mondo complicato. Hanno però dimenticato la grande lezione del Novecento, che il presidente francese Mitterrand, nel suo ultimo discorso al Parlamento europeo, aveva così sintetizzato: «Il nazionalismo è la guerra». È un'illusione credere che con i nazionalismi la politica torni vicina alla gente. I nazionalismi portano invece pericolosamente lontano. La grande sfida oggi è far rinascere la politica: saprà ascoltare le domande e rispondere efficacemente? Senza una rinnovata politica si scivolerà nel populismo. E il rinnovamento comincia dall'umiltà dell'ascolto.

venerdì 9 dicembre 2016

Perché il comandante Fidel era così attento al mondo cristiano

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 9 dicembre 2016

Fidel Castro, da poco scomparso a novant'anni, è stato uno dei pochi leader comunisti a incontrare tre Papi nel suo Paese. Il primo incontro, quello con Giovanni Paolo II, è stato un fatto storico. Il Papa era aureolato dalla fama di vincitore del comunismo nell'Est europeo, ma Fidel giudicò di grande interesse accoglierlo a Cuba. La stampa internazionale accese i riflettori sull'isola, come mai era avvenuto. Successivamente Fidel, non più capo di Stato, ha voluto incontrare Benedetto XVI (cui ha chiesto consiglio su alcune letture) e Francesco, che visitavano Cuba.
Nonostante la sua coerenza ideologica, Castro ha avuto sempre un interesse particolare per il cristianesimo, non solo perché ha studiato dai fratelli cristiani e dai gesuiti all'Avana. Ha rivendicato come, a differenza di altri regimi comunisti, a Cuba non sia stato ucciso nessun prete a causa della rivoluzione. Anche se la Chiesa ha avuto le sue difficoltà specie nei primi anni del regime. Il libro-intervista a Castro, Fidel e la religione, realizzato nel 1984 dal domenicano brasiliano Frei Betto, vicino alla teologia della liberazione, è stato un successo editoriale: nella sola Cuba avrebbe venduto più di un milione di copie. Il leader cubano non ha tenuto una linea marxisticamente ortodossa sulla religione come "oppio dei popoli". Si è accorto presto del ruolo "rivoluzionario" dei cristiani in America Latina, come i cattolici nel movimento sandinista in Nicaragua. Del resto anche gli Stati Uniti (pur con valutazione politica diversa) avevano colto il potenziale "rivoluzionario" del cattolicesimo: alla fine del 1979, il presidente americano Carter chiese alla Cia di seguire con attenzione il mondo cattolico latino-americano per evitare sorprese pericolose. Fidel, a Roma per l`assemblea della Fao, visitò Giovanni Paolo II in Vaticano. Da anni si parlava di un viaggio del Papa a Cuba. Avvenne nel 1998. Gli interrogativi erano tanti. La visita di Giovanni Paolo II avrebbe avuto un impatto travolgente sul regime?
A Castro interessavano il Papa e i cattolici in genere, perché interlocutori non schiacciati sulla globalizzazione capitalista. O questo avrebbe piegato il Papa alla sua politica? Fu un viaggio storico, che rafforzò il cattolicesimo cubano, ma nel quale non ci furono né vinti né vincitori. Il "comandante" era troppo intelligente per presumere di utilizzare il Papa polacco: ne conosceva la statura e la capacità politica, aveva ammirazione per la sua personalità. Sapeva come fosse molto critico verso la teologia della liberazione, proprio per il rapporto con il marxismo. Parlando con Fidel, in una lunga conversazione all`Avana prima del viaggio papale, ebbi chiaramente la sensazione che il comandante fosse consapevole dell'alterità della Chiesa rispetto alla rivoluzione; tuttavia guardava con interesse il cattolicesimo e non solo quello affine alle posizioni di sinistra. Gli interessavano il Papa e i cattolici in genere, perché interlocutori non schiacciati sulla globalizzazione capitalista. Dopo l'89, con la fine dei regimi comunisti dell'Est e dell'Unione Sovietica, la Chiesa e il Papa rappresentavano una posizione autonoma rispetto agli Stati Uniti e all'Occidente, non atlantica. L'espressione chiave del messaggio wojtyliano, durante la visita a Cuba del 1998, rivela l'equilibrio della posizione del Papa: «Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba». Giovanni Paolo II non mirava a far cadere il comunismo, ma a rompere l'isolamento (frutto anzitutto dell'embargo americano) e a riattivare i canali di comunicazione della società cubana con il mondo. In America Latina quel viaggio ebbe una grande eco. Non è un caso che il card. Bergoglio creò a Buenos Aires un gruppo di lavoro per studiare la visita di Wojtyla nell'isola. Del resto è stato Bergoglio, divenuto Papa, a consigliare al presidente americano Obama di intraprendere presto il dialogo per nuovi rapporti tra Stati Uniti e Cuba. Ma questa è un'altra storia, in cui però il Papa e la Chiesa hanno avuto un ruolo di rilievo.

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Il leader Fidel e il giudizio della storia

Nell'indifferenza del mondo Aleppo muore. Davanti alla storia diciamo: Io non ci sto!

Andrea Riccardi, dopo le ultime vicende della guerra siriana che hanno ancora una volta avuto il loro centro nella città di Aleppo, torna a chiedere una mobilitazione delle coscienze perchè si metta fine alla tragedia della popolazione civile stretta tra due assedi.


Il secondo decennio del XXI secolo è marcato dalla follia della guerra siriana e della distruzione di Aleppo. Tante volte abbiamo denunciato il dramma di questa città assediata dal 2012, e ridotta allo stremo. Una nuova Sarajevo. E ben più grande! Abbiamo lanciato un appello, Save Aleppo, per una tregua che avrebbe potuto salvare tante vite umane, risparmiare dolori, non distruggere un prezioso tessuto urbano e tanti monumenti. Non c'è stato interesse da parte delle forze in campo e degli Stati coinvolti: non contava salvare Aleppo, ma affermare le proprie posizioni. Chi vincerà sarà il macabro padrone delle rovine. Tutti avranno un immenso conto da pagare con la storia. Non si è voluto salvare Aleppo, città simbolo: il luogo della tolleranza. Ben 300 mila cristiani su una popolazione di 1.900.000 abitanti, in gran parte musulmani sunniti, ma anche drusi, ismaeliti e alawiti. Accanto alla grande moschea omayyadde c'erano le chiese dei vari riti. Era anche una città aperta al futuro, la più dinamica della Siria. Tutto questo non c'è più. Resta una tenace voglia di sopravvivere di quanti sono restati, ma tutti - a partire dai bambini - sono segnati dall'esperienza dell'orrore e della morte. Tanti hanno abbandonato la città. Altri hanno resistito. I quartieri est, controllati dai ribelli, sono ormai accerchiati. Manca tutto: dal cibo alle medicine. L'attacco dei soldati governativi, appoggiati da iraniani e hezbollah con la copertura dell'aviazione russa, probabilmente riuscirà a vincere la resistenza in breve. Il passaggio dalla presidenza Obama a quella di Trump è un vuoto politico in cui è più facile sferrare l'offensiva con poche pressioni internazionali. Intanto la gente è allo stremo. Anche nella parte controllata dai governativi ci sono state tante sofferenze e distruzioni. Per mesi, un amico aleppino mi telefonava dalla zona governativa (dove pure la vita è stata molto dura) dicendomi: «Siamo indifesi, perché i ribelli non entrano?». Gli aleppini, ostaggi di due assedi contrastanti in un gioco confuso e crudele, hanno troppo sofferto. Per i governativi il problema è conquistare tutta Aleppo presto. Salvare gli aleppini è una perdita di tempo? Bisogna far sentire subito la pressione internazionale sui combattenti per fermare i massacri. Follia e radicalismo spesso s'incrociano nelle scelte e nei comportamenti dei combattenti. I molti morti hanno abituato all'uso della violenza senza limite. Se le diplomazie sono addormentate, non dovranno la gente, le opinioni pubbliche, gli uomini e le donne di coscienza far sentire la propria voce? È necessario dire davanti alla storia: io non ci sto con la morte di Aleppo! 

Gli interventi di Andrea Riccardi in favore della città di Aleppo 

domenica 4 dicembre 2016

La scomparsa del leader Fidel e il giudizio della storia


Andrea Riccardi, grazie al suo ruolo nella Comunità di Sant'Egidio, di cui è fondatore, ha avuto l'occasione di incontrare due volte Fidel Castro, parlandogli di questioni umanitarie.
In questo editoriale scritto per Famiglia Cristiana, ne esamina la figura.

Fidel Castro è morto. Infuria la polemica sul leader defunto. Obama, con saggezza, ha dichiarato: «La storia giudicherà l'enorme impatto di questa singolare figura sulla gente e sul mondo attorno a lui». Sì, la storia giudicherà le sue realizzazioni e il mito creatosi attorno alla sua figura. La dichiarazione americana mi ha ricordato una frase del giovane Fidel, nel processo del 1953 per il fallito attacco contro Batista: «Condannatemi. Non importa. La storia mi assolverà».
Aveva 27 anni e già pensava di entrare nella storia. Poteva essere un episodio banale. Fu un inizio. Il "comandante" ebbe la capacità di creare un gruppo di combattenti e rientrare nell'isola. Due di loro sarebbero divenuti famosi: l'argentino Ernesto "Che" Guevara, un`icona della rivoluzione in Sudamerica e nel mondo, e il fratello Raúl, attuale leader di Cuba.
Nel 1959, Fidel era già al potere, dove è rimasto per quasi mezzo secolo, fino alle dimissioni per età avanzata. Il comunismo cubano non è nato dalle truppe sovietiche (come nell'Est europeo), anche se - dal 1960 - si è appoggiato all'Urss, per la dura contrapposizione con gli Stati Uniti. Per gli Stati Uniti era intollerabile uno Stato comunista a poche decine di chilometri. Da qui nacque l'appoggio americano al tentativo fallito d'invasione degli esuli cubani. Nel 1962, a causa della progettata installazione di missili sovietici nell'isola, si giunse a una delle più gravi crisi della Guerra fredda, risolta anche grazie a un intervento di Giovanni XXIII. 
Dal 1962 cominciò l'embargo statunitense, durato fino al 2014. Cuba fu isolata, intanto molti cubani lasciavano l'isola. Oggi, solo in Florida, ci sono 1.400.000 cittadini di origine cubana. Non si può dire, però, che all'interno non ci sia stato anche consenso attorno alla figura di Fidel.
L'ho conosciuto personalmente prima della visita di Giovanni Paolo II nell'isola. Lo trovai molto interessato alla figura del Papa e alla realtà della Chiesa. Aveva rispetto per la Chiesa, nonostante il suo ruolo nell'89, anche nella radicale diversità delle prospettive. Sentiva che, in un mondo tutto capitalista, rappresentava un'alternativa. Nel 1998, il Papa, in visita a Cuba, lanciò uno slogan espressivo di una visione in cui si ritrova papa Francesco ancora oggi: «Cuba si apra al mondo e il mondo a Cuba!». Castro, educato nel cattolicesimo da giovane, ha incontrato i tre Papi in visita all'isola.
Ho rivisto una seconda volta Fidel e in quell'occasione l'ho intrattenuto su una questione umanitaria, trovandolo disponibile. Soprattutto notai come quest'uomo, che si spostava poco dall'isola, seguisse le questioni internazionali con grande attenzione. È stato un personaggio del Novecento: amato ed esecrato. La storia giudicherà.                           

lunedì 28 novembre 2016

Dieci anni dopo, ricordare don Andrea Santoro

Andrea Riccardi e il cardinale Leonardo Sandri hanno ricordato, nella basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, don Andrea Santoro, ucciso dieci anni fa a Trabzon, in Turchia.
In questo ultimo appuntamento programmato per ricordare la figura di questo testimone del Vangelo, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, ha affrontato un aspetto centrale nella spiritualità del sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, quello del dialogo interconfessionale e interreligioso. «Il dialogo tra le diverse confessioni cristiane e le religioni abramitiche era molto sentito da don Andrea e fu portato avanti anche nel corso dei trent'anni romani attraverso numerosi pellegrinaggi in Terra Santa, fino a creare, dopo la partenza in Anatolia, l'associazione Finestra per il Medio Oriente». Dopo l'intervento di Riccardi, è seguita la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. 


Andrea Riccardi è tornato spesso sulla figura di don Andrea Santoro. Qui una sua recensione al libro di Augusto d'Angelo "Don Andrea Santoro, un prete tra Roma e l'Oriente" di cui ha scritto la prefazione .

venerdì 25 novembre 2016

Francesco primo Papa globale. Vuole una Chiesa larga, misericordiosa e attrattiva

Papa Francesco, Andrea Riccardi, Marco Impagliazzo
Francesco è, per tanti aspetti, il primo Papa globale. Nella sua Chiesa si discute di più. Anche vescovi e cardinali esprimono le loro perplessità verso il Papa in privato e pure in pubblico (fatto inedito nel cattolicesimo). Recentemente, quattro cardinali hanno chiesto chiarezza sul testo dell'Amoris Laetitia, con rispetto, ma decisione. Ma non si tratta solo di dottrina. Le priorità di Francesco non fanno l'unanimità.
Parlando al Giubileo delle persone escluse, ha detto la sua idea di Chiesa: «Apriamo gli occhi al prossimo, soprattutto al fratello dimenticato ed escluso... Lì punta la lente d'ingrandimento della Chiesa. Che il Signore ci liberi dal rivolgerla verso di noi. Ci distolga dagli orpelli che distraggono, dagli interessi e dai privilegi, dagli attaccamenti al potere...». Francesco vuole una Chiesa povera e dei poveri, come ha detto fin dall'inizio. La Chiesa è, per lui, una "lente d'ingrandimento" centrata sul dolore dei più poveri. Questa accentuazione si accompagna a un invito: uscire dai recinti ecclesiastici, incontrare, comunicare la fede, senza dare priorità assoluta ai cosiddetti "valori non negoziabili" (valori etici, assimilabili al diritto naturale, non respinti ma non enfatizzati da Bergoglio). Il Papa punta a un cattolicesimo di popolo, non a una minoranza cattolica coesa: vuole riempire spiritualmente e umanamente i vuoti immensi aperti della globalizzazione. È un cattolicesimo che si misura - come lui faceva a Buenos Aires - sulla complessa città contemporanea. Questa è la sfida del primo Papa globale a un mondo immenso a cangiante: una Chiesa larga, misericordiosa e attrattiva, che parta dai più poveri.
Un'utopia? Non pochi lo pensano. I critici delineano un altro modello di Chiesa, che attribuisce priorità ai valori tradizionali: un nazional-cattolicesimo, in cui l'identità nazionale dovrebbe fare da argine all'invadenza del mondo globale. La nazione, fondata sui valori cristiani, fa argine ai modelli globali, all'immigrazione musulmana, ai parametri dell'Unione Europea. Una simile posizione sta  maturando nell'Est europeo: in Cechia, Ungheria, Lituania, Slovacchia. Anche in Polonia, seppure il grande cattolicesimo polacco è più complesso. È la risposta al rullo compressore della globalizzazione e alla sua proposta (imposizione?) di valori differenti da quelli nazionali e tradizionali.
Per certi versi, si riprende la teologia delle nazioni di papa Wojtyla (il battesimo cristiano dei popoli e la storia cristiana attiaverso essi). Ma non si ritrova la sua fantasia creatrice, messianica e missionaria; mentre cadono gli aspetti universalistici e messianici del suo messaggio, come lo spirito di Assisi e altro. L'audacia wojtyliana sembra tramontata in questa visione nazional-cattolica, segnata dal timore. Il Papa ha allargato le maglie del dibattito: emergono dissensi impensabili qualche anno fa. Oggi gli episcopati, rifacendosi al Vaticano II, prendono le loro posizioni con autonomia.
È il caso dell'episcopato in Colombia, neutrale al referendum sugli accordi di pace tra governo e Farc (una guerra civile di mezzo secolo), nonostante il Papa avesse plaudito a esso. Gli accordi contenevano una parte sul gender. È prevalsa, da parte dei vescovi, una visione nazionale del problema e del ruolo della Chiesa. Negli Stati Uniti, almeno la metà dei cattolici e dei vescovi ha votato Trump, nonostante le polemiche tra lui e il Papa. Certo Hillary era un candidato ostico per i cattolici. Tuttavia c'è una tendenza profonda: la nazione, cristianamente rivisitata, diventerebbe - secondo questa visione - un "vascello" con cui affrontare i marosi globali, anche per la Chiesa (quindi con un rapporto più attento con la politica). Questo nazional-cattolicesimo non sembra il modello di papa Francesco. Eppure ha una storia alle sue spalle. E il Papa? In questo quadro resterebbe un grande predicatore e profeta nell'internazionale cattolica. Non si dimentichi però, che - nel cattolicesimo - è lui che sceglie i vescovi. Francesco sa che una delle più grandi sfide per lui è rinnovare gli episcopati. Lo sta facendo. Ma ci vuole tempo. 

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 25 novembre 2016.

giovedì 24 novembre 2016

Servizio civile, una scuola di cittadinanza, integrazione e lavoro

Finalmente è stato varato, senza restrizioni il servizio civile - afferma Andrea Riccardi che, durante il suo mandato come ministro della Cooperazione e dell'Integrazione, si impegnò a fondo per difenderne l'istituzione e promuoverlo -  Sarà una preziosa occasione di aggregazione e un momento di integrazione e favorirà l'ingresso nel mondo del lavoro.

I1 Governo ha dato il via libera alla riforma del Servizio civile. Per anni, la risposta dello Stato è stata restrittiva. Tra il 2007 e il 2011, a fronte di 432 mila domande di giovani tra i 18 e i 28 anni,
sono stati messi a bando solo 156 mila posti. Molti gli esclusi per restrizioni di bilancio. Un errore. Si calcola invece che ogni euro erogato dallo Stato per il Servizio civile crei 3,4 euro di attività dei volontari e oltre. Nasce il nuovo Servizio civile universale per la "difesa" d'Italia: incrementa la solidarietà, rafforza la pace tra i popoli, opera per l'inclusione sociale, per il patrimonio artistico e culturale, promuove la legalità e altro. Serve alla formazione dei giovani come cittadini, portandoli fuori dai circuiti abituali a contatto con nuove sfide. Finalmente si è arrivati al Servizio civile universale: chi lo chiede, da oggi, potrà farlo, senza restrizioni. Ne avranno la possibilità anche i giovani senza cittadinanza italiana, ma titolari di diritto di soggiorno, con permessi d'asilo e protezione sussidiaria. Il Servizio civile diventa una via d'integrazione: i nuovi italiani, per così dire, vivranno un'esperienza di lavoro per la nazione con gli italiani. Il Servizio militare, dall'Unità, è stato un importante veicolo di nazionalizzazione degli italiani: ha fatto gli italiani, finora chiusi in contesti locali. Per molti il Servizio militare era l'occasione dell'unico viaggio e della sola esperienza fuori dalla regione, che faceva prendere personalmente le misure del Paese, vivendo con italiani di altra origine. Il Servizio militare, insomma, è stato una scuola di cittadinanza in un'Italia che andava creando una coscienza unitaria. Il Servizio civile universale può aiutare l'integrazione tra italiani e nuovi italiani. Ma non solo. Oggi, in fondo, manca una "scuola" di cittadinanza.
La società - specie la periferia - è vuota di presenze aggregative e socializzanti, se non la scuola,  sottoposta a tante domande. Il Servizio civile potrà essere una scuola di cittadinanza e di
educazione alla responsabilità verso gli altri. Una società d'individui, talvolta soli e spaesati, ne ha bisogno. Alcuni sostengono che, nei primi passi nel mondo del lavoro, il Servizio civile possa far perdere tempo prezioso. La sua flessibilità invece consentirà di non creare danni all'inserzione professionale dei giovani. Tuttavia è stato dimostrato che il Servizio civile favorisce l`inserimento dei giovani nel mercato lavorativo. Il contingente di volontari sarà di 100 mila l'anno, di cui 1.000
all'estero, con mobilità sul territorio nazionale. Il Servizio civile, strutturato seriamente, diverrà una proposta importante: può essere l'occasione per allargare la coscienza nazionale. L'Italia non è un Paese da abbandonare, perché non dà futuro ai giovani. È invece un Paese da coltivare.

Sulle attività di Andrea Riccardi in favore del servizio civile si veda
www.andreariccardi.it: Forum della Cooperazione Internazionale 
Avvenire: Riccardi trova i fondi: salvo il serivzio civile 


venerdì 18 novembre 2016

Accettiamo la libertà di migrare ..... ma favoriamo la libertà di restare

Andrea Riccardi torna su un tema che gli sta a cuore, quello delle migrazioni e dei migranti. Non un'emergenza, ma un grande passaggio storico. Va gestito, facendo crescere coscienza e cultura, ma anche coinvolgendo insieme i Paesi di arrivo e di provenienza. Un'utopia?

L'Europa ha la sensazione di essere assediata dai migranti e dai rifugiati. Le opinioni pubbliche sono molto sensibili: temono l'insicurezza, il terrorismo, la conflittualità interna con gruppi inassimilabili. I populismi soffiano su queste paure, chiedendo ai governi fermezza. Si ripete tante volte che i "miserabili" del mondo intero non possono riversarsi sull'Europa. Nascono politiche, condotte dagli Stati nazionali, spesso incapaci di fronteggiare il fenomeno. Soprattutto, c'è una percezione emotiva dell'invasione. Ma le masse umane in movimento non mirano solo all'Europa. Gli spostamenti in Africa sono massicci. In un campo del Nord del Mozambico, ho visto somali, eritrei, congolesi e altri. E, in Medio Oriente, Libano, Turchia e Giordania accolgono la gran parte dei rifugiati siriani. L'emergenza e l'emotività non sono il terreno su cui affrontare i problemi degli spostamenti di popolazione nel mondo globale. Le migrazioni sono una componente strutturale del nostro futuro. Ho trovato importante la prospettiva di un piccolo libro di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani, Libertà di migrare, edito da Einaudi, che ruota attorno all'idea di "lungimiranza": «Non è certo», scrivono gli autori, «con la facile rincorsa al consenso di breve periodo né con le emozioni estemporanee che si potrà affrontare una realtà che sta evolvendo da due milioni di anni». Aggiungono: «La virtù necessaria in questa impresa è anche una delle più scarse del momento: la lungimiranza verso il passato e verso il futuro». Sì, anche verso il passato.
L'umano migra da sempre, mosso dalla ricerca di un ambiente migliore dove vivere, spostandosi a tentoni per migliaia di anni attraverso una terra che non conosce. L'umano e il camminare vanno di pari passo, anzi migrare è una metafora della vita, laddove via e vita spesso si confondono. Si legge in questo libro: «Il fenomeno migratorio umano è strutturale e costitutivo della nostra identità di genere».
Gli esseri umani si sono evoluti, migrando, mentre il cervello cresceva con la capacità migratoria e la flessibilità adattativa. È una vicenda di due milioni di anni. È quella di Abramo, cui ebraismo, cristianesimo e islam fanno riferimento: partì verso una terra che non conosceva e che sperava di trovare. Il prototipo dell'homo religiosus è un migrante. La famiglia di Giacobbe, figlio di Abramo, era di rifugiati ambientali alla ricerca di sostentamento in Egitto. L'uomo migra da sempre e continuerà a farlo, seppure in modo diverso. Non si può restare solo nella prospettiva del momento presente. Le categorie dello Stato nazionale, con le sue frontiere, unico regolatore dei flussi, non bastano più a governare un fenomeno, connaturale all'umano, anche se oggi in dimensioni globali. Se, di fronte all'economia globale, gli Stati azionali hanno rinunciato a tante prerogative, devono cercare modi e attori (globali) per affrontare il problema migratorio. Qui, c'è il ruolo dell'Unione Europea, che ha le dimensioni per trattare la questione e responsabilizzare i Paesi da cui provengono i migranti. Infatti, con la libertà di migrare, va affermata (e favorita) la libertà di restare. Eppure gli Stati europei non intendono delegare all'Unione una parte delle loro responsabilità e spesso nemmeno rispettare gli impegni presi. Sono convinti del forte impatto elettorale dei migranti. Ma bisognerà pure far maturare le opinioni pubbliche: è l'unica via per non restare stretti tra la pressione migratoria e quella delle paure.
 A scuola, l'insegnamento non tiene conto che tanta parte della storia umana è stata fatta dalle migrazioni. Oggi, lo spostamento delle popolazioni non è la fine di un mondo, ma un grande passaggio storico. Va gestito, facendo crescere coscienza e cultura, ma anche coinvolgendo insieme i Paesi di arrivo e di provenienza. Un'utopia? In attesa di realizzare più larghe prospettive l'Italia, nel Mediterraneo, esercita una supplenza al posto di altri Stati, salvando vite umane.
Lo spostamento delle popolazioni va gestito, facendo crescere coscienza e cultura, e coinvolgendo i Paesi di arrivo e di provenienza

giovedì 17 novembre 2016

Trump presidente. Ma papa Francesco.....

"Tra loro c'è stato un conflitto sugli immigrati - scrive Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana di questa settimana. E aggiunge "Ma Bergoglio non è ideologico: a lui interessano solo i poveri"

Donald Trump è presidente degli Stati Uniti. Sembrava impossibile, vedendo le cose dall'Europa. Ma è avvenuto. Ora ci s'interroga su che politica farà, perché parte del nostro futuro è determinata dalle sue scelte. Il ruolo degli Stati Uniti resta rilevante anche in un mondo multipolare. Trump appare isolazionista: gli Usa non sono per lui il poliziotto del mondo. L'Europa è lontana. Non sappiamo però quali saranno le scelte del neopresidente, dopo l'ingresso nello studio ovale della Casa Bianca, e quali saranno i condizionamenti dell'Amministrazione su di lui. In cento giorni, si svelerà. Gli Stati Uniti sono stati, dalla Seconda guerra mondiale e con la guerra fredda, la grande e unica garanzia contro la barbarie della storia. Molto è cambiato e Trump continuerà a cambiare. Oggi gli europei dovrebbero essere loro stessi (alleati agli Stati Uniti) la garanzia del loro futuro. Un problema centrale è la difesa comune europea, su cui investire, se vogliamo essere padroni del nostro futuro, come soggetto credibile e responsabile nel mondo. La Comunità di difesa, agli albori dell'integrazione europea, nel 1954, falli perché non si volle rinunciare allo stretto rapporto Stato nazionale/Forze armate.
Il futuro è oggi pieno d'incognite. La Germania vorrà una difesa comune? Lo accetteranno gli altri europei? Ci vuole più Europa. Altrimenti i Paesi europei resteranno in balia di una storia cui contribuiranno sempre meno.
Donald Trump si troverà, d'altra parte, a confrontarsi con papa Francesco. Tra i due c'è stato un conflitto sugli immigrati, quando il candidato-presidente definì il Papa «politicizzato» e aggiunse rozzamente: «Se mai l'Isis attaccasse il Vaticano, il Papa dovrebbe sperare e pregare che Donald Trump sia presidente». Non è però una questione personale. Del resto molti vescovi e cattolici americani hanno scelto Trump, anche perché non volevano votare la Clinton, soprattutto per le posizioni sull'etica. Certo Trump è stato abortista, ma ha cambiato posizione. Ha avuto un buon sostegno dai cattolici americani: il 52% l'ha scelto contro il 45% per Hillary. Forse di più, perché gli intervistati nascondevano il loro favore per Trump. In questi giorni si passano in rassegna i punti di conflitto tra Francesco e il neopresidente: le questioni ecologiche, il rapporto con l'islam, gli effetti di un liberismo incontrollato, i poveri... Si arriverà allo scontro tra la Chiesa di Roma e l`ultimo impero, quello americano? In realtà, l'approccio di Bergoglio non è mai ideologico. Parte dalla realtà, anche riguardo ai politici: «Voglio solo capire», ha dichiarato, «quali sono le sofferenze che il loro modo di procedere causa ai poveri e agli esclusi». È uno scenario aperto e in movimento che potrà riservare sorprese d'ogni genere. Un atteggiamento passivo e spaventato è fuori luogo, soprattutto da parte europea. Tutti possono, nella loro misura, essere attori del futuro.

venerdì 11 novembre 2016

La sfida del neopresidente per ridare al Libano il nome di Svizzera del Medioriente

Andrea Riccardi, nella rubrica "Religioni e civiltà" del magazine Sette del Corriere della Sera dell'11 novembre 2016 analizza la situazione del Libano dopo le ultime elezioni presidenziali, ripercorrendo la storia di questo paese al centro di una regione in fiamme.
Il Libano ha finalmente un presidente. Per quarantasei volte il Parlamento non aveva trovato l'accordo su un nome. Sono passati 890 giorni senza capo dello Stato, in una regione in fiamme, con un milione e mezzo di rifugiati su quattro milioni e mezzo di abitanti (senza contare i quasi 450.000 profughi palestinesi). Il presidente è il generale Michel Aoun, cristiano maronita secondo l'accordo intercomunitario: un revenant da una storia complessa che l'ha visto - alla fine degli anni Novanta e della guerra civile - gestire un interim presidenziale con il disegno di liberare il Paese dai siriani che, poi, lo scacceranno. Dopo un lungo esilio, è tornato in patria con una posizione capovolta: amico della Siria e degli hezbollah, nemico dei sunniti di Hariri. Questi, però, ha stretto ora un accordo per portarlo alla presidenza, e ora Hariri è stato scelto come primo ministro. Il Libano, prima della metà degli anni Settanta, era un laboratorio unico di convivenza islamo-cristiana. Giovanni Paolo II disse: «Il Libano non è un Paese, ma è un messaggio». Cristiani e musulmani dialogavano, mentre l'asse tra maroniti e sunniti reggeva lo Stato, chiamato "la Svizzera del Medio Oriente", un paradiso fiscale, con un gran ruolo finanziario. A Beirut si viveva la bella vita nei grandi alberghi e sulla Comiche lungo il mare. Ma anche il Libano era l'unico Paese arabo, dove non si esercitava la censura sulla stampa e si poteva discutere con libertà. Era il Libano delle tante comunità cristiane (maronita, melkita, amena e altre) e musulmane (sunnita, sciita, drusa). Restavano un po' di ebrei. Pierre Gemayel, capostipite di una dinastia politica e fondatore della Falange, milizia nella guerra civile e partito, disse a Tullia Zevi che lo intervistava: «Gli ebrei se ne stanno andando dal Libano: è segno che capiterà qualcosa di grave».

Si aprì un periodo terribile dal 1975 al 1990: guerra civile, terrorismo, interventi stranieri, come quello di Israele e della Siria (che da sempre voleva controllare il Paese). Tanti libanesi se ne andarono e la Svizzera del Medio Oriente si polverizzò. Ricordo Beirut nel 1982: il centro storico totalmente distrutto, i campi palestinesi di Sabra e Shatila con i segni delle violenze dei falangisti. Sono immagini che non dimentico per il loro orrore. Tutti avevano sofferto. La violenza e l'estremismo (collegato al terrorismo internazionale) avevano dominato nel Paese. Eppure i libanesi hanno un'incredibile capacità di ripresa. Dimenticano i torti. Lavorano come chi è abituato a vivere con i terremoti. La Svizzera mediorientale, nel suo liberismo spinto, ha trascurato i marginali: primi gli sciiti. Ricordo il disprezzo dei notabili cristiani verso di loro. Non ci sono né Stato sociale né assistenza medica per tutti. Così gli hezbollah sciiti hanno creato una rete sociale per i loro. Hanno preso le armi e non le hanno più lasciate. I palestinesi sono stati anche uno Stato nello Stato; ma hanno pagato un duro prezzo e ancora sono "ospiti" dal 1948. I drusi di Walid Jumblatt (leader socialista e capo cianico) giocano abilmente il loro piccolo numero. Far vivere il Libano è un'opera complessa fatta di mediazioni, ipocrisie, coraggio. Non si deve alterare l'equilibrio tra musulmani e cristiani, anche se tutti sanno che questi ultimi sono molto diminuiti. Non ci sono due fronti contrapposti: cristiano e musulmano.

Contano i clan: i Gemayel sono contro Aoun. Sciiti e sunniti sono in lotta. I patriarchi cristiani hanno un'influenza relativa, anche perché le Chiese cristiane si sono solo parzialmente rinnovate. Eppure i libanesi amano il loro modo di vivere. In rete con il mondo intero, emigrati ovunque, ritornano nel Paese e ci investono. Il Libano non è più un modello o un messaggio. È un modo di vivere insieme: una democrazia consociativa, in cui vanno tenuti presenti tutti gli attori; ma anche una terra di libertà. Qui un musulmano può cambiare religione. Si discute di tutto. Non c'è Paese arabo con tanta libertà. Eppure lo Stato è a pezzi. La corruzione dilaga. Il comunitarismo e il sistema cianico sono prepotenti. La guerra sconfina dalla Siria. La grande domanda è se il neo presidente Aoun riuscirà a ricreare lo Stato, al di là delle contingenti convergenze politiche.

giovedì 10 novembre 2016

Integrare è un dovere: la visione di Papa Francesco sugli immigrati

Pubblichiamo qui un editoriale su Famiglia Cristiana del 13/11/2016 di Andrea Riccardi, in cui il fondatore della Comunità di Sant'Egidio riflette sulla visione di Papa Francesco riguardo all'immigrazione e l'accoglienza dei profughi in Europa, a partire dalle recenti dichiarazioni del Papa a un giornalista svedese e dalla visita ai profughi a Lesbo lo scorso aprile.

Papa Francesco, di ritorno dalla Svezia, ha parlato di rifugiati e immigrati, rispondendo a un giornalista svedese che lo interrogava sulla paura europea verso chi proviene dalla Siria o dall'Iraq: questi non minacciano la cultura cristiana dell'Europa? Il Papa ha risposto in modo articolato, non ideologico, parlando anche di necessaria «prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato lo si deve integrare».

Il Papa cambia posizione? Dall'appello ad accogliere i rifugiati passa a una posizione più realista? Così alcuni arguiscono. Mostrano di non avere capito a fondo il messaggio di Francesco, mai ideologico. Che bisogna accogliere l'ha ripetuto infinite volte, a partire dal grido a Lampedusa contro la «globalizzazione dell'indifferenza». Nell'aprile scorso, a Lesbo, l'isola greca dove approdano i rifugiati, ha detto solennemente: «Perdonate la chiusura e l'indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede. Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono».


Da Lesbo, il Papa è tornato con un piccolo gruppo di rifugiati: un chiaro gesto simbolico. Certo, chiede "prudenza" ai governanti. Ma la prudenza non è cautela, bensì una virtù cardinale che accompagna sempre la carità. Nel Vangelo di Matteo, leggiamo le parole di Gesù: «Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe» (10,16). La prudenza nei confronti di rifugiati e immigrati da parte dei Governi significa integrare, non ghettizzare o chiudere la porta. Anche se bisogna trovare le vie concrete per realizzarlo. Francesco non è ideologico. È certo, però, che chiede costantemente ai Paesi europei più impegno.

C'è la questione della paura, che serpeggia tra la gente. I populismi agiscono sulle emozioni: se non fossero gli stranieri, ci sarebbero indubbiamente altri motivi. Spesso abbiamo paura del futuro, che ci appare insicuro. Bisogna lavorare per far capire e incontrare. Non si possono scaricare i rifugiati su un territorio senza accompagnarli: diventerebbero un capro espiatorio.

Il Papa argentino viene da un Paese formatosi con ondate di emigrati. Ha affermato: «Non dobbiamo spaventarci, perché l'Europa si è formata con una continua integrazione di culture». L'integrazione di "nuovi europei" arricchisce i nostri Paesi. Gli Stati che oggi alzano i muri sono in un deficit demografico tale che, in qualche decennio, saranno costretti a domandare immigrati. Ma questi sono ragionamenti realisti che non pagano elettoralmente quanto la paura. Eppure la visione del Papa è una grande prospettiva per l'Europa: non perdere la propria identità, ma arricchirla nello scambio.

Francesco ha anche stimolato i Paesi europei a condurre politiche di sviluppo e di pace (non "d'interesse") nelle terre da cui provengono rifugiati e immigrati. Non che tutti quelli che aspirano a una vita migliore debbano venire in Europa. Ma è una falsa convinzione europea che il Vecchio Continente sia l'obiettivo di tutti gli spostamenti di popolazione. Libano, Giordania e Turchia accolgono il maggior numero di rifugiati siriani. E si dovrebbe parlare anche dei grandi spostamenti interni all'Africa, all'America latina e alla stessa Asia. L'Europa deve fare la sua parte. Papa Francesco ci aiuta a vedere il nostro futuro in modo meno spaventato. Aiuta a non aver paura della storia.

mercoledì 9 novembre 2016

IL PAPA E L'ACCOGLIENZA. PRUDENZA, NON PAURA

Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant'Egidio, scrive oggi, 9 novembre, sul Corriere della Sera parlando delle ultime dichiarazioni di papa Francesco su migranti e rifugiati. Il futuro dell'Europa sta proprio nella solidarietà.

Le dichiarazioni di papa Francesco su migranti e rifugiati, di ritorno dalla Svezia, hanno fatto discutere. Il Papa ha avuto qualche espressione che sembrava rimodulare il ripetuto invito ad accogliere: «Ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare». Le difficoltà di accoglienza, le paure della gente, le posizioni dei governi (specie dell'Est europeo), le reazioni populiste, la fatica delle parrocchie a ricevere i rifugiati siriani (come il Papa aveva chiesto), avrebbero spinto Francesco a un maggiore realismo, insomma alla «prudenza»? 

La questione dei migranti è vitale nei dibattiti politici in Europa e non solo. E il Papa latinoamericano ormai è un leader morale del Vecchio Continente. Il suo messaggio suscita opposizioni (anche nella Chiesa), ma ha un respiro che manca alla classe politica europea. Lo s'è visto alla consegna del Premio Carlo Magno a Francesco, con la presenza di grandi personalità europee in Vaticano, tutti molto attenti nei suoi confronti. Francesco ha messo del tempo a maturare un'idea di Europa. Ormai ha manifestato una visione articolata, in cui il continente ha un ruolo rilevante. L'ha fatto nei discorsi a Strasburgo e per il Premio Carlo Magno. In questo quadro ha affermato il valore di un atteggiamento positivo verso «chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo». Ha aggiunto: «Sogno un'Europa, in cui essere migrante non è un delitto, bensì un invito a maggior impegno con la dignità di tutto l'essere umano». Sarebbe sbagliato ridurre questi sogni a un puro utopismo evangelico, apprezzato come buon sentimento o invece giudicato pericoloso. In realtà, nella posizione di Francesco, c'è una visione storica dell'Europa. Le radici europee non sono date una volta per sempre, ma nascono dall'integrazione di culture e popoli diversi lungo la storia: «L'identità europea è, ed è sempre stata, un'identità dinamica e multiculturale». L'Europa si è formata nei secoli integrando varie ondate di popoli. Del resto, il paese del Papa, l'Argentina, frutto d'immigrazioni differenti, mostra che è possibile vivere insieme tra gente diversa. Un'Europa, invecchiata per calo demografico e mancanza di energie, si ritrova ad aver bisogno di «nuovi europei». Per il Papa, migranti e rifugiati sono una chance. Francesco ha usato un'espressione forte, parlando ai movimenti popolari riuniti in Vaticano qualche giorno fa: «Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell'umanità non c'è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero, e non solo il Mediterraneo, molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente». 

Le politiche del muro sono disumane ma anche miopi: «La paura - ha continuato - indurisce il cuore e si trasforma in crudeltà cieca che si rifiuta di vedere il sangue, il dolore, il volto dell'altro». Il rifiuto diventa anche una forma di autolesionismo per Paesi europei, che non sanno guardare al futuro: nel corso di qualche decennio saranno costretti a domandare immigrati, perché il trend demografico non s'inverte in breve. Ritorna qui la «prudenza» (che è capacità di discernere per condurre a buon fine un processo, non paura), richiesta dal Papa ai governanti. La posizione di Francesco non è ideologica: è convinto che accogliere sia un primo passo necessario, cui deve seguire l'integrazione che è interesse di tutti, nuovi arrivati e società europee. Francesco riesce a tenere assieme un forte senso della solidarietà con una visione dell'Europa. E crede che il futuro europeo stia in questa connessione. Non convincerà tutti, ma almeno - in tanto vuoto di prospettive - ha un'idea di Europa.

venerdì 4 novembre 2016

La visione meticcia del poeta senegalese Senghor, tanto attuale ancora oggi

In un editoriale pubblicato su Sette il 4 novembre 2016, Andrea Riccardi si sofferma sulla figura di Léopold Sédar Senghor, poeta e politico senegalese, incarnazione di una "civiltà eurafricana". Ed è proprio l'idea di "Eurafrica" che emerge più che mai attuale anche nel nostro tempo.

C'era un meticcio chiamato Léopold Sédar Senghor. Non figlio di coppia mista. Anzi era un africano, nato in Senegal, quand'era colonia francese. Fu peraltro presidente del Senegal indipendente per vent'anni, dal 1960 al 1980. Era un meticcio di cultura. La sua storia è importante non solo come padre dell'indipendenza senegalese e uno dei rari presidenti africani che lasciò il potere spontaneamente, vivendo gli ultimi anni in Francia senza il conforto delle ricchezze che molti capi di Stato africani portano all'estero.

Senghor rappresenta la cultura meticcia tra Africa ed Europa: una "art nègre", come diceva, in lingua francese. La sua grande opera letteraria è un meticciato di culture e sensibilità. È un patriota africano: lotta contro il colonialismo. Più volte deputato in Francia, professore nell'università francese, e sostenitore di un'unione tra i Paesi africani e la Francia, si batte per l'indipendenza del Senegal. Un suo verso rimprovera la politica francese, mentre dice la sua stima per i valori della Francia: «Sì, Signore perdona la Francia che dice bene quale sia la via destra e cammina per sentieri obliqui...». La resistenza di Senghor alla colonizzazione è stata anche culturale.

Dal 1935, con l'antillese Aimé Césaire, Senghor, rivendica i valori africani, anzi "negri". Nasce così il movimento della "negritude" per rivendicare il carattere autentico della cultura dei "neri". Basta pensare - in quegli stessi anni - all'influenza dell'arte africana, esposta in Europa, su Picasso o altri artisti. Quando nel 1947, a Parigi e a Dakar, appare la rivista Présence africaine (che dura ancora), l'impatto è fortissimo. Jean-Paul Sartre, introducendo il libro di Senghor sulla poesia "nègre" in francese, annuncia: «Oggi questi uomini ci guardano e il nostro sguardo ci rientra negli occhi...». Negli anni Cinquanta Présence africaine organizza due congressi degli scrittori e artisti "negri" a Parigi nel 1956 e a Roma nel 1959. In quest'ultima occasione, alla vigilia delle indipendenze africane, Senghor ribadisce che la costruzione di uno Stato africano libero non è solo un fatto politico, ma deve avere al centro l'uomo e la cultura.

In quegli anni, il futuro presidente del Senegal è ormai un affermato poeta e uno scrittore di lingua francese, che ha compiuto un meticciato: lingua e cultura della Francia con valori e tradizioni africane. Dal 1984, è membro dell'Accademia di Francia. Per lui, non basta conservare i valori africani in un mondo tradizionale che rischia di scomparire; bisogna inserirli nel flusso della cultura contemporanea. In seguito, vari intellettuali africani criticano la sua operazione culturale, come subordinata alla visione coloniale. Altri, invece, lo accusano di razzismo al rovescio. In realtà ci troviamo di fronte a una personalità originale e creativa, che resta ancora oggi un riferimento nel mondo globale.

«Oh sangue mischiato nelle mie vene...», scrive Senghor in una poesia sulle origini etniche della sua famiglia. Cattolico, è presidente di un Senegal in larga parte musulmano. Ogni essere umano si confronta con diverse storie e culture: per questo, bisogna passare «dal meticciato biologico a quello culturale», afferma. Segue Teilhard de Chardin sostenitore della "civiltà dell'universale". Del resto sostiene che «ogni civiltà muore della sua purezza». Siamo nel secondo dopoguerra. Senghor pensa che la cultura africana debba trovare spazio in un orizzonte universale. Per Emmanuel Mounier, filosofo personalista, Senghor è l'incarnazione di una nuova civiltà eurafricana: «Lei è africano nella sua viva carne», gli scrive «... lei è europeo per un'altra parte, per la lingua che ha appreso e che la informa... La civiltà euroafricana, di cui siete i pionieri, deve ancora trovare le sue strutture».

Oggi, mentre è così vivo l'incontro tra africani ed europei, l'idea di "Eurafrica" ritorna come una visione attuale.

giovedì 3 novembre 2016

Dopo il muro di Gorino. Ma sugli immigrati la UE deve fare di più.

In un editoriale pubblicato su Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi commenta i fatti di Gorino e analizza la questione dell'accoglienza ai profughi.

Un mese fa a Gorino (frazione di Goro, in Emilia) c'è stata la processione con la statua della Vergine, portata da sole donne. Il 14 ottobre, invece, gli abitanti di Gorino (uomini e donne) hanno respinto un altro corteo di donne: 12 rifugiate (una incinta di otto mesi) e alcuni bambini, mandati dalla Prefettura per essere ospitati. La terra di Goro ha un rapporto complesso con l'acqua, tanto che c'è una benedizione del Po, di cui si temono gli straripamenti. A Gorino è avvenuta una brutta storia: un paesetto con meno di 600 abitanti, con tante case vuote, è entrato nelle cronache così. Rabbia, senso di abbandono, paura del futuro hanno portato a un muro improvvisato. Non mi vorrei aggiungere alle giuste condanne. Né soprattutto a quelli che hanno sostenuto la "resistenza" di Gorino. Invece i rifugiati avrebbero portato vita e futuro nel paese, destinato al declino demografico. Sui rifugiati si è scaricata la rabbia di una popolazione che si sente ai margini. Una brutta storia. Tuttavia ci sono alcuni aspetti da chiarire. Non prendiamocela solo con Gorino. C'è stata una preparazione degli abitanti all'impatto con i rifugiati? L'accoglienza va spiegata e accompagnata. Dopo il rifiuto, il prefetto di Ferrara ha dichiarato: «L'ipotesi di ospitare dei profughi a Gorino non è più in agenda». Cioè i pullman dei rifugiati hanno fatto marcia indietro di fronte alle barricate. Non mi pare ben fatto. Una decisione dello Stato va sostenuta: bisognava provare ancora. Si crea così un precedente contagioso. La festa degli abitanti di Gorino per la "vittoria" è assurda. Ma la decisione andava spiegata prima. Poi, cedere mi pare debole. L'Italia non è Gorino. L'ha rivelato l'accoglienza di tante famiglie e istituzioni ai siriani passati attraverso il canale umanitario della Comunità di Sant'Egidio, Chiesa valdese e Federazione delle Chiese evangeliche italiane. È vero. Siamo sottoposti a una forte pressione: 152 mila sbarcati da inizio anno, in aumento rispetto al 2015, sul livello del 2014. Il programma di ricollocamento europeo dei profughi giunti in Grecia e in Italia è un fallimento: hanno trovato accoglienza 5.600 rifugiati in un anno, quando era stata data disponibilità per 160 mila. I programmi di reinsediamento dei 22 mila profughi va avanti lentamente: solo lo mila rifugiati sono stati accolti. La pressione dei rifugiati e dei migranti è un fatto strutturale, non un'emergenza. Ha ragione Matteo Renzi quando chiede alla Ue una concreta considerazione dello sforzo dell'Italia. Siamo diventati la porta dell'Europa. E non la chiudiamo.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 6 novembre 2016

venerdì 28 ottobre 2016

Il paradosso della Chiesa di Francia

Ha subìto attacchi che volevano ridurne il ruolo sociale. Eppure oggi chiede una più ampia laicità purché favorisca integrazione e convivenza

L'assassinio di padre Jacques Hamel, l'anziano sacerdote di Rouen colpito nel luglio 2016 dai terroristi, ha scosso la Francia. Dopo la tragedia, il discorso pubblico della Chiesa cattolica è stato forte e responsabile. Nella poca chiarezza dei discorsi della classe dirigente francese, l'episcopato ha espresso una visione (non confessionale) sul futuro della Francia multiculturale, in cui molti temono la radicalizzazione islamista. La Conferenza dei vescovi di Francia ha pubblicato, recentemente, un documento sul Paese, Dans un monde qui change, retmuver le sens du polilique «Il vivere insieme è ormai infragilito, attaccato, a pezzi», dichiarano i vescovi, ricordando come le idee tradizionali di nazione, patria e Repubblica siano in discussione e, per tanti, non rappresentino più molto a differenza del passato. La crisi non è l'occasione - come talvolta avviene nell'apologetica religiosa (cristiana, ma anche musulmana) - per invitare a un ritorno ai valori religiosi, fondanti la società. Da parte loro, i vescovi provano ad analizzare "laicamente" le condizioni in cui è possibile vivere insieme in una Francia complessa, non più nazione omogenea, soprattutto con una notevole comunità musulmana (su 64 milioni di francesi, circa sei appartengono all'Islam). Il terrorismo islamista non può essere accreditato come responsabilità dei musulmani francesi. Il presidente dei vescovi francesi, monsignor Pontier, arcivescovo della multietnica e mediterranea Marsiglia, l'ha dichiarato in un'ampia intervista a Le Monde, aggiungendo che gli attentati non devono essere strumentlalizzati per attaccare i musulmani, anche se una parte dei francesi sono preoccupati: «Non ci sono che due soluzioni: o arriviamo a trovare la strada del vivere insieme o ci facciamo la guerra», conclude. In fondo, gli allarmi servono solo ad aumentare la tensione. Monsignor Pontier ha affermato: «Per la Chiesa, è possibile vivere insieme. Bisogna riuscirci favorendo gli incontri e tutto quello che si può 'fare' insieme». Tra l'altro, nella sua Marsiglia, in una quindicina di scuole, la gran parte degli alunni sono musulmani: così si lotta «contro il comunitarismo che ci aizza gli uni contro gli altri». Questo non vuol dire diluire lo spessore della vita religiosa. La Chiesa cattolica è contraria al divieto di portare i segni religiosi nello spazio pubblico, come espressione della laicità dello Stato, per cui s'impedisce alle ragazze musulmane il velo nelle scuole. Per Pontier, «interdire i segni religiosi è incoraggiare le correnti fondamentaliste». Le interdizioni provocano radicalizzazione e sospingono le persone più fragili e giovani in comunità chiuse: «È difficile», dichiara il documento dei vescovi, «parlare tranquillamente di religione nello spazio pubblico». Il vero problema è affezionare alla Francia tutti i francesi, specie i nuovi francesi o gli immigrati: «Bisogna che le persone che accogliamo amino questo Paese», affermano i vescovi. Se le guardiamo sempre in modo negativo, non possono amarlo. Invece, se vediamo in essi persone che ci possono dare qualcosa, arriveremo a crescere insieme». Non si tratta di posizioni ideologiche, ma di un senso concreto della realtà europea, maturato nel contatto con la gente e anche con le situazioni più periferiche. Paradossalmente, la Chiesa di Francia, che ha subìto nella storia la laicità come attacco per ridurre il suo ruolo sociale, oggi chiede una nuova e più ampia laicità. Così si chiude il documento episcopale: «La laicità dello Stato è un quadro giuridico che deve permettere di vivere insieme a tutti, credenti di ogni religione e non credenti». Non deve diventare, continua il documento, «un progetto di società, che mira a una specie di neutralizzazione religiosa della società, espellendo il religioso dalla sfera pubblica verso il solo spazio privato dove deve restare nascosto...». La laicità è vivere insieme nello spazio pubblico e nella società, senza occultare l'identità, sentendo il Paese come proprio destino e futuro. La Chiesa di Francia non ha paura del velo delle ragazze musulmane. Ha cara la laicità, purché favorisca integrazione e convivenza.

giovedì 27 ottobre 2016

Sotto i colpi dell'Isis è andato in pezzi il mosaico del Medio Oriente

Un mondo è stato stravolto da guerre e violenza fanatica: sarà difficile ricostruirlo

Il Medio Oriente è sconvolto. Tutto cambia. Anche i confini tra gli Stati. Ieri c'erano Libano, Iraq e Siria: tre Stati distinti con storie politiche diverse. La loro origine viene dagli accordi Sykes-Picot (dal nome dei negoziatori) nel 1916, tra Francia e Gran Bretagna. Crearono una nuova architettura statuale nel vasto dominio dell'Impero ottomano, che si estendeva dall'Europa all'Arabia, inglobando il Medio Oriente.

La popolazione dell'Impero, dominato dai turchi, era varia: accanto agli arabi sunniti, i cristiani (ortodossi, armeni, maroniti, siriaci...), gli ebrei, i curdi, gli yazidi e altri gruppi. C'erano pure altre comunità musulmane: gli sciiti come nell'Iraq meridionale o in Libano, gli alauiti (oggi al potere in Siria con Assad) o i drusi. Il Medio Oriente era un mosaico di etnie e religioni, quando britannici e francesi se lo spartirono: ai primi l'Iraq, con un sovrano arabo, e agli altri la Siria e il Libano.
Dopo la guerra mondiale Siria, Libano e Iraq divennero indipendenti. La Siria ha sempre considerato come sua pertinenza il Libano. Sono però due anni che in Libano manca il presidente. Ora il consenso del leader sunnita Hariri alla candidatura del prosiriano Aoun (appoggiato dagli hezbollah sciiti) fa prevedere un Libano vicino ad Assad. Questi, che ha perso parte della Siria, guadagnerà il Libano?
In Iraq, nel 2003, gli Stati Uniti hanno fatto la guerra a Saddam Hussein, sostenuto dai sunniti. Così l'Iraq, in preda al terrorismo, si è scomposto: i curdi, oppressi da Saddam, hanno conquistato l'autonomia, mentre gli sciiti sono diventati determinanti.
In Siria, con la "Primavera araba" del 2011 repressa da Assad, è scoppiata la guerra civile che vede alauiti, parte dei sunniti e cristiani con il Governo, mentre l'opposizione armata è sunnita con una forte componente curda. Il 29 giugno 2014 Abu Bakr al-Baghdadi ha proclamato il califfato. Lo Stato islamico controlla parte del territorio siriano e una parte dell'Iraq. È la fine di Sykes-Picot, come recita un video islamista che annuncia l'unificazione dei musulmani e l'avanzata dell'Isis. È nato, tra Siria e Iraq, un largo spazio dominato dal califfato, cui una parte dei sunniti ha collaborato. Oggi, però, il nuovo Stato scricchiola. Le offensive contro Mosul e Raqqa stanno minando il controllo territoriale del califfato. Un mondo è stato sconvolto dalle guerre e dalla violenza fanatica: sarà difficile ricostruirlo.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 30 ottobre 2016

mercoledì 26 ottobre 2016

La bella intervista ad Andrea Riccardi su Vita.it

Una bella intervista ad Andrea Riccardi sul pontificato di papa Francesco,  e il suo rapporto con le periferie, è stata pubblicata dal settimanale Vita.it. LEGGI IL TESTOCOMPLETO

Cosa ha detto Andrea Riccardi accogliendo i profughi dalla Siria: i corridoi umanitari, la nostra risposta alla guerra

andrea riccardi accoglie i rifugiati dalla SiriaAndrea Riccardi era lunedì all'aeroporto di Fiumicino, ad accogliere i profughi arrivati dalla Siria con i corridoi umanitari realizzati dalla Comunità di Sant'Egidio. "Un grande benvenuto in Italia. Sono mesi, anni che noi guardiamo la guerra in Siria, contempliamo la nostra impotenza, ci chiediamo che cosa possiamo fare. I corridoi umanitari sono una risposta, non solo della Federazione Evangelica, della Comunità di Sant'Egidio, della Chiesa valdese, in collaborazione con il Ministero degli Esteri e degli Interni. Sono la risposta della società civile italiana, perchè voi verrete accolti nelle famiglie, nelle istituzioni della società italiana. La presenza di rifugiati siriani ha suscitato una domanda di aiuto e di coinvolgimento grande da parte della società italiana. Voglio ribadire che c'è un'Italia che non vuole ripiegarsi su se stessa non vuole girarsi dall'altra parte, ma vuole intervenire, aiutare. Dobbiamo ringraziare il Ministero degli esteri e dell'Interno perchè hanno consentito lo sviluppo di questo progetto che mi auguro che sia contagioso in Europa.
Il corridoio umanitario non solo risponde alla grande crisi umanitaria generata in Siria, ma  è anche la liberazione dai mercanti delle vite umane, dai padroni dei barconi, dai signori della morte che obbligano tanti a un viaggio incredibile. Questo accogliervi è un orgoglio italiano, vorremmo che fosse un orgoglio europeo. Proprio nel giorno in cui si sgombera la giungla di Calais, noi accogliamo il primo di due gruppi, in tutto 140, che stanno arrivando in Italia. Un affettuoso benvenuto!"
In conclusione, Andrea Riccardi ha ribadito che la collaborazione con le Chiese evangeliche sta crescendo e diventa una sollecitazione agli italiani e le italiane a non voltarsi dall'altra parte davanti ad una grande crisi umanitaria. 

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Huffington Post: Non muri, ma ponti

venerdì 21 ottobre 2016

Italsimpatia. che cos'è?

Ne ha parlato Andrea Riccardi all'apertura della Settimana della Lingua Italiana a Firenze LEGGI

In Colombia è finito un misticismo rivoluzionario religioso non la preoccupazione per i poveri

Andrea Riccardi, nella rubrica "Religioni e civiltà" del magazine Sette del Corriere della Sera del 21 ottobre 2016 torna sulla questione della pace in Colombia di cui aveva parlato all'indomani del referendum sulle pagine del Corriere VAI ALL'ARTICOLO

pace colombia andrea riccardi blogNegli Anni 60 molti cattolici credevano che la rivoluzione fosse l'unico modo «per realizzare
l'amore verso il prossimo nel terreno temporale».

L'accordo di pace tra il presidente colombiano, Santos, e il movimento guerrigliero delle Farc è stato respinto per poche migliaia di voti in un referendum dalla scarsa partecipazione. Ora il presidente deve rinegoziarlo con i suoi oppositori e, ovviamente, con le Farc. Tuttavia una pagina di storia sta per essere voltata: quella pratica della violenza rivoluzionaria. È stata un'illusione, condivisa in tante parti del mondo, che ha prodotto molta sofferenza. Gli stessi dirigenti delle Farc, attive da1 1964, hanno chiesto perdono dei dolori causati. La violenza rivoluzionaria non è stata, però, legata solo al marxismo-leninismo (come per le Farc), ma ha riguardato anche il mondo cattolico. Cristianesimo e rivoluzione sembrano un binomio impossibile, tuttavia sono una realtà della seconda metà del Novecento. In Colombia è la vicenda dell'Eln, che ha cominciato la sua lotta ne1 1964 ed ora sta trattando, a sua volta, con il governo.
L'Eln, fin dall'ideologia, è intrisa dell'apporto del cattolicesimo e della teologia della rivoluzione, oltre a portare la forte impronta del castrismo. Misticismo rivoluzionario con uno sfondo religioso. Vari sacerdoti sono stati membri o alla testa di questa guerriglia. Il più famoso è padre Camilo Torres Restrepo, ucciso in uno scontro con l'esercito colombiano nel febbraio 1966.
Camilo Torres
Camilo Torres è divenuto, in quegli anni, un mito. La sua vicenda incarna le aspirazioni dei cristiani che fecero la scelta per la rivoluzione, contestando l'alleanza tra Chiesa e poteri politici ed economici. Così avvenne in Colombia, dove vigeva ancora un concordato che assegnava al presidente della Repubblica la possibilità di scegliere i candidati per la nomina all'episcopato. Camilo Torres, nato ne1 1929, aveva studiato a Roma e a Lovanio: era un giovane sociologo molto stimato all'inizio degli Anni 60, ma anche un prete popolare tra i giovani e gli studenti universitari.
Per lui, bisognava cambiare la società, dove pochi ricchi dominavano sulle masse dei poveri. Non bastava il programma riformista e democratico-cristiano, che giovani amici di Camilo andavano formulando. Ne1 1965, Torres lanciò la Plataforma del Frente Unido del pueblo colombiano, per raccogliere le opposizioni. Chiedeva la riforma agraria e urbana (gli inquilini diventavano proprietari), varie nazionalizzazioni, una politica della famiglia (che sanzionava i padri che abbandonavano i figli). Dal giugno 1965, Torres, ormai in contrasto con la gerarchia, domandò la riduzione a laico. Il progetto del Frente Unido, nonostante il suo attivismo, fallì. Non restava per lui che la lotta armata.
Dal dicembre 1965, Torres scomparve e, poche settimane dopo, la stampa colombiana pubblicò una sua foto vestito da guerrigliero. Così si spiegò in un messaggio ai cristiani: «Credo di essermi dedicato alla rivoluzione per amore del prossimo. Ho smesso di dire Messa per realizzare questo amore verso il prossimo nel terreno temporale, economico e sociale... quando avrò realizzato la Rivoluzione tornerò ad offrire la Messa...». «Liberazione o morte»: era lo slogan dell'Eln. Nel febbraio 1966, Torres fu ucciso in uno scontro a fuoco. Una breve esistenza da guerrigliero che, però, ne fece un'icona del cristiano rivoluzionario. José Maria Gonzalez Ruiz, teologo del dialogo con il marxismo, scrive su Torres: «Camilo è un cristiano qualunque che ci incoraggia a dare alla rivoluzione dei poveri di tutto il mondo, il valido contributo della fede...».
Oggi quel mondo è davvero lontano. Quello che resta è una triste realtà di guerriglia, incistata per decenni. Il mito di padre Camilo si è dissolto. La strada della violenza, imboccata per motivi generosi da Torres con una mistica della rivoluzione e un` "ascesi" da rivoluzionario, ha prodotto tanti dolori. Questo non vuol dire che oggi il cristianesimo abbia archiviato la preoccupazione per i poveri, come si vede dal pontificato di Francesco.