mercoledì 23 dicembre 2015

Premio Carlomagno a papa Francesco. Andrea Riccardi "Importante riconoscimento a chi sta donando nuova giovinezza all'Europa"



“E’ un importante riconoscimento a chi, sin dall’inizio del suo pontificato, ha lavorato alla costruzione della pace e dell’unità fra i popoli con un messaggio universale”. Così Andrea Riccardi commenta il conferimento del premio Carlomagno a Papa Bergoglio. 
Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, anche lui insignito del “Karlpreis” nel 2009, parla di scelta di “grande rilievo” rivolta all’Europa: “Primo latinoamericano a ricevere il prestigioso premio, Francesco è ormai diventato per tanti, non solo cristiani, una voce autorevole che richiama alla giustizia e invita a guardare al futuro. Ad un’Europa, che soffre troppo spesso per le sue divisioni e per una mancanza di visione – con la tentazione di chiudere le porte - sta donando un nuovo respiro e una nuova giovinezza”.


lunedì 21 dicembre 2015

Il dramma del Medio Oriente senza cristiani sotto i colpi dell'islamismo

Un'analisi di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera 21 dicembre 2015 

A Bagdad, ieri, il patriarca Sako ha aperto la Porta Santa nella cattedrale caldea, parlando di cristiani «tribolati, ma non schiacciati». Ha ricordato un dramma nella tragedia mediorientale: quello dei cristiani. Soffrono come il resto della popolazione. Ma sono colpiti in modo particolare: da quelli uccisi negli attentati a Bagdad fino ai cristiani assiri utilizzati come scudi umani nella capitale del Califfato, Rakka.
Il Medio Oriente, tra breve, sarà senza cristiani. Erano circa il 10% dei siriani e il 3,5% degli iracheni. Nel 1948, gli ebrei furono scacciati dagli Stati arabi, mentre i cristiani restarono fedeli al nazionalismo arabo. Nella loro storia bimillenaria, questi hanno resistito a invasioni e violenze per convertirli: dagli arabi ai mongoli e agli ottomani. Nella notte tra i1 6 e i1 7 agosto 2014, di fronte a Daesh incalzante in Iraq, ben 120.000 cristiani sono fuggiti dalla piana di Ninive: nessuno si è convertito all'Islam per restare. Ora la guerra, l'islamismo e il vuoto di prospettive spingono i cristiani a andare in Occidente. I vescovi, a lungo critici sull'abbandono delle terre storiche, sono oggi possibilisti verso l`emigrazione. Il loro grido d'allarme per un intervento dell`Occidente (non molto realizzabile) non ha dato risultati. Qualche patriarca si è spinto a chiedere l`intervento armato.
Per decenni, le minoranze cristiane hanno vissuto sotto la protezione dei regimi baathisti, siriano e iracheno, che garantivano un po' di laicità e un freno all'islamismo. Del resto il Baath fu fondato nel 1947 da un cristiano (ortodosso), Michel Aflaq, morto nel 1989 (Saddam lo onorò, parlandone come di un convertito all'Islam, fatto poco certo). Quel mondo è stato travolto dalla guerra occidentale all'Iraq (osteggiata dai cristiani) e dalla crisi del regime di Assad (difeso dai patriarchi).
I cristiani hanno creduto alla causa araba, lavorando perché l'arabità non s'identificasse con l`Islam, preoccupati di uno Stato religioso. Alcuni hanno avuto posti di rilievo, come il ministro degli Esteri di Saddam, Tareq Aziz. Giulio Andreotti, ben noto nel mondo arabo, aveva tra i suoi interlocutori alcuni cristiani come il patriarca melkita, Maximos Hakim. Le élite cristiane hanno tanto lavorato per la convivenza, certo fragile. Tutto poi è crollato. I leader ecclesiastici non hanno elaborato un disegno alternativo. Hanno rifiutato dal 2006 liidea di una zona protetta per i cristiani nella piana di Ninive, sostenuta dagli americani, considerandola un ghetto. La vita però era impossibile a Bagdad. Oggi le aree di rifugio sono Kurdistan, Giordania e Libano. Quest'ultimo resiste, ma è a rischio: Daesh vuole portarvi lo scontro come si è visto con gli attentati contro gli sciiti. Il Libano, ultimo ridotto dei cristiani (almeno il 35% dei libanesi), non può accoglierne stabilmente altri. Il Kurdistan ha ricevuto i cristiani in fuga e ne ospita più di 100.000. Il governo locale si presenta aperto al pluralismo: ha fatto memoria persino dell`espulsione degli ebrei dal Paese. Ha costruito un edificio per il patriarca assiro, che abiterà qui. I curdi siriani, nelle zone da loro controllate, proteggono i residui cristiani. Ma i cristiani sono in genere perplessi verso i curdi, memori delle stragi di cent`anni fa e degli scontri successivi. I cristiani, senza prospettive, vogliono lasciare il Medio Oriente. Ambienti neoprotestanti li favoriscono con operazioni come «New Ninive», per portarli soprattutto negli Stati Uniti, che stanno diventando la nuova patria delle Chiese d`Oriente. Gli ambienti cattolici, che seguono la vicenda con tanti interventi di solidarietà, non hanno avuto la possibilità o la capacità di elaborare una visione del futuro né di suggerirla agli orientali. Il nuovo Oriente finirà per essere l`Occidente americano? Si sta spegnendo drammaticamente, sotto i colpi dell`islamismo, quel mondo cristiano orientale che ha avuto una funzione originale nell`incontro tra Islam e modernità e nell`orizzonte del cristianesimo. Si prepara uno sconvolgimento nell`ecologia umana del Mediterraneo: la fine di un`antichissima presenza. È ancora tempo di fare qualcosa? Forse solo la pace in Siria potrebbe mutare questo destino.

di Andrea Riccardi

venerdì 18 dicembre 2015

La lotta di una madre contro la pena di morte 'catastrofe spirituale del mondo'

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

Tamara, cristiana ortodossa, ha visto il figlio fucilato ingiustamente. Ha ottenuto l'abolizione nel suo Uzbekistan e altrove: le resta, in Europa, la Bielorussia  


Ti chiedo perdono se il destino non ci permetterà di incontrarci. Ricorda che io non sono colpevole, non  ho ucciso nessuno. Preferisco morire, non permetterò a nessuno di farti del male. Ti amo molto. Sei l'unica persona cara della mia vita. Ti prego, ricordati di me...»: questa è la lettera che Tamara Chikunova ricevette nel 2000 dal figlio, dopo che era stato fucilato segretamente in Uzbekistan. Tamara è russa di etnia e cittadinanza, abitante nell'Uzbekistan, indipendente dopo la fine dell'Urss nel 1991. La sua vita, fino al 2000, era stata tranquilla, nonostante le difficoltà della minoranza russa nel nuovo assetto politico. Tuttavia, nel 1999, il 17 aprile, suo figlio, Dimitrij, viene arrestato. Comincia un tunnel. Per sei mesi non sa più niente del figlio. Lei stessa è arrestata e picchiata. Quando rivede il figlio, è sfigurato dalle torture. L'11 novembre 1999, dopo pochi mesi di processo, Dimitrij è condannato a morte e viene giustiziato il 10 luglio 2000. Sottoposto a torture e reo confesso (aveva ceduto, ascoltando la registrazione delle urla della madre picchiata dai poliziotti), viene invece riabilitato nel 2005 e il processo dichiarato infondato.

Dopo l'esecuzione segreta di Dimitrij (che non aveva nemmeno potuto salutare per l'ultima volta), Tamara smarrisce ogni voglia di vivere: «Il dolore della perdita, la sete di vendetta», racconta, «distruggono dall'interno. È un terribile fardello e sentivo che stavo per diventare pazza». Gli resta qualche ricordo, come il racconto del figlio nel braccio della morte, impegnato ad aiutare gli altri condannati e a consolarli. Questo la spinge a prendere una decisione: dedicare la vita ai condannati a morte e all'abolizione della pena capitale. Perdona gli assassini del figlio (tali li considera): «Quando vivevo nella vendetta, vivevo nel passato e nel lamento e non  vedevo il presente e la speranza del futuro». Dal 2000, comincia con i condannati in Uzbekistan, nonostante le forti minacce e  le pressioni poliziesche. Fonda "Madri contro la pena di morte e la tortura", organizzazione attiva nei paesi ex sovietici:  non sarebbe più dovuto succedere quello che era toccato a suo figlio, un innocente di ventotto anni strappato dalla vita.  La Francia, per proteggerla, l'ha insignita della Legion d'onore. 
Ha avuto vari successi: la commutazione di 23 condanne capitali, l'esame di circa duecento appelli per violazione dei diritti umani. Nel 2008, in Uzbekistan è stata cancellata la pena di morte.  Il suo contributo è stato decisivo: ha ottenuto pure la revisione di no precedenti condanne capitali e la liberazione di 68 detenuti. Anche il Kazakistan abolisce la pena di morte, mentre il Tagikistan adotta la moratoria delle esecuzioni. Tamara ha lavorato anche per l'abolizione in Mongolia, avvenuta nel 2012. Donna fragile di 67 anni, ma tenace, è stata capace di affrontare a viso aperto istituzioni repressive e molte intimidazioni. Ricorda sempre la motivazione della condanna del figlio (e di tanti): «...non ha alcun valore per la società e non può essere riabilitato. Pertanto, per i reati commessi, viene condannato a morte per fucilazione». Cristiana ortodossa, è convinta che ogni vita invece abbia valore.  Afferma con convinzione, mentre ancora lotta per l'abolizione della pena capitale in Bielorussia  (l'ultimo Paese europeo a mantenerla): «La pena di morte è la catastrofe spirituale dell'uomo».

giovedì 17 dicembre 2015

Salviamo Aleppo e i suoi abitanti. #savealeppo

Andrea Riccardi rinnova il suo appello per la città siriana devastata dalla guerra.
Qui le tre grandi religioni vivevano in pace. I cristiani erano tanti. Ora, sotto le bombe, chi può scappa. Nel silenzio del mondo

Aleppo era bella. Un intreccio di storia e monumenti. Aleppo era la città di tutti. Purtroppo gli ebrei l'avevano lasciata con l'indipendenza della Siria. I pochi rimasti sono andati via poi. I cristiani erano tanti: 300 mila su un milione e 900 mila abitanti. Il quartiere cristiano era vivace, con chiese di confessioni differenti. Quella armeno-ortodossa, antica e levigata dalla preghiera e dalla vita. Non lontano quella greco-cattolica, vicino a cui risiedeva un grande aleppino, il vescovo Edelby, che diceva: «Perché infastidirsi alla voce del muezzin attraverso gli altoparlanti? Provo anch'io a farmi chiamare alla preghiera e percepisco che i musulmani si sentono chiamati». Una famiglia armena gestiva, da più di un secolo, l'epico Hotel Baron, dove scendevano i grandi di passaggio. Aleppo aveva accolto nel 1915 gli armeni deportati nei viaggi della morte, condotti dagli ottomani. Alcuni anni fa, Edelby, figlio di un greco-cattolico e di un'armena, mi ha guidato nel quartiere cristiano, oggi in parte svuotato. Per lui i cristiani dovevano vivere insieme con i musulmani in pace.
Aleppo era la città del vivere insieme: simpatica, laboriosa, crocevia di etnie e religioni. Nel giugno 2015, ho lanciato un appello, Save Aleppo: «Salvare Aleppo vale più che un'affermazione di parte sul campo!». L'appello ha avuto tante e autorevoli adesioni. 
FIRMA ANCHE TU!
La diplomazia internazionale è rimasta silente o ha compiuto qualche gesto maldestro. Le forze sul terreno sono state impegnate a distruggersi. Oggi la parte sotto controllo governativo (il centro e l`area dei cristiani) è assediata e colpita dai missili. Quella dei ribelli è bombardata dai terribili "barili" esplosivi del regime. Qualche giorno fa, un missile è arrivato vicino a una scuola da cui uscivano 250 alunni. I bambini di Aleppo sono cresciuti in una guerra che dura da quattro anni. Chi può fugge. Per due settimane la città è stata isolata per gli scontri tra l'esercito di Assad e gli uomini del Daesh sull'unica strada per uscire dall'assedio. Mancavano in città i generi di prima necessità. I cristiani isolati temevano per loro in caso di vittoria di Daesh. Dopo la fine del blocco, la gente ha ripreso a fuggire. Ben 70 mila in una sola settimana. Aleppo, patrimonio dell`umanità dell`Unesco, è un cumulo di rovine. Bisogna salvare però le vite umane e le famiglie: il meraviglioso patrimonio umano della città. Per questo non va dimenticata Aleppo!  



La città conta un milione e 900 mila abitanti ed è più grande della capitale siriana Damasco. Non molto tempo fa, i cristiani erano 300 mila.

questo articolo è apparso su Famiglia Cristiana del 20/12/2015

martedì 15 dicembre 2015

La misericordia oggi, conferenza di Andrea Riccardi a Alessandria

Ultimo e importante appuntamento questa sera per 'I martedì dell'avvento' organizzati dalla Diocesi di Alessandria. Alle 21, all'Auditorium della Parrocchia di San Baudolino 13 ad Alessandria, arriverà il professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Ministro per la Cooperazione internazionale nel Governo Monti e attuale presidente della Società Dante Alighieri. Introdurrà la serata l'ex ministro alessandrino Renato Balduzzi.


domenica 13 dicembre 2015

Quel prete del mondo arrivato a Bologna Il ritratto di Zuppi dell’amico Riccardi

Un'intervista a Andrea Riccardi del Corriere di Bologna, dopo l'insediamento in diocesi di mons. Matteo Maria Zuppi.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio racconta la sua amicizia con il nuovo vescovo arrivato in città

«Conosco Zuppi da quando aveva 15 anni e insieme al prete ho visto crescere l’uomo». Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio ed ex ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione del governo Monti, racconta chi è il nuovo vescovo di Bologna. Un ritratto autentico e pieno di stima per una figura che secondo Riccardi «saprà camminare tra la gente, non solo un prete di strada ma un prete del mondo».
Quali sono i valori principali che il nuovo vescovo porterà a Bologna?
«Conosco la sua storia, quella di una persona che ha vissuto il Vangelo fin da giovane. La storia di un impegno partito da giovanissimo e proseguito nel tempo. Di lui ricordo soprattutto la caparbietà nel ’92 in Mozambico per mettere fine a quel conflitto. Riusciva a tenere insieme tutto quello che poteva unire e ad allontanare ciò che divideva. A Bologna porta questo messaggio e soprattutto l’idea che l’uomo pur nella sua vulnerabilità può trovare la forza in Dio. Non credo che lui arrivi a Bologna con l’idea di un progetto preciso, a lui piace camminare insieme ai fedeli e con loro affrontare le difficoltà. Credo che viva questo impegno come una grande sfida».
La sua nomina e quella di Lorefice a Palermo sono state considerate scelte rivoluzionarie di Papa Francesco.
«Credo sia l’avventura di due poveri cristiani, nel senso nobile del termine, diventati vescovi. Molti si sono soffermati sull’immagine dei preti di strada. Secondo me hanno semplicemente la capacità di leggere il Vangelo fuori dalle chiese, di vedere intorno a loro quello che succede e di fare da guida. La scelta di andare a visitare la stazione di Bologna per ricordare le vittime della strage è un grande segnale che Zuppi ha voluto mandare alla città. È fatto così».
Inevitabilmente si fanno già i confronti con il predecessore, il cardinale Carlo Caffarra.
«Non è l’approccio giusto, perché ogni vescovo vive un tempo differente, in un modo diverso. Conoscendolo so che non vorrà rappresentare la rottura con il passato, ma la prosecuzione di un messaggio. Nei suoi discorsi ha ricordato Biffi e Caffarra, la dimostrazione che vuole continuare un lavoro».
Sembra molto evidente una sua grande capacità comunicativa. Rischia di mettere in ombra gli altri personaggi della città?
«Non è un tipo che vive per comunicare, non fa parte del suo personaggio. Semplicemente è molto spontaneo e dice quello che pensa. Non è massmediatico e non parlerà mai pensando a come le parole potranno servire alla stampa o per fare polemiche su alcuni temi».

Leggi l'articolo sul Corriere di Bologna

 

venerdì 11 dicembre 2015

Andrea Riccardi e la visione geopolitica di Giorgio La Pira

La "visione" del Fidel italiano:  Giorgio La Pira, il "comunistello di sacrestia" per gli ambienti vaticani anni 50, credeva nel potere d'attrazione del mondo cristiano. Attraverso il dialogo.

Un commento di Andrea Riccardi 

Negli ambienti vaticani degli anni Cinquanta, lo chiamavano il "comunistello di sacrestia": si trattava di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze da1 1951 al 1957 e da1 1961 al 1965. In realtà La Pira aveva una visione geopolitica che rifiutava il determinismo tragico, per cui Occidente ed Est comunista erano destinati, se non allo scontro, a una perenne contrapposizione. Gli ambienti vaticani e italiani (conservatori), quelli economici, il "partito romano" (la corrente ecclesiastica di destra e tradizionalista), lo consideravano pericoloso. Giuseppe De Luca, erudito e prete romano, lo chiamava "il nostro Fidel Castro".
La Pira, antifascista e oppositore alle leggi razziali, non aveva paura dei suoi avversari. Da1 1952 alla morte (nel 1977), comunicò le sue visioni del mondo ai papi (da Pio XII a Paolo VI). Membro dell'Assemblea Costituente, aveva dato un notevole contributo ai principi generali della Costituzione anche in collaborazione con la sinistra. Era convinto che, per cambiare i mondi altri, la pace e il dialogo fossero decisivi, non lo scontro. Da1 1952, organizzò a Firenze i convegni per la pace e la civiltà cristiana, poi raccolse i sindaci del mondo, tra cui quelli di Mosca e di Pechino (non esistevano relazioni diplomatiche tra Italia e Cina popolare). Voleva creare ponti tra mondi in opposizione. Non solo con l'Est, anche se andò al Cremlino e poi ricevette dai sovietici, primo occidentale, il discorso segreto di Kruscev sulla destalinizzazione. Per lui un contatto tra ebrei e arabi era decisivo, anche per risolvere il conflitto arabo-israeliano tramite il negoziato.
In questa prospettiva, fin dagli anni Cinquanta, viaggiò in Israele, Giordania, Egitto, Tunisia, ovunque accolto come amico. Per gli ebrei, era tra i fondatori delle Amicizie ebraico-cristiane mentre, tra gli arabi, era considerato un interlocutore di rilievo. Il Mediterraneo doveva essere lo "spazio di Abramo" per una vita comune tra ebrei, cristiani e musulmani, tutti figli del patriarca biblico. Ancora oggi impressiona la "visione" di La Pira. Per lui, l'Europa e il mondo cristiano dovevano esercitare un'attrazione", attraverso l'umanesimo e la superiorità "tecnica", verso l'Est comunista e il Terzo Mondo (fu un convinto sostenitore dell'indipendenza dell'Algeria dalla Francia). Scriveva ne1 1958: «Questi "briganti", come Kruscev e Mao Tse Tung, bisogna avvicinarli; bisogna guardarli con fede e sicurezza negli occhi». Era convinto che, con il Terzo Mondo, si dovesse lavorare molto anche per evitare l'influenza marxista o le derive di contrapposizione. Negli anni Settanta s'impegnò per la fine del conflitto tra Vietnam del Nord e del Sud.
Temeva che la logica dello scontro si impadronisse della Chiesa e dell'Occidente: «La Chiesa ha oggi questo grande mandato: essere la costruttrice di ponti, ovunque, per tutte le nazioni, tutte le culture, tutti i regimi, direi quasi per tutte le religioni» - scriveva ne1 1974 a Paolo VI. Un sognatore? Molti lo accusarono di questo. Il suo ruolo non fu riconosciuto e, dopo la fine del suo mandato di sindaco nel 1965, non ebbe incarichi pubblici. Ma fu un riferimento. Le sue visioni hanno ispirato la politica italiana e quella della Chiesa. Si possono discutere, ma - come scrive Mario Luzi La Pira «levò alto i pensieri». Senza sogni e visioni, senza sguardo sul mondo, la politica si immiserisce nei gorghi del quotidiano. È la sua lezione.

venerdì 4 dicembre 2015

Servono uomini che attraversino le culture, la globalizzazione ha bisogno di dialogo

Andrea Riccardi, nella rubrica Religioni e civiltà 

In tempi di globalizzazione sono preziose le figure che passano da un mondo all`altro: mostrano la strada per superare i pregiudizi

La globalizzazione sembra appiattire tutto e tutti su un unico modello. Rinascono però, quasi per contrapposizione, identità radicali. Siamo anzi in una stagione di radicalismi. Basterebbe pensare al mondo islamico. Ma non è l'unico: tutti i mondi, le culture, le religioni hanno correnti fondamentaliste. La globalizzazione (che accosta mondi lontani, attraverso il contatto, la migrazione o il virtuale) ha bisogno di dialogo. Non è un atteggiamento buonista. Bensì è necessità posta da inedite convivenze. La gente va aiutata a vivere insieme, ma anche a conoscersi, a superare antichi pregiudizi e a stimarsi. Per questo non bastano i convegni. Ci vogliono donne e uomini, familiari a mondi diversi, che si facciano carico di avvicinarli. Sono quelli che, in francese, si chiamano i passeur. Passeur vuol dire letteralmente traghettatore, ma anche corriere di droga, chi porta i migranti su rotte clandestine, chi valica le frontiere irregolarmente. Era chiamato passeur chí guidava gli ebrei oltre la frontiera francese in Svizzera. Ci sono però anche passeur che travalicano frontiere e muri tra religioni e mondi. Aiutano a capirsi.
Nella mia vita ne ho incontrati alcuni. Altri li ho studiali. Sono persone, passate da un mondo all'altro. A volte sono rimaste nel mondo dell'altro. A volte sono tornate. Spesso hanno fatto da ponte, favorendo la comunicazione, aprendo un dialogo o creando innesti.
Si tratta di storie culturali di eminenti studiosi, come Louis Massignon, che aprì la via del dialogo tra musulmani e cristiani con la sua immensa erudizione e un atteggiamento da mistico. Ma pure, con la difesa dei musulmani di fronte alla colonizzazione francese dopo la Seconda guerra mondiale. Le sue posizioni furono determinanti per l`inizio del dialogo tra musulmani e Chiesa cattolica con il Vaticano II. Altre volte si tratta di viaggiatori ed esploratori di mondi altri.
Talvolta i passeur si immergono nel mondo degli altri, come il prete francese Jules Monchanin che, dal 1939 alla morte nel 1957, s`immedesimò - da monaco cristiano - nell'induismo cercando un incontro tra la sua fede e il mondo indù. Prese il nome indiano di Paramarubyananda (colui che mette la sua gioia nell'essere senza forma). Hanno tentato di essere passeur i convertiti da una religione all`altra: ebrei diventati cristiani, cattolici divenuti ortodossi e viceversa, musulmani fattisi cristiani e cristiani convertiti all`islam. La loro posizione spesso non è stata facile soprattutto verso il mondo di provenienza, ma talvolta anche in quello di approdo. Jules Isaac, ebreo (laico) che aveva perso moglie e figlia nella Shoah, restò nel suo mondo ma studiò il cristianesimo e indicò nell'insegnamento del "disprezzo" una radice fondamentale dell`antisemitismo. Superò le frontiere della Chiesa cattolica, incontrando Pio XII e Giovanni XXIII. Pose le basi del dialogo, dopo il dramma della Shoah, aprendo la via alle novità sul dialogo ebraico-cattolico del Concilio Vaticano II. Sono cenni ad alcune storie di passeur di ieri. Ce ne sono tante altre sconosciute o poco conosciute. Sicuramente, in questo tempo globale di nuovi accostamenti tra popoli e religioni, c'è grande bisogno di persone che si facciano mediatori nel quotidiano per mostrare bellezza e compatibilità delle diversità, ma anche la vicinanza tra realtà diverse, anzi talvolta opposte. Ci vogliono nuovi e appassionati passeur.

giovedì 3 dicembre 2015

Pena di morte: stop alla barbarie. Da 2000 città un segno forte per l'abolizione

Il Colosseo illuminato per dire No alla pena di morte

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana:

Da 2 mila città un segnale forte per l'abolizione

Il 30 novembre più di duemila città nel mondo hanno lanciato un segnale forte per l'abolizione della pena di morte. A Roma si è illuminato il Colosseo. Si ricorda il 30 novembre del 1786, quando il Granducato di Toscana fu il primo Stato a cancellarne l'esistenza legale. Sono passati più di due secoli, ma la pena capitale resta in troppi Stati. In questi giorni difficili, talvolta la si evoca quale misura antiterroristica, dimenticando che proprio la morte suggella le ideologie del terrore. Da 14 anni, la Comunità di Sant'Egidio anima, in tutto il mondo, il movimento "Cities for Life". 
Non si può amare e difendere la vita, se si consente l'esecuzione capitale: è il pensiero di Sant'Egidio, condiviso da tanti uomini e donne di varie religioni o umanisti. 
 Quanti errori giudiziari irreversibili! Ben 151 condannati sono stati rilasciati perché scoperti innocenti. L'arcivescovo Tutu ha affermato: «L'errore non si può mai riparare». Abbiamo conosciuto uomini e donne uccisi, nonostante si fossero emendati. Nel 2012, negli Usa, l'esecuzione è avvenuta in media dopo quasi 6 mila giorni dalla condanna, drammaticamente vissuti tra la speranza e la quasi certezza della morte.
L'Europa è stata alla testa del movimento abolizionista, mostrandosi capace, negli ultimi quindici anni, di cambiare la politica e la mentalità dei popoli, in una grande acquisizione di civiltà. Ne fa la storia un bel libro di Mario Marazziti, LIFE, edito da Francesco Mondadorí, in cui sí racconta la lotta contro la pena di morte a mani nude, con poveri mezzi ma forza di convinzioni.
È un testo prezioso d'impegno civile e di diplomazia "popolare" che narra l'affermazione dell'umanesimo in un tempo segnato dalla crescita della violenza. Il libro mostra come il mondo può cambiare. Persino mondi religiosi chiusi all'idea abolizionista cominciano a interrogarsi. La pena di morte è una vendetta legale, considerata ancora oggi ovvia in diverse nazioni. Quattro Paesi, nel 2013, hanno persino eseguito la condanna in pubblico, come fatto esemplare. Senza esecuzioni, sembra che l'ordine sociale non regga. Lo si diceva della schiavitù: senza di essa l`economia sarebbe crollata. Si è visto il contrario. La condanna a morte invece riconosce il valore della violenza. Mi chiedo se, nell'anno del Giubileo della misericordia, non si debba chiedere almeno una moratoria delle esecuzioni da parte degli Stati, per salvare vite umane e offrire alla politica di prendere decisioni innovative a riguardo.
 Papa Francesco, a Washington, ha parlato con grande chiarezza contro la condanna a morte. Ora tocca a tutti chiedere che il Giubileo della misericordia possa liberare il mondo da questa pratica odiosa.
DATI I Paesi che mantengono la pena di morte sono 58.
Nel 2014 Amnesty International ha registrato 607 esecuzioni in 22 Paesi e 2.466 nuove condanne (+28% sul 2013).
Il dato non comprende però la Cina, dove sull'argomento vige il segreto di Stato.

martedì 1 dicembre 2015

Editoriale - Il coraggio politico del viaggio africano di papa Francesco

Il Pontefice è andato in un continente instabile per parlare di pace, sfidando i pericoli di attentati Una reazione forte dopo i fatti di Parigi 
Moltissimi erano contrari al viaggio del Papa in Centrafrica e alla sua rischiosa esposizione a Bangui. Avevano ragione: c'è stato un vero rischio per la sua persona. I militari francesi avevano avvertito sull'impossibilità di controllare le fazioni e le tante armi in mano alla gente. Papa Francesco però è voluto andare a Bangui, rispettando il programma, anche la visita al quartiere musulmano (che suscitava le maggiori perplessità). Ha avuto un coraggio personale straordinario, rivelatore del senso profondo del suo ministero. Ha mostrato l'audacia di chi vive quello che crede. Non ha avuto paura di andare nella moschea centrale di Koudougou a proclamare: «Tra cristiani e musulmani siamo fratelli». È anche una lezione a noi europei spaventati del futuro, specie dopo gli attentati di Parigi. Francesco, con la visita in Centrafrica, ha dato un tono particolare al viaggio che ha avuto due precedenti tappe molto pastorali in Kenya e in Uganda. Ma in Centrafrica c'è stata la discesa agli inferi: una situazione fuori controllo, i rischi di conflitto religioso tra musulmani e cristiani, la fragilità delle istituzioni, l'insicurezza generale, i tanti profughi (alcuni incontrati dal Papa), la violenza e le anni, tanta miseria. 
Il Paese riassume in sé i mali del continente. Ha una storia terribile: basterebbe ricordare il tragico «impero» di Bokassa. Per la collocazione geopolitica, si riverberano sul Centrafrica l'instabilità dei vicini due Sudan, del Ciad e del Congo. Il Papa è sceso quasi nell'epicentro dell'instabilità, per parlare di pace. Francesco ha proclamato Bangui «capitale spirituale del mondo» all'apertura della Porta Santa della cattedrale (fatta di povero legno) e all'inaugurazione del Giubileo: «L'Anno santo della misericordia viene in anticipo in questa Terra» - ha detto. Quasi ce ne fosse bisogno subito.
Il tanto parlare di periferie da parte di Bergoglio (su cui qualche ecclesiastico ironizza) è concreto: il Giubileo comincia dalla periferia africana. Da qui il Papa ha parlato al mondo: «In questa terra sofferente ci sono anche tutti i Paesi che stanno passando attraverso la croce della guerra. Bangui diviene la capitale spirituale della preghiera per la misericordia...»
La sua cattedra non è stata nella solennità dei marmi e dei canti della basilica di San Pietro. Le polemiche attorno alla vita vaticana sono lontane e ridimensionate. Per la prima volta la Porta Santa si è aperta in un «inferno» di violenze, rapimenti, odio, intrighi politici, corruzione, miserie. Liturgia e dramma della storia si sovrappongono. Francesco vede riassunte e simboleggiate in Centrafrica tutte le guerre, quasi fosse la concretizzazione di un «giubileo» della morte e della violenza, che dura da tanto e rischia di non finire. Il Papa ha risposto con il suo Giubileo, quello dell'utopia della misericordia. Non l'ha proclamato dal soglio vaticano, ma si è sprofondato in una crisi: così non solo è più credibile, ma ha iniettato una speranza che aiuterà il processo di pacificazione. 
Il Papa è stato nella moschea centrale nel quartiere sotto controllo dei Seleka, le milizie musulmane che hanno rovesciato il presidente Bozizé (sostenuto dagli antiBalaka cristiani) e il suo successore. Ha voluto incontrare tutte le parti di questa società in lotta e frammenti. La povera Bangui, sfregiata da anni di guerra, così insicura, è diventata «capitale spirituale». I centrafricani hanno sentito con orgoglio la fiducia che il Papa dava a un Paese screditato nella comunità internazionale. Nonostante il caos della situazione in buona parte fuori controllo, hanno tratto le conseguenze dell'apertura di credito di Francesco. 
La visita papale è stata un catalizzatore di istanze di pace. Le milizie si sono autoregolamentate. Tutti i candidati alle elezioni presidenziali del prossimo 13 dicembre - con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio (leggi la news) hanno firmato un accordo che impegna l`eventuale vincitore a rispettare le regole democratiche. Sulla soglia dell'Anno Santo, l'anziano Papa, per la prima volta in Africa, stanco di un lungo e turbinoso viaggio, quasi come un mendicante, ha chiesto l'«elemosina della pace». Ha lanciato un appello che va al di là dei confini centrafricani: «Deponete questi strumenti di morte; armatevi piuttosto della giustizia, dell`amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace». Da Bangui è venuta anche la risposta alla grave crisi aperta dagli attentati di Parigi: le diversità non giustificano i conflitti. Ha parlato anche delle divisioni tra cristiani come «scandalo davanti a tanto odio e tanta violenza che lacerano l'umanità». La proposta centrale del Giubileo è battere «la paura dell'altro, di ciò che non ci è familiare, di ciò che non appartiene al nostro gruppo etnico.., alla nostra confessione religiosa». Il Giubileo vuole creare - in mezzo ai popoli - una sintesi tra le diversità per vivere insieme. È l`ideale semplice e decisivo del Papa: «L`unità nella diversità» --- ha detto. Parole semplici e forti, corroborate da gesti coraggiosi. 
Editoriale di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera del 1 dicembre 2015