venerdì 30 ottobre 2015

Le religioni? Strano, ma possono convivere - i luoghi della preghiera comune

Andrea Riccardi sulla rubrica Religioni e civiltà di "Sette"

Ebrei e musulmani sembrano inconciliabili. Tra cristiani e islam molto spesso c`è tensione. Ma ci sono luoghi dove ancora si prega insieme

Sembra difficile oggi che gli ebrei vivano con i musulmani. Appare pure complicato che i musulmani abitino con i cristiani. Invece ci sono stati luoghi attorno al Mediterraneo, dove gli ebrei hanno pregato accanto ai musulmani e questi ultimi accanto ai cristiani. Alcuni di questi luoghi esistono ancora e sono aperti ai credenti di varie religioni. 
Notre Dame d'Afrique -Algeri
Ho visto in un santuario dedicato a Notre Dame de la Garde, che domina Marsiglia, donne musulmane in preghiera. Lo stesso avviene nel santuario di Notre Dame d'Afrique (Algeri), dove i musulmani e i pochi cristiani rimasti nel paese si rivolgono a una Madonna nera. Sull'abside della chiesa, finita di costruire dai francesi nel 1872, campeggia la scritta in francese, arabo e cabila «Nostra Signora d'Africa, pregate per noi e per i musulmani». La preghiera chiesta a Maria vuole abbracciare anche i musulmani. Ma spesso i vertici delle religioni e le ortodossie non amano i luoghi misti di preghiera. Tuttavia l'intuito del popolo spinge verso spazi imbevuti da secoli di preghiera e dal senso della presenza di Dio. Non erano pochi questi luoghi. Molti sono scomparsi, con la fine della convivenza tra ebrei e musulmani in Nord Africa, come la sinagoga di Annaba (Algeria), fondata sulla memoria di un miracolo legato al rotolo della Torah. La devozione è scomparsa con la chiusura delle sinagoghe. C'è invece ancora in Tunisia, nell'isola di Djerba, dove vive qualche centinaio di ebrei: qui pellegrini ebrei e musulmani partecipano alle stesse cerimonie, in un luogo dove si ricorda una "santa" (non si sa di che religione). È un'isola di convivialità -scrive Dionigi Albera - in un mare di conflitti.

In certi santuari, fedeli di religioni diverse si raccolgono attorno a simboli di credo universale: è la prova che creando momenti di incontro si può accrescere il dialogo e ridurre lo scontro

Monastero di San Giorgio a Buyukada -Istanbul
Dall'altra parte del Mediterraneo, sull'isola di Buyukada, di fronte a Istanbul, i1 23 aprile, festa di San Giorgio (ma pure festa nazionale turca), 100.000 persone (quasi tutte musulmane) vanno in pellegrinaggio al santuario greco-ortodosso. È un`antica devozione, che ha avuto una reviviscenza negli ultimi anni. San Giorgio è attrattivo per i non cristiani, anche se talvolta i cristiani mi hanno detto di guardarlo come salvatore della Chiesa (la principessa nell'icona) dal drago (l'islam). Tensioni e convivenza s'intrecciano. A Istanbul, nella chiesa cattolica di Sant'Antonio da Padova, c'è tanto passaggio di musulmani - anche donne con il velo - specie il martedì, giorno dedicato al santo. Non sono solo storie passate. Un santuario misto di preghiera e di dolore è oggi Lampedusa, luogo di tanti sbarchi, ma anche di sepoltura dei caduti in mare (nel cimitero cristiano). Qui, fino al 1820, è
attestata anche una moschea. Oggi, con rifugiati e migranti, cristiani e musulmani, si prega secondo le diverse religioni. E lo si fa vicino. Con il legno delle barche, un abile artigiano fa croci che ricordano il dolore di tanti. E la memoria dei caduti viene celebrata nell`isola da incontri interreligiosi. Aveva ragione Giovanni Paolo II, rispetto agli spaventati custodi della separatezza identitaria: la pace, come il bisogno personale e il dolore, spingono a pregare gli uni accanto agli altri, anche se le teologie e le tradizioni liturgiche sono differenti. I luoghi "misti" del Mediterraneo ricordano come, nei secoli passati, non si è pregato solo gli uni contro gli altri, ma gli uni accanto agli altri. E si prega ancora vicino.

Il coraggio di essere umani. Intervento di Riccardi al convegno della Comunità Giovanni XXIII - IL VIDEO


giovedì 29 ottobre 2015

Stiamo più vicini al papa: Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Era già avvenuto con Benedetto XVI. Ma con Francesco c'è come un processo di screditamento attraverso false notizie o insinuazioni di Andrea Riccardi

Questi sono stati giorni molto intensi per la Chiesa cattolica. Si è chiuso da poco il Sinodo dei vescovi, in cui si è discusso sulla famiglia nel mondo contemporaneo. Sono emerse sensibilità differenti, anche perché i problemi sono molti. Parlare di famiglia è discutere della realtà degli uomini e delle donne, ma anche dei bambini e degli anziani, tutti stretti in un comune vincolo di destino. E nella società globalizzata soffre tutto ciò che è legame, mentre si esalta l'individuo da solo. Così i padri sinodali hanno discusso dell'umanità dei nostri giorni, sotto l'angolatura della famiglia. Papa Francesco era con loro e ha più volte richiamato alla misericordia verso la condizione umana. Ovvio che misericordia non significhi distruggere o cambiare la dottrina della Chiesa. Non si può parlare - anche se c'erano al Sinodo preoccupazioni diverse - di un partito di vescovi per la misericordia e di un altro per la dottrina. Così concepiti sono caricature mediatiche. Il Sinodo ha concluso con un documento unitario rimesso al Papa, che ha voluto un dibattito nella Chiesa (il che non significa necessariamente divisione). Sarà lui poi, con la sua responsabilità, a sviluppare l'insegnamento della Chiesa sulla famiglia negli anni a venire. Quello che suscita stupore è l'attacco portato al Papa in tanti modi, come con la diffusione di false notizie sulla sua salute. Qualcosa di simile era già avvenuto nei confronti di papa Benedetto. Ma con Francesco c'è come un processo di screditamento attraverso false notizie o insinuazioni, quasi che il Papa argentino non governasse la Curia e la Chiesa, ma fosse tutto dedito al rapporto con il popolo. Questo viene da fuori. Ma talvolta anche personalità della Chiesa, che dovrebbero professare rispetto, assumono toni raramente usati verso il Papa. Sono eccezioni, certamente. Ci si ricordi che mettere in discussione la figura del Papa è infragilire il custode della dottrina e della tradizione della Chiesa, ma anche il garante della comunione e della libertà di tutti. Già con papa Ratzinger, abbiamo visto come queste forze inconsulte (interne o esterne?) siano pesanti. Francesco non ha bisogno di essere difeso. Ma tutti - cardinali, vescovi, popolo di Dio, credenti - ricordano bene quel che ha fatto dal 2013, quando la Chiesa sembrava vivere momenti bui. Forse è l'ora di stargli più vicino. Non ho da insegnare niente. Ma sento gratitudine per lui. E mi piacerebbe che fosse più espressa.

«Sì, è caos triste. A Roma più tane che piazze» Serve una convocazione per Roma

Roma è in una situazione di «caos triste». Certamente contribuisce l'«immagine, che non è bella, perché la città è mal tenuta». Ma per Andrea Riccardi - romano, docente di Storia contemporanea e fondatore della Comunità di Sant'Egidio nel cuore di Trastevere - c`è un malessere spirituale più profondo che rode l'anima della città, spegne le energie, le disperde in tanti mondi separati ed emerge, poi, nei grandi scandali della corruzione.
Questa «non è stata estirpata dai grandi lavacri come Mani pulite», mentre «può esserlo da uno spirito condiviso, dal senso della comunità». Per questo Riccardi, che è anche stato ministro per la Cooperazione internazionale e l'integrazione, riprende la sua idea di uno «sforzo costituente» per la città, con il quale mettere insieme tutte le energie migliori per «fare sistema». Cosa che al momento, è la sua analisi, non avviene.
Professore, c'entra anche il carattere dei romani, considerati da sempre un po` cinici e menefreghisti? Il carattere storico del romano, che lei tratteggia, è fatto anche di ironia e allegria. Io questa contentezza non la vedo più. Vedo al contrario molta rabbia, costante aggressività e conflittualità, basti pensare al traffico. C`è anche un individualismo diffuso, a partire dal quale si può sviluppare la corruzione. La città è un caos triste. E tutti quelli che hanno avuto una responsabilità a Roma si devono interrogare. Milano invece torna a fiorire. E si rispolverano immagini del periodo postunitario, come la "capitale morale".
 Come la vede?
 Penso che la contrapposizione tra Roma e Milano appartenga al passato e non abbia senso. L'Italia ha bisogno di entrambe. Sono contento del fatto che a Milano c'è un vento di ripresa. Mentre a Roma questo non c`è.
A cosa si deve? 
Il problema è che gli ambienti positivi, di eccellenza, che pure non mancano, si rintanano nei loro circuiti. Le reti sociali sono in crisi, frammentate. Il sistema nervoso della città non è percorso da un sentimento di speranza. Sono molto preoccupato. Roma sta male.
Quale cura serve, allora?
Vanno messi insieme gli aspetti positivi della città in uno sforzo costituente, altrimenti restiamo in una condizione di abbandono. Un uomo solo al comando non ce la fa. Non si tratta solo della questione elettorale o del sindaco. A questo sforzo vedo chiamati anche i cattolici, che sono una grande risorsa per Roma. Ma, lo dico non da oggi, negli ultimi anni sono stati troppo timidi. Avrebbero avuto la responsabilità di convocare i romani, non per dominare, ma per chiedere loro di reagire. Ha ragione il cardinale Vallini (vicario del Papa per la diocesi di Roma, che il 5 novembre presenterà una lettera alla città ndr), quando parla di «anemia». Ne sono malati i cattolici e la città tutta.
Non ha visto reazioni di fronte agli scandali dell`ultimo anno? C'è stato un silenzio troppo forte. Non si tratta tanto di fare dichiarazioni, quanto di tornare a uno spirito che si pone il problema del bene comune e del destino della città. Le reazioni che ci sono state, poi, sono state troppo individuali. Non ci sono state operazioni di largo respiro.
Milano ha avuto l`Expo, Roma tra poco avrà il Giubileo. Come cogliere l`occasione?
Ci vuole la capacità di farne un momento anche di rinascita civile a partire dal fatto religioso. Credo che il significato del Giubileo per laici e cattolici stia nel fatto che Roma non può vivere per se stessa e a frammenti. Il senso profondo della città sta nel Roma-Amor di cui parlava Giovanni Paolo II. Cioè, nel vivere per gli altri, per una dimensione universale, è la sua vocazione di centro della Chiesa e capitale d`Italia. Invece Roma si nasconde. Ci sono molte tane, ma poche piazze. E non c'è nessuno che abbia la capacità di convocare gli altri. Per questo non vorrei che la Chiesa perdesse questa capacità.
A quali modelli ci si può ispirare?
Non posso dimenticare il grande convegno del febbraio 1974 (quello conosciuto come sui "mali di Roma", voluto dall`allora cardinale vicario, Ugo Poletti ndr). Abbiamo lasciato passare il suo quarantennale con piccole commemorazioni. Mentre quella grande occasione ci richiama una dimensione importante di vita.
Il Giubileo è un`occasione per rianimare una città «malata di individualismo e frammentazione»

mercoledì 28 ottobre 2015

La nomina dei vescovi di strada, figlia delle aperture del Sinodo. Di Andrea Riccardi

UN ALTRO SEGNALE DI FRANCESCO: VESCOVI DI STRADA
di Andrea Riccardi

Cantiere aperto. Le scelte del Papa sono un segnale per l`intero cattolicesimo italiano, alla vigilia del prossimo convegno nazionale di Firenze. C`è la volontà di continuare nel rinnovamento

La nomina dei nuovi arcivescovi di Bologna e Palermo è una sorpresa per il profilo dei due prescelti. Il nuovo vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, è un parroco siciliano che ha scritto un libro sulla Chiesa dei poveri secondo il Concilio Vaticano II: viene chiamato a una sede prestigiosa a cui erano inviati normalmente vescovi provati. A Bologna è stato nominato Matteo Zuppi, vescovo ausiliare di Roma, uomo dell'incontro, con all'attivo una storia di impegno per i poveri e per la pace in Africa. La nomina di questi due vescovi «di strada», ma anche del dialogo, è stata comunicata proprio il giorno anniversario della preghiera per la pace tra le religioni voluta nel 1986 da Giovanni Paolo II quasi trent'anni fa. Queste scelte sono un segno indicatore per l'intero cattolicesimo italiano, alla vigilia del prossimo convegno nazionale della Chiesa a Firenze. Avvengono anche dopo il Sinodo dei vescovi, quello in cui si è più discusso in tutta la storia di questa istituzione. Molti hanno ipotizzato, sia per il Sinodo sia per gli attacchi mediatici al Papa, una fase calante di un pontificato, finora caratterizzato da una lunga «luna di miele» con l`opinione pubblica. In realtà non sono le discussioni a spaventare o rallentare il Papa. Le avrebbe potute evitare introducendo una riforma sui matrimoni motu proprio. Certo, ha avuto qualche spiacevole sorpresa nei lavori sinodali («metodi non del tutto benevoli» - ha detto). Sono modi che, per lui, nascono dall`ideologizzazione della fede. Invece vanno superate «ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive» - ha ammonito. Sono parole forti e chiare, unite all`invito a vivere ilVangelo come fonte viva, mentre c'è «chi vuole "indottrinarlo" in pietre morte da scagliare contro gli altri». In realtà Francesco sa che una Chiesa di un miliardo di fedeli, presente in mondi tanto differenti, ha bisogno di nuova articolazione e di più profonda coesione. Le differenze ci sono. Ma non si risponde con più centralizzazione, mostratasi, negli ultimi anni, in affanno nelle strutture vaticane. Il mondo globale da una parte unifica mentalità e costumi, ma dall`altra provoca radicalizzazioni delle identità. La Chiesa anglicana è arrivata al conflitto tra le comunità africane e inglesi. Per la Chiesa cattolica è un`altra storia, anche se i mondi che la compongono sono variegati. Al recente Sinodo, sono emersi blocchi, che ricordavano quelli nazionali degli antichi Concili (che però erano legati agli Stati). Si è vista la differenza dei vescovi dell`Est europeo dai colleghi occidentali.
Il rapporto tra Cristianesimo e nazione nell`Est, nonostante la secolarizzazione, è diverso dall`Ovest. I vescovi polacchi hanno fatto quadrato sulla famiglia, mentre le opinioni dei vescovi dell`Europa occidentale erano diversificate. C'è poi il blocco africano, non così compatto com`è rappresentato. L`Africa è ricca e complessa. Modelli d'inculturazione del passato sembrano arcaici per i giovani che aspirano a stili di vita globali. La famiglia africana non è più quella di una volta, come si vede dalle gravi difficoltà degli anziani a differenza di ieri.
Il Papa andrà prossimamente in Africa e proporrà la grande sfida della missione di fronte a quella delle sette e dell`Islam, ma pure in presenza di corruzione e diritti dell'uomo calpestati. Sta per aprire una nuova pagina del pontificato in un continente in cui la storia corre. Bisogna mettere insieme mondi diversi nella Chiesa. Francesco parla di «decentralizzazione», non per indulgere a spinte centrifughe, ma perché convinto che la complessità vada composta camminando insieme: «sinodalmente» ha detto. Il che non significa una Chiesa introversa che passa il tempo a discutere e litigare. Nemmeno la copia del regime sinodale ortodosso, incentrato sull`orizzonte nazionale.
Nel cuore di questo vasto e vario popolo, c'è il ministero del Papa: «Non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell`unità» - ha detto Francesco, disponibile, come lo fu Giovanni Paolo II, a rivederne le forme di esercizio. Quindi non sono le mediocri «bombe» mediatiche né le discussioni sinodali a impegnare il Papa, bensì la realizzazione d`una Chiesa-popolo, non minoranza «pura e dura», globalmente unita in un mondo lacerato e conflittuale. È un grande cantiere - un processo, direbbe il Papa - a cui egli vuole associare vescovi «di strada», per dare coraggio a un popolo che continua a mostrare voglia di partecipare a questa stagione della Chiesa. In questa linea la nomina di monsignor Zuppi e monsignor Lorefice è un passo ulteriore.

venerdì 23 ottobre 2015

Ma c'è anche l'islam indonesiano. Un'analisi di Andrea Riccardi

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

Il più grande Paese musulmano del mondo dimostra che radicalismo e fanatismo non sono l'unica faccia di questa religione. L'Indonesia sta mostrando al mondo che un forte islam maggioritario può vivere nella democrazia, rispettando le minoranz.

L'Europa è preoccupata per l'aggressività dell'islam. Al recente sinodo dei vescovi cattolici a Roma, vari padri hanno insistito sulla minaccia islamica all'Europa e ai cristiani. Soprattutto i vescovi mediorientali e africani. Ma di quale Islam si parla? Il mondo musulmano non è solo arabo, né vive tutto intorno al Mediterraneo. Le più grandi comunità musulmane sono in Asia: in Indonesia, Pakistan e India. In quest'ultimo Paese, nato dalla partition con il Pakistan ne11947 su base religiosa, vive una minoranza musulmana, il 20% degli indiani, di circa 255 milioni di credenti: una comunità molto più grande della somma dei musulmani egiziani e turchi. Il più grande Stato musulmano del mondo è l`Indonesia, che ha 248 milioni di abitanti, di cui l'88% islamico. Nella storia dell'Indonesia indipendente (dal 1945), si vede come l'islam possa convivere con le altre religioni. Nello Stato indonesiano sono sei quelle riconosciute: islam, protestantesimo, cattolicesimo, induismo, buddismo, confucianesimo. La convivenza indonesiana si basa sul Pancasila, filosofia politica proclamata nel preambolo della Costituzione de1 1947: cinque principi, tra cui la fede in Dio. Anche se la stragrande maggioranza dei cittadini indonesiani professa l'islam e ci sono state talvolta tensioni, non si è andati mai verso uno Stato confessionale, che professasse la sharia, la legge islamica.
L'Indonesia è un Paese plurale, con una ventina di lingue, formato da più di 17.000 isole. Il motto nazionale (letteralmente: "Molti, ma uno") sottolinea l'unità nella diversità; è scritto nell'immensa piazza Merdeka di Giacarta con l'impressionante colonna di Monas. Non è retorica, ma un ideale ben radicato nel sentire popolare, provato da varie crisi nazionali, regionali e dal separatismo. Del resto, l'islam indonesiano ha una storia particolare, molto più antica della giovane nazione. E` giunto nell'arcipelago attraverso i mercanti, non con le anni o una vittoria militare. Ha saputo innestarsi su culti e culture precedenti. Come sostiene Valeria Martano, la sua configurazione originale è frutto della storia.
Il mondo musulmano indonesiano è vario, ma si sono formate due grandi confraternite: la Muhammadyiah e la Nahdlatul Ulama. Quest`ultima, nata sul tronco della cultura musulmana indigena, conta oggi 6o milioni di fedeli ed è la più grande organizzazione musulmana del mondo. Nazionalista, ha dato all`Indonesia, qualche anno fa, un presidente, Abdurrahman Wahid, già suo leader. L'ho conosciuto personalmente: era un personaggio particolare, cieco, attivissimo, difensore della democrazia e dei diritti umani, tanto da definirsi "musulmano gandhiano".
La Muhammadiyah (40 milioni di fedeli) esprime un islam moderato con un ampio impegno sociale, ora molto favorevole al dialogo interreligioso. Difficoltà anche serie, tensioni ed estremismi religiosi non mancano in Indonesia, spesso contro i cristiani. Tuttavia il Paese sta mostrando al mondo che un forte islam maggioritario può vivere nella democrazia, rispettando le minoranze. Anzi, nel quadro della crescita economica dell'Asia, dall'Indonesia viene un messaggio vissuto di umanesimo su base religiosa.
Il grande islam indonesiano mostra che radicalismo e fanatismo non sono l'unica faccia di questa religione. Insomma la fede e la teologia dell'islam non portano per forza alla violenza religiosa e al totalitarismo. Anche se queste sono realtà del mondo di oggi.

mercoledì 21 ottobre 2015

Andrea Riccardi ricorda il poeta Mario Luzi al Senato della Repubblica

Andrea Riccardi, in qualità di presidente della Società Dante Alighieri, ricorda oggi al Senato della Repubblica il grande poeta Mario Luzi, nell'anniversario della sua nascita.


Guarda il video! Il popolo della speranza incontra Ban Ki Moon



GUARDA IL VIDEO! Il popolo della speranza, chi fuggendo la povertà e la guerra ha trovato una casa e degli amici #onuatrastevere
Posted by Andrea Riccardi on Mercoledì 21 ottobre 2015

martedì 20 ottobre 2015

Andrea Riccardi ad Atene: dalla denuncia a un'azione comune per i cristiani in Medio Oriente

Si tiene in questi giorni ad Atene una Conferenza Internazionale che vede una vasta partecipazione di leaders religiosi da ogni parte del mondo: patriarchi delle Chiese cristiane orientali, rappresentanti di Chiese europee, dell'Islam mediorientale e asiatico,  accademici.
Andrea Riccardi vi ha preso parte con un suo intervento nella sessione inaugurale in cui ha richiamato l'ugenza di passare dalla denuncia della tragedia a un'azione comune delel Chiese cristiane.

Per saperne di più

venerdì 16 ottobre 2015

Non dimentichiamo i cristiani in Medio Oriente - Andrea Riccardi rinnova il suo appello

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

Sotto la pressione islamista e per la guerra civile in Siria e Iraq stanno scomparendo antiche comunità, eredi di una lunga storia

In Medio Oriente, i cristiani sono ostaggi della guerra. Non sono le uniche vittime, ma la loro identità religiosa li espone a una vera persecuzione. Hanno dovuto lasciare i territori controllati dal sedicente califfato in Iraq. L'alternativa imposta dal nuovo potere islamista è stata la conversione all'islam o il pagamento della jizya, tassa richiesta ai dhimmi (non musulmani protetti in regime islamico). Peggio è toccato agli yazidi, un'antica comunità religiosa minoritaria, a cui la legge musulmana non riconosce nemmeno lo statuto di dhimmi: sono stati obbligati alla conversione all'islam, oppure uccisi, mentre parecchie donne della comunità sono divenute schiave sessuali dei combattenti islamici. I cristiani sono fuggiti dalle loro terre e si sono rifugiati nel Kurdistan autonomo, dove vivono ancora in condizioni di fortuna. Hanno lasciato il Paese abitato dai primi secoli del cristianesimo: Mossul, la piana di Ninive. Per la prima volta, da quasi due millenni, non si celebra più un culto cristiano in quelle terre. I curdi sono divenuti difensori dei cristiani. È un grande cambiamento, perché durante le stragi dei cristiani nel 1915 collaborarono alacremente ai massacri e al furto dei loro beni. Anche nei decenni successivi i rapporti curdo-cristiani furono duri. Oggi invece nel Kurdistan autonomo iracheno, come nelle municipalità a guida curda in Turchia e tra i curdi siriani, i cristiani trovano buona accoglienza in nome del pluralismo storico di queste terre (ormai di fatto affievolito). Il governo del Kurdistan iracheno ha costruito un edificio per il patriarca dei cristiani assiri (una delle comunità cristiane dell`area), che aveva lasciato l`Iraq per gli Stati Uniti e ora ritorna volentieri. L`unica novità positiva nella regione per i cristiani è l`atteggiamento positivo dei curdi. Il resto è tutto negativo.

SOTTO ASSEDIO. Aleppo, la storica città siriana che ospitava tante confessioni cristiane (ortodossi, greco-cattolici, armeni, armeno-cattolici, siriaci e altri) è sotto assedio, stremata, senz`acqua. La zona dei cristiani è molto ridotta, circondata da forze ribelli. I cristiani vivono nelle aree controllate dai soldati di Assad. I patriarchi delle varie Chiese appoggiano, con diverse gradazioni, il regime.
Tanti cristiani sono hanno lasciato la Siria per il Libano e la Giordania. Le regioni turche del Tur Abdin e di Mardin (terre di forte presenza cristiana prima del 1915) tornano a ospitare i cristiani, spesso discendenti di chi le aveva abbandonate. Ci sono poi piccoli gruppi nelle mani del cosiddetto califfato: i cristiani assiri non lontano da Hassaké o quelli di Al-Qaryatain. Qui è stato distrutto un antico monastero, Mar Elian, di origine siriaca. Non si sa nulla dei religiosi scomparsi: gli arcivescovi di Aleppo Mar Gregorios Ibrahim (siriaco) e Paul Yazigi (ortodosso), il gesuita italiano Paolo Dall`Oglio ed altri. Si hanno invece notizie di padre Murad, rapito a Al-Qaryatain. Sotto la pressione islamista e per la guerra civile in Siria e Iraq, stanno scomparendo antiche comunità cristiane, eredi di una lunga storia fin dai primordi del cristianesimo. Hanno resistito, con fatica, a secoli di eventi dolorosi e a contatto con genti di ogni tipo. Ora, nel secolo dei diritti umani, sono alla fine. E, purtroppo, quasi nell`indifferenza generale.
Nel secolo dei diritti umani, i cristiani in Medio Oriente sono alla fine. E, purtroppo, quasi nell'indifferenza generale.

L'articolo di Andrea Riccardi è pubblicato su "Sette" del Corriere della Sera, del 16 ottobre 2015

mercoledì 14 ottobre 2015

Il cardinal Loris Capovilla compie 100 anni. Una foto ricordo con Andrea Riccardi



Il 12 ottobre il cardinal Loris Francesco Capovilla, che fu segretario di papa Giovanni XXIII, ha compiuto 100 anni. Buon compleanno e una foto ricordo con Andrea Riccardi
Posted by Andrea Riccardi on Martedì 13 ottobre 2015

Le date del Giubileo della Misericordia

Tra poco più di un mese inizia il Giubileo della Misericordia. Quali le tappe, i momenti più salienti, gli eventi da non perdere? Ma anche quale è il senso profondo di questo anno giubilare? Ce ne parla Andrea Riccardi

martedì 13 ottobre 2015

Cittadinanza, Andrea Riccardi: Una scelta di civiltà che aiuterà il paese a crescere

L’ex ministro per l’Integrazione e fondatore della Comunità di Sant’Egidio applaude al voto di oggi alla Camera: “L’approvazione dello Ius Culturae riconosce finalmente un diritto al futuro a migliaia di minori che crescono in Italia considerandola a tutti gli effetti il proprio Paese”


ROMA - “Si tratta di una scelta di civiltà che cambia in meglio la nostra società e offre al Paese un’occasione in più per la sua crescita, proprio ora che si sta uscendo da un lungo periodo di crisi”. L’ex ministro per l’Integrazione, Andrea Riccardi, che durante il governo Monti aveva lanciato per primo lo Ius Culturae come possibilità di accesso alla cittadinanza italiana, appoggia con convinzione il primo passo avanti verso questo “importante obiettivo”, sancito oggi dal voto della Camera: “Già dal 2004 la Comunità di Sant’Egidio è stata in prima linea per introdurre una semplificazione nel meccanismo di concessione della cittadinanza, uno dei più complicati e lunghi esistenti in Europa e a livello mondiale”.
“Se l’Italia vuole crescere – aggiunge il fondatore di Sant’Egidio, attualmente presidente della Società Dante Alighieri – non può più ignorare e declassare la presenza di migliaia di famiglie straniere che contribuiscono attivamente alla sua crescita e che sono ormai inserite a pieno titolo - a partire dai minori - nella vita e nella cultura delle nostre città. Questa legge, che mi auguro venga approvata presto in via definitiva dal Senato, è il coronamento di una battaglia che portai avanti quando ero ministro e che si basa sul cosiddetto Ius Culturae, ovvero sulla partecipazione al nostro sistema educativo e formativo. Mentre mi auguro che prossimamente venga presa in considerazione una semplificazione anche per l’acquisizione della cittadinanza degli adulti – che richiede attualmente un’attesa superiore, in media, ai 12 anni - ritengo che questa nuova legge sui minori “nuovi italiani” possa rappresentare un modello di integrazione positiva anche per altri Paesi: un diritto al futuro che non può essere negato a chi si sente ed è a tutti gli effetti già italiano ed europeo”.



venerdì 9 ottobre 2015

Il peso delle etnie divide l'Europa sui rifugiati - Andrea Riccardi su "Sette"

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

Nei Paesi dell'Est, l'appartenenza allo stesso popolo è l'elemento con cui ci si sente connazionali. In Francia, invece, ad accomunare è la cittadinanza  

Un corteo di cattolici in abiti tradizionali in occasione della Messa delle Palme, a Lyse, in Polonia, la città dove è nato papa Giovanni Paolo Il.
Abbiamo tanto parlato di Europa negli ultimi mesi: per la Grecia, per la responsabilità dei Paesi dell'Unione verso i rifugiati... Ci sono questioni più grandi della dimensione e della capacità del singolo Stato da affrontare insieme. Su questi problemi si registrano, com'è normale, posizioni differenti. Ma emergono anche diverse e radicate sensibilità. Sulla questione dei rifugiati, non si tratta solo di politiche di governo, ma anche di un sentire profondo della gente. Lo si è visto nel modo differente di affrontare la questione dei rifugiati. I paesi dell'Est, con diverse sfumature, hanno espresso molta preoccupazione di fronte alle ondate di profughi che si riversano in Europa. Ci sono motivi storici. Questi paesi si sono liberati dal comunismo solo nel 1989. Hanno aderito all`Unione Europea e sono stati tanto aiutati da essa. Tuttavia talvolta sentono fastidio verso Bruxelles, come un potere extranazionale cui far riferimento. Non tutti pensano così. Ma è diffuso il senso della libertà nazionale riconquistata. C`è però anche qualcosa che viene da lontano: il senso etnico della nazione. In Europa occidentale siamo convinti che -sul modello francese- sia la cittadinanza a fare i connazionali, non l'etnia, anche se esiste un'evidente base storica, culturale, linguistica. Basterebbe pensare all'impegno della Francia per la sua lingua. Nell'Est europeo, senza negare i valori della cittadinanza, c'è di più l'idea del legame tra etnia e nazione. Pesa anche la storia. Cechi, slovacchi, ungheresi, polacchi, croati, sloveni si sono liberati dagli imperi multinazionali, come quello degli Asburgo. Alcuni popoli si sono emancipati dalla Jugoslavia multinazionale. Altri, come i serbi, i romeni, i bulgari, gli albanesi hanno lottato contro l'impero (multinazionale) ottomano. I Paesi battici e la Polonia hanno una storia di dominazione russo-sovietica. Per parecchi di questi popoli, la Russia resta una minaccia, di cui la guerra russoucraina è una concretizzazione.
IL VALORE DELL'UNITÀ. La religione ha un legame profondo con la nazione. Lo si vede nella Polonia, intrisa di cattolicesimo di popolo. Ma anche in paesi secolarizzati, come l'Ungheria, il cristianesimo resta un elemento importante dell'identità nazionale. Le Chiese ortodosse autocefale (nazionali e autonome) hanno un rapporto stretto con l'identità nazionale, come nella Romania latina o in Serbia e Bulgaria. I rifugiati, specie se musulmani, potrebbero alterare i caratteri religiosi e, quindi, etnici delle nazioni. C'è lo spettro della dominazione turco-ottomana nei Balcani e l'attacco all'Europa. Si ricorda la lotta "cristiana" contro i turchi. Tappe epiche sono la battaglia della Piana dei Merli, dove nel 1389 i serbi furono sconfitti dagli ottomani (quel dramma però forgiò la coscienza nazionale serba, tanto che la Chiesa ortodossa ha canonizzato il condottiero serbo, principe Lazar) o l'assedio di Buda del 1686, quando i turchi furono scacciati dalla città, liberando l'Europa dalla temuta minaccia ottomana. È una storia lontana che sembra non passare. Per alcuni ritorna. Ma forse la nuova storia globale richiede un salto di consapevolezza. E poi la grande garanzia per i nostri popoli europei, di fronte a un mondo complesso e incerto, è proprio l'unità del continente.

giovedì 8 ottobre 2015

La visione di Francesco, alla vigilia del Sinodo sulla famiglia. Andrea Riccardi sul Corriere della Sera

"Il Papa non procede per ondeggiamenti casuali, ha un dialogo diretto con la comunità internazionale e una visione con cui tutti i vescovi del Sinodo sono chiamati a misurarsi.

La confessione di monsignor Charamsa è un particolare di vita di palazzo che non può innescare una crisi di governo" afferma Andrea Riccardi in un interessante articolo sul Corriere della Sera del 5 ottobre 2015

 Il papa, prosegue lo storico della Chiesa "Ha una visione. Ha molta autorità tra il «popolo» e nella comunità internazionale. Lo si è notato a Cuba e negli Stati Uniti, dove è stato accolto come un leader mondiale, anche grazie alla mediazione tra i due Paesi, molto elogiato da Castro e Obama (presidente fino a ieri osteggiato dai vescovi americani). Alla tribuna del congresso americano e dell'Onu, ha parla to da riconosciuto leader spirituale, oggetto di forte attenzione pure quando le sue idee non facevano l'unanimità. Il messaggio papale non perde forza per qualche saluto in nunziatura: la vicenda ricorda i piccoli inciampi di vari viaggi papali. Il discorso del Papa non è solo rivolto all'esterno, ma radicato in una chiara visione della Chiesa.
Lo si vede nel confronto con la Chiesa americana. Questa, in una società così pluralista, ha avuto un ruolo di minoranza attiva in difesa dei «valori non negoziabili», pure con battaglie culturali aspre. LI suo è stato un modello sviluppatosi negli ultimi anni di Wojtyla e in quelli di Benedetto XVI. Ma il Papa non ha fatto ai vescovi Usa un controcanto liberai, come taluni attendevano. Ha disegnato una nuova stagione: «Il linguaggio aspro e bellicoso della divisione - ha detto - non si addice alle labbra del Pastore... e, benché sembri per un momento assicurare un`apparente egemonia, solo il fascino durevole della bontà e dell`amore resta veramente convincente». Egemonia o fascino convincente dell`amore? L`alternativa alle battaglie culturali non è l`adattamento liberale, ma l`attrazione «missionaria».

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sabato 3 ottobre 2015

Andrea Riccardi al convegno dell'Associazione Giovanni XXIII "Il coraggio di essere umani"

“Il coraggio di essere umani” è il titolo del convegno nazionale che si terrà il 30 e 31 Ottobre al Teatro Novelli di Rimini per iniziativa della Comunità Papa Giovanni XXIII. L’evento ospiterà esponenti del mondo politico, sociale ed ecclesiale, saranno presenti anche rappresentanti istituzionali, delle Nazioni Unite e degli organismi internazionali, e ancora giornalisti e docenti universitari. Tra i relatori, Andrea Riccardi della Comunità di Sant‘Egidio; l’economista Stefano Zamagni, Gianfranco Cattai, Presidente Focsiv, Johan Ketelers, Segretario Generale dell’International Catholic Migration Commission (Icmc)e Mario Giro, Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri. Tra gli ospiti in sala anche i profughi accolti nelle strutture dell‘Associazione in Italia. Ci saranno collegamenti in diretta dai campi per i rifugiati e le periferie: Libano, Grecia, Reggio Calabria. L‘obiettivo degli organizzatori è “trovare insieme un percorso, delle linee guida per affrontare l’emergenza di questo tempo e trasformare la paura e l’emotività in proposta positiva, concreta e attuabile di risoluzione del problema”.

venerdì 2 ottobre 2015

Si può ancora scendere in piazza per la pace? Dire no al silenzio di fronte alla guerra in Siria - Andrea Riccardi

Le manifestazioni del 2003 contro l'intervento americano in Iraq segnarono la sconfitta del pacifismo. Che oggi potrebbe riprendersi il suo spazio

Viene da chiedersi come mai oggi ci siano silenzio e rassegnazione di fronte alla guerra in Siria, che ha fatto più di 200.000 morti e quasi 10 milioni di sfollati.

In molti ricordiamo le grandi manifestazioni di pace del 2003 contro l'intervento americano in Iraq. Viene da chiedersi come mai oggi ci siano silenzio e rassegnazione di fronte alla terribile guerra in Siria, che ha fatto più di 200.000 morti, più di 4 milioni di rifugiati all'estero, quasi 10 milioni di sfollati, a fronte di una popolazione siriana di 22 milioni. I rifugiati bussano ogni giorno alle porte degli europei. Sono i testimoni di un immane disastro in corso. Perché siamo come impotenti di fronte alla guerra in Siria? Che cosa è successo? Nel 2003, non scesero in piazza solo i pacifisti, ma quanti ritenevano che fare la guerra fosse un grave errore. Non solo la sinistra, tanto che il presidente francese Chirac fu uno dei riferimenti dell'opposizione all'avventura militare. In questo quadro, Giovanni Paolo II, ormai anziano e malato, fu il leader morale del variopinto movimento per la pace, delegittimando il carattere di guerra di religione e civiltà, che si intendeva dare allo scontro. In quelle manifestazioni confluirono, con i pacifisti, tanti europei convinti che la guerra fosse un estremo ricorso e non un'arma da usare avventatamente. Il movimento della pace però fu sconfitto. La guerra ci fu, con la fine di Saddam Hussein (che nessuno rimpiange) e la distruzione dell'Iraq, ancora oggi in gravissima crisi. Forse quella sconfitta segnò la crisi del movimento pacifista. Dopo le manifestazioni del 2003, il discorso sulla pace è cambiato. In parte si è tramutato in quello sulla giustizia internazionale alla luce del principio "non c'è pace senza giustizia". Nel 2002 è entrata in vigore la Corte penale internazionale, dopo il Tribunale speciale per i crimini nella ex Jugoslavia nel 1993 e in Rwanda nel 1994. La comunità internazionale è più attenta alle tematiche della giustizia, all'intervento o all'ingerenza umanitaria con l'uso legittimo della forza. Il linguaggio è cambiato anche nelle associazioni, movimenti, ong. Il diritto di proteggere ha motivato vari interventi militari di Stati. Quello in Libia fu spiegato con la protezione della Primavera araba che Gheddafi massacrava.
IL CORAGGIO DELLA COMPLESSITÀ. Non c`è solo questo cambiamento. Si è anche perduta la convinzione (forse ingenua ma diffusa) che esprimere una domanda di pace servisse a qualcosa. Nel 2003, si chiedeva di non fare la guerra agli Stati Uniti, una grande democrazia (per quanto fosse avversata), il cui presidente era noto e la cui politica era aperta al dibattito. Oggi - proprio in Siria - la situazione è ingarbugliata e gli attori in lotta sono tanti. Su chi fare pressioni? In realtà è la tipica situazione complessa del mondo globale, in cui non è facile orientarsi anche per un'opinione pubblica informata. Ci si scoraggia e ci si ritira. Bisogna invece avere il coraggio di affrontare la complessità. Anche perché - ne sono convinto - il dialogo tra Stati Uniti e Russia avrebbe potuto evitare il deterioramento della situazione. Ed oggi può ancora segnare una svolta. Gli europei hanno il diritto di chiedere questo. E possono ancora scendere in piazza per la pace.


Andrea Riccardi su "Sette" del Corriere della Sera, 2 ottobre 2015

giovedì 1 ottobre 2015

Le parole del Papa, il futuro del mondo

Il programma di Bergoglio: la Chiesa non sia una minoranza spaventata e l'Occidente si assuma le sue responsabilità

Editoriale di Andrea Riccardi su "Famiglia Cristiana"

Papa Francesco ha compiuto un grande viaggio negli Stati Uniti e a Cuba. Qui ha chiuso felicemente una storia aperta da Giovanni Paolo Il nel 1998 all'insegna della famosa frase-programma: «Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba». Il programma - anche grazie alla mediazione di Bergoglio - si sta realizzando. Tra l'altro, il passaggio papale nell'isola è stato accompagnato dalla buona notizia d'un accordo tra Governo colombiano e guerriglia delle Farc, che lì negoziavano la fine di una guerra sanguinosa. I giorni negli Stati Uniti apparivano difficili. Parte dei cattolici e degli americani non avevano gradito che il Papa sfumasse le "battaglie culturali" sui valori non negoziabili.
Le posizioni ecologiste del Papa non piacciono a vari ambienti repubblicani e dell'economia. Ma Francesco non è un uomo di parte. Lo vede in questo modo chi, invece, ha una visione di parte e non accetta che, sotto la guida del Papa, si debba avanzare nella storia della Chiesa. Così hanno camminato i cattolici nel succedersi dei Papi. Così la Chiesa è sempre cresciuta, fedele al Vangelo nella storia. Le altre posizioni sono "ideologiche".
Il Papa conosce le contrastanti domande che assediano le comunità cristiane in una società complessa: «So bene», ha detto ai vescovi, «che numerose sono le vostre sfide, e che spesso è ostile il campo nel quale seminate, e non poche sono le tentazioni di chiudersi nel recinto delle paure». La Chiesa non può essere una minoranza spaventata e aggressiva, ma «un focolare umile che attira gli uomini mediante il fascino della luce e il calore dell`amore». È il programma di Bergoglio. Ha provato a incarnarlo negli Stati Uniti, parlando da americano agli americani, da figlio di emigrati a un popolo forgiato dalle migrazioni. Tutti l'hanno applaudito, ammirando la sua libertà di pensiero, come quando ha chiesto l'abolizione della pena di morte. Il Papa ha parlato all'Occidente, alle sue responsabilità per la pace, la famiglia, la difesa del Creato, la lotta alla povertà. Se questo mondo lo ascolterà, potrà avere un futuro e rendere migliore l'universo. Ma le sue parole hanno toccato l'apice a Ground Zero, nel ricordo dell'11 settembre 2001: «In una metropoli che può sembrare impersonale, anonima, di grandi solitudini, siete stati capaci di mostrare la potente solidarietà dell'aiuto reciproco». Insomma, Dio vive nella città e tutti possono incontrarlo nell'amore. 

 TERRA, CASA E LAVORO Nel discorso all'Onu (nella foto) Francesco ha toccato temi come iniquità, terra, lavoro, libertà, tecnologia, narcotraffico, nucleare.

Il testo integrale del discorso di papa Francesco all'ONU