lunedì 28 settembre 2015

Abitare una lingua, amare un mondo - Andrea Riccardi al Congresso della Società Dante Alighieri



Il discorso del Presidente Andrea Riccardi nel corso della seconda giornata dell'82° Congresso Internazionale della Società Dante Alighieri

 
Signor Presidente della Repubblica,
Signore e Signori,
Cari amici,

Grazie, Signor Presidente, di essere stamani qui tra di noi. È un grande onore per la Dante Alighieri accogliere il Presidente della Repubblica al suo ottantaduesimo congresso internazionale. È la prima volta nella nostra storia. Ed abbiamo una storia: noi veniamo da lontano. Da quel 1889, quando, sotto gli auspici di Giosue Carducci, e di quella che è stata chiamata la sua “metrica della nazione”, nacque la nostra Società.
Nell’appello di fondazione si legge: “la patria non è tutta dentro i confini materiali dello Stato”. L’attenzione dei promotori, attorno a Carducci, era diretta a una comunità italiana all’estero, emigrata, a rischio di perdere lingua e carattere nazionale. La missione della Dante fu connettere, vivificare, alimentare “pezzi” di italianità (è un’espressione del manifesto): “dovunque suona accento della lingua nostra (quindi non necessariamente in bocca agli italiani), dovunque la nostra civiltà lasciò tradizioni, dovunque sono fratelli nostri che vogliono e debbono rimanere tali (gli emigrati italiani), ivi è un pezzo della patria che non possiamo dimenticare”.
Il giovane Stato si dotava di uno strumento associativo e istituzionale per non dimenticare “pezzi” di patria. Il Regio Decreto, che riconosce la Dante come Ente Morale, ne statuisce il compito: “tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana”. Missione della Dante è stata coltivare, connettere, alimentare, “pezzi della patria” fuori dai confini. Così nacquero i nostri comitati all’insegna del volontariato. Oggi, per fare un esempio, in Argentina, sono più di ottanta, con scuole e centri d’insegnamento dell’italiano. Ma penso anche a quelli del Mediterraneo, come quello del Cairo, che ha subito gravissimi danni in un recente attentato.
Noi ci riconosciamo nella missione originaria dalla nostra sede centrale (nell’antico Palazzo Firenze, ambasciata toscana presso i papi e quasi - come la nostra lingua - misto di Firenze, Roma e Italia), ma anche nell’attività dei nostri quasi cinquecento comitati nel mondo. Ci stiamo chiedendo, in questo Congresso, come realizzare tale missione nel quadro del mondo globale, che rapido sposta frontiere, crea ponti, ma anche realizza appiattimenti e nuovi muri.

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domenica 27 settembre 2015

Intervista di Andrea Riccardi a TV2000: Poveri al centro della Chiesa, no ai muri

Andrea Riccardi



Scomparsa di Pietro Ingrao. Riccardi: "La sua passione politica affondava le radici nella Costituzione"



“La scomparsa di Pietro Ingrao – commenta lo storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi - richiama alla memoria una figura che aveva fatto della passione politica il cuore della sua esistenza in una maniera che oggi può sembrare desueta, ma è espressione di una storia che affonda le sue radici nel periodo della Costituente e nei valori della Costituzione.
Lo ricordo anche come un poeta e un umanista che ho stimato pur avendo un percorso e una formazione diversa, una personalità per tanti aspetti significativa: sul suo pensiero e sulla sua lezione bisognerà ritornare”.

sabato 26 settembre 2015

Puntare sull'Italsimpatia: Andrea Riccardi al Congresso della Società Dante Alighieri

Abbiamo un enorme patrimonio da mettere a regime che è fatto di simpatia per l’Italia, per la sua cultura, la lingua, la musica, il design e lo stile di vivere italiano. Avvertiamo come sempre più urgente la necessità di diffondere un diverso livello di attrazione per favorire l’inserimento del nostro Paese sugli scenari del mondo. Promuovere la lingua italiana significa offrire un’importante occasione di rilancio al Paese, dal punto di vista culturale, ma soprattutto economico” è quanto afferma in vista dell’appuntamento il Presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi.

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La Chiesa e il mondo: impegno di giustizia per esperienza di umanità.

Riportiamo l'editoriale di Andrea Riccardi su Avvenire del 26 settembre 2015 sulla visita di papa Francesco alle Nazioni Unite. Per leggere su Avvenire 

I1 discorso di papa Francesco all'Onu ha una storia alle spalle. Francesco si ricollega esplicitamente alla prima visita di un Papa al Palazzo di Vetro, quella compiuta da Paolo VI il 4 ottobre 1965, quando gridò: «Jamais plus la guerra! Mai più la guerra!». Era la speranza della Chiesa di Roma a vent'anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e nel cuore della guerra fredda. Una speranza che non avrebbe ceduto di fronte ai tanti conflitti scatenatesi fino al 1989 e poi nel mondo globale (tanti, ancora aperti, quelli ricordati da Francesco). 
Nel 1965 molti consigliarono a Paolo VI di presentarsi all'Onu come «maestro di verità», di legge naturale o di civiltà. Lui scelse, invece, di qualificare sé e la Chiesa con un'immagine umile, ma densa di significato: «esperti di umanità». Nel suo discorso, Montini aveva scritto (fu poi cancellato): «Noi siamo antichi». E esperienza di umanità della Chiesa ha una lunga storia. Come Paolo VI, Francesco da «esperto di umanità» ha ricordato: senza spirito non c'è pace. Ha citato il suo predecessore: «L'edificio della moderna civiltà deve reggersi su princìpi spirituali...». Il Papa ha ribadito la necessità delle Nazioni Unite: che sarebbe il mondo senza l'Onu? - si è chiesto. I poteri - noti e occulti - porterebbero a «tremende atrocità». Ma l'Onu deve essere all'altezza della sua missione, non burocratico, capace di rispondere al bisogno di pace e giustizia, deciso e in grado di limitare anche «l'asfissiante sottomissione... a sistemi creditizi nei confronti dei Paesi in via di sviluppo». Nella sua legittimazione dell'Onu, il Papa ha sviluppato molto l'idea di giustizia, come cuore di una vita internazionale basata sulla «fraternità universale»: un grande tema, spesso ridotto al giustizialismo. La giustizia non può attendere. Il mondo la reclama. Francesco, in modo concreto ha indicato un «minimo assoluto» di giustizia, per far vivere una famiglia: «Casa, lavoro e terra». Senza questo minimo, non c'è vita. E ha aggiunto «la libertà dello spirito» (che comprende quella religiosa e educativa). Questi diritti non si vivono da soli, ma «in comunione con gli altri esseri umani». A fronte di una globalizzazione che crea ed esalta individui soli, il papa sottolinea ancora una volta il valore delle relazioni, della «socialità umana». Questa testimonianza viene dal profondo della Chiesa, che è comunione e che sa come non ci si salva da soli. "Nessun uomo è un'isola" è il titolo di un noto libro di quel Thomas Merton che papa Francesco ha ricordato al Congresso degli Stati Uniti d'America. L'uomo e la donna non sono nemmeno separati dall'ambiente. Il Papa ha parlato di un «diritto dell'ambiente», anche perché «qualsiasi danno all'ambiente... è un danno all'umanità». I poveri, che sono scartati e vivono di scarti, sono le principali vittime della violenza all'ambiente. Le parole del Papa all'Onu hanno fatto sentire la voce dei poveri e i gemiti della creazione in quell'intreccio che Francesco propone. In tale prospettiva il Papa ha levato il suo grido contro la guerra, mezzo secolo dopo Paolo VI. Ha ricordato le «conseguenze negative di interventi politici e militari non coordinati trai membri della comunità internazionale»: questa è esperienza storica. Ha citato i conflitti aperti, ha sottolineato la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze. Ma anche la «guerra diffusa», troppo ignorata, del narcotraffico. E quanti altri comportamenti violenti! La tratta delle persone, il traffico delle armi, lo sfruttamento infantile: tutti prodotti d'un consolidato clima di violenza. Di fronte a questi aspri scenari, Francesco ha ribadito la necessità di scelte e politiche controcorrente, ispirate alla fraternità universale e alla sacralità della vita. In maniera semplice ma innovativa, ha indicato le categorie più colpite: poveri, anziani, bambini nati e non nati, ammalati, disoccupati, abbandonati e scartati di ogni tipo... La voce di quest'umanità dolente non solo "casi" sociali, morali o politici- ha dato forza alle parole del Vescovo di Roma. Perché l'esperienza umana della Chiesa è quella del dolore di tanti, di troppi, che non possono più attendere.

Paolo VI "Siamo esperti di umanità" Armando Torno su "Il Sole 24 ore" 

mercoledì 23 settembre 2015

La prima volta di un papa all'ONU nel volume di Riccardi sulla visita di Paolo VI: Manifesto al mondo

Alla vigilia della visita di papa Francesco alle Nazioni Unite, vede la luce un volume di Andrea Riccardi che ci aiuta, ancora una volta, a ripercorrere la storia di un evento il cui valore va ben oltre la cronaca.

Riccardi pubblica il testo pronunciato da Paolo VI, il primo pontefice a recarsi all'ONU, nel 1965 e ne svela la genesi e gli scopi con grande rigore scientifico. Una lettura che ci aiuta a comprendere con maggiore profondità il presente. 


Il 4 ottobre 1965, Paolo VI visita le Nazioni Unite. È il primo Papa a compiere questo passo aprendo la strada ai suoi successori. In quel 1965, in un tempo di guerra fredda, ciò rappresenta davvero una grande novità. Papa Montini è consapevole della svolta e dei nuovi scenari che si aprono. Nel saggio introduttivo, l'autore sottolinea come la visita fosse un'occasione per rivolgere il messaggio della Chiesa non solo ai governanti ma al mondo. Da allora, il rapporto fra il Pontefice e i governi delle nazioni non sarà più lo stesso. Paolo VI parla all'ONU a nome del Concilio, allora aperto a Roma, in un momento di profondi cambiamenti per il cattolicesimo contemporaneo. Il messaggio centrale del discorso del Papa alle Nazioni Unite, ancora attualissimo, è il "no alla guerra". L'esile uomo in bianco ritiene di avere questa autorità: "siamo esperti di umanità", dice, e propone con determinazione la Pace. In appendice completano il volume il discorso manoscritto del Papa, la trascrizione con le correzioni diplomatiche e, infine, il testo ufficiale.

martedì 22 settembre 2015

Il libro - Uno sguardo su Cuba, l'inizio del dialogo

Andrea Riccardi firma la prefazione di un testo che aiuta a capire le premesse di un dialogo che ha cambiato la storia. 

Gennaio 1998: Giovanni Paolo II va a Cuba e incontra Fidel Castro. E' l'inizio di un itinerario, il cui compimento è la visita di Francesco a L'Avana nel settembre 2015, dopo l'annuncio della fine dell'embargo statunitense, grazie anche alla discreta mediazione tra i due governi compiuta dal papa. Nel 1998 l'allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, pubblica questo libro dopo una approfondita riflessione sul viaggio di Wojtyla a Cuba. E' uno sguardo su Cuba alle radici della svolta di oggi.

"E' un libro illuminante sulla visione di Bergoglio, che anticipa molte posizioni prese da lui come papa, non solo su Cuba, ma sull'America Latina e sull'economia mondiale. E' davvero molto singolare che un vescovo come lui, dopo la visita di Karol Wojtyla a Cuba nel 1998, abbia fatto una riunione di ricerca e approfondimento sull'evento e ne abbia poi pubblicato i risultati. Papa Francesco, da latinoamericano, ha realizzato quello che tanti avevano sognato prima di lui, anche grazie all'interlocuzione con il presidente Obama. 
Ha mostrato la forza del dialogo. Leggere queste pagine di riflessione sul viaggio di Giovanni Paolo II nel 1998 aiuta a capire meglio come Jorge Bergoglio guardasse da tempo con grande attenzione a Cuba e al suo futuro, convinto che la Chiesa dovesse avere un ruolo in questo quadro. Le premesse del suo viaggio a Cuba, da papa, e della sua azione verso l'isola vengono da lontano".

Per acquistare il libro online 

lunedì 21 settembre 2015

ACCOGLIERE E INTEGRARE: LA VISIONE DI FRANCESCO di Andrea Riccardi


La questione dei rifugiati scuote l'Europa. Ed anche i cattolici che, negli anni scorsi, hanno molto parlato del continente, ma oggi hanno idee meno chiare: non sono concordi sulla questione dei rifugiati. Francesco però ha superato incertezze e mediazioni con un «appello al popolo» nell'Angelus del 6 settembre: «Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d'Europa ospiti una famiglia». Non ha usato la mediazione delle conferenze episcopali o altro per invitare all'accoglienza. Ha espresso la sua visione sulle chiusure: «la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa; questo non è Dio, è il nostro peccato». Non è un`esortazione, ma una ferma convinzione: non c'è futuro per l'Europa nella chiusura. Infatti l'invito del Papa non è a una carità occasionale legata all'emergenza.
Bergoglio, figlio di emigrati, viene dall'Argentina la cui identità si è creata integrando varie migrazioni. Sa bene che accogliere flussi ormai permanenti di gente dal Sud vuol dire realizzare una società capace di sintesi etnica. Per questo ha parlato alle comunità, chiedendo a ognuna di accogliere i profughi: non integrano le strutture, ma le comunità. L'idea di Europa del Papa è un continente dalle società aperte. Lo confortano le energie di solidarietà emerse dall'impatto con i rifugiati. Non mancano in Occidente resistenze. La Germania, con la cancelliera Merkel (sostenuta da cattolici e evangelici), ha dato un forte segnale. L'Austria (sulla cui secolarizzazione tanto si è parlato) ha mostrato grande slancio nell'accoglienza.
Il problema viene dall'Est europeo. Qui il discorso del Papa non è troppo sentito. Se non fosse stato chiaro, le resistenze cattoliche sarebbero state molte. In Ungheria, la Chiesa si è trovata a confronto con la politica del muro di Orbàn e con tanti rifugiati. Imbarazzo e prudenza hanno in genere caratterizzato il mondo ecclesiastico. Non mancano le critiche a Francesco, come dal vescovo di Szeged che, sul Washington Post (poi da lui negato), ha detto che il Papa non capisce l'Ungheria e che i rifugiati sono immigrati economici. In realtà la Chiesa ungherese è piuttosto timida verso la linea dura del governo. Spesso si esalta l'Ungheria, baluardo europeo verso i musulmani, come ai tempi degli ottomani. Il mondo dell'Est ha un'idea di nazione, marcata dal carattere etnico. La religione cementa l'identità nazionale alla luce dell'antico binomio di religione e nazione, come ha ricordato Roberto Morozzo. La Chiesa, in Polonia o Lituania, ha svolto la funzione di «madre» della nazione, altrove di riferimento tradizionale. In Polonia, l'episcopato ha invitato ad aprirsi ai rifugiati, ma emergono cautele. Il vescovo Kupny, alla guida degli affari sociali, concorda sull'invito, ma osserva che i rifugiati cristiani starebbero meglio nel Paese rispetto ai musulmani.
Il 56% dei polacchi interrogati preferisce immigrati ucraini, armeni o bielorussi. I Paesi dell'Europa orientale temono l'islamizzazione, ricordando la storia antica, paventando una modifica della prevalenza demografica cristiana. Su questo rischio, concorda pure una parte dei vescovi mediorientali, ricordando che la maggioranza dei profughi siriani è musulmana. Ma recentemente, su Avvenire, Marco Tarquinio, ha lucidamente ridiscusso la tesi di chi fa distinzione religiosa o etnica tra rifugiati. Questa sembra la visione del Papa. Con l'appello al popolo, Francesco ha forzato le incertezze e mediazioni episcopali. Del resto, anche in Occidente, la recezione all'invito papale (in favore dei rifugiati) ha fatto talvolta emergere alcune cautele per evitare accoglienze troppo spontanee, mentre si è tentato di centralizzare il processo attraverso l'inquadramento nelle istituzioni. Francesco, che pure ha il senso dell'istituzione, punta soprattutto a una mobilitazione di popolo e a un cambio di mentalità, non solo a un coinvolgimento istituzionale. Vuole che la sua Chiesa rappresenti in Europa un cristianesimo che non ha paura e si chiude, anzi che sia un attore di apertura e integrazione. Così non solo crede di rispondere al bisogno dei rifugiati, ma anche di aiutare a realizzare un'Europa diversa, aperta al futuro.

venerdì 18 settembre 2015

Costruire ponti, non alzare muri: a Foligno Andrea Riccardi e Marco Tarquinio

Il direttore del quotidiano Avvenire e Andrea Riccardi insieme per rispondere alle domande dei fedeli della diocesi di Foligno. Ne parla su Avvenire Fabio Massimo Mattoni



La Chiesa folignate si riunisce oggi nell`assemblea diocesana, convocata dal vescovo Gualtiero Sigismondi all`Auditorium San Domenico per dare avvio al nuovo anno pastorale. Il tema scelto quest'anno è «Costruire ponti, non alzare muri», ispirato all'esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco, e l'assemblea ascolterà le relazioni di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, e Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità dí Sant'Egidio, con la moderazione di don Giovanni Zampa, giovane biblista che presta servizio nell`Unità pastorale Giovanni Paolo II.
La Chiesa di Foligno ha già avviato la sua riflessione nella pre-assemblea, durante la quale i circa 250 delegati delle parrocchie, associazioni e movimenti, riuniti in gruppi che richiamavano le "vie" del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, hanno riflettuto sui "muri" che la comunità cristiana è chiamata ad abbattere e sui "ponti" che possono essere costruiti. Dai lavori di gruppo sono scaturite alcune domande che saranno poste ai relatori e si riferiscono particolarmente alle difficoltà emerse nell`annuncio del Vangelo alla cultura contemporanea - i muri - e ai contesti verso i quali è necessario portare la Parola di Dio e la gioia dell`incontro con Cristo - i ponti. Marco Tarquinio e Andrea Riccardi, con la loro esperienza nazionale e internazionale al punto d'incontro tra annuncio del Vangelo e società contemporanea, daranno indicazioni preziose ad una Chiesa locale che, piccola ma vivace, vuole «abbattere muri e - citando il vescovo Gualtiero Sigismondi - usare quelle pietre per costruire ponti». Dopo la fase dell'ascolto, sarà il momento della celebrazione e della consegna delle linee pastorali: domenica 20 settembre la comunità diocesana di Foligno si ritroverà nella Cattedrale di San Feliciano per festeggiare l`anniversario della Dedicazione di quella chiesa che è segno visibile della sua unità attorno al vescovo.

L'identità millenaria degli ebrei romani. La riflessione di Andrea Riccardi

Andrea Riccardi, nella rubrica "Religioni e civiltà" di "Sette, Corriere della Sera", parla della comunità ebraica di Roma e delle sue radici profondamente romane.

Ebrei profondamente italiani La visita del presidente israeliano al tempio di Roma riaccende la storia della comunità. La cui identità ha legami millenari da non dimenticare

Tempio maggiore di Roma

Il presidente d'Israele Reuven Rivlin ha visitato, qualche giorno fa, il tempio maggiore degli ebrei di Roma, durante la visita nella capitale. «Ma gli ebrei di Roma sono israeliani!», commentò durante la campagna per il Comune di Roma un candidato, spiegando che non era necessario chiedere il loro voto. È un pregiudizio, frutto di una lunga storia che ha segregato ed estraniato gli ebrei dalle società europee. L'odierno tempio di Roma si erge sull'area dell'antico ghetto in cui gli ebrei romani furono chiusi dai papi nel 1555 (chiamato il "serraglio degli ebrei"). Fu l'ultimo ghetto in Italia, chiuso nel 1870 con la fine del potere temporale dei papi e Roma capitale. L'emancipazione degli ebrei s'identificò con il Risorgimento. L'ebraismo italiano ha dato patrioti alla lotta risorgimentale e alla politica postrisorgimentale. Con l'Italia unita, gli ebrei erano considerati "italiani di fede mosaica". L'inaugurazione del tempio maggiore di Roma nel 1904, un imponente edificio sul Lungotevere, manifestò la presenza della comunità. Fu subito visitato dal re Vittorio Emanuele III, come riconoscimento del contributo ebraico all'Italia liberale. La folla lo accolse commossa e numerosa. Ma fu lo stesso re che, nel 1938, pose la sua firma sulle leggi "razziste" di Mussolini, che discriminava gli ebrei, come italiani a metà. La discriminazione divenne persecuzione assassina con l'occupazione nazista di Roma. Prima fu imposta alla comunità la consegna di 50 chili d'oro, raccolti in 36 ore tra gli ebrei accorsi al tempio. Poi, il 16 ottobre 1943, arrivò la razzia nazista degli ebrei. Per nove terribili mesi gli ebrei romani si nascosero. Ne morirono circa duemila nei lager tedeschi. La comunità si ricostituì faticosamente nell`età della Repubblica (e dopo la nascita dello Stato d'Israele), in un`Italia in cui non era ancora chiaro il dramma della Shoah. Nel 1982, un attentato palestinese alla sinagoga uccise un bambino ebreo e fece molti feriti.

NUMERO CIRCOSCRITTO. Molta storia della comunità è legata alla figura carismatica di Elio Toaff, rabbino capo di Roma per mezzo secolo, dal 1951 al 2001. Gli ebrei di Roma, nonostante il limitato numero dei membri (circa 13.000), sono un elemento importante nel panorama umano e morale del Paese: un soggetto sensibile alle tematiche dell`antisemitismo, ma anche della discriminazione e del dialogo tra diversi. La comunità, vitale prima dell'era cristiana, ha uno storico rito detto "italiano". Si colloca tra tradizione e modernità. Lo si è visto dall'ingresso del presidente israeliano nella sinagoga, accompagnato dal rabbino capo Riccardo Di Segni, ma anche dalla nuova presidente Ruth Dureghello, la prima donna a guidare l'ebraismo romano. L`identità degli ebrei è profondamente italiana. Di questa identità fa parte anche un profondo legame con Israele: frutto di una storia antica, ma anche del sionismo e della Shoah in Europa. I1 presidente Rivlin, parlando nel tempio, ha affermato che Israele accoglie, come sempre, a braccia aperte gli ebrei che vogliono far ritorno nella Terra, l'aliah; ma allo stesso tempo ha riconosciuto il valore della diaspora ebraica ed espresso la volontà di dialogare con essa.
 

giovedì 17 settembre 2015

La gente meglio dei politici: i profughi bussano, gli europei aprono.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana 

Per crescere l`Europa deve integrare, costruendo una società diversa da quella omogenea di ieri

Se si parla d'immigrazione, si perdono le elezioni: è stato questo il mantra di troppi politici, anche di sinistra, che mai hanno osato su questi temi. Non abbiamo ancora una legge sulla cittadinanza per i minori immigrati e la materia è ancora regolata dalla legge Bossi-Fini. La quale peraltro esclude la sponsorship, cioè il fatto che singoli, famiglie o associazioni italiane possano chiamare immigrati in Italia. Il ritardo si deve a una malintesa (e negativa) comprensione dei sentimenti degli italiani. Anche gli europei non sono stati capiti. Certo, esistono forti populismi in Europa. Le nostre sono società vecchie e spaventate, poste di fronte a grandi novità. Eppure, di fronte a chiari segnali di apertura dei leader, la gente ha rivelato sentimenti positivi verso i rifugiati. Non va dimenticato poi che l'Italia ha sempre posto il problema in sede europea. 
Ma la svolta nel continente è stata determinata dalla Merkel e da papa Francesco, che ha invitato ad aprire le parrocchie ai rifugiati. Quando leader forti e stimati parlano con chiarezza, la gente si sente confortata: il Papa cattolico e la cancelliera luterana hanno determinato il cambiamento. È una rivelazione dei sentimenti degli europei, ma allo stesso tempo un`indicazione su come far politica
Oggi solo il 35% degli italiani - secondo Demos e la Repubblica - vede il pericolo dell`invasione (a giugno il 42%). Il 60% vuole l`accoglienza: 20% in più di giugno. Il corteo di macchine da Vienna, per accogliere i rifugiati che venivano a piedi dall'Ungheria, è un segno evidente. In stragrande maggioranza i cittadini del continente non approvano il muro ungherese, mostrando di non essere dominati dalla paura. Da qualche mese gli europei hanno rivelato insospettate energie buone. Non può essere solo un momento felice. Bisogna maturare una nuova visione dell'Europa, che per crescere deve integrare, costruendo una società diversa da quella omogenea di ieri: vera risposta all`invecchiamento dei cittadini e delle prospettive. Il continente è così forte, come identità, cultura ed economia, che non rischia l'occupazione altrui. Nel bene e nel male, ha sempre vissuto di visioni; solo da poco è diventato "cieco" sul futuro. La generosità della gente stimola invece a "pensieri lunghi".

venerdì 11 settembre 2015

Lo spirito di Assisi e l'intuizione di Wojtyla - Una riflessione di Andrea Riccardi su religioni, violenza e pace

La rubrica di Andrea Riccardi, Religioni e civiltà, su "Sette" del Corriere della Sera, ripropone oggi una riflessione sullo "Spirito di Assisi", mentre ci si avvia a celebrarne il trentesimo anniversario, l'anno prossimo, nella città di San Francesco.

Lo spirito di Assisi e l'intuizione di Wojtyla. Giovanni Paolo II è stato il primo a farci capire, con la Giornata Mondiale della Pace del1986, che le fedi vanno sottratte all'ideologia politica.

Religioni, violenza, terrorismo, pace: oggi se ne discute molto. Non molto tempo fa, fino agli anni Novanta almeno, il pensiero europeo, nella sua tendenza maggioritaria, considerava le religioni una sopravvivenza del passato, che progresso e secolarizzazione avrebbero posto ai margini della vita sociale. Al massimo sarebbero rimaste un fatto privato per qualche gruppo. In realtà è successo il contrario: oggi le religioni hanno un ruolo pubblico in tante parti del mondo. In alcuni casi legato alle vicende di conflitti.
Proprio in tempi di forte secolarizzazione (quando l'Europa orientale era sotto i regimi comunisti, vera ateocrazia), Giovanni Paolo II intuì il ruolo delle religioni sulla scena pubblica, specie rispetto alla pace. Questa intuizione si concretizzò nell'invito ai leader delle grandi religioni mondiali, il 27 ottobre 1986, per pregare insieme per la pace a Assisi, la città di San Francesco. Ne vennero 63: ebrei, musulmani, induisti, buddisti, animisti, sikh... riuniti con cattolici, ortodossi e protestanti. Tutti, per pregare l'uno accanto all'altro e «non più l'uno contro l`altro» - disse il papa. Fu un'interpretazione creativa del dialogo che scandalizzò molti. I seguaci del vescovo tradizionalista e scismatico, Lefebvre, protestarono contro il sincretismo del Papa, che rinunciava alla verità e si metteva sullo stesso piano le religioni ("false"). Alcuni settori della Chiesa ebbero parecchie perplessità (tra cui - pare - il card. Ratzinger, che non fu presente ad Assisi). Wojtyla volle invece la preghiera come occasione per sottrarre le religioni all'attrazione e alla strumentalizzazione delle passioni bellicose. Ricordo come, nel profondo delle diverse tradizioni religiose, ci fosse un messaggio di pace. C'era anche una motivazione più contingente: che il mondo religioso riprendesse in mano il tema della pace, sottraendolo alla propaganda del mondo comunista.

LA GENESI DI UN'IDEA. La foto della Giornata Mondiale di preghiera per la pace, che ritrae il Papa con i leader delle religioni nei loro abiti variopinti, è una delle immagini religiose più note del Novecento. Da dove venne l'idea di un incontro, che superava secoli di opposizione e voleva inaugurare un movimento per la pace ispirato dalle religioni? Nel 1985, il fisico tedesco Carl Friedrich von Weizsàcker propose al Papa un "Concilio per la pace". Giovanni Paolo II raccolse l'idea e lanciò una Giornata mondiale di preghiera per la pace. Chiese pure una tregua, per quel giorno, ai combattenti. Ad Assisi, le diverse comunità religiose pregarono separatamente, ma lanciarono insieme un messaggio di pace, delegittimando le guerre di religione e fondando religiosamente la pace. Il papa disse: «La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi». Il sogno di Wojtyla era la nascita di un movimento interreligioso di pace, che sgorgasse dalla giornata di Assisi. Il timore delle istituzioni ecclesiastiche fu forte e si tentò di incapsulare la Giornata in un evento irripetibile. Tuttavia questo non è stato possibile. Ancora oggi, trent'anni dopo, lo "spirito di Assisi" resta un riferimento che libera le religioni dalla tentazione della violenza, anima il dialogo tra di loro e la ricerca della pace. E forse oggi è più necessario che mai.

giovedì 10 settembre 2015

Lo Spirito di Assisi e le sorprese della pace

Dall'incontro dei leader religiosi a Tirana una proposta per superare la rassegnazione del mondo alla guerra in Siria

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana parla dell'Incontro di Preghiera per la Pace tra le religioni mondiali tenutosi a Tirana dal 6 all'8 settembre 2015 Per saperne di più 



L'8 settembre scorso si è concluso l'incontro tra i leader religiosi a Tirana, in Albania, nello spirito di Assisi. È emerso un messaggio forte di pace e di dialogo, di fronte a un mondo che sembra rassegnato alla guerra e al terrorismo. Basta vedere la situazione della Siria, da più di quattro anni dilaniata dalla guerra. La politica internazionale sembra - purtroppo - aver fallito.
Dove sono i movimenti di pace, le proteste, gli appelli, come avvenne nel 2003 in tutto il mondo alla vigilia dell'intervento anglo-americano in Iraq? Allora quei movimenti esprimevano una ferma volontà di pace, condivisa dalla gente. Oggi, di fronte alla Siria e ad altre guerre, c'è silenzio e rassegnazione.

STRAGE DEI CRISTIANI. Da Tirana si è alzata la voce delle religioni che ha riproposto la pace come grande ideale, come sogno da realizzare, che deve guidare la politica e la vita. L'evocazione degli orrori della guerra è stata costante. Si è parlato di Libia. Si è commemorata la strage dei cristiani durante la prima guerra nell`Impero ottomano, con un intervento del Patriarca siriaco su Seyfo, il "tempo della spada" (come viene detto nell'antica lingua assira).
Si è discusso di alleanza tra umanità e ambiente, di mercato e gratuità, di migranti e rifugiati, di pace e religioni (con l'intervento del ministro degli Esteri italiano, Gentiloni). Ma anche di temi spirituali, come la preghiera, radice della pace, il dialogo tra cristiani, la misericordia. L'incontro di Tirana è frutto dello sviluppo dello spirito di Assisi, la gior nata di preghiera per la pace, convocata da Giovanni Paolo II nel 1986. Da allora, anno dopo anno, la Comunità di Sant'Egidio ha lavorato perché continuasse quel cammino che poneva le religioni le une accanto alle altre di fronte ai problemi del mondo, attraverso l'incontro dei loro leader e il richiamo al fondamento religioso della pace. Papa Wojtyla era convinto che, da quel primo incontro, dovesse scaturire un movimento di pace e di dialogo, che coinvolgesse i credenti delle varie religioni. Lo spirito di Assisi, che è attenzione alle ferite della guerra e ricerca della pace, è - in un certo senso - avanti alle religioni e le unisce. Sant'Egidio ha sentito che lo spirito di Assisi crea un incontro tra diversi. I leader religiosi, riuniti a Tirana, hanno auspicato "sorprese" di pace, chiedendo di ribellarsi alla rassegnazione di fronte alla guerra. •

martedì 8 settembre 2015

Uno sponsor in Europa per ogni profugo: la proposta di Andrea Riccardi a #peaceispossible

Impedire ai profughi di rischiare la vita in avventurosi viaggi per mare. E permettere a chi lo desidera di poterli ospitare. Per questo ieri, nel giorno inaugurale dell’Incontro internazionale “La pace è sempre possibile”, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, ha lanciato la proposta della sponsorship a nome di tutti i leader religiosi riuniti a Tirana.
Leggi l'articolo completo su Avvenire

lunedì 7 settembre 2015

Riccardi a Tirana: le religioni diano voce alla ribellione dello spirito contro la violenza e il male.

Dov'è un movimento per la pace in Siria, in Europa, nel Mediterraneo?
Le religioni devono esprimere la ribellione della coscienza morale contro la violenza e il male. Così Andrea Riccardi nella cerimonia di apertura dell'Inconro Internazionale "La Pace è sempr epossibile" di Tirana.

“Oggi qualcosa ci preoccupa: la diffusa rassegnazione a subire la storia di violenza, terrorismo, guerra, come fenomeni inarrestabili. Come se la pace fosse un’utopia perduta nel secolo passato”. Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, all’inaugurazione dell’incontro “La pace è sempre possibile”, lancia il suo grido di allarme di fronte al “fallimento” della comunità internazionale e alla rinuncia dell’opinione pubblica a reagire di fronte ai conflitti in corso. Fa l’esempio della Siria: “Da più di quattro anni muore ogni giorno sotto i colpi di una guerra terribile, che dura più della prima guerra mondiale. Mi chiedo: dove sta un movimento per la pace in Siria? Dove nei Paesi arabi? Dove in Europa? Dove nel Mediterraneo? La passione per la pace sembra esaurita”. Ma – afferma Riccardi – non ci si può rassegnare di fronte alla guerra: “I siriani giungono in Europa. Solo una riconquistata pace in Siria e in Iraq potrà farli restare nella loro terra. I siriani, come altri rifugiati per la guerra o per i disastri ambientali, lasciano le loro terre. Chi ha diritto di fermarli?”.

Ma il sentimento di rassegnazione interroga anche le religioni: “Non devono – si chiede Riccardi – aprire un discorso più forte sulla pace e il suo valore? Qualcosa si deve sbloccare nel mondo delle religioni: di fronte alla domanda di pace di tanti popoli, di fronte ai rifugiati che bussano, di fronte alle teologie della violenza. L’autoreferenzialità dei credenti è il sonno dello spirito. Le religioni devono esprimere la ribellione della coscienza morale contro la violenza e il male. La violenza uccide l’uomo, ma prima distrugge la sua umanità e la sua anima religiosa”. Fa l’esempio di tanti europei, che in questi giorni si sono “sbloccati” andando incontro ai rifugiati, nonostante i muri e le proteste populiste: “La religione crea, nell’amore, un legame con l’altro. Per questo bisogna incontrarsi e dialogare fra diverse famiglie di credenti e dialogare con i laici e gli umanisti”.

venerdì 4 settembre 2015

Mentre a Tirana si apre #peaceispossible, approfondimento di Andrea Riccardi sull'Albania

Così si fuggiva dal "paradiso" senza Dio
(Andrea Riccardi su "Sette" del Corriere della Sera, 4 settembre 2015)

In Albania, il dittatore Hoxha rivendicava la realizzazione del comunismo e non dava nessuna libertà di fede. Solo Madre Teresa aggirò l`ostacolo. Poi tutti scapparono.

Chi si ricorda degli sbarchi albanesi nel 1991, quando l`Italia, per la prima volta, divenne meta di immigrati? Ne arrivarono 27.000 a Brindisi in marzo e 20.000 a Bari in agosto. Fuggivano da uno Stato che rivendicava di aver realizzato il comunismo. Il regime, fondato da Enver Hoxha nel 1945 e guidato in modo ferreo fino al 1985, controllava tutta la vita sociale. Due francesi, marito e moglie, inviati a insegnare la lingua nel Paese, si sentivano così controllati dalla polizia che, per parlare tra loro, andavano a fare il bagno in mare. Microfoni e spie erano ovunque. Migliaia di epurazioni, processi insensati, condanne a morte.
Ricordo che a Roma, negli anni Ottanta, gli studenti albanesi riferivano settimanalmente all'ambasciata sulla loro vita e sui contatti con gli italiani. Vivere in Albania era un'oppressione. Ma, per taluni, era anche una fede, nutrita da una martellante propaganda totalitaria: l'Albania aveva realizzato il progresso, la giustizia e l'uguaglianza, come nessun paese.
Un giovane diplomatico albanese, pieno di fede nel regime, mi raccontò che, al primo contatto con Parigi, dove era stato mandato, pianse deluso: «Allora non è vero che l'Albania è il migliore Paese del mondo». Isolata, l'Albania comunista sfidava il mondo: gli Stati Uniti, il capitalismo, ma anche il revisionismo comunista sovietico e persino cinese. L'ideologia era una miscela di comunismo e nazionalismo. Pashko Vasa, un patriota albanese dell`Ottocento, aveva proclamato: "la religione degli albanesi è l'Albania".
Da1 1967 era vietato praticare qualunque religione. L'Albania fu proclamata il primo Stato ateo del mondo. La maggioranza degli albanesi sono musulmani sunniti. Esistono anche due importanti Chiese, ortodossa e cattolica. Inoltre c'è la confraternita dei bektashi, musulmani sincretici. Nonostante il pluralismo religioso, Hoxha temeva le religioni, l'unica forma di pensiero "autonomo", anche se erano asservite e controllate. Le cancellò con un provvedimento. Mi è stato raccontato (forse è una leggenda) che, per questa decisione, l`arcivescovo ortodosso, compagno d'arme dei comunisti, abbia preso a urli Hoxha, per poi morire chiuso nella sua residenza. Altri religiosi fecero una fine più dolorosa: il gulag, la morte, la prigionia. L'ultimo vescovo cattolico, monsignor Nikoll Troshani, dopo vent'anni di gulag, nel 1987 viveva isolato in campagna, considerato fortunato rispetto ad altri credenti. Non solo avevano chiuso le frontiere, ma anche il "cielo". Eppure, nel 1989, il regime dovette aprire le porte all'albanese più illustre del mondo, premio Nobel per la Pace, madre Teresa di Calcutta che, a Tirana, visitò la tomba di famiglia. Ma l'Albania restava chiusa. Nessuno credeva più che era un "paradiso", mentre la repressione si faceva incerta. Ad un certo punto, le frontiere vennero travolte: la gente e giovani volevano fuggire. Avevano visto alla televisione le immagini del "paradiso" italiano. Migliaia si riversarono in Italia e in Europa, cercando la prosperità e la libertà, negate per decenni.

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

giovedì 3 settembre 2015

Roma verso il Giubileo: non vive così una vera capitale

Nell'editoriale su "Famiglia Cristiana" di questa settimana, Andrea Riccardi rinnova il suo appello  per Roma:
Serve una Costituente che dia voce anche alle periferie e rilanci la partecipazione di tutti

A Roma si dice: «Mettiamoci una pezza». Vuol dire: «Sistemiamo la situazione alla meno peggio». Mi sembra che questo si sia fatto con il Comune di Roma. Il Governo ha messo in campo una serie di misure per il controllo dell`attività amministrativa. Speriamo che tutto funzioni, anche nell'impatto del Giubileo sulla città. Ma i problemi restano tutti. L'ha mostrato un ultimo episodio: il funerale di Vittorio Casamonica nella chiesa di Don Bosco con un apparato scenico fastoso. Un fatto emblematico, che ha evidenziato la debolezza del tessuto sociale della città assieme allo stordimento delle istituzioni.
I romani sono spesso soli e isolati. Le reti e le comunità di ieri, risorse in un contesto di povertà, si sono dissolte. Le mafie s'insinuano nel tessuto sfilacciato delle periferie dove, in ogni modo, troppi pesi e problemi si scaricano sulle famiglie. Non basta "una pezza". Ci vuole qualcosa di più. Roma sta male e ha perso fiducia nella politica. Il Campidoglio, con i suoi dibattiti, è in una bolla. La gente protesta attraverso un voto antipolitico o si rassegna. Anche gli ambienti più sani, professionali o intellettuali, si rinchiudono in sé stessi, come i "quartieri buoni".
Il centro storico, come una grande vetrina per turisti e come isola del potere, non ha più capacità attrattiva e unificante. Il futuro di Roma è preoccupante.
Certo, ci sono risorse positive. C`è la rete del mondo cattolico. Ma bisogna fare un salto e avere audacia, prendendosi la responsabilità di parlare e convocare. La tentazione di tutti i "migliori" a Roma è chiudersi nei propri circuiti. Più volte ho parlato di una Costituente per Roma, che coinvolga i romani in un nuovo spirito civico per la rinascita della città. Roma non si salva a pezzi, ma solo se rinasce con una visione del suo futuro.
Il Giubileo, un evento internazionale, ricorda alla capitale che non può vivere per sé stessa o chiusa nel particolare. Prima del Giubileo del 1975, il cardinale Poletti volle un convegno sui mali di Roma. La politica interpretò la voglia di riscatto delle periferie. Per il Giubileo del 2000 ci fu una vasta preparazione civile e religiosa. Il Campidoglio di allora era in sintonia con la città. Roma non può essere solo uno scenario di eventi. Non vive così una capitale. È vero: Roma si ammala di malattie urbane comuni alle città del nostro tempo. Ma qual è la cura? C`è tanta voglia di riscatto tra i romani e nelle periferie. Ma bisogna dar loro voce.