venerdì 21 agosto 2015

La Teologia della prosperità interroga la Chiesa

Andrea Riccardi, nella rubrica "Religioni e civiltà" del "Sette", il settimanale del Corriere della Sera, parla oggi di quella  parte non irrilevante delle numerosissime sette religiose segnata dal concetto secondo il quale la "salvezza" è anche il benessere concreto. 

Una volta, un tassista guatemalteco disse con l`acume tipico della sua gente: «La Chiesa ha scelto i poveri, ma i poveri hanno scelto le sette». È un fenomeno impressionante di cui in Europa ci si rende scarsamente conto. Tanti, soprattutto poveri nel Sud del mondo, partecipano alle comunità neoprotestanti. "Sette" è il nome dispregiativo con cui le si definisce, ma sono una realtà considerevole, dalla crescita impressionante: lungo il Novecento sono divenute mezzo miliardo di persone, neoprotestanti, pentecostali, fuori dalle Chiese tradizionali, cattoliche, ortodosse o evangeliche. Un nuovo cristianesimo. Non un mondo unitario: al suo interno ci sono comunità di risveglio evangelico, movimenti che rispondono al bisogno di riscatto di gente in difficoltà... Una parte non irrilevante di questo universo religioso è segnata dalla teologia della prosperità, per cui la "salvezza" è anche il benessere concreto. La teologia della prosperità insegna che i cristiani hanno diritto al benessere, perché vita materiale e vita spirituale sono connesse. Bisogna aver fede, pregare, convertirsi, donare quello che si ha...
Il progetto della Megachurch
della Chiesa Universale del Regno di Dio in Brasile
Tanti dibattiti ha suscitato in Brasile la Chiesa universale del Regno di Dio. Grande e forte, fondata nel 1977, sta costruendo a San Paolo un enorme tempio, che pretende di avere le misure e la forma di quello di Salomone a Gerusalemme. È oggi la maggiore denominazione pentecostale del Brasile, diffusa in vari Paesi del mondo, un`impresa religiosa con stazioni radio e un canale televisivo. Offerte e decime fanno parte del rapporto con la Chiesa: «Chi dà tutto al Signore, riceve tutto da lui», dice uno slogan. II censimento ufficiale parla di
Mondo variegato La religiosità delle sette sembra corrispondere alla mentalità dei consumatori del mercato globale, mescolando cristianesimo e miracolo come risposta alle attese individuali.
quasi due milioni di fedeli. Ma, secondo i responsabili, sono molti di più. Perché tanti cattolici vi aderiscono? La Chiesa del Regno risponde alle domande dei fedeli, che non si ritrovano nelle comunità tradizionali.

MEGACHURCH. In Uganda, nella capitale Kampala, non lontano dalla cattedrale cattolica, c`è un grande stadio coperto, che ospita in.soo persone: il Miracle Center Cathedral, la cui costruzione è costata sette milioni di dollari. È l`opera del pastore Robert Kayanja, al centro di un vasto movimento, dotato di radio e televisione. Ho visitato l`auditorium, pieno di gente e di preghiere, con forti effetti sonori. Tanti canti e intenzioni di preghiera in questa megachurch. Le ri- chieste riguardano spesso la vita concreta: il successo, il lavoro, la casa, oltre che la salute. L`ambiente appare coinvolgente. Piccole comunità con un clima molto più intenso delle Chiese tradizionali o grandi organizzazioni con forte impatto mediatico sono velocemente cresciute negli ultimi decenni in Africa, America Latina, Asia, negli Stati Uniti. È una religiosità che sembra corrispondere alla mentalità dei consumatori del mercato globale, mescolando cristianesimo e miracolo come risposta alle attese individuali. Un mondo sconosciuto ai più, che bisognerebbe conoscere meglio e che interpella le Chiese della tradizione. Che sia interessante lo mostra la politica in Africa o America Latina: tanti leader guardano oggi con attenzione ai voti e all`influenza delle Chiese della prosperità.

giovedì 20 agosto 2015

Accogliere i profughi, spegnere le guerre - La vera emergenza è portare la pace nei Paesi di origine

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana
La vera emergenza è portare la pace nei Paesi di origine
Di fronte al dramma dei rifugiati, la Chiesa segue una linea chiara e semplice, al di là di ogni polemica. È una posizione che esprime tutte le realtà del cattolicesimo e - direi - di un popolo, per cui non si può respingere chi arriva nel nostro Paese, proveniente da guerra e persecuzione. Non solo le strutture ecclesiastiche, ma anche le famiglie, un vasto circuito di persone comuni, collaborano a fare spazio a quanti arrivano. È tutta gente che ha ben chiaro il senso di umanità come bussola nella vita quotidiana. La "predicazione" della paura punta invece a un consenso facile: grida all'invasione e mistifica rischi e pericoli. Del resto - come tante volte si è affermato - non si tratta di un'invasione: le cifre degli arrivi sono non tanto superiori a quelle degli scorsi anni. Insomma, la logica dei cristiani italiani ed europei non può essere quella dell'Ungheria di Orbàn, che ha realizzato un muro per proteggere il suo Paese dai profughi e dagli emigrati. Tra l'altro, Orbàn dimentica che nel 1956, dopo l'insurrezione soffocata nel sangue dai sovietici, più di 200 mila profughi ungheresi furono accolti in Europa e nel mondo. La logica dei cristiani italiani è quella di chi vive responsabilmente in un Paese nel cuore del Mediterraneo. Al di là del mare c'è un mondo in fiamme. La vera emergenza non è l'arrivo dei profughi in Italia; bensì quella dei Paesi in guerra. Non è gridando contro i profughi che si cambia qualcosa. S'intorbida lo stato d'`animo di qualcuno. Il vero problema è, prima di tutto, mirare alla pace di Paesi, come Siria, Libia, Somalia, alla stabilità di altri, come la Tunisia, all'apertura di altri ancora, come l'Eritrea e via dicendo. E poi bisogna prepararsi a vivere una responsabilità "mediterranea" propria della nostra collocazione geografica. Non è solo un peso, ma anche una chance. Per l'Europa, non c`è sicurezza, se il Mediterraneo non torna a essere un mare di pace.

mercoledì 19 agosto 2015

«Solo la pace fermerà i profughi». Intervista a Andrea Riccardi

Andrea Riccardi intervistato da Corrado Castiglione de "Il Mattino"


Basta polemiche: subito iniziative di pace e di cooperazione internazionale per mettere fine ai viaggi dei disperati che fuggono dalla guerra. Parla Andrea Riccardi, profondo conoscitore del nodo migranti e profughi, prima con l`associazionismo attraverso la comunità di Sant'Egidio di cui è fondatore - e poi, durante il governo Monti, alla guida del ministero perla Cooperazione internazionale e l`Integrazione. 
Prof, non trova che le polemiche sugli immigrati rivelino di converso una sottovalutazione della portata storica del fenomeno? «Purtroppo il tema dei migranti e dei rifugiati è stato sempre.affrontato con toni tanto accesi, non solo in Italia ma anche in Europa».
Secondo lei perché?
 «Per molti motivi. Innanzitutto perché in termini di consenso politico a.qualcuno sembra che essere duri paghi. Ecco dunque che in tanti, d'istinto, di fronte all`ennesima emergenza subito dicono no, chiudono.le frontiere, alzano i muri. Senza comprendere che il fenomeno è ben più.complesso. Ma non è tutto». Prego. «Visti i tempi c`è anche un problema di qualità di comunicazione». Che vuol dire? «Di fronte a temi così delicati e complessi la comunicazione punta.sull`emozionalità. E spesso i toni sono terribilmente semplificativi. Ma così si finisce per dimenticare che il problema dei rifugiati è innanzitutto un nodo che richiede grande umanità. Non è un tema per i terribili semplificatori del nostro tempo. E dunque bisognerebbe essere sempre seri, anche nella comunicazione».
Professore, la sua provata esperienza "sul campo" quale riflessione le suscita? «Da tempo seguiamo il fenomeno con la comunità di Sant'Egidio. Sin dagli anni Ottanta, quando i primi immigrati si affacciavano nel nostro Paese. E come associazione siamo molto radicati in Africa, dove abbiamo avuto.modo di misurare da vicino l'attrazione, il richiamo che presso queste genti arriva dal Nord Europa per una vita migliore, non fatta di. disperazione. Negli ultimi tempi, poi, ai flussi dei "migranti.economici" si sono aggiunti quelli dei rifugiati di guerra. Ecco quindi.che la riflessione principale per me resta una: innanzitutto varrebbe la pena affrontare a monte il tema della pace, in Siria, in Libia e nel Medio Oriente».
Qualcuno ritiene fondamentale l`uso della forza militare in Libia: concorda? «Io credo che la posizione assunta dal ministro Gentiloni sia molto corretta. Vengono prima il negoziato, la cooperazione, la pace per fermare i viaggi dei disperati. Sicuramente il Niger è un Paese chiave. Sì, c`è poi il nodo Libia. Ma poi c`è il fronte della Siria, un Paese che sta morendo: e ricordo che in queste ore Aleppo muore di sete. Quindi c`è la Tunisia, che va aiutata nel percorso di stabilità. Ancora: va potenziata la cooperazione con tanti Paesi africani, a partire dalla Costa d'Avorio».
A proposito di cooperazione: lei è stato alla guida del ministero dell`integrazione e della cooperazione. Qual è il suo giudizio sullo stato dell`arte? «Si è trattato di un`esperienza importante, fortemente voluta da.Napolitano e da Monti. Due le linee strategiche. Da una parte siamo.riusciti a raddoppiare il budget di spesa, una cosa non proprio semplice vista la linea di rigore assunta giustamente in quegli anni. Dall'altra abbiamo puntato tanto sull`integrazione: non a caso tra i primi gesti da ministro volli rendere omaggio alla tomba di Jerry Masslo, il rifugiato sudafricano ammazzato da criminali a Villa Literno in Campania. Non è facile costruire una cultura dell`integrazione: noi ci abbiamo provato.con la regolarizzazione degli immigrati da tempo occupati in Italia».
Allude alla sanatoria? «Certo. Quello è stato un passo importantissimo. Perché è fondamentale.evitare la formazione di sacche di migranti non regolarizzati. Perché, altrimenti, proprio quello status li rende più facilmente ricattabili.dalle mafie. Invece l'integrazione ha un effetto doppiamente benefico: da un lato apre l`individuo, dall`altro la società. Però il percorso è chiaramente difficile. Come sostiene Umberto Eco: l`integrazione è un.negoziato continuo».
Le responsabilità del governo italiano e dell`Ue: non ritiene che qualcuno abbia giocato a scaricabarile? «In passato sì. Ad ogni modo agire non è facile. Perché ciascun governo europeo preferisce riservare a sé le decisioni su un tema così scottante a livello elettorale. Però la prospettiva deve essere di respiro.europeo, perché il Mediterraneo è la nostra più grande frontiera. Facciano da guida il trattato di Schengen e l`accordo di Dublino, che tuttavia va rivisto perché concepito in un altro momento storico».
Qualche laicista insiste a dire: la Chiesa ci guadagna. Le polemiche sollevate dalla Lega contro la Cei, a suo avviso, non rivelano una. sovraesposizione del mondo cattolico su questo fronte? «Sono convinto che il sentire dei cattolici, su questo tema, rappresentiouna posizione ferma e diffusa, che dunque appartiene non solo a qualche.vescovo o a qualche associazione di punta. Quello che pensa il popolo ocattolico viene condiviso da tanti italiani. Attenzione: non è un sentire buonista, ma realista, cioè fortemente connesso alla realtà che viviamo.in Italia. A puro titolo di esempio, basti considerare che gli italiani.sono il primo Paese nella graduatoria delle adozioni internazionali».  
Tra poche ore comincia il Meeting di Rimini: non teme che alcuni segmenti più conservatori del mondo cattolico italiano si coagulino•intorno a questo nuovo asse politico anti-immigrati in parte favorito da Lega, Fi e M5S? «Non vedo questo riguardo al Meeting o altro. Piuttosto, ribadisco: è sbagliato pensare che il mondo cattolico sia un'isola in mezzo agli italiani. Lo dimostra la generosa.accoglienza che viene offerta attraverso 1`8 per mille. Poi aggiungo: il.magistero di papa Francesco, a cominciare dal discorso di Lampedusa, ha.sollecitato alcuni ripensamenti in larghi segmenti dei cattolici italiani».

venerdì 14 agosto 2015

Bartolomeo, patriarca illuminato, tra tradizione cristiano-ortodossa ed ecologia

Andrea Riccardi nella rubrica  "Religioni e civiltà" del settimanale "Sette" del Corriere della sera di oggi:

Bartolomeo, patriarca illuminato diventato un leader spirituale a livello mondiale ed è riuscito a saldare la tradizione cristiano-ortodossa con l`ecologia

Papa Francesco ha pubblicato una celebrata enciclica sulla questione ecologica. Ma bisogna ricordare che, prima di lui e del cattolicesimo, il patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli ha parlato di questi problemi. E Francesco lo riconosce pubblicamente. Bartolomeo è stato chiamato il "patriarca verde" per il suo impegno sui temi ecologici. Il presidente francese Hollande l`ha voluto con sé a Parigi, lo scorso luglio, al Sommet des consciences pour le climat. Bartolomeo ha avuto la capacità di saldare la tradizione cristiano-ortodossa con l`ecologia. Ha fatto sentire le voci della tradizione, come Massimo il Confessore che, fin dal VII secolo, affermava: «L`universo costituisce un libro sacro le cui lettere e sillabe sono gli elementi universali del creato...». Qualcuno ha criticato questo impegno verde, come un omaggio politically correct alla moda; ma in realtà Bartolomeo ha tracciato una linea intelligente tra ecologia e spiritualità. Eppure, quando lo si visita in una Istanbul tutta turca, si vedono le limitate dimensioni del patriarcato nel quartiere del Fanar sul Corno d`Oro, spopolato dei greci che lo abitavano fino a metà Novecento. Gli ortodossi sono pochi in Turchia: forse nemmeno duemila. Però il patriarca ha grande autorità, non solo sulla diaspora greca che dipende da lui, ma tra gli ortodossi (riconosciuto come primus inter pares dagli altri capi di Chiesa, tra cui il patriarca della grande ortodossia russa), tra i cristiani e le religioni. Nonostante la sua modesta "potenza" ecclesiastica, Bartolomeo è divenuto un leader spirituale a livello mondiale. Ha ripreso lo slancio del suo predecessore, Athenagoras (patriarca dal 1948 al 1972), uomo di grandi aperture e relazioni, che nel 1964 incontrò Paolo VI a Gerusalemme, il primo abbraccio della storia tra un Papa e un patriarca ecumenico.

TURCHIA SOSPETTOSA. Le Chiese ortodosse sono nazionali. Invece Bartolomeo interpreta il respiro internazionale dell`ortodossia, oltre i nazionalismi e nel dialogo. Ha ottenuto il consenso dei primati delle quattordici Chiese ortodosse per celebrare il Concilio panortodosso a Istanbul il prossimo anno. Lo si preparava da più di mezzo secolo, ma finora era stato impossibile realizzarlo. Il mondo globale pone i problemi transnazionali alle comunità religiose, spingendole a
uscire dai loro orizzonti. Per gli ortodossi, ci sono le questioni della loro diaspora nel mondo, della modernità, dell`islam, dell`ecologia o tanto altro. Per Bartolomeo, patriarca dal 1991, non è stato facile agire in una prospettiva universale dall`angolo di Istanbul dove vive, in una Turchia sospettosa verso il patriarcato visto come resto di grecità. Il governo finora lo considerava solo "il patriarca dei turchi". Bartolomeo non ha ceduto, rivendicando il titolo tradizionale di "patriarca ecumenico" e dandogli una vigorosa interpretazione. Alla fine il governo Erdog an ha riconosciuto questa dimensione universale. E Bartolomeo ha lavorato con tenacia tra l`angolo stambuliota del Fanar e gli orizzonti del mondo. Sono storie di un cristianesimo diverso da quello occidentale, ormai entrate nell`orizzonte del mondo globale.

martedì 11 agosto 2015

Intervista a Riccardi: Abbiamo dimenticato cosa vuol dire Chiesa dei martiri

Andrea Riccardi intervistato da Luca Liverani di Avvenire:
«Quello di Bagnasco non è pessimismo. Dobbiamo essere amici dei poveri e forti nella fede. Il Giubileo è un ritorno a Dio, alla coscienza che da soli non ci si salva»

Il cardinale Bagnasco si chiede se la Chiesa in Occidente non stia diventando una minoranza. Ma per Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant`Egidio, non è un messaggio pessimista. 
«Questa presa di coscienza che emerge dalle parole del presidente della Cei non è un cristianesimo triste, pessimista, esangue. Credo ci sia una "forza debole" nella scoperta della compagnia dei martiri, dei poveri e della forza della parola di Dio».
Da storico della Chiesa, crede che i cristiani stiano ridiventando minoranza? 
I cristiani non possono presumere di essere maggioranza, ma sono anche un popolo vasto e diffuso che sta vivendo una transizione complessa. A questo credo si riferisca il cardinale.
No a pessimismi eccessivi? Il messaggio di papa Francesco è che c`è un popolo grande che non ha confini. Lasciamo alla sociologia religiosa di dire in che misura siamo minoranza. Certo non dobbiamo avere l`attitudine arrogante delle maggioranze. Non per tatticismo, ma perché il senso della realtà ci porta alla più vera radice evangelica. E l`evocazione di San Lorenzo è molto importante, quando porta i poveri all`imperatore dicendo "ecco i beni della Chiesa". Anche in questa transizione difficile la memoria di Lorenzo indica la necessità di essere amici dei poveri e forti nella fede. Vede un`analogia tra fine dell`Impero romano e crisi dell`Occidente? Quando quel mondo stava crollando, papa Gregorio Magno indicò due grandi riferimenti: la parola di Dio e l'amore per i poveri. Una Chiesa dei poveri, come diceva il Concilio, o una Chiesa di indigenti come dice ora Bagnasco, è una Chiesa che parla di Dio. La povertà è amicizia con i poveri, ma anche fiducia nel Vangelo e pan-esìa , franchezza nell`annuncio. Bagnasco sottolinea anche la fede controcorrente di Lorenzo.
 È un invito a evitare una fede "privatistica"?
Abbiamo dimenticato cosa vuol dire essere Chiesa dei martiri. Siamo ancora cristiani lamentosi che guardano indietro e non avanti con la forza dei martiri. Non con l'arroganza di chi fa stragi: don Santoro diceva che martire non è chi si suicida uccidendo, ma chi dona la vita per gli altri. Giovanni Paolo II ne parlò nel Giubileo. Forse abbiamo concepito il nostro cristianesimo italiano troppo distaccato da questa realtà globale, indugiando troppo sul vittimismo nazionale di un Paese che teme di perdere una parte del proprio benessere. Il cristianesimo italiano è a due passi dal Medio Oriente e dovrebbe rimettere i martiri, canonizzati e non, al centro della vita ecclesiale.
C'è però una presa di coscienza di questa nuova stagione di martirio, dalla Siria al Pakistan
C'è un risveglio di attenzione e di informazione, ora bisogna trarne le conseguenze teologiche, esistenziali ed ecclesiali. Padre Turoldo diceva: "Che vergogna, siamo stati commensali dei martiri e siamo rimasti sempre gli stessi".
Il cardinale prevede «il tempo del risveglio», attraverso una «via dura» di un «secolarismo» fatto di «eutanasia», «uso commerciale del corpo umano» e «indifferenza di fronte a esodi di disparati». Siamo un Paese che ha perso il suo significato, in cui gli stessi vescovi faticano a parlare al popolo. Ma alla fine questo travaglio si scioglierà come il silenzio di Zaccaria. E troverà le parole giuste, se ascolteremo la Parola di Dio, se saremo più attenti al martirio e alla povertà. Il Papa non offre un progetto, ma un processo di conversione. E cosa significa il Giubileo della Misericordia per l`Italia, o per Roma segnata da Mafia Capitale? È la riproposta, antica e sempre nuova, del non vivere per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi. Le nostre società sono fatte di tanti io, all'insegna del vivere per noi stessi: questo non produce vita, ma l'egoismo della morte. Il Giubileo è un ritorno a Dio, cioè al noi della Chiesa, alla coscienza che da soli non ci si salva. Con tutte le conseguenze, religiose e civiche.

Andrea Riccardi

sabato 8 agosto 2015

Siria - Il nostro dovere di proteggere i cristiani perseguitati dallo Stato Islamico - Andrea Riccardi su Corriere della Sera

Anche Papa Francesco ha ricordato che la «comunità internazionale non può assistere muta e inerte di fronte a crimini così inaccettabili» La Francia ha accolto alcuni cristiani iracheni. Il Belgio, ne ha ricevuti 244. La solidarietà è il minimo che si possa fare. E` una domanda da porre anche all`Italia
 

Siamo abituati alle cattive notizie dalla Siria. Tanto abituati da essere distratti, avendo quasi rinunciato alla soluzione di una guerra terribile, lunga ormai come la Prima Guerra Mondiale. Pochi
giorni fa è avvenuto un altro rapimento di civili in Siria: circa 230 nel villaggio di Al Qaryatain nella provincia di Homs. È la provincia che le truppe di Assad, appoggiate dagli hezbollah, tentano di controllare, per bloccare il passaggio tra Siria e frontiera libanese. In questo villaggio, gli uomini del «califfato» hanno prelevato circa 6o cristiani, accusati di intelligenza con il regime di Assad. Al Qaryatain è una cittadina, trovatasi a contatto con i territori dal sedicente califfato, dopo la presa di Palmira. Qui risiedeva una cospicua comunità cristiana di tutte le confessioni, ma soprattutto appartenenti alla Chiesa siriaca (del gruppo unito a Roma). In Siria, nonostante le differenze di tradizione e confessione, da secoli i cristiani non solo vivono tra loro, ma anche assieme ai musulmani negli stessi quartieri o villaggi. Il «califfato» ha cominciato a imporre la Sharia con durezza ai cristiani, discriminandoli e imponendo loro di pagare una tassa speciale. Anche la condizione di dhimmi, che riduce i cristiani a cittadini di serie B, non dà nessuna sicurezza di vita. Quindi, con l`estendersi della guerra, i cristiani sono assediati nelle città come Aleppo e hanno cominciato a muoversi dai villaggi. Non è facile orientarsi nell`intrico della guerra, tra mutevoli organizzazioni, nello spostamento delle aree di controllo, in un quadro di estrema violenza. Chi poteva ha abbandonato la Siria. Oggi però il Libano (che ha chiuso le frontiere ai profughi) smantella vari campi, lasciando all`aperto i rifugiati, musulmani o cristiani. Chi fugge non sa più dove andare. I cristiani sono considerati «nemici» dagli estremisti islamici. E` chiaro anche nel caso di Al Qaryatain. Gli uomini del «califfato» li hanno ricercati, casa per casa, seguendo una lista, come complici del regime alauita di Assad. Di fronte al caos della guerra, le autorità cristiane hanno guardato al regime come l`unica protezione possibile, criticando l`ostilità occidentale ad esso. Del resto, anche una personalità cristiana di altro sentire, come il gesuita Paolo Dall`Oglio, ostile al regime, è stata rapita dagli oppositori. Un altro sacerdote legato a Dall`Oglio, Jacques Murad, che risiedeva in un monastero vicino a Al Qaryatain (e lavorava per aiutare gli sfollati da Palmira), è stato rapito tre mesi fa. Da più di due anni non si hanno più notizie dei vescovi Mar Gregorios Ibrahim e Bulos Yazigi, che guidavano i cristiani siriaci e ortodossi ad Aleppo. Erano rispettati dal governo e
avevano un`autorità morale nella regione. Sono scomparsi nel nulla. Altri religiosi, rimasti tra la gente, sono stati rapiti o uccisi. Sembra ormai impossibile o molto difficile per i cristiani vivere in larga parte della Siria. La loro condizione (e quella del Paese) pone alla comunità internazionale il problema della pacificazione, come un obiettivo prioritario su cui concentrare l`attenzione, al di là della ritualità degli incontri internazionali e delle azioni dell`Onu. Esiste una seconda questione che i Paesi europei devono affrontare nel caso che la guerra si protragga: il futuro dei cristiani. Dove possono andare? Non riescono a sopravvivere nelle regioni controllate dalle organizzazioni islamiste. Ieri papa Francesco, in un messaggio ai cristiani del Medio Oriente, ha avuto parole forti: «La comunità internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine». Non c`è un dovere verso di loro? E` vero: molti musulmani siriani e iracheni soffrono. Ma, per i cristiani, c`è una vera impossibilità a sopravvivere in terra islamista. La Francia ha accolto, lo scorso anno, alcuni cristiani iracheni. Il Belgio, recentemente, ha ricevuto 244 cristiani, trasferendoli da Aleppo. La solidarietà ai rifugiati cristiani è il minimo che si possa fare. E' una domanda anche all'Italia.

Dal Corriere della Sera, 8 agosto 2015

venerdì 7 agosto 2015

Non dimenticare Seyfo. La strage dei cristiani siriaci, caldei e assiri

La rubrica settimanale di Andrea Riccardi, Religioni e civiltà, su "Sette" del Corriere della sera, è oggi dedicata alla strage dei cristiani siriaci, caldei e assiri durante la Prima guerra mondiale: una pagina tragica e dolorosa della storia, che insegna ancora qualcosa


Il 2015 è il centenario del massacro degli armeni nell`Impero ottomano: Metz Yeghern, il Grande Male, in armeno. Cominciato il 24 aprile 1915, fece più di un milione di morti. È una vicenda di cui si è discusso fin dalla Prima Guerra Mondiale, seppure ancora oggi non pochi turchi la rifiutino. Ma c`è un`altra storia, davvero dimenticata, parallela a quella armena: quella di Seyfo, in siriaco la spada. C`è stato un tempo della spada per i cristiani siriaci, assiri, caldei, sterminati a centinaia di migliaia e scacciati dalla Turchia orientale e dal Nord Iraq, allora province ottomane. I cristiani dovevano scomparire: fu una pulizia etnica per turchizzare il Paese, condotta in nome dall`odio al cristiano per mobilitare le masse turche o curde. Di Seyfo non si è parlato per decenni. Niente si diceva nel 1986, quando visitai la Turchia orientale, vedendo fantasmi di comunità cristiane e i loro monumenti cadenti, in città dai nomi poco noti, come Diarbekir, Mardin o nella regione del Tur Abdin. Qui, per più di un millennio, accanto a monasteri meravigliosi, i siriaci avevano vissuto con i curdi. Si percepiva una grande storia, ma eravamo all`ultima pagina.

VIOLENZE CURDE. Chi poteva emigrava in Europa. C`era un silenzio fitto sui massacri, evocati appena nell`intimità delle famiglie, tutte segnate dalle violenze del 1915. Pochissimi, in grande confidenza, accennavano alle storie dolorose di Seyfo, ma soprattutto alle violenze curde ancora in atto. Sembrava che tutto - la storia del 1915, i turchi e i curdi del presente - congiurasse per cancellare queste comunità, pur sopravvissute a una storia difficilissima di secoli. Un anziano monaco, da giovane testimone dei massacri, mi confidò: «Siamo alla fine». Eppure la storia riserva sorprese. Certo non torna indietro. Ma ci sono pagine nuove. I monumenti cristiani sopravvissuti nelle terre di Seyfo, ora restaurati, sono un`attrazione per i turisti turchi. Un primo cambiamento: il governo turco ha permesso i restauri, pagati dai cristiani emigrati. Poi i curdi sono cambiati: hanno chiesto perdono ai cristiani per i massacri. Un possidente curdo ha dato una parte dei suoi beni (quelli espropriati ai siriaci nel 1915) al centro per lo studio del genocidio, intitolato a Seyfo. A Mardin, il sindaco curdo (eletto) ha voluto, come vice, una giovane cristiana. Nel corso del 1915, si sono tenuti vari convegni su Seyfo: a Roma, Berlino, Beirut e altrove. In tutti, aleggiavano domande angosciose sui cristiani oggi in Siria e Iraq, nel timore che la storia del 1915 si potesse ripetere magari con altri attori e motivazioni. C`è però oggi la consapevolezza che raccontare la storia del 1915 serve e servirà a tutti: ai discendenti dei cristiani colpiti, ai curdi e ai turchi, all`islam. Questa storia tragica ricorda all`arroganza totalitaria - nazionalista o religiosa - che vivere insieme tra diversi è condizione normale della società a tutte le latitudini. Abbiamo il dovere di ricordarlo anche perché, per tanto tempo, ci si è dimenticati che vivere insieme è stata la realtà di tante stagioni della storia.