martedì 30 giugno 2015

La prefazione di Andrea Riccardi a "Il pericolo della ricchezza" di John H. Newman

Pubblicato da Jaca Book è il libreria dalla settimana scorsa, dopo oltre 150 anni dalla sua stesura "Il pericolo della ricchezza" di John H. Newman (pagine , euro 10). Testo fondamentale per comprendere il pensiero teologico del grande predicatore anglicano (1801-1890), entrando nelle ragioni della sua conversione al cattolicesimo nel 1846. Il testo è costituito da un sermone effettuato quando era pastore anglicano. La prefazione a questa edizione italiana è di Andrea Riccardi La postfazione è di Inos Biffi.
Newmann, per anni docente a Oxford, venne nominato cardinale da Leone XIII nel 1879.

Newman conosce bene la società britannica della prima metà dell'Ottocento, a cui parla coni suoi sermoni. Sa quale sia il ruolo rilevante degli interessi economico-finanziari non solo della società, ma nella vita di chi lo ascolta predicare. Infatti afferma con franchezza: «Apparteniamo a una nazione che sussiste in buona parte col far denaro». Non si può dire che queste sue parole non suonino attuali, seppure su scenari diversi, non più quelli nazionali bensì quelli del mondo globalizzato. Come predicare il Vangelo della gratuità dell`amore in un mondo mosso dagli interessi economici? Spesso, per evitare la contraddizione, si opera una spiritualizzazione delVangelo, evitando le tematiche della ricchezza e della povertà. La predicazione, così, corre quasi parallela alle dinamiche stringenti degli interessi economici e finanziari, il che vuol dire parallela a esistenze immerse in un mondo dominato da queste realtà. O al massimo, nel mondo cattolico, si lasciano queste specifiche tematiche alla trattazione della dottrina sociale. I credenti, inseriti nelle meccaniche di questo mondo, sono chiamati ad ascoltare con disponibilità la parola evangelica, che illumina e libera. Il Vangelo non è una «benedizione» per la vita vissuta, ma apre e suscita gravi problemi. Il primo compito della predicazione cristiana è risvegliare le menti e i cuori addormentati nel compromesso, che spesso è acquiescenza, abitudine, assenza di pensiero. Risuona nelle parole di Newman, ancora pastore anglicano, il senso alto della predicazione cristiana: la sua libertà, senza l' arroganza di imporre, ma con il dovere di far risuonare integralmente la parola del Vangelo su di un aspetto difficile della vita cristiana di allora, in un Paese in estremo sviluppo e sulla via della conquista commerciale e politica del mondo. Si potrebbe pensare che nell`uditorio di Newman c'erano anche ricchi benefattori della Chiesa e che tali persone sono spesso presenti nelle comunità cristiane, mentre si predica
il Vangelo. Leggere la «maledizione» evangelica ai ricchi non li offende? Siamo nell`Inghilterra della prima metà dell'Ottocento, ma in pieno mondo globalizzato, con un carico di rassegnazione di fronte a meccanismi che ci appaiono più grandi di noi (anche da parte dei cristiani). Queste parole, oggi, risuonano come un monito in un quadro di globalizzazione finanziaria, in cui esistenze e sentimenti sono dominati dalla invisibile mano del denaro. Non si tratta di «dottrina sociale», bensì di un confronto serio e serrato con la parola di Gesù, che offre, come dice Newman, «ampia materia di serio pensiero». È l'attualità di questo testo del futuro cardinale inglese: come vivere nel capitalismo ed essere cristiani? Newman non presenta facili soluzioni (che peraltro sarebbero oggi datate), ma intende aprire contraddizioni, far pensare e far decidere. Qui sta l'attualità della sua predicazione sulle ricchezze. Il tema delle ricchezze ha fatto riflettere i Padri della Chiesa: si pensi alla predicazione di Giovanni Crisostomo su ricchezza e povertà, ma anche alle parole di Ambrogio e di Gregorio Magno, per citare solo alcuni esempi tra i più noti. Questi grandi Padri hanno posto il povero al centro della Chiesa, ammonendo il ricco sull`illusione delle ricchezze. Molto spesso, però, tali tematiche sono scivolate ai margini della predicazione della Chiesa o addirittura sono uscite dall`alveo del suo insegnamento quotidiano. La «via media» di tanti fedeli non ha sentito il bisogno di confrontarsi con esse, quasi fossero problematiche significative solo per chi faceva una scelta di «perfezione evangelica». Sono rimaste nella memoria, come monumenti della sapienza evangelica dei Padri, come riferimento decisivo per gli «eroi» del cristianesimo, ma poco altro. Si è preferito evitarle. Al contrario, Newman chiede espressamente ai fedeli, che lo ascoltano di riflettere sul messaggio evangelico a proposito delle ricchezze. Il discorso del teologo inglese è pervaso, come altri sermoni, dal senso alto del ministero della predicazione: è un altro aspetto con cui è interessante confrontarsi, anche per trarne una lezione sul significato decisivo del parlare del Vangelo alla comunità cristiana. Infatti, nella
Chiesa, si deve riflettere su come riapprendere a predicare in una società in cui i cristiani sono coinvolti da tanti messaggi, attratti e distratti in una stringente logica comunicativa. In questa prospettiva si è mosso papa Francesco, parlando del significato dell`omelia, della necessità della preparazione, del rapporto con la comunità che ascolta. Il confronto con le grandi tradizioni della predicazione cristiana non offre certamente modelli all`oggi, ma invita a riflettere sul valore della predicazione. Senza eccessi tribunizi o invettiva, ma pacatamente e fermamente, Newman vuole riportare i suoi ascoltatori a un serio contatto personale con la pagina del Vangelo. Lo fa riconducendo chi lo segue alle parole della Scrittura. Così nasce un atteggiamento meditativo e più libero verso la propria vita. Infatti, il cristianesimo, di fronte alle ricchezze, deve prima di tutto recuperare la libertà del suo cuore e della sua vita. Le ricchezze o, più banalmente, la ricerca del benessere rubano il cuore. Il Vangelo è chiaro su questo punto. Ma il cristiano deve sintonizzarsi con il pensiero di Cristo e non soggiacere alle abitudini della sua esistenza. Qualcosa di nuovo può nascere. Newman non è un fustigatore pessimista dei suoi fedeli. «Pensieri seri» da parte loro possono condurre a scelte nuove e serie. Ma, prima di tutto, bisogna aprire domande nel cuore di chi ascolta. Newman constata come gli «uomini religiosi» possano distaccarsi da tanti peccati, «ma quanto alla ricchezza non possono liberarsi facilmente d'un sentimento segreto il quale dà a loro sostegno su cui fondarsi, un`importanza, una superiorità; e di conseguenza si attaccano a questo mondo...». C'è un fascino delle ricchezze, che ingenera una dipendenza profonda tra i cristiani. Bisogna imparare a discernere questo fascino. Per questo, la parola del Vangelo deve risuonare senza aggiunte o attenuazioni: «Che, in verità, Nostro Signore- ribadisce Newman - abbia inteso parlare della ricchezza come, in certo senso, d`una calamità per il cristiano, è chiaro... dalle lodi e raccomandazioni che Egli, d'altro canto, fece della povertà».
Infatti il discorso evangelico sui poveri e sulla povertà mette in luce anche la «miseria» della ricchezza. Ma è possibile vivere questo Vangelo? Non si tratta di una parola destinata solo a pochi eletti? Così non sembra, nel contesto del messaggio evangelico: è una parola per tutti. Il teologo anglicano evoca la figura dell`evangelista Matteo, che «non solo possedeva, ma era anche occupato a ricercar ricchezza» - afferma. C'è in queste parole del predicatore l`intuizione della condizione esistenziale dei suoi fedeli: gente occupata e preoccupata a produrre e accumulare ricchezza, non solo ricchi proprietari. Oggi in un mondo, anche dal punto di vista economico, tanto differente, tuttavia i sentimenti le preoccupazioni non sono così diversi, anche se va considerato che occuparsi ansiosamente del proprio benessere non porti spesso a conseguire quanto ricercato. La competizione della vita, per tanti, significa frustrazioni e sconfitte. Insomma l`esistenza umana nel grande mercato della competizione non è così facile e idilliaca, come la si presenta. La predicazione evangelica si propone però come una significativa sapienza, su cui costruire la propria libertà e la propria felicità. Non si dimentichi che il giovane ricco del Vangelo, dopo aver ascoltato le parole di Gesù, se ne andò triste perché aveva molte ricchezze (Lc.18, 18,22). Il predicatore Newman non propone una dottrina sociale o una riforma dell'economia, ma presenta il Vangelo di Gesù a chi lo ascolta. Invita a interrogarsi e a convertirsi alla sua parola. Non è poco nell'Inghilterra dei suoi giorni; non è poco in questo mondo contemporanea. Perché la conversione è anche una grande spinta al cambiamento degli altri e della società. Decenni di ideologia e di ingegneria sociale, con la loro pretesa di modellare le società, ci hanno forse disabituato a cogliere il valore profondo di un uomo e di una donna che si convertono e cambiano vita. Martin Buber affermava sapientemente: «Il punto di Archimede a partire dal quale posso, da parte mia, sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso».

lunedì 29 giugno 2015

Andrea Riccardi commenta su La Stampa i gravi fatti tunisini e lancia un allarme: Tunisi va sostenuta, altrimenti non ce la farà

da La Stampa del 29 giugno 2015 - intervista di Giacomo Galeazzi

«L`Europa sbaglia a isolare Mosca: serve anche la Russia per stabilizzare il Mediterraneo». Lo storico Andrea Riccardi, ex ministro per la Cooperazione internazionale e l`Integrazione, ha fondato nel 1968 la Comunità di Sant`Egidio, «Onu cattolica» in prima linea su decine di fronti caldi e negoziati di pace. Geopolitica unita al dialogo tra le religioni.
Secondo la rivista Time, con il venerdì dì sangue l`Isis cambia tattica: attacchi punitivi all`esterno invece di concentrarsi solo sull`espansione territoriale. Condivide questo grido d`allarme?
«No. La situazione è grave però non vanno confusi eventi tra loro diversi. In comune ci sono una diffusa aggressività, l`appello jihadista ai lupi solitari e il franchising del terrore modello-Al Qaeda. Non esiste un inesorabile fronte che si riversa contro l`Occidente. In Kuwait, come nello Yemen, il conflitto è tra sunniti e sciiti mentre l`attentato in Francia è segno di una grave emergenza: la mancata integrazione delle banlieue. La Tunisia è sotto attacco: deve diventare paese prioritario per l`Occidente. Serve concretamente tutto il sostegno possibile altrimenti il governo tunisino sarà presto in ginocchio. Tragedia immane»
Perché la Tunisia è un`urgenza?
«Si trova accanto a un paese fallito come la Libia. Le stragi nei musei e sulle spiagge sono un messaggio inequivocabile. come quando il Pkk curdo all`inizio di ogni stagione turistica disseminava di attentati le località balneari turche. La differenza è che la Turchia era un paese forte, la Tunisia è fragilissima. L`Italia e l`Ue devono impedire che la democrazia tunisina crolli. O saranno guai»
I diplomatici Usa collegano il rischio del «lupo solitario» alle complicità sunnite. È d`accordo?
«Il mondo sunnita ha un`enorme responsabilità. Una parte di esso sta reagendo e l`università di Al Azhar ha condannato il califfato, ma ambienti sunniti mantengono complicità più politiche che religiose. L`Italia e l`Ue devono mettere in campo politiche mirate perché le nostre città sono incubatrici di violenza, cellule spontanee e foreign fighters. Nel Mediterraneo servono strategie specifiche e invece rivolgiamo la nostra ostilità contro la Russia. È un errore micidiale perché Mosca è parte fondamentale nella soluzione del problema del Me- diterraneo nel caos. Ora si invocano le crociate ma nessuno vuole fare davvero la guerra».
Il Giubileo richiamerà 30 milioni di fedeli: sale il rischio-attentati?
«Il pericolo c`è. Sia per i pellegrini sia per i residenti. Andranno prese le misure opportune ma la prima forma di sicurezza è la tenuta del sistema sociale. Serve il massimo di collaborazione tra le intelligente e le polizie europee. Gli argini decisivi alla minaccia terroristica sono la capacità di integrare e un tessuto sociale che faccia muro contro le infiltrazioni. Invece l`Europa si è chiusa in se stessa: le serve più coraggio in politica estera. Gli estremisti vogliono costruire barrìere dì paura, odio e diffidenza, minare la pace, la sicurezza e la convivenza per arrivare alla guerra di civiltà. E assurdo considerare potenziali terroristi i rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni in Africa e Medio Oriente. Abbiamo una sfida complessa».

giovedì 25 giugno 2015

Italsimpatia: questione di lingua. Un'intervista a Andrea Riccardi su Avvenire


Cresce nel mondo lo studio dell'italiano, che resta al quarto posto nel mondo, segno di un'attrazione della cultura italiana nel mondo.
Per saperne di più 

mercoledì 24 giugno 2015

Italsimpatia: è lo strumento dell'estroversione italiana nel mondo. Andrea Riccardi a Perugia

L'Università per Stranieri al centro del mondo: il grande evento che dà lustro al nostro ateneo

Si tiene oggi all’Università per Stranieri di Perugia, la Conferenza dei direttori degli istituti italiani di cultura, evento scientifico e culturale che è stato parte integrante della missione storica di questo Ateneo.
La relazione introduttiva è affidata al Prof. Andrea Riccardi, Presidente Società Dante Alighieri, sul tema "L'Italia nel mondo: verso una nuova estroversione". 
"Occorre organizzare una nuova stagione dell'estroversione italiana con l'Italsimpatia" ha detto Riccardi, che ha insistito, nella sua relazione, sull'attrazione che l'Italia esercita e quindi sulla necessità di investire di più nella promozione della lingua e della cultura italiane, sia nel mondo che nell'integrazione dei "nuovi italiani".


domenica 21 giugno 2015

Stagione «costituente» per aprire la via alla rinascita di Roma. Editoriale di Andrea Riccardi su "Avvenire"


Il degrado, la spinta del Papa, la visione
 
Roma non sta bene. La gente è spaesata. Senza punti di riferimento. Non solo per i risultati dell`inchiesta su mafiacapitale, ma per un clima diffuso. Nelle periferie c`è molto vuoto.
Mancano corpi intermedi, comunità, capaci di raccogliere e proiettare in avanti speranze ed energie. Nelle difficoltà, ogni romano, specie se fragile, è tanto solo. La vita quotidiana è dura per molti. Anche per chi sta meglio, l'esistenza è disagevole: ci disamora di questa bella città, vivendo in mezzo al traffico, in quartieri non vigilati, tra strade piene di buche, con servizi inadeguati. Sembra - ma forse è solo un`impressione - che il carattere dei romani sia cambiato. Lo si vede nel traffico: ciascuno fa per sé, senza regole, contro gli altri... È una metafora quotidiana di Roma senza un comune destino. Il Campidoglio è impallidito, a dir poco, come riferimento. Le amministrazioni lavorano spaventate. Mancano i partiti, come in tanta parte d'Italia.
Ma qui, la storia del Pd è emblematica, se si pensa che è, in parte, l`erede di quel Pci che seppe coagulare le periferie della città su di un sogno. Il lavoro di Fabrizio Barca ha mostrato la poca qualità del tessuto aggregativo del Pd, ma come rigenerare i partiti? Roma ha bisogno di tanto: di governo ma anche di visioni. Karol Wojtyla scriveva: «L'uomo soffre soprattutto per mancanza di visioni». La corruzione uccide le visioni, perché conferma che la realtà è solo denaro. Si è governato male a Roma. Senza visione. Il grande storico Theodor Mommsen, dopo la proclamazione di Roma capitale, ripeteva ai governanti: «A Roma non si sta senza propositi cosmopoliti». Aveva colto la natura di questa città: vivere in una dimensione più larga. È la sua dignità e la sua ricchezza. È la caratteristica della sede di un centro religioso universale. Certo, avere un`idea universale è un compito che si rinnova di tempo in tempo.
Negli anni Settanta, di fronte alla crisi delle periferie, quel grande pastore che fu il cardinal Poletti (poco ricordato) rinnovò il rapporto della Chiesa con il mondo periferico: Roma, città malata, andava guarita. C`era un`idea di Roma e un sogno. Allora c`era chi parlava di riscatto politico. Poi ci fu Giovanni Paolo II, innamorato di Roma, che ne evocava il nome, insistendo sulla vocazione universale: Roma-Amor. Non che manchino a Roma energie, voglia di fare, brava gente. Ci sono le reti della Chiesa. Ma il mondo romano è in frantumi. Diffidente verso qualcuno che convochi gli altri. Qui non si tratta solo di aggiustare qualche coccio rotto. Ma ci vuole una grande rinascita. Papa Francesco - che ancora riesce a convocare i romani - lo ha detto per ben due volte, a partire dal 31 dicembre 2014, dopo l'emersione di mafiacapitale: ha chiesto «una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale, come pure per un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale...». Ha aggiunto: «Occorre difendere i poveri, e non difendersi dai poveri, occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli!». Una rinascita di Roma deve partire dai più deboli. L`inchiesta giudiziaria rivela come mafie, pezzi di amministrazione, mondo di sinistra e di destra, ma anche segmenti di cattolicesimo, si fossero serviti dei poveri. Nessuno ha chiesto perdono agli sfruttati di Roma. Un po` attoniti, tanti sono rimasti nel proprio ambiente: spesso i migliori. Forse nelle ore difficili, non basta fare solo il proprio dovere. Tra tanta pochezza di "idee universali", Domenica scorsa è risuonata di nuovo la voce del Papa: Roma, «anche a seguito di alcune ben note vicende, ha bisogno di una vera e propria rinascita morale e spirituale. E questo è un compito molto forte». Il Papa interpreta un`esigenza ulteriore a quanto si fa normalmente: la rinascita di Roma. Se c`è mafia a Roma, a Roma non c`è stato un movimento antimafia come altrove. La magistratura prova ad amputare pezzi corrotti. Ad altri tocca far risorgere il corpo. Da dove cominciare? Se l`amministrazione comunale si presenta in grave difficoltà e la politica è ammalata, che resta? Tanta gente non accetta che Roma finisca così. Se questa gente non saprà trovar voce, tutto finirà nell`ennesima manifestazione di populismo, la più estenuata. L`urgenza è tale che le tante energie sane, e di speranza, di Roma devono superare la linea di preoccupata riservatezza che si sono imposte, spaventate dal degrado della scena pubblica. Questo è avvenuto in altri momenti della storia della città. Bisogna aprire una stagione "costituente" per Roma. ©

giovedì 18 giugno 2015

Non solo natura: Terra e fraternità la cura di Francesco per la casa comune

Nel giorno della pubblicazione dell'enciclica di papa Francesco sull'ambiente "Laudato sì", Andrea Riccardi pubblica un commento sul Corriere della Sera, di cui riportiamo i passaggi essenziali:

Alla notizia di un`enciclica sull'ecologia, qualcuno ha ironizzato sulla sortita verde del Papa in un campo opinabile. In realtà i testi pontifici su temi di attualità hanno sempre suscitato critiche. Di che s`immischia la Chiesa? - fu la reazione alla prima enciclica sociale nel 1891, la Rerum Novarum, di Leone XIII (poi celebratissima). Nel 1967, molte critiche furono fatte alla Populorum progressio di Paolo VI. Perché il Papa discuteva di sviluppo? Infatti Montini, accusato di terzomondismo, aprì la questione degli ingiusti rapporti tra Nord e Sud del mondo. Papa Francesco, con Laudato si', situa nell`alveo delle «encicliche sociali» dei predecessori (molto citati nel suo testo). Come loro, lancia un messaggio di responsabilità e speranza: «l`umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la casa comune». L`originalità è il tema ecologico. Anzi il Papa rivisita l'idea di «bene comune», cara ai cattolici: è la «casa comune», l'ecologia ambientale, culturale e umana. C`è fretta! - dice. La velocità delle azioni umane sull`ambiente contrasta con «la naturale lentezza dell`evoluzione biologica». Politica, scienza e cultura non colgono l`urgenza, perché «la frammentazione del sapere... conduce a perdere il senso della totalità». Mancano visioni globali. Karol Wojtyla, che era un poeta, scriveva: «Io credo tuttavia che l`uomo soffra soprattutto per mancanza di visione». Per Paolo VI, nella Populorum progressio, «il mondo soffre per mancanza di pensiero». Francesco propone una visione problematica del mondo globale: l`umanità trascinata da una invisible hand, in cui «diventa difficile fermarsi per recuperare la profondità della vita».
Il Papa chiama la politica ad agire «con una visione ampia» e un «nuovo approccio integrale». L`enciclica è anche un manifesto di buona e nuova politica. Il Papa «francescano» crede molto alla funzione della politica, non sottomessa «alla tecnologia o alla finanza». Anche se dice che alcuni settori economici sono più potenti degli Stati. E si cominciano ad avvertire le loro opposizioni alle idee del Papa. L'economia non deve governare a fronte di politiche e Stati indeboliti. È convinzione di Bergoglio, dagli anni argentini, che gli Stati debbano riprendere la loro funzione regolatrice. La politica però ha bisogno di visione: «non rinunciamo a farci domande sui fini e sul senso di ogni cosa» - conclude Francesco. L'enciclica propone un grande dibattito sul futuro del pianeta: «abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti...».
È la nuova funzione del Papa: porre questioni alla coscienza contemporanea. La Chiesa, su molti problemi, non ha certo una parola definitiva scientificamente: «basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c`è un grande deterioramento della nostra casa comune». Si sente il peso della lunga esperienza umana e storica della Chiesa. È la legittimazione con cui Paolo VI si presentò all`Onu nel 1965: «Noi, quali esperti di umanità...».
La Chiesa conosce il mondo nelle sue pieghe, le periferie inabitabili e i mondi agricoli degradati. Ascolta «i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un`altra rotta». Accanto a osservazioni sull`ambiente, l'enciclica è una vera invettiva contro chi pone sé e i propri interessi al centro. Francesco parla di «antropocentrismo assoluto e relativismo pratico». Da qui nasce la logica di chi afferma: «lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l`economia...»? Il Papa guarda ai bambini sfruttati sessualmente e agli anziani abbandonati. Si chiede: «che limiti possono avere la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio di diamanti insanguinati o di pelli di animali in via di estinzione? Non è la stessa logica relativista che giustifica l`acquisto di organi dei poveri allo scopo di venderli... o lo scarto di bambini perché non rispondono al desiderio dei loro genitori?». Con l'autorità del Papa proclama: «Noi non siamo Dio. La terra ci precede.... E ammonisce: stiamo distruggendo la terra e creando una società violenta e conflittuale. Ci vuole un nuovo «progetto comune». Un dibattito rinnovato sull`ecologia aiuterà. Ma bisogna andare alla radice umana della crisi. Gli abitanti della terra devono cambiare stile di vita. La Chiesa, con venti secoli di storia (e ritorna il tema dell`esperienza), è in grado di contribuire a una «spiritualità ecologica», rivalutando sobrietà e senso di responsabilità verso la terra e gli altri. Non basta parlare di ecosistemi, ma ci vogliono valori spirituali, come la «sana sobrietà» e la «felice umiltà». Il Papa osserva: «La scomparsa dell`umiltà, in un essere umano eccessivamente entusiasmato dalla possibilità di dominare tutto... può solo finire col nuocere alla società e all'ambiente». Ogni passo dell'uomo può migliorare o peggiorare la società e la terra, perché «abbiamo bisogno gli uni degli altri» - conclude Francesco. Così la prima enciclica di questo Papa passa «francescanamente» dal guardare all'ambiente a proporre la fraternità universale.

martedì 16 giugno 2015

Olivier Clément: un cristiano di oggi, tra Oriente e Occidente.

Nel volume a più mani «Olivier Clément. Uno spirituale europeo», edito da Francesco Mondadori (pagine 144, euro 12) con l'introduzione di Andrea Riccardi, figurano contributi anche di Marko I. Rupnik, Frank Damour, Michel Evdokimov, Vladimir Zelinsky assieme ad altri autori che approfondiscono questa figura di «semplice cristiano» che ha ancora molto da insegnare agli intellettuali europei, credenti e no.
Riportiamo alcuni passaggi dell'introduzione di Andrea Riccardi:

Il pensiero di Olivier Clément, radicato nella tradizione del Vangelo e aperto alla realtà, resta cruciale per chi vuole inoltrarsi nel XXI secolo, tenendo insieme l’umano e la fede. Lo si può affermare oggi, quando ormai sono passati diversi anni dalla sua morte, avvenuta a Parigi il 15 gennaio 2009. Ma è una figura che bisogna scoprire sotto vari aspetti. La storia di Olivier Clément è quella di un occidentale, imbevuto di cultura francese, formatosi nel solco della laicità e della tradizione socialista della sua famiglia, non battezzato da piccolo, né nato in un ambiente cristiano. Fin da giovane è animato, quasi «bruciato», dalla ricerca di qualcosa di più grande. Lui stesso ha voluto raccontare questa vicenda esistenziale e spirituale, in cui ha misurato la grandezza e la miseria della cultura occidentale. L’incontro con la fede cristiana d’Oriente è segnato dalla conversione, realtà che marca le diverse età della sua vita, sino alla vecchiaia. Allo stesso tempo, è rimasto un occidentale, attento alla cultura e all’attualità del suo mondo, inserito nel dibattito pubblico francese, insegnante in un grande liceo parigino, a contatto con i giovani e, per loro, spesso un orientamento.

In modo originale e per molti decenni, all’interno della sua esistenza, Clément ha realizzato l’incontro, anzi l’innesto, tra fede cristiana e cultura d’Oriente (russa, greca, romena, ma anche arabo-cristiana) e cultura occidentale. Senza nessun volontarismo, con i ritmi della sua vita e della sua ricerca culturale, ha realizzato una sintesi originale: la capacità di respirare con i 'due polmoni' del cristianesimo d’Oriente e d’Occidente, di cui parlava Giovanni Paolo II. Francese e occidentale, Clément ha appreso l’ortodossia attraverso il rapporto con i pensatori russi immigrati in Francia dopo la rivoluzione bolscevica, come Evdokimov e Lossky, mentre è stata molto forte su di lui l’influenza degli scritti di Berdjaev. Ha conosciuto il cristianesimo russo durante un viaggio in Urss negli anni Cinquanta, accompagnato dallo stesso Lossky; ha poi allargato il suo orizzonte all’ortodossia greca, in particolare attraverso il suo colloquio, nel 1968, con il patriarca di Costantinopoli, Athenagoras. Sono seguiti gli incontri profondi con l’ortodossia araba di Antiochia e con quella romena (da cui provenivano tanti suoi allievi), in particolare con la teologia di Dimitru Staniloae.

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Recensione del libro

martedì 9 giugno 2015

Oriente e Occidente, fratelli che hanno bisogno di parlarsi. Riccardi a #civilizationsindialogue

Andrea Riccardi interviene a #civilizationsindialogue
L'intervento di Andrea Riccardi all'incontro "Oriente e Occidente, dialoghi di civiltà" che si tiene l'8 e il 9 giugno 2015 a Firenze, con la partecipazione di autorevoli rappresentanti del mondo musulmano e mediorientale, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio.

Oriente e Occidente sono termini evocativi. Non è semplice definire i loro confini, anche se ci sono stati imperi d’Oriente e d’Occidente. Non facilmente definibili, eppure Oriente e Occidente esistono: due grandi realtà della storia che abbiamo incontrato. Esistono nella percezione delle persone e nella vita dei popoli. Sono realtà non sempre identificabili territorialmente. Tanto che l’Occidente è più grande dell’Europa e delle Americhe. L’Oriente che rappresentate è forse uno degli Orienti, accanto all’India, alla Cina, ai mondi asiatici. L'islam è più vasto dell'Oriente arabo-islamico. Nell'Oriente arabo-islamico ci sono anche i cristiani. 
Oriente e Occidente esistono. Sono culture, civiltà, mondi. S'intersecano tra di loro, tanto che si parla di un Oriente interiore all’Occidente o di un’occidentalizzazione dei paesi orientali. Molto si potrebbe però dire riguardo alla storia, alla tradizione, alla cultura di questi due mondi. Le biblioteche sono piene di studi antichi e recenti in proposito. CONTINUA A LEGGERE

giovedì 4 giugno 2015

Al Quirinale, incontro tra il presidente Mattarella e Andrea Riccardi

Il capo dello Stato Sergio Mattarella ieri ha ricevuto al Quirinale Andrea Riccardi, il nuovo presidente della Società Dante Alighieri, l'istituzione che tutela e diffonde la lingua e la cultura italiana nel mondo, accompagnato dal consiglio direttivo composto dai vicepresidenti. Gianni Letta, Luca Sellami e Paolo Peluffo, e dal segretario generale Alessandro Masi. Riccardi, storico della Chiesa e fondatore della Comunità di Sant'Egidio ministro per la Cooperazione internazionale con Monti, è stato eletto presidente della Società Dante Alighieri lo scorso 22 marzo.

mercoledì 3 giugno 2015

Fare festa attorno alla Parola di Dio: la proposta di Andrea Riccardi

“Credo che in ‘pezzi del popolo di Dio’, nelle Chiese latinoamericane, nelle comunità di base, nella Chiesa indonesiana, nella stessa esperienza di sant’Egidio, nell’esperienza della Società San Paolo – Gruppo Paolino, ci siano tanti cammini di festa della Parola di Dio, che non sono solo momenti catechetici, ma sono momenti di celebrazione e di venerazione della Parola, che si legano alla Dei Verbum (costituzione dogmatica emanata, promulgata da papa Paolo VI, il 18 novembre 1965, nell’ambito del Concilio Vaticano II, riguardante la ‘Divina Rivelazione’ e la Sacra Scrittura, ndr), perché il grande dono del Concilio è proprio la riscoperta della Parola.
Allora noi abbiamo la responsabilità, a cinquant’anni dalla Dei Verbum, di legare questi fatti, queste vicende, quest’esperienza a una domenica della Parola di Dio. La Dei Verbum afferma: ‘La Chiesa ha sempre venerato le Sacre Scritture come ha fatto con il Corpo di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane della vita dalla mensa, sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo’. E’ stato proprio questo parallelismo Corpo di Cristo-Parola di Dio, che mi ha fatto pensare all’importanza di una Giornata liturgica dedicata alla Parola, per conservare questa grande eredità conciliare, radice dell’identità cristiana. Sarebbe molto bello poterla vivere nel Giubileo della Misericordia, ma anche viverla nell’ordinario del nostro popolo, perché la Parola di Dio è essenzialmente parola di misericordia”.

Con queste parole, Andrea Riccardi ha avanzato la proposta di dedicare una domenica dell'anno liturgico ad una "festa della Bibbia", nell'ambito del Festival Biblico di Vicenza.
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