giovedì 28 maggio 2015

ROMERO BEATO: L'UTOPIA DEL VANGELO. Un editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana

Andrea Riccardi, che ha partecipato alla cerimonia per la beatificazione di mons. Romero a San Salvador, insieme a una folta delegazione della Comunità di Sant'Egidio dall'America Latina e dal Salvador, ha affidato a "Famiglia Cristiana" alcune riflessioni sulla beatificazione del vescovo, martire della carità.

A San Salvador, in Centramerica, si è celebrata la beatificazione di monsignor Oscar Romero, arcivescovo della capitale, assassinato dagli squadroni della morte nel 1980 mentre celebrava la Messa. Dopo la sua morte, El Salvador precipitò nella guerra civile per dieci anni.
Ho partecipato alla beatificazione in mezzo a un popolo in festa: il più grande evento mai celebrato in questo piccolo Paese, divenuto per un giorno la "capitale spirituale" dell`America latina.
Specie negli ultimi suoi tre anni di arcivescovo di San Salvador, Romero ha suscitato tante passioni. I piccoli salvadoregni, senza voce e così oppressi, l'hanno amato perché parlava per loro, dicendo forte i loro dolori. E hanno continuato ad andare sulla sua tomba in cattedrale, considerandolo da subito il loro protettore.
Il vescovo è stato anche tanto odiato, in un Paese in cui si scriveva in un testo per i soldati: «Sii patriota, uccidi un prete!». Perché la Chiesa di Romero si era smarcata dal blocco di potere fatto da oligarchi, militari ed ecclesiastici. Parlava di giustizia. Questo aveva provocato l'ostilità della maggior parte dei suoi confratelli.
Romero era contro l'ideologia, ma denunciava la miseria del popolo: le prime due cause di morte erano la diarrea, "segno di denutrizione" - diceva - e la violenza, mentre il 50 per cento dei contadini non sapeva leggere. Romero, però, non è oggi solo un ricordo. Anche se è stato ucciso 35 anni fa, per i giovani è un simbolo di speranza. Ne ho visto tanti alla beatificazione. Quale speranza?
Innanzitutto quella di un cristianesimo evangelico che sappia difendere la pace. Sì, perché El Salvador è nuovamente minacciata dalla violenza diffusa delle maras, le bande mafiose di giovani che taglieggiano intere zone e che il Governo non riesce a debellare. Poi, per tanti nati dopo il 1980, Romero è il simbolo di un Salvador non più lasciato solo (come negli anni terribili dell`arcivescovo), ma che ha un significato per il mondo.
Nel febbraio 1980, a chi gli chiedeva se la pace non fosse un`utopia, Romero rispose: «Scusate, se io non credessi all`utopia, andrei vestito così?». Anche in situazioni tragiche o difficili, dalla fede cristiana e dal Vangelo sgorga un sogno di pace e di umanità. Papa Francesco, senza timore, ha parlato varie volte di "utopia". Per un sogno "evangelico" si può vivere e anche morire. Lo mostra Romero, martire e beato della Chiesa.
Papa Francesco ha parlato più volte di "utopia". Per un sogno "evangelico" si può vivere e anche morire.

martedì 26 maggio 2015

La strage dei cristiani: alla Dante la presentazione dell'ultimo libro di Andrea Riccardi

Sarà presentato giovedì 28 maggio – presso la sede della Società Dante Alighieri, (Palazzo Firenze, P.zza Firenze, 27 – Roma) alle 18:00 - il libro di Andrea Riccardi La strage dei cristiani. Mardin, gli armeni e la fine di un mondo (Laterza, 2015)
Dopo le presentazioni in Italia e all’estero, il volume fa nuovamente tappa a Roma, presso la sede della Società di cui il prof. Riccardi è stato eletto Presidente lo scorso 22 marzo.
All’incontro interverranno, oltre all’autore, Marco Damilano, Anna Foa, Umberto Gentiloni e Marco Impagliazzo. Coordina Alessandro Masi.

Per saperne di più visita il sito della Società Dante Alighieri

sabato 23 maggio 2015

El Salvador in festa: La beatificazione di Romero, scelta libera di Francesco

Un editoriale di Andrea Riccardi nel giorno della beatificazione di Oscar Arnulfo Romero, vescovo martire di El Salvador su "Il Corriere della Sera"

Quello di oggi è un grande momento per il piccolo El Salvador: la beatificazione dí mons. Romero, arcivescovo della capitale, assassinato nel 1980. Varie delegazioni e capi di Stato latino-americani, i vescovi centroamericani e di altri Paesi, circa 300.000 persone sono accorse nella plaza de las Americas, dove troneggia la grande statua del Salvador del Mundo. Il Paese è in festa, liberato da una storia dolorosa.
È anche un momento grande per il cattolicesimo latino-americano che aspettava da anni questo passo verso chi già chiamava «San Romero de América». Il primo Papa latino-americano ha deciso di beatificare il vescovo-martire, sciogliendo un nodo profondo tra il cattolicesimo del continente e Roma. La beatificazione è un momento di forte identificazione dei cattolici latino-americani con il «loro» Papa. Romero è per loro un simbolo: parla di un cattolicesimo latino-americano vicino ai poveri e allo spirito del Vaticano II, passato per il travaglio dell'instabilità politica (comune a molti Paesi del continente).
Eppure Romero, nonostante sia morto da martire nell`ormai lontano 1980, non è stato beatificato né da Giovanni Paolo II, né da Benedetto XVI. Dov`era il blocco? Per alcuni importanti settori ecclesiastici era un`icona della teologia della liberazione o della lotta politica, mentre la sua figura veniva ampiamente manipolata. In vita, Romero ebbe un rapporto difficile con Wojtyla. Al Papa polacco sembrava che il vescovo sottovalutasse il marxismo della guerriglia in lotta contro il governo e non si
spendesse per l`unità dei vescovi salvadoregni (tutti focosamente ostili a Romero eccetto uno). Eppure, dopo l`assassinio, Wojtyla s`inchinò sul sangue versato. Ne11993, in visita al Paese, nonostante l`opposizione di vescovi e governo, pretese di andare sulla tomba di Romero. Stese le mani sopra di essa e disse: «Romero è nostro». Papa Ratzinger conosceva le radicate ostilità a Romero. li colombiano, card. Lopez Trujillo, combattente contro la teologia della liberazione, si opponeva con tutte le forze: beatificare Romero era per lui beatificare la teologia della liberazione. Non era facile per Benedetto XVI divincolarsi da queste opposizioni, nonostante avesse espresso apprezzamento per il libro dello storico Roberto Morozzo, che ricostruiva la bíografía
del vescovo, come uomo di pace, pastore e amico dei poveri, vittima di una situazione impossibile. Francesco è libero dai fantasmi della lotta attorno alla teologia della liberazione. Aveva confidato a un ex collaboratore di Romero in visita a Buenos Aires: «se fossi papa, Romero sarebbe santo». Capisce perfettamente chi è Romero per l`America latina e sa quanto sia stato difficile vivere in mezzo alle polarizzazioni ideologiche e politiche degli anni Settanta in America Latina.
Chi fu Romero? Lo disse bene, mons. Rivera, suo successore e unico vescovo salvadoregno ad appoggiarlo: «Non sono d`accordo con coloro che presentano Romero come un uomo in talare passato alla rivoluzione, anche se faccio mia l`affermazione che egli incarnò pienamente, in quella realtà ingiusta di El Salvador... l`opzione preferenziale per il povero, che la Chiesa del Concilio ci chiede».
La storia ha ormai ricostruito il suo profilo: lontano da ideologia e violenza, non soggiacque al blocco Chiesa-destra. Troppo spesso si è dimenticato che Romero cadde martire, crivellato da proiettili a frammentazione mentre celebrava la messa, il 24 marzo 1980. Nell`ultimo passaggio a
Roma, aveva confidato che tornare in Salvador per lui voleva dire morte. In realtà, dal 1977, quando era divenuto arcivescovo di San Salvador, la tensione era cresciuta. Un anno dopo non partecipò all`insediamento del presidente della Repubblica (responsabile dí gravi violenze). Era stato vicino ai poveri e aperto al dialogo con tutti. Ogni domenica, denunciava violenza e repressione in un Paese per lui «esplosivo».
L'ultima domenica, prima della morte, disse ai soldati: «Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo, uccidete i vostri fratelli contadini e davanti a un ordine di uccidere che viene da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: Non uccidere...». Concluse: «Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che sia contro la legge di Dio...». Fu giudicato un invito all`insubordinazione dai settori oligarchici, che usavano gli squadroni della morte: Romero doveva morire fu presto. Tuttavia, dopo la morte, negli anni della guerra civile (con 70.00o morti), Romero è divenuto un simbolo per tanti. Ha mostrato la forza rocciosa della Chiesa latino-americana del Vaticano II. Papa Francesco ha voluto riconoscere un martire e, con lui, una storia di tanti che è anche la sua.

mercoledì 20 maggio 2015

La lingua e la cultura italiane nel mondo globale. Ne parla Andrea Riccardi

Andrea Riccardi, neo presidente della Dante Alighieri, parla del ruolo della lingua e della cultura italiane nel mondo e dell'importanza di difenderle, in una intervista a 9Colonne. 

"Resto sempre sorpreso che sia la quarta più studiata al mondo: una vera e propria lingua d’elezione. Come presidente della Dante mi pongo il problema di capire meglio il perché: da cosa sia generata l’attrazione suscitata dall'italiano per assecondarla e migliorare l'offerta di questa lingua".

"Potremo poi dire che Papa Francesco, argentino di origine italiana, è il più grande testimonial internazionale della nostra lingua. Questo per noi è molto interessante. E' interessante lo sviluppo dell'italiano come lingua veicolare della Chiesa, è interessante la scelta di Papa Francesco che come sua lingua di contatto con il mondo ha scelto l'italiano".

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Sullo stesso argomento vedi anche: 

Italiachiamaitalia:  "La lingua italiana è la quarta più studiata del mondo, dobbiamo capire perchè"
 

martedì 12 maggio 2015

Il Papa pastore che ha avvicinato Cuba e Stati Uniti

Il dialogo tra Santa Sede e L’Avana cominciò nel 1996, protagonisti Fidel e Giovanni Paolo II Francesco, che non vuole una Chiesa schiacciata su una sola ideologia, ha completato con successo il processo diplomatico

Un articolo di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera. LEGGI 

mercoledì 6 maggio 2015

martedì 5 maggio 2015

Videointervista a Andrea Riccardi su #christians4middleast RAINEWS24

video 

Andrea Riccardi parla della crisi dei cristiani in Medio Oriente, nell'ambito del Summit intercristiano "Christians in Middle East: what Future?", tenutosi a Bari il 29-30 aprile 2015.
Gli Atti completi del convegno - relazioni, video, rassegna stampa -  sul sito della Comunità di Sant'Egidio VAI ALLA PAGINA

lunedì 4 maggio 2015

"Sono gli yazidi i più dimenticati" Andrea Riccardi su Corriere della Sera

IERI E OGGI; IL MASSACRO DEGLI YAZIDI UN INCUBO CHE RITORNA

Una riflessione di Andrea Riccardi sul Correre della Sera, sul problema delle persecuzioni delel minoranze religiose in Medio Oriente.

Le minoranze in Medio Oriente si sentono ignorate, come lamentano i cristiani. Ma è raro trovare gente così dimenticata - e tanto perseguitata - come gli yazidi.
Ne sono stati massacrati circa trecento, qualche giorno fa, vicino a Mosul dal sedicente califfato. Fonti curde indicano almeno il doppio di morti. Il califfato è stato spietato fin dall`inizio con gli yazidi. Si parla di cinquemila morti e di migliaia di donne vendute sui mercati dall`estate scorsa. Gli yazidi sono stati costretti a un esodo biblico dai loro villaggi e dalla montagna del Sinjar, luogo di insediamento tradizionale per circa 150 mila di essi. La CNN ha filmato gli elicotteri iracheni che portavano in salvo gli yazidi, braccati dall`Isis sulla montagna. Tanto accanimento contro una fragile comunità, mostra che la posta è simbolica. Per il rigorismo islamico, gli yazidi sono politeisti, quindi da eliminare.
I sunniti li chiamano «adoratori del diavolo», considerando l`angelo pavone, da loro adorato, come il diavolo. Sono diversi da cristiani e ebrei che, pagando una tassa, possono vivere da dhimmi, minoranze protette. Gli yazidi, che hanno assunto nel XI secolo alcuni tratti islamici nella loro stratificata teologia, sono considerati apostati dai sunniti. Per lo Stato totalitario, vanno cancellati per primi. Solo la conversione all`Islam può salvarli e non sempre. Alcuni filmati di qualche mese fa mostrano un`impressionante conversione collettiva di yazidi, cui sono estorte dichiarazioni «entusiaste» sulla nuova fede in contrasto con il loro sguardo terrorizzato. Gli yazidi hanno resistito, da secoli, a persecuzioni in zone remote o sulle montagne. Abitavano un triangolo tra Nord Iraq, Siria settentrionale e Turchia nella zona di Mardin e Diyarbekir, in buoni rapporti con i cristiani (siriaci, armeni e caldei). Nell`Ottocento, gli ottomani tentarono di sterminarli almeno due volte, l`ultima nel 1892. Odiati e disprezzati dai sunniti, dopo la prima guerra mondiale, abbandonarono la Turchia per vivere nel Nord Iraq e in parte in Siria. Tuttavia, durante il primo conflitto mondiale, avevano protetto i cristiani, specie armeni e caldei, sterminati dagli ottomani. La loro montagna del Sinjar - oggi abbandonata per le pressioni dell`Isis - era stata il rifugio di parecchi cristiani per vari anni. Si ricorda ancora un capo tribale, Hammo Chero, che prese le armi contro l`esercito ottomano che pretendeva la consegna dei cristiani. Le memorie di un secolo fa (stragi, marce forzate, vendita di donne e bambini, conversioni) si ripetono oggi, come una storia che non passa. Sembra però ora arrivata la fine di queste minoranze in quella che è la loro terra da prima dell`Islam. Il califfato vuole una società «pulita» dagli infedeli. L`utopia nazionalista della società omogenea è paradossalmente ripresa dai fondamentalismi religiosi e genera una nuova tragedia. Soltanto la difesa delle minoranze consentirà alle società islamiche di resistere alle pulsioni totalitarie. Tale difesa interpella anche l`Occidente e chi crede che parti del mondo non possano essere abbandonate ai totalitarismi.
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