lunedì 23 novembre 2015

Il terrore si affronta con politiche sociali e un impegno educativo - Andrea Riccardi su Corriere della Sera


Le conseguenze di quanto è stato fatto in Iraq sono sotto gli occhi di tutti. Si tratta di uno scenario da non ripetere. Grandi parti del mondo musulmano sono esterne allo scontro: l`Islam indonesiano (200 milioni) non ha creato uno Stato confessionale.  Il conflitto in corso è soprattutto tra arabi e di arabi, che vogliono una leadership mondiale attraverso il califfato e una sfida globale 

Chi ama Parigi sente quanto è stato terribile il 13 novembre. I terroristi hanno colpito la capitale che più esprime lo spirito europeo. Il presidente Hollande ha dichiarato: «Siamo in guerra». Il brutale attacco terrorista all'albergo di Bamako, in Mali, vuol mostrare quasi un assedio islamico alla Francia. Certo dovremo abituarci a vivere con i rischi e le paure dell'offensiva terrorista. Avvenne anche dopo l'11 settembre, quando furono colpite, nel 2004, Madrid con 191 caduti e Londra, un anno dopo, con 56 morti.
È duro per noi europei, abituati a pensare la guerra lontana. È ingiusto e orribile. L'esperienza del primo decennio del 2000 però ci insegna qualcosa. Non si può ripetere lo scenario del post 11 Settembre: la guerra in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003. Le conseguenze in Iraq sono sotto gli occhi di tutti con la fine di un Paese, oggi in parte in mano ai jihadisti. Tony Blair ha ammesso recentemente l'assenza di reali motivi per l'attacco a Saddam Hussein. Quello scenario è stato sconfessato dalla storia.
C'è una guerra in corso: principalmente tra musulmani, tra sunniti, tra sciiti e sunniti. Parliamo d'Islam, ma dovremmo parlare di più di conflitto tra arabi. Grandi parti del mondo musulmano sono esterne al conflitto: l'Islam indonesiano con più di 200 milioni di musulmani non ha creato uno Stato confessionale. Imponenti comunità musulmane, in Pakistan, India, Cina e Bangladesh, non sono arabe. L'Islam arabo conta 320 milioni su più di un miliardo e mezzo di musulmani. La guerra è soprattutto tra arabi e di arabi, che - attraverso il califfato e una sfida globale - vogliono una leadership mondiale. La creatura mostruosa del Daesh ha goduto di oscure complicità nella penisola arabica e nel mondo turco con la speranza di utilizzarla.
Questa ha prosperato nelle rovine dell'Iraq e dentro la lunghissima guerra siriana. C'è la responsabilità occidentale di non aver posto fine al conflitto, pur di non associare la Russia e l`Iran a una soluzione. Il popolo siriano è distrutto, mentre ogni appello alla ragione - ricordo quello per Aleppo - non ha trovato ascolto. Un conflitto di più di quattro anni non può non «infettare» la regione. I terroristi sono cresciuti, creandosi una base territoriale, prossima al Mediterraneo e incuneata nel Medio Oriente. Si discute molto di Islam e terrorismo.
Ci troviamo però di fronte a una questione araba, che lascia indifferenti molti musulmani del mondo. Il califfato utilizza l'appello alla religione per allargare il consenso e rivestirsi di leadership inter-islamica. Come Al Qaeda. Questo è lo scopo della lotta all'Europa, per trascinarci in uno scontro frontale islamico-occidentale. Si ricordino le immagini raccapriccianti dell'uccisione dei cristiani copti sulle rive della Libia, per prefigurare un'aggressione ai cristiani del Nord. Non possiamo riconoscere ai jihadisti lo status di nemici frontali. Farebbe il loro gioco per radunare più musulmani dietro di loro in Europa e nel mondo. Bisogna agire in modo fermo e articolato. Può sembrare debole rispetto ai proclami, ma isola e respinge il jihadismo. Sono necessari rapidi passi in avanti per sanare il conflitto in Siria, utilizzando i resti del (terribile) regime e gli oppositori disponibili. Così si spingono i terroristi nel deserto. Sono da sostenere gli Stati arabi: Tunisia, Giordania ed Egitto (si potrà affermare l'ordine egiziano nel Sinai?).
La Turchia e l'Iran sono decisivi. L'Italia l'ha sempre creduto. La vera debolezza europea è nei focolai terroristici e nei foreign fighters nel continente. Qui intelligence e polizia debbono agire con determinazione e coordinamento continentale. La maggiore debolezza delle nostre società sono le grandi periferie, gli agglomerati senza senso, dove un ragazzo si trasforma in terrorista. La lotta al terrorismo si fa con una politica sociale, creando reti umane e educative dove sono masse anonime (spesso contagiate dalla propaganda via Internet). Bruxelles, Parigi, le loro periferie, sono mondi a rischio. Bastano poche persone per fare tanto male. I tagli sulla politica sociale si pagano. Sono scomparsi troppi agenti di prossimità.
L'Islam europeo si sta però svegliando anche a nuova responsabilità, ma va coinvolto di più.  Le religioni hanno un compito nel creare una rete. Senza bonifica delle società, il pericolo resta. E questo è forse il lavoro più difficile.

Andrea Riccardi 

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