mercoledì 23 dicembre 2015

Premio Carlomagno a papa Francesco. Andrea Riccardi "Importante riconoscimento a chi sta donando nuova giovinezza all'Europa"



“E’ un importante riconoscimento a chi, sin dall’inizio del suo pontificato, ha lavorato alla costruzione della pace e dell’unità fra i popoli con un messaggio universale”. Così Andrea Riccardi commenta il conferimento del premio Carlomagno a Papa Bergoglio. 
Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, anche lui insignito del “Karlpreis” nel 2009, parla di scelta di “grande rilievo” rivolta all’Europa: “Primo latinoamericano a ricevere il prestigioso premio, Francesco è ormai diventato per tanti, non solo cristiani, una voce autorevole che richiama alla giustizia e invita a guardare al futuro. Ad un’Europa, che soffre troppo spesso per le sue divisioni e per una mancanza di visione – con la tentazione di chiudere le porte - sta donando un nuovo respiro e una nuova giovinezza”.


lunedì 21 dicembre 2015

Il dramma del Medio Oriente senza cristiani sotto i colpi dell'islamismo

Un'analisi di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera 21 dicembre 2015 

A Bagdad, ieri, il patriarca Sako ha aperto la Porta Santa nella cattedrale caldea, parlando di cristiani «tribolati, ma non schiacciati». Ha ricordato un dramma nella tragedia mediorientale: quello dei cristiani. Soffrono come il resto della popolazione. Ma sono colpiti in modo particolare: da quelli uccisi negli attentati a Bagdad fino ai cristiani assiri utilizzati come scudi umani nella capitale del Califfato, Rakka.
Il Medio Oriente, tra breve, sarà senza cristiani. Erano circa il 10% dei siriani e il 3,5% degli iracheni. Nel 1948, gli ebrei furono scacciati dagli Stati arabi, mentre i cristiani restarono fedeli al nazionalismo arabo. Nella loro storia bimillenaria, questi hanno resistito a invasioni e violenze per convertirli: dagli arabi ai mongoli e agli ottomani. Nella notte tra i1 6 e i1 7 agosto 2014, di fronte a Daesh incalzante in Iraq, ben 120.000 cristiani sono fuggiti dalla piana di Ninive: nessuno si è convertito all'Islam per restare. Ora la guerra, l'islamismo e il vuoto di prospettive spingono i cristiani a andare in Occidente. I vescovi, a lungo critici sull'abbandono delle terre storiche, sono oggi possibilisti verso l`emigrazione. Il loro grido d'allarme per un intervento dell`Occidente (non molto realizzabile) non ha dato risultati. Qualche patriarca si è spinto a chiedere l`intervento armato.
Per decenni, le minoranze cristiane hanno vissuto sotto la protezione dei regimi baathisti, siriano e iracheno, che garantivano un po' di laicità e un freno all'islamismo. Del resto il Baath fu fondato nel 1947 da un cristiano (ortodosso), Michel Aflaq, morto nel 1989 (Saddam lo onorò, parlandone come di un convertito all'Islam, fatto poco certo). Quel mondo è stato travolto dalla guerra occidentale all'Iraq (osteggiata dai cristiani) e dalla crisi del regime di Assad (difeso dai patriarchi).
I cristiani hanno creduto alla causa araba, lavorando perché l'arabità non s'identificasse con l`Islam, preoccupati di uno Stato religioso. Alcuni hanno avuto posti di rilievo, come il ministro degli Esteri di Saddam, Tareq Aziz. Giulio Andreotti, ben noto nel mondo arabo, aveva tra i suoi interlocutori alcuni cristiani come il patriarca melkita, Maximos Hakim. Le élite cristiane hanno tanto lavorato per la convivenza, certo fragile. Tutto poi è crollato. I leader ecclesiastici non hanno elaborato un disegno alternativo. Hanno rifiutato dal 2006 liidea di una zona protetta per i cristiani nella piana di Ninive, sostenuta dagli americani, considerandola un ghetto. La vita però era impossibile a Bagdad. Oggi le aree di rifugio sono Kurdistan, Giordania e Libano. Quest'ultimo resiste, ma è a rischio: Daesh vuole portarvi lo scontro come si è visto con gli attentati contro gli sciiti. Il Libano, ultimo ridotto dei cristiani (almeno il 35% dei libanesi), non può accoglierne stabilmente altri. Il Kurdistan ha ricevuto i cristiani in fuga e ne ospita più di 100.000. Il governo locale si presenta aperto al pluralismo: ha fatto memoria persino dell`espulsione degli ebrei dal Paese. Ha costruito un edificio per il patriarca assiro, che abiterà qui. I curdi siriani, nelle zone da loro controllate, proteggono i residui cristiani. Ma i cristiani sono in genere perplessi verso i curdi, memori delle stragi di cent`anni fa e degli scontri successivi. I cristiani, senza prospettive, vogliono lasciare il Medio Oriente. Ambienti neoprotestanti li favoriscono con operazioni come «New Ninive», per portarli soprattutto negli Stati Uniti, che stanno diventando la nuova patria delle Chiese d`Oriente. Gli ambienti cattolici, che seguono la vicenda con tanti interventi di solidarietà, non hanno avuto la possibilità o la capacità di elaborare una visione del futuro né di suggerirla agli orientali. Il nuovo Oriente finirà per essere l`Occidente americano? Si sta spegnendo drammaticamente, sotto i colpi dell`islamismo, quel mondo cristiano orientale che ha avuto una funzione originale nell`incontro tra Islam e modernità e nell`orizzonte del cristianesimo. Si prepara uno sconvolgimento nell`ecologia umana del Mediterraneo: la fine di un`antichissima presenza. È ancora tempo di fare qualcosa? Forse solo la pace in Siria potrebbe mutare questo destino.

di Andrea Riccardi

venerdì 18 dicembre 2015

La lotta di una madre contro la pena di morte 'catastrofe spirituale del mondo'

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

Tamara, cristiana ortodossa, ha visto il figlio fucilato ingiustamente. Ha ottenuto l'abolizione nel suo Uzbekistan e altrove: le resta, in Europa, la Bielorussia  


Ti chiedo perdono se il destino non ci permetterà di incontrarci. Ricorda che io non sono colpevole, non  ho ucciso nessuno. Preferisco morire, non permetterò a nessuno di farti del male. Ti amo molto. Sei l'unica persona cara della mia vita. Ti prego, ricordati di me...»: questa è la lettera che Tamara Chikunova ricevette nel 2000 dal figlio, dopo che era stato fucilato segretamente in Uzbekistan. Tamara è russa di etnia e cittadinanza, abitante nell'Uzbekistan, indipendente dopo la fine dell'Urss nel 1991. La sua vita, fino al 2000, era stata tranquilla, nonostante le difficoltà della minoranza russa nel nuovo assetto politico. Tuttavia, nel 1999, il 17 aprile, suo figlio, Dimitrij, viene arrestato. Comincia un tunnel. Per sei mesi non sa più niente del figlio. Lei stessa è arrestata e picchiata. Quando rivede il figlio, è sfigurato dalle torture. L'11 novembre 1999, dopo pochi mesi di processo, Dimitrij è condannato a morte e viene giustiziato il 10 luglio 2000. Sottoposto a torture e reo confesso (aveva ceduto, ascoltando la registrazione delle urla della madre picchiata dai poliziotti), viene invece riabilitato nel 2005 e il processo dichiarato infondato.

Dopo l'esecuzione segreta di Dimitrij (che non aveva nemmeno potuto salutare per l'ultima volta), Tamara smarrisce ogni voglia di vivere: «Il dolore della perdita, la sete di vendetta», racconta, «distruggono dall'interno. È un terribile fardello e sentivo che stavo per diventare pazza». Gli resta qualche ricordo, come il racconto del figlio nel braccio della morte, impegnato ad aiutare gli altri condannati e a consolarli. Questo la spinge a prendere una decisione: dedicare la vita ai condannati a morte e all'abolizione della pena capitale. Perdona gli assassini del figlio (tali li considera): «Quando vivevo nella vendetta, vivevo nel passato e nel lamento e non  vedevo il presente e la speranza del futuro». Dal 2000, comincia con i condannati in Uzbekistan, nonostante le forti minacce e  le pressioni poliziesche. Fonda "Madri contro la pena di morte e la tortura", organizzazione attiva nei paesi ex sovietici:  non sarebbe più dovuto succedere quello che era toccato a suo figlio, un innocente di ventotto anni strappato dalla vita.  La Francia, per proteggerla, l'ha insignita della Legion d'onore. 
Ha avuto vari successi: la commutazione di 23 condanne capitali, l'esame di circa duecento appelli per violazione dei diritti umani. Nel 2008, in Uzbekistan è stata cancellata la pena di morte.  Il suo contributo è stato decisivo: ha ottenuto pure la revisione di no precedenti condanne capitali e la liberazione di 68 detenuti. Anche il Kazakistan abolisce la pena di morte, mentre il Tagikistan adotta la moratoria delle esecuzioni. Tamara ha lavorato anche per l'abolizione in Mongolia, avvenuta nel 2012. Donna fragile di 67 anni, ma tenace, è stata capace di affrontare a viso aperto istituzioni repressive e molte intimidazioni. Ricorda sempre la motivazione della condanna del figlio (e di tanti): «...non ha alcun valore per la società e non può essere riabilitato. Pertanto, per i reati commessi, viene condannato a morte per fucilazione». Cristiana ortodossa, è convinta che ogni vita invece abbia valore.  Afferma con convinzione, mentre ancora lotta per l'abolizione della pena capitale in Bielorussia  (l'ultimo Paese europeo a mantenerla): «La pena di morte è la catastrofe spirituale dell'uomo».

giovedì 17 dicembre 2015

Salviamo Aleppo e i suoi abitanti. #savealeppo

Andrea Riccardi rinnova il suo appello per la città siriana devastata dalla guerra.
Qui le tre grandi religioni vivevano in pace. I cristiani erano tanti. Ora, sotto le bombe, chi può scappa. Nel silenzio del mondo

Aleppo era bella. Un intreccio di storia e monumenti. Aleppo era la città di tutti. Purtroppo gli ebrei l'avevano lasciata con l'indipendenza della Siria. I pochi rimasti sono andati via poi. I cristiani erano tanti: 300 mila su un milione e 900 mila abitanti. Il quartiere cristiano era vivace, con chiese di confessioni differenti. Quella armeno-ortodossa, antica e levigata dalla preghiera e dalla vita. Non lontano quella greco-cattolica, vicino a cui risiedeva un grande aleppino, il vescovo Edelby, che diceva: «Perché infastidirsi alla voce del muezzin attraverso gli altoparlanti? Provo anch'io a farmi chiamare alla preghiera e percepisco che i musulmani si sentono chiamati». Una famiglia armena gestiva, da più di un secolo, l'epico Hotel Baron, dove scendevano i grandi di passaggio. Aleppo aveva accolto nel 1915 gli armeni deportati nei viaggi della morte, condotti dagli ottomani. Alcuni anni fa, Edelby, figlio di un greco-cattolico e di un'armena, mi ha guidato nel quartiere cristiano, oggi in parte svuotato. Per lui i cristiani dovevano vivere insieme con i musulmani in pace.
Aleppo era la città del vivere insieme: simpatica, laboriosa, crocevia di etnie e religioni. Nel giugno 2015, ho lanciato un appello, Save Aleppo: «Salvare Aleppo vale più che un'affermazione di parte sul campo!». L'appello ha avuto tante e autorevoli adesioni. 
FIRMA ANCHE TU!
La diplomazia internazionale è rimasta silente o ha compiuto qualche gesto maldestro. Le forze sul terreno sono state impegnate a distruggersi. Oggi la parte sotto controllo governativo (il centro e l`area dei cristiani) è assediata e colpita dai missili. Quella dei ribelli è bombardata dai terribili "barili" esplosivi del regime. Qualche giorno fa, un missile è arrivato vicino a una scuola da cui uscivano 250 alunni. I bambini di Aleppo sono cresciuti in una guerra che dura da quattro anni. Chi può fugge. Per due settimane la città è stata isolata per gli scontri tra l'esercito di Assad e gli uomini del Daesh sull'unica strada per uscire dall'assedio. Mancavano in città i generi di prima necessità. I cristiani isolati temevano per loro in caso di vittoria di Daesh. Dopo la fine del blocco, la gente ha ripreso a fuggire. Ben 70 mila in una sola settimana. Aleppo, patrimonio dell`umanità dell`Unesco, è un cumulo di rovine. Bisogna salvare però le vite umane e le famiglie: il meraviglioso patrimonio umano della città. Per questo non va dimenticata Aleppo!  



La città conta un milione e 900 mila abitanti ed è più grande della capitale siriana Damasco. Non molto tempo fa, i cristiani erano 300 mila.

questo articolo è apparso su Famiglia Cristiana del 20/12/2015

martedì 15 dicembre 2015

La misericordia oggi, conferenza di Andrea Riccardi a Alessandria

Ultimo e importante appuntamento questa sera per 'I martedì dell'avvento' organizzati dalla Diocesi di Alessandria. Alle 21, all'Auditorium della Parrocchia di San Baudolino 13 ad Alessandria, arriverà il professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Ministro per la Cooperazione internazionale nel Governo Monti e attuale presidente della Società Dante Alighieri. Introdurrà la serata l'ex ministro alessandrino Renato Balduzzi.


domenica 13 dicembre 2015

Quel prete del mondo arrivato a Bologna Il ritratto di Zuppi dell’amico Riccardi

Un'intervista a Andrea Riccardi del Corriere di Bologna, dopo l'insediamento in diocesi di mons. Matteo Maria Zuppi.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio racconta la sua amicizia con il nuovo vescovo arrivato in città

«Conosco Zuppi da quando aveva 15 anni e insieme al prete ho visto crescere l’uomo». Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio ed ex ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione del governo Monti, racconta chi è il nuovo vescovo di Bologna. Un ritratto autentico e pieno di stima per una figura che secondo Riccardi «saprà camminare tra la gente, non solo un prete di strada ma un prete del mondo».
Quali sono i valori principali che il nuovo vescovo porterà a Bologna?
«Conosco la sua storia, quella di una persona che ha vissuto il Vangelo fin da giovane. La storia di un impegno partito da giovanissimo e proseguito nel tempo. Di lui ricordo soprattutto la caparbietà nel ’92 in Mozambico per mettere fine a quel conflitto. Riusciva a tenere insieme tutto quello che poteva unire e ad allontanare ciò che divideva. A Bologna porta questo messaggio e soprattutto l’idea che l’uomo pur nella sua vulnerabilità può trovare la forza in Dio. Non credo che lui arrivi a Bologna con l’idea di un progetto preciso, a lui piace camminare insieme ai fedeli e con loro affrontare le difficoltà. Credo che viva questo impegno come una grande sfida».
La sua nomina e quella di Lorefice a Palermo sono state considerate scelte rivoluzionarie di Papa Francesco.
«Credo sia l’avventura di due poveri cristiani, nel senso nobile del termine, diventati vescovi. Molti si sono soffermati sull’immagine dei preti di strada. Secondo me hanno semplicemente la capacità di leggere il Vangelo fuori dalle chiese, di vedere intorno a loro quello che succede e di fare da guida. La scelta di andare a visitare la stazione di Bologna per ricordare le vittime della strage è un grande segnale che Zuppi ha voluto mandare alla città. È fatto così».
Inevitabilmente si fanno già i confronti con il predecessore, il cardinale Carlo Caffarra.
«Non è l’approccio giusto, perché ogni vescovo vive un tempo differente, in un modo diverso. Conoscendolo so che non vorrà rappresentare la rottura con il passato, ma la prosecuzione di un messaggio. Nei suoi discorsi ha ricordato Biffi e Caffarra, la dimostrazione che vuole continuare un lavoro».
Sembra molto evidente una sua grande capacità comunicativa. Rischia di mettere in ombra gli altri personaggi della città?
«Non è un tipo che vive per comunicare, non fa parte del suo personaggio. Semplicemente è molto spontaneo e dice quello che pensa. Non è massmediatico e non parlerà mai pensando a come le parole potranno servire alla stampa o per fare polemiche su alcuni temi».

Leggi l'articolo sul Corriere di Bologna

 

venerdì 11 dicembre 2015

Andrea Riccardi e la visione geopolitica di Giorgio La Pira

La "visione" del Fidel italiano:  Giorgio La Pira, il "comunistello di sacrestia" per gli ambienti vaticani anni 50, credeva nel potere d'attrazione del mondo cristiano. Attraverso il dialogo.

Un commento di Andrea Riccardi 

Negli ambienti vaticani degli anni Cinquanta, lo chiamavano il "comunistello di sacrestia": si trattava di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze da1 1951 al 1957 e da1 1961 al 1965. In realtà La Pira aveva una visione geopolitica che rifiutava il determinismo tragico, per cui Occidente ed Est comunista erano destinati, se non allo scontro, a una perenne contrapposizione. Gli ambienti vaticani e italiani (conservatori), quelli economici, il "partito romano" (la corrente ecclesiastica di destra e tradizionalista), lo consideravano pericoloso. Giuseppe De Luca, erudito e prete romano, lo chiamava "il nostro Fidel Castro".
La Pira, antifascista e oppositore alle leggi razziali, non aveva paura dei suoi avversari. Da1 1952 alla morte (nel 1977), comunicò le sue visioni del mondo ai papi (da Pio XII a Paolo VI). Membro dell'Assemblea Costituente, aveva dato un notevole contributo ai principi generali della Costituzione anche in collaborazione con la sinistra. Era convinto che, per cambiare i mondi altri, la pace e il dialogo fossero decisivi, non lo scontro. Da1 1952, organizzò a Firenze i convegni per la pace e la civiltà cristiana, poi raccolse i sindaci del mondo, tra cui quelli di Mosca e di Pechino (non esistevano relazioni diplomatiche tra Italia e Cina popolare). Voleva creare ponti tra mondi in opposizione. Non solo con l'Est, anche se andò al Cremlino e poi ricevette dai sovietici, primo occidentale, il discorso segreto di Kruscev sulla destalinizzazione. Per lui un contatto tra ebrei e arabi era decisivo, anche per risolvere il conflitto arabo-israeliano tramite il negoziato.
In questa prospettiva, fin dagli anni Cinquanta, viaggiò in Israele, Giordania, Egitto, Tunisia, ovunque accolto come amico. Per gli ebrei, era tra i fondatori delle Amicizie ebraico-cristiane mentre, tra gli arabi, era considerato un interlocutore di rilievo. Il Mediterraneo doveva essere lo "spazio di Abramo" per una vita comune tra ebrei, cristiani e musulmani, tutti figli del patriarca biblico. Ancora oggi impressiona la "visione" di La Pira. Per lui, l'Europa e il mondo cristiano dovevano esercitare un'attrazione", attraverso l'umanesimo e la superiorità "tecnica", verso l'Est comunista e il Terzo Mondo (fu un convinto sostenitore dell'indipendenza dell'Algeria dalla Francia). Scriveva ne1 1958: «Questi "briganti", come Kruscev e Mao Tse Tung, bisogna avvicinarli; bisogna guardarli con fede e sicurezza negli occhi». Era convinto che, con il Terzo Mondo, si dovesse lavorare molto anche per evitare l'influenza marxista o le derive di contrapposizione. Negli anni Settanta s'impegnò per la fine del conflitto tra Vietnam del Nord e del Sud.
Temeva che la logica dello scontro si impadronisse della Chiesa e dell'Occidente: «La Chiesa ha oggi questo grande mandato: essere la costruttrice di ponti, ovunque, per tutte le nazioni, tutte le culture, tutti i regimi, direi quasi per tutte le religioni» - scriveva ne1 1974 a Paolo VI. Un sognatore? Molti lo accusarono di questo. Il suo ruolo non fu riconosciuto e, dopo la fine del suo mandato di sindaco nel 1965, non ebbe incarichi pubblici. Ma fu un riferimento. Le sue visioni hanno ispirato la politica italiana e quella della Chiesa. Si possono discutere, ma - come scrive Mario Luzi La Pira «levò alto i pensieri». Senza sogni e visioni, senza sguardo sul mondo, la politica si immiserisce nei gorghi del quotidiano. È la sua lezione.

venerdì 4 dicembre 2015

Servono uomini che attraversino le culture, la globalizzazione ha bisogno di dialogo

Andrea Riccardi, nella rubrica Religioni e civiltà 

In tempi di globalizzazione sono preziose le figure che passano da un mondo all`altro: mostrano la strada per superare i pregiudizi

La globalizzazione sembra appiattire tutto e tutti su un unico modello. Rinascono però, quasi per contrapposizione, identità radicali. Siamo anzi in una stagione di radicalismi. Basterebbe pensare al mondo islamico. Ma non è l'unico: tutti i mondi, le culture, le religioni hanno correnti fondamentaliste. La globalizzazione (che accosta mondi lontani, attraverso il contatto, la migrazione o il virtuale) ha bisogno di dialogo. Non è un atteggiamento buonista. Bensì è necessità posta da inedite convivenze. La gente va aiutata a vivere insieme, ma anche a conoscersi, a superare antichi pregiudizi e a stimarsi. Per questo non bastano i convegni. Ci vogliono donne e uomini, familiari a mondi diversi, che si facciano carico di avvicinarli. Sono quelli che, in francese, si chiamano i passeur. Passeur vuol dire letteralmente traghettatore, ma anche corriere di droga, chi porta i migranti su rotte clandestine, chi valica le frontiere irregolarmente. Era chiamato passeur chí guidava gli ebrei oltre la frontiera francese in Svizzera. Ci sono però anche passeur che travalicano frontiere e muri tra religioni e mondi. Aiutano a capirsi.
Nella mia vita ne ho incontrati alcuni. Altri li ho studiali. Sono persone, passate da un mondo all'altro. A volte sono rimaste nel mondo dell'altro. A volte sono tornate. Spesso hanno fatto da ponte, favorendo la comunicazione, aprendo un dialogo o creando innesti.
Si tratta di storie culturali di eminenti studiosi, come Louis Massignon, che aprì la via del dialogo tra musulmani e cristiani con la sua immensa erudizione e un atteggiamento da mistico. Ma pure, con la difesa dei musulmani di fronte alla colonizzazione francese dopo la Seconda guerra mondiale. Le sue posizioni furono determinanti per l`inizio del dialogo tra musulmani e Chiesa cattolica con il Vaticano II. Altre volte si tratta di viaggiatori ed esploratori di mondi altri.
Talvolta i passeur si immergono nel mondo degli altri, come il prete francese Jules Monchanin che, dal 1939 alla morte nel 1957, s`immedesimò - da monaco cristiano - nell'induismo cercando un incontro tra la sua fede e il mondo indù. Prese il nome indiano di Paramarubyananda (colui che mette la sua gioia nell'essere senza forma). Hanno tentato di essere passeur i convertiti da una religione all`altra: ebrei diventati cristiani, cattolici divenuti ortodossi e viceversa, musulmani fattisi cristiani e cristiani convertiti all`islam. La loro posizione spesso non è stata facile soprattutto verso il mondo di provenienza, ma talvolta anche in quello di approdo. Jules Isaac, ebreo (laico) che aveva perso moglie e figlia nella Shoah, restò nel suo mondo ma studiò il cristianesimo e indicò nell'insegnamento del "disprezzo" una radice fondamentale dell`antisemitismo. Superò le frontiere della Chiesa cattolica, incontrando Pio XII e Giovanni XXIII. Pose le basi del dialogo, dopo il dramma della Shoah, aprendo la via alle novità sul dialogo ebraico-cattolico del Concilio Vaticano II. Sono cenni ad alcune storie di passeur di ieri. Ce ne sono tante altre sconosciute o poco conosciute. Sicuramente, in questo tempo globale di nuovi accostamenti tra popoli e religioni, c'è grande bisogno di persone che si facciano mediatori nel quotidiano per mostrare bellezza e compatibilità delle diversità, ma anche la vicinanza tra realtà diverse, anzi talvolta opposte. Ci vogliono nuovi e appassionati passeur.

giovedì 3 dicembre 2015

Pena di morte: stop alla barbarie. Da 2000 città un segno forte per l'abolizione

Il Colosseo illuminato per dire No alla pena di morte

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana:

Da 2 mila città un segnale forte per l'abolizione

Il 30 novembre più di duemila città nel mondo hanno lanciato un segnale forte per l'abolizione della pena di morte. A Roma si è illuminato il Colosseo. Si ricorda il 30 novembre del 1786, quando il Granducato di Toscana fu il primo Stato a cancellarne l'esistenza legale. Sono passati più di due secoli, ma la pena capitale resta in troppi Stati. In questi giorni difficili, talvolta la si evoca quale misura antiterroristica, dimenticando che proprio la morte suggella le ideologie del terrore. Da 14 anni, la Comunità di Sant'Egidio anima, in tutto il mondo, il movimento "Cities for Life". 
Non si può amare e difendere la vita, se si consente l'esecuzione capitale: è il pensiero di Sant'Egidio, condiviso da tanti uomini e donne di varie religioni o umanisti. 
 Quanti errori giudiziari irreversibili! Ben 151 condannati sono stati rilasciati perché scoperti innocenti. L'arcivescovo Tutu ha affermato: «L'errore non si può mai riparare». Abbiamo conosciuto uomini e donne uccisi, nonostante si fossero emendati. Nel 2012, negli Usa, l'esecuzione è avvenuta in media dopo quasi 6 mila giorni dalla condanna, drammaticamente vissuti tra la speranza e la quasi certezza della morte.
L'Europa è stata alla testa del movimento abolizionista, mostrandosi capace, negli ultimi quindici anni, di cambiare la politica e la mentalità dei popoli, in una grande acquisizione di civiltà. Ne fa la storia un bel libro di Mario Marazziti, LIFE, edito da Francesco Mondadorí, in cui sí racconta la lotta contro la pena di morte a mani nude, con poveri mezzi ma forza di convinzioni.
È un testo prezioso d'impegno civile e di diplomazia "popolare" che narra l'affermazione dell'umanesimo in un tempo segnato dalla crescita della violenza. Il libro mostra come il mondo può cambiare. Persino mondi religiosi chiusi all'idea abolizionista cominciano a interrogarsi. La pena di morte è una vendetta legale, considerata ancora oggi ovvia in diverse nazioni. Quattro Paesi, nel 2013, hanno persino eseguito la condanna in pubblico, come fatto esemplare. Senza esecuzioni, sembra che l'ordine sociale non regga. Lo si diceva della schiavitù: senza di essa l`economia sarebbe crollata. Si è visto il contrario. La condanna a morte invece riconosce il valore della violenza. Mi chiedo se, nell'anno del Giubileo della misericordia, non si debba chiedere almeno una moratoria delle esecuzioni da parte degli Stati, per salvare vite umane e offrire alla politica di prendere decisioni innovative a riguardo.
 Papa Francesco, a Washington, ha parlato con grande chiarezza contro la condanna a morte. Ora tocca a tutti chiedere che il Giubileo della misericordia possa liberare il mondo da questa pratica odiosa.
DATI I Paesi che mantengono la pena di morte sono 58.
Nel 2014 Amnesty International ha registrato 607 esecuzioni in 22 Paesi e 2.466 nuove condanne (+28% sul 2013).
Il dato non comprende però la Cina, dove sull'argomento vige il segreto di Stato.

martedì 1 dicembre 2015

Editoriale - Il coraggio politico del viaggio africano di papa Francesco

Il Pontefice è andato in un continente instabile per parlare di pace, sfidando i pericoli di attentati Una reazione forte dopo i fatti di Parigi 
Moltissimi erano contrari al viaggio del Papa in Centrafrica e alla sua rischiosa esposizione a Bangui. Avevano ragione: c'è stato un vero rischio per la sua persona. I militari francesi avevano avvertito sull'impossibilità di controllare le fazioni e le tante armi in mano alla gente. Papa Francesco però è voluto andare a Bangui, rispettando il programma, anche la visita al quartiere musulmano (che suscitava le maggiori perplessità). Ha avuto un coraggio personale straordinario, rivelatore del senso profondo del suo ministero. Ha mostrato l'audacia di chi vive quello che crede. Non ha avuto paura di andare nella moschea centrale di Koudougou a proclamare: «Tra cristiani e musulmani siamo fratelli». È anche una lezione a noi europei spaventati del futuro, specie dopo gli attentati di Parigi. Francesco, con la visita in Centrafrica, ha dato un tono particolare al viaggio che ha avuto due precedenti tappe molto pastorali in Kenya e in Uganda. Ma in Centrafrica c'è stata la discesa agli inferi: una situazione fuori controllo, i rischi di conflitto religioso tra musulmani e cristiani, la fragilità delle istituzioni, l'insicurezza generale, i tanti profughi (alcuni incontrati dal Papa), la violenza e le anni, tanta miseria. 
Il Paese riassume in sé i mali del continente. Ha una storia terribile: basterebbe ricordare il tragico «impero» di Bokassa. Per la collocazione geopolitica, si riverberano sul Centrafrica l'instabilità dei vicini due Sudan, del Ciad e del Congo. Il Papa è sceso quasi nell'epicentro dell'instabilità, per parlare di pace. Francesco ha proclamato Bangui «capitale spirituale del mondo» all'apertura della Porta Santa della cattedrale (fatta di povero legno) e all'inaugurazione del Giubileo: «L'Anno santo della misericordia viene in anticipo in questa Terra» - ha detto. Quasi ce ne fosse bisogno subito.
Il tanto parlare di periferie da parte di Bergoglio (su cui qualche ecclesiastico ironizza) è concreto: il Giubileo comincia dalla periferia africana. Da qui il Papa ha parlato al mondo: «In questa terra sofferente ci sono anche tutti i Paesi che stanno passando attraverso la croce della guerra. Bangui diviene la capitale spirituale della preghiera per la misericordia...»
La sua cattedra non è stata nella solennità dei marmi e dei canti della basilica di San Pietro. Le polemiche attorno alla vita vaticana sono lontane e ridimensionate. Per la prima volta la Porta Santa si è aperta in un «inferno» di violenze, rapimenti, odio, intrighi politici, corruzione, miserie. Liturgia e dramma della storia si sovrappongono. Francesco vede riassunte e simboleggiate in Centrafrica tutte le guerre, quasi fosse la concretizzazione di un «giubileo» della morte e della violenza, che dura da tanto e rischia di non finire. Il Papa ha risposto con il suo Giubileo, quello dell'utopia della misericordia. Non l'ha proclamato dal soglio vaticano, ma si è sprofondato in una crisi: così non solo è più credibile, ma ha iniettato una speranza che aiuterà il processo di pacificazione. 
Il Papa è stato nella moschea centrale nel quartiere sotto controllo dei Seleka, le milizie musulmane che hanno rovesciato il presidente Bozizé (sostenuto dagli antiBalaka cristiani) e il suo successore. Ha voluto incontrare tutte le parti di questa società in lotta e frammenti. La povera Bangui, sfregiata da anni di guerra, così insicura, è diventata «capitale spirituale». I centrafricani hanno sentito con orgoglio la fiducia che il Papa dava a un Paese screditato nella comunità internazionale. Nonostante il caos della situazione in buona parte fuori controllo, hanno tratto le conseguenze dell'apertura di credito di Francesco. 
La visita papale è stata un catalizzatore di istanze di pace. Le milizie si sono autoregolamentate. Tutti i candidati alle elezioni presidenziali del prossimo 13 dicembre - con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio (leggi la news) hanno firmato un accordo che impegna l`eventuale vincitore a rispettare le regole democratiche. Sulla soglia dell'Anno Santo, l'anziano Papa, per la prima volta in Africa, stanco di un lungo e turbinoso viaggio, quasi come un mendicante, ha chiesto l'«elemosina della pace». Ha lanciato un appello che va al di là dei confini centrafricani: «Deponete questi strumenti di morte; armatevi piuttosto della giustizia, dell`amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace». Da Bangui è venuta anche la risposta alla grave crisi aperta dagli attentati di Parigi: le diversità non giustificano i conflitti. Ha parlato anche delle divisioni tra cristiani come «scandalo davanti a tanto odio e tanta violenza che lacerano l'umanità». La proposta centrale del Giubileo è battere «la paura dell'altro, di ciò che non ci è familiare, di ciò che non appartiene al nostro gruppo etnico.., alla nostra confessione religiosa». Il Giubileo vuole creare - in mezzo ai popoli - una sintesi tra le diversità per vivere insieme. È l`ideale semplice e decisivo del Papa: «L`unità nella diversità» --- ha detto. Parole semplici e forti, corroborate da gesti coraggiosi. 
Editoriale di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera del 1 dicembre 2015 

lunedì 30 novembre 2015

«C`è bisogno di ideali, valori e di cultura. Il terrorismo prospera nella disperazione » Intervista ad Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio ed ex ministro

 «No, non siamo in guerra. Il terrorismo prospera nella disperazione».
Intervista a Andrea Riccardi di Mario Lavia su l'Unità 30 novembre 2015

 «No, noi non siamo in guerra e non dobbiamo riconoscere la dignità di nemici ai terroristi. E poi parlare di guerra è semplicistico, la risposta è più difficile». Già, quale risposta dobbiamo dare al terrorismo: è la domanda che il mondo si pone da quella notte di Parigi del 13 novembre, è il novello che agita la coscienza dell'Occidente - un Occidente che in fondo è consapevole di aver sbagliato troppe volte e che oggi si ritrova faccia a faccia col mostro dell'Isis. Non siamo in guerra, ci dice dunque Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio, storico, già ministro nel governo Monti.
Che occorra una risposta complessa, professor Riccardi, forse adesso, passata la gra
nde emozione, lo stiamo tutti comprendendo meglio. Ma detto questo si spalanca un compito immane: da dove cominciare questa lotta al terrore?
 «Ci troviamo di fronte a un attacco inusitato all'Europa e ci troviamo nel cuore di una guerra tra arabi e tra musulmani, questa è la realtà. Non dimentichiamoci che le prime vittime sono musulmani e poi i cristiani d'Oriente costretti a abbandonare le loro terre: lasci dire a uno storico delle religioni che stiamo assistendo alla fine del cristianesimo nelle sue terre ancestrali... Certo, di fronte a questo scenario, ci vuole fermezza ma anche cultura. Noi ci siamo scordati che le nostre società si sono svuotate di idealità, di valori e che per questo bisogna ricostruire una cultura di un popolo».
E cultura implica complessità, giusto?
«Esattamente. Io penso che le semplificazioni complichino».
Come quando si dice "l`Islam" senza ulteriori specificazioni....
«Infatti di Islam ce ne sono molti, c'è l'Islam indiano o l'Islam indonesiano che sono cose diverse rispetto all'Islam arabo, che a sua volta è una realtà molto complessa, ed è del tutto chiaro che non sono situazioni ascrivibili al terrorismo.»
Crede che noi, in Occidente, abbiamo fatto tutte queste distinzioni?
«L'Occidente ha gravissime colpe, non solo questa. La comunità internazionale ha fatto marcire la situazione in Siria, un paese così bello, così ricco di storia e di cultura, un esempio di convivenza: io non ho nessuna nostalgia di Assad ma si stanno facendo uscire i démoni senza avere chiaro cosa fare».
La storia si ripete, oggi in Siria come ieri in Libia?
«In un certo senso sì, anche lì si sono usati i cannoni senza sapere cosa si sarebbe fatto il giorno dopo. E in Iraq si fece un errore ancora più grave... Ma il punto è che noi abbiamo lasciato tranquillamente che le guerre prosperassero senza capire che la guerra è come una ferita, prima o poi si infetta e infetta tutto il corpo, ed è quello che sta accadendo. Adesso il rischio è che si infetterà anche il Libano, che da mesi non riesce a darsi un presidente. Ed è così che si è potuto insediare il mostro dell'Isis. Hanno pensato di poter addomesticare il diavolo, e il diavolo se li è mangiati».
Ora è troppo tardi? «No, ma la pace va costruita realisticamente e presto. Io ho lanciato un appello per salvare Aleppo due anni fa, e oggi, passati due anni, Aleppo la possiamo perdere: e Aleppo è come per noi Venezia, Firenze... Bisogna fare presto in costruire la pace senza escludere nessuno, costruirla pezzo per pezzo».
Quindi con Assad? Lei sa bene che questo è il punto controverso: come lo dobbiamo considerare, Assad, un nemico, un alleato? Se ne deve andare innanzi tutto o cosa? 
«Guardi, bisogna essere realisti: Assad non è il futuro ma in questa situazione nessuno può porre condizioni anche perché nessuno sarebbe in grado di farle rispettare».
Professore, lei giustamente insiste molto sulla Siria ed è preoccupato per il Libano, ma è inutile dire che la scossa all`opinione pubblica europea sia venuta da Parigi. Che nesso c'è fra le due cose? 
«Parigi ha segnato la presa di coscienza del problema ma il turning point è la Siria. Strategicamente è così. Certo, gli attentati di Parigi sono rivelatori della fragilità dell'Europa, e tuttavia dire "guerra" è una semplificazione, come ho detto prima».
Anche perché guerra contro chi?
«Già, perché questi terroristi non stanno nelle montagne afghane ma sulla Rete, come si dice, sono fra noi, in Europa».
L'Europa debole a cui stava accennando. «La debolezza intesa come morte sociale, dove non esiste una cultura condivisa, popolare. Conosco bene le banlieues di Parigi, sono un deserto di presenze associate. Una volta erano piene di parrocchie e di sedi sindacali e di partiti, ora le parrocchie son state accorpate e il resto è chiuso, c`è il vuoto più assoluto: a Ivry sull'avenue Thorez c'era la sezione del partito, ora c`è una moschea... Non è così solo a Parigi ma anche a Bruxelles, anche da noi. Si vede bene la duplice emergenza europea: le periferie e i giovani».
Infatti è lì che il terrorismo fa proseliti. «Sì, è in quelle periferie vuote che i giovani in crisi trovano una risposta ideologica in quella lettura dell`Islam. Anche perché la protesta non trova sbocchi diversi, democratici, politici, istituzionali».
Un po` come fu con le Brigate rosse, dice? «Sì, io me li ricordo bene quegli anni. È la disperazione il terreno di coltura del terrorismo. È il vuoto dei cuori e della mente. Ecco il punto centrale della cultura: dissoltasi la cultura comunista, ritrattasi la cultura cattolica, si è creato un vuoto. Per fare un esempio, su Mafia capitale ha dovuto parlare un papa argentino, nel 1974 fu il Vicariato si Roma a fare il grande convegno sui mali di Roma...»
Sicurezza e cultura, ha detto Renzi. Ma non si rischia di fare un po' di sociologismo, "facciamo più strutture socialie così combattiamo il terrorismo"? «Cultura non solo come aiuto all'eccellenza, che pure è giustissimo, ma proprio "rifare la cultura", una cultura popolare, pensare a un umanesimo italiano e europeo, lavorare nei mari immensi delle periferie. Quindi, la risposta deve essere articolata: lotta alle finanze del terrorismo, suo contenimento territoriale, pacificazione in Siria. Ma in ogni "guerra" il "fronte interno" è importantissimo. In questo senso un po' di sociologia pratica può servire a ricostruire idealità e cultura di un popolo. Senza le quali il terrorismo ha già vinto».

venerdì 27 novembre 2015

Religioni e civiltà: Una Chiesa dal volto più umano

Con il Giubileo straordinario, papa Francesco chiede ai cattolici una "conversione" alla misericordia e a una concezione della fede aperta ad essa 

L'8 dicembre prossimo, papa Francesco apre il giubileo straordinario dedicato alla "misericordia". È anche il giorno in cui cade il cinquantesimo anniversario della conclusione del Vaticano II, la cui attuazione è sentita da Bergoglio come un fatto di primaria importanza. I giubilei (i cosiddetti Anni Santi) si ripetono nella Chiesa cattolica ogni venticinque anni come tempo di rinnovamento della fede e di pellegrinaggio a Roma. È una tradizione che risale almeno al 1300 e si riallaccia al giubileo ebraico, che ha però un'altra dimensione. Dopo il Vaticano II, molti erano contrari a continuare questa tradizione di origine medievale. Il giubileo cadeva nel 1975, a dieci anni dalla fine del Concilio. Paolo VI invece volle l'Anno Santo e fu un grande successo. Nel 2000, il giubileo attrasse a Roma il maggior numero di pellegrini di tutta la storia degli Anni Santi. Giovanni Paolo II considerò il giubileo del 2000, come il culmine del suo pontificato. Avrebbe voluto farne l'inizio di una stagione di rinnovamento nella Chiesa, ma la sua malattia glielo impedì. Papa Francesco, 1'8 dicembre, apre un giubileo straordinario, non quello che cade ogni venticinque anni. L'annuncio è stato dato a sorpresa e senza grande preparazione. Il papa non vuole fare qualcosa di grandioso. Con il suo messaggio sulla misericordia, sta però preparando il giubileo fin dalla sua elezione. Ha voluto che si aprissero le "porte sante" (quelle che i pellegrini varcano) anche nelle diocesi del mondo e non solo a Roma, in modo che i cattolici possano raggiungerle facilmente. Ha anche chiesto che ci siano "porte sante" pure in luoghi di carità e solidarietà, come mense per i poveri o altro. Insomma il Giubileo - nella visione del papa - vuol essere l'espressione di un cristianesimo popolare segnato dalla misericordia, in un mondo attraversato da nuovi muri, conflitti, terrorismo e guerre. La misericordia vuol essere la risposta del popolo di papa Francesco alle tante crisi del nostro tempo. Si tratta di suscitare quell'umanesimo popolare cristiano, che Bergoglio ha recentemente prospettato ai cattolici italiani, riuniti a Firenze.
Il papa chiede ai cattolici una "conversione" alla misericordia e a una concezione della fede aperta ad essa. È un processo che mira a realizzare un volto più umano e materno della Chiesa. Con il giubileo, Francesco si rivolge direttamente al popolo cristiano. L'ha fatto varie volte negli ultimi tempi, anche quando gli scandali sui documenti trafugati in Vaticano hanno gettato ombre sulla Curia. Difficoltà e resistenze (interne ed esterne) non mancano al suo governo. Il Papa però non si lascia intrappolare nelle crisi dell'amministrazione o negli inciampi della gestione. Forse non ha elaborato un progetto riformatore, a differenza di Paolo VI che aveva vissuto lunghi anni in Curia e aveva meditato su come cambiare le strutture della Chiesa. Ma ha una visione ampia, che persegue fin dalla sua elezione, come un processo di cambiamento: quella di un cristianesimo capace di radicarsi nel messaggio del Vangelo in modo autentico e di incontrare la realtà del mondo contemporaneo. I passaggi chiave di questo processo d'innovazione sono la "conversione dei cuori" e la riforma della Chiesa. Questo vuol essere il Giubileo: una chiamata dei cristiani a vivere questi passaggi chiave, simboleggiati dalle "porte".
Il Papa vuole un cristianesimo capace di radicarsi nel messaggio del Vangelo in modo autentico e di incontrare la realtà del mondo contemporaneo.

giovedì 26 novembre 2015

Dopo la strage di Parigi: ripopolare le periferie dei nostri valori

Un editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana  del 29/11/2015
Il vuoto di politiche sociali ha aggravato il disagio

L'attacco terroristico a Parigi, il 13 novembre scorso, fa paura. La violenza toccherà anche noi? Il successivo attacco a Bamako in Mali dà la sensazione di una guerra, come del resto ha dichiarato il presidente francese, François Hollande. Dovremo cambiare abitudini? O bisogna scendere in campo contro i terroristi in Medio Oriente, come fa la Francia con i raid aerei sui territori dell'Isis? A lungo abbiamo pensato che la violenza restasse lontana. Ora la nostra vita deve cambiare. Ma abbiamo la memoria corta. Nei primi anni de1 2000, Spagna e Gran Bretagna sono state colpite. Sarebbe un errore cadere subito nel panico. Certo la minaccia c'è. Ci sono infiltrati nelle nostre società, pronti a raccogliere l'invito dell'Isis a colpire. Ci si chiede: abbiamo sbagliato a far entrare tanti musulmani in Europa? Da questa domanda potrebbe nascere un atteggiamento diffidente verso i musulmani europei, quasi un muro contro muro. È la reazione che l'Isis vuole. Ma la gran parte dei musulmani ripudia il terrorismo. Certo, tutti debbono rispettare la legge. Compito decisivo è quello della polizia e dell'intelligence, sempre più coordinate a livello europeo, contro un pericolo insidioso.

SUL PIANO POLITICO OCCORRE INTERVENIRE IN SIRIA: RISOLVERE QUEL NODO SIGNIFICA CONTENERE L`ISIS

Qui c'è un Iraq, frantumato dopo l'intervento per abbattere Saddam Hussein. La Siria, da quattro anni, è dentro una guerra terribile. In questo caos, con complicità occulte, si è incuneato l'Isis creando uno Stato territoriale tra Iraq e Siria, dotato di buone risorse finanziarie. Il grande errore è stato non porre fine alla guerra in Siria, mettendo insieme con realismo i resti del regime di Assad e le opposizioni. Ha giocato la rivalità tra Stati Uniti e Russia. La Siria è distrutta: su venti milioni di abitanti, più della metà hanno lasciato le loro case e otto milioni sono fuori dal Paese. Ci vuole la pace in Siria, per far tornare i rifugiati e contenere l'Isis. E occorre la collaborazione di tutti. Le guerre aperte sono sempre origine di drammi e di pericolose conseguenze collaterali. Bisogna agire anche in Europa. Nelle periferie europee, come a Parigi o Bruxelles, sono sorti quartieri-ghetto, dove giovani musulmani diventano accoliti dell'estremismo o addirittura terroristi. Il vuoto di politiche sociali ed educative ha aggravato il pericolo in questi "mondi perduti". Molto devono fare le organizzazioni musulmane nell'educare al rispetto dell`altro. Ma va ripresa l'iniziativa sociale, ricostruendo una città dove si vive insieme. La preoccupazione non ci deve far innalzare muri. C`è bisogno di un nuovo slancio umano, per affermare i nostri valori europei: vivere insieme nel rispetto, nella legge, solidali, in pace e in democrazia.



L`ISLAM CHE VUOLE LA PACE
Cortei di islamici per dire no al terrorismo dell`Isis. Si sono svolti sabato scorso a Roma e Milano. A organizzarli, l`Unione delle comunità islamiche. Lo slogan chiave: «Musulmani d'Italia - Not in my Name - No al terrorismo».

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lunedì 23 novembre 2015

Il terrore si affronta con politiche sociali e un impegno educativo - Andrea Riccardi su Corriere della Sera


Le conseguenze di quanto è stato fatto in Iraq sono sotto gli occhi di tutti. Si tratta di uno scenario da non ripetere. Grandi parti del mondo musulmano sono esterne allo scontro: l`Islam indonesiano (200 milioni) non ha creato uno Stato confessionale.  Il conflitto in corso è soprattutto tra arabi e di arabi, che vogliono una leadership mondiale attraverso il califfato e una sfida globale 

Chi ama Parigi sente quanto è stato terribile il 13 novembre. I terroristi hanno colpito la capitale che più esprime lo spirito europeo. Il presidente Hollande ha dichiarato: «Siamo in guerra». Il brutale attacco terrorista all'albergo di Bamako, in Mali, vuol mostrare quasi un assedio islamico alla Francia. Certo dovremo abituarci a vivere con i rischi e le paure dell'offensiva terrorista. Avvenne anche dopo l'11 settembre, quando furono colpite, nel 2004, Madrid con 191 caduti e Londra, un anno dopo, con 56 morti.
È duro per noi europei, abituati a pensare la guerra lontana. È ingiusto e orribile. L'esperienza del primo decennio del 2000 però ci insegna qualcosa. Non si può ripetere lo scenario del post 11 Settembre: la guerra in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003. Le conseguenze in Iraq sono sotto gli occhi di tutti con la fine di un Paese, oggi in parte in mano ai jihadisti. Tony Blair ha ammesso recentemente l'assenza di reali motivi per l'attacco a Saddam Hussein. Quello scenario è stato sconfessato dalla storia.
C'è una guerra in corso: principalmente tra musulmani, tra sunniti, tra sciiti e sunniti. Parliamo d'Islam, ma dovremmo parlare di più di conflitto tra arabi. Grandi parti del mondo musulmano sono esterne al conflitto: l'Islam indonesiano con più di 200 milioni di musulmani non ha creato uno Stato confessionale. Imponenti comunità musulmane, in Pakistan, India, Cina e Bangladesh, non sono arabe. L'Islam arabo conta 320 milioni su più di un miliardo e mezzo di musulmani. La guerra è soprattutto tra arabi e di arabi, che - attraverso il califfato e una sfida globale - vogliono una leadership mondiale. La creatura mostruosa del Daesh ha goduto di oscure complicità nella penisola arabica e nel mondo turco con la speranza di utilizzarla.
Questa ha prosperato nelle rovine dell'Iraq e dentro la lunghissima guerra siriana. C'è la responsabilità occidentale di non aver posto fine al conflitto, pur di non associare la Russia e l`Iran a una soluzione. Il popolo siriano è distrutto, mentre ogni appello alla ragione - ricordo quello per Aleppo - non ha trovato ascolto. Un conflitto di più di quattro anni non può non «infettare» la regione. I terroristi sono cresciuti, creandosi una base territoriale, prossima al Mediterraneo e incuneata nel Medio Oriente. Si discute molto di Islam e terrorismo.
Ci troviamo però di fronte a una questione araba, che lascia indifferenti molti musulmani del mondo. Il califfato utilizza l'appello alla religione per allargare il consenso e rivestirsi di leadership inter-islamica. Come Al Qaeda. Questo è lo scopo della lotta all'Europa, per trascinarci in uno scontro frontale islamico-occidentale. Si ricordino le immagini raccapriccianti dell'uccisione dei cristiani copti sulle rive della Libia, per prefigurare un'aggressione ai cristiani del Nord. Non possiamo riconoscere ai jihadisti lo status di nemici frontali. Farebbe il loro gioco per radunare più musulmani dietro di loro in Europa e nel mondo. Bisogna agire in modo fermo e articolato. Può sembrare debole rispetto ai proclami, ma isola e respinge il jihadismo. Sono necessari rapidi passi in avanti per sanare il conflitto in Siria, utilizzando i resti del (terribile) regime e gli oppositori disponibili. Così si spingono i terroristi nel deserto. Sono da sostenere gli Stati arabi: Tunisia, Giordania ed Egitto (si potrà affermare l'ordine egiziano nel Sinai?).
La Turchia e l'Iran sono decisivi. L'Italia l'ha sempre creduto. La vera debolezza europea è nei focolai terroristici e nei foreign fighters nel continente. Qui intelligence e polizia debbono agire con determinazione e coordinamento continentale. La maggiore debolezza delle nostre società sono le grandi periferie, gli agglomerati senza senso, dove un ragazzo si trasforma in terrorista. La lotta al terrorismo si fa con una politica sociale, creando reti umane e educative dove sono masse anonime (spesso contagiate dalla propaganda via Internet). Bruxelles, Parigi, le loro periferie, sono mondi a rischio. Bastano poche persone per fare tanto male. I tagli sulla politica sociale si pagano. Sono scomparsi troppi agenti di prossimità.
L'Islam europeo si sta però svegliando anche a nuova responsabilità, ma va coinvolto di più.  Le religioni hanno un compito nel creare una rete. Senza bonifica delle società, il pericolo resta. E questo è forse il lavoro più difficile.

Andrea Riccardi 

giovedì 12 novembre 2015

Perché serve che la Turchia sia europea

Ankara deve diventare un perno di stabilità nella regione

Articolo di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 12 novembre 2015

Le elezioni in Turchia hanno dato la vittoria al partito del presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan e del primo ministro Ahmet Davutoglu di orientamento islamista. Quello che preoccupa l'opinione internazionale non è l'orientamento del partito, ma le ambizioni di Erdogan: gestire il potere in maniera talvolta autoritaria. Qualcuno parla di "nuovo sultano".
Del resto Erdogan ha voluto altre elezioni, non rassegnandosi al risultato del giugno 2015, che non dava al suo partito i voti necessari a governare da solo. A giugno, l'Hdp, partito filocurdo e delle minoranze, era arrivato sorprendentemente al 13%; invece alle ultime elezioni è sceso al 10,34, poco oltre lo sbarramento. Erdogan, alle ultime elezioni, ha avuto il 49,46%, cioè 316 seggi su 550. Ha oggi la maggioranza per governare (non però i 330 seggi necessari per la riforma costituzionale che inaugurerebbe un regime presidenziale, come il leader desidera).
La campagna elettorale è stata accompagnata da misure severe contro la stampa, nonostante le proteste e l'accusa di voler costruire un regime liberticida. Intanto la tensione saliva a causa di una serie di attentati terroristici e riprendeva la lotta tra l'esercito e la guerriglia curda del Pkk, dopo una lunga tregua. Una larga parte del Paese sta con Erdogan: in particolare l'Anatolia centrale e la regione del Mar Nero, ieri così arretrate e oggi invece in pieno sviluppo. Ciò è dovuto largamente alla politica di Erdogan.
I turchi sono andati a votare con un'affluenza dell'86,76%: segnale di un condiviso senso di drammaticità del momento, ma anche di appoggio al Governo. C'è però un'altra Turchia, laica, che considera la situazione a rischio di regime autoritario e si oppone a Erdogan, come si è visto a Istanbul con le manifestazioni al Gezi Park.
Un Governo del presidente finirà per acuire il contrasto. Erdogan è molto forte, dopo aver smantellato, in nome dell'Europa e della democrazia, il tradizionale sistema di contrappeso - un vero contropotere - delle forze armate, custodi della laicità e dell'eredità di Kemal Ataturk, fondatore della Repubblica. Tuttavia l'avvicinamento all'Europa non è avvenuto, sia per le carenze turche sia per la volontà di parecchi Paesi dell'Unione, contrari all'ingresso del gigante turco. Così la Turchia (che accoglie molti profughi siriani e dev'essere sostenuta dagli europei) ha avuto un ruolo poco lineare in Medio Oriente alla ricerca di spazi d'influenza. Quello che avviene in Turchia, Paese membro della Nato, è preoccupante. Bisogna provare ad ancorare di più Ankara all'Europa, al suo mondo di valori e interessi mediterranei. Oggi è meno facile di ieri. Ma il gigante turco deve diventare, in una regione così conflittuale, un perno di stabilità.

venerdì 6 novembre 2015

Vatileaks, Riccardi smentisce: Mai incontrato ne' avuto conversazioni telefoniche con Chaouqui

VATILEAKS, RICCARDI SMENTISCE: “MAI INCONTRATO  NE' AVUTO CONVERSAZIONI TELEFONICHE CON CHAOUQUI”


ROMA - Riguardo alle indiscrezioni sull’affare denominato “Vatileaks” e sulle inchieste giudiziarie in corso - uscite questa mattina su alcuni organi di stampa - si rende noto che Andrea Riccardi non ha mai incontrato, né avuto conversazioni telefoniche con la signora Francesca Immacolata Chaouqui.

venerdì 30 ottobre 2015

Le religioni? Strano, ma possono convivere - i luoghi della preghiera comune

Andrea Riccardi sulla rubrica Religioni e civiltà di "Sette"

Ebrei e musulmani sembrano inconciliabili. Tra cristiani e islam molto spesso c`è tensione. Ma ci sono luoghi dove ancora si prega insieme

Sembra difficile oggi che gli ebrei vivano con i musulmani. Appare pure complicato che i musulmani abitino con i cristiani. Invece ci sono stati luoghi attorno al Mediterraneo, dove gli ebrei hanno pregato accanto ai musulmani e questi ultimi accanto ai cristiani. Alcuni di questi luoghi esistono ancora e sono aperti ai credenti di varie religioni. 
Notre Dame d'Afrique -Algeri
Ho visto in un santuario dedicato a Notre Dame de la Garde, che domina Marsiglia, donne musulmane in preghiera. Lo stesso avviene nel santuario di Notre Dame d'Afrique (Algeri), dove i musulmani e i pochi cristiani rimasti nel paese si rivolgono a una Madonna nera. Sull'abside della chiesa, finita di costruire dai francesi nel 1872, campeggia la scritta in francese, arabo e cabila «Nostra Signora d'Africa, pregate per noi e per i musulmani». La preghiera chiesta a Maria vuole abbracciare anche i musulmani. Ma spesso i vertici delle religioni e le ortodossie non amano i luoghi misti di preghiera. Tuttavia l'intuito del popolo spinge verso spazi imbevuti da secoli di preghiera e dal senso della presenza di Dio. Non erano pochi questi luoghi. Molti sono scomparsi, con la fine della convivenza tra ebrei e musulmani in Nord Africa, come la sinagoga di Annaba (Algeria), fondata sulla memoria di un miracolo legato al rotolo della Torah. La devozione è scomparsa con la chiusura delle sinagoghe. C'è invece ancora in Tunisia, nell'isola di Djerba, dove vive qualche centinaio di ebrei: qui pellegrini ebrei e musulmani partecipano alle stesse cerimonie, in un luogo dove si ricorda una "santa" (non si sa di che religione). È un'isola di convivialità -scrive Dionigi Albera - in un mare di conflitti.

In certi santuari, fedeli di religioni diverse si raccolgono attorno a simboli di credo universale: è la prova che creando momenti di incontro si può accrescere il dialogo e ridurre lo scontro

Monastero di San Giorgio a Buyukada -Istanbul
Dall'altra parte del Mediterraneo, sull'isola di Buyukada, di fronte a Istanbul, i1 23 aprile, festa di San Giorgio (ma pure festa nazionale turca), 100.000 persone (quasi tutte musulmane) vanno in pellegrinaggio al santuario greco-ortodosso. È un`antica devozione, che ha avuto una reviviscenza negli ultimi anni. San Giorgio è attrattivo per i non cristiani, anche se talvolta i cristiani mi hanno detto di guardarlo come salvatore della Chiesa (la principessa nell'icona) dal drago (l'islam). Tensioni e convivenza s'intrecciano. A Istanbul, nella chiesa cattolica di Sant'Antonio da Padova, c'è tanto passaggio di musulmani - anche donne con il velo - specie il martedì, giorno dedicato al santo. Non sono solo storie passate. Un santuario misto di preghiera e di dolore è oggi Lampedusa, luogo di tanti sbarchi, ma anche di sepoltura dei caduti in mare (nel cimitero cristiano). Qui, fino al 1820, è
attestata anche una moschea. Oggi, con rifugiati e migranti, cristiani e musulmani, si prega secondo le diverse religioni. E lo si fa vicino. Con il legno delle barche, un abile artigiano fa croci che ricordano il dolore di tanti. E la memoria dei caduti viene celebrata nell`isola da incontri interreligiosi. Aveva ragione Giovanni Paolo II, rispetto agli spaventati custodi della separatezza identitaria: la pace, come il bisogno personale e il dolore, spingono a pregare gli uni accanto agli altri, anche se le teologie e le tradizioni liturgiche sono differenti. I luoghi "misti" del Mediterraneo ricordano come, nei secoli passati, non si è pregato solo gli uni contro gli altri, ma gli uni accanto agli altri. E si prega ancora vicino.

Il coraggio di essere umani. Intervento di Riccardi al convegno della Comunità Giovanni XXIII - IL VIDEO


giovedì 29 ottobre 2015

Stiamo più vicini al papa: Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Era già avvenuto con Benedetto XVI. Ma con Francesco c'è come un processo di screditamento attraverso false notizie o insinuazioni di Andrea Riccardi

Questi sono stati giorni molto intensi per la Chiesa cattolica. Si è chiuso da poco il Sinodo dei vescovi, in cui si è discusso sulla famiglia nel mondo contemporaneo. Sono emerse sensibilità differenti, anche perché i problemi sono molti. Parlare di famiglia è discutere della realtà degli uomini e delle donne, ma anche dei bambini e degli anziani, tutti stretti in un comune vincolo di destino. E nella società globalizzata soffre tutto ciò che è legame, mentre si esalta l'individuo da solo. Così i padri sinodali hanno discusso dell'umanità dei nostri giorni, sotto l'angolatura della famiglia. Papa Francesco era con loro e ha più volte richiamato alla misericordia verso la condizione umana. Ovvio che misericordia non significhi distruggere o cambiare la dottrina della Chiesa. Non si può parlare - anche se c'erano al Sinodo preoccupazioni diverse - di un partito di vescovi per la misericordia e di un altro per la dottrina. Così concepiti sono caricature mediatiche. Il Sinodo ha concluso con un documento unitario rimesso al Papa, che ha voluto un dibattito nella Chiesa (il che non significa necessariamente divisione). Sarà lui poi, con la sua responsabilità, a sviluppare l'insegnamento della Chiesa sulla famiglia negli anni a venire. Quello che suscita stupore è l'attacco portato al Papa in tanti modi, come con la diffusione di false notizie sulla sua salute. Qualcosa di simile era già avvenuto nei confronti di papa Benedetto. Ma con Francesco c'è come un processo di screditamento attraverso false notizie o insinuazioni, quasi che il Papa argentino non governasse la Curia e la Chiesa, ma fosse tutto dedito al rapporto con il popolo. Questo viene da fuori. Ma talvolta anche personalità della Chiesa, che dovrebbero professare rispetto, assumono toni raramente usati verso il Papa. Sono eccezioni, certamente. Ci si ricordi che mettere in discussione la figura del Papa è infragilire il custode della dottrina e della tradizione della Chiesa, ma anche il garante della comunione e della libertà di tutti. Già con papa Ratzinger, abbiamo visto come queste forze inconsulte (interne o esterne?) siano pesanti. Francesco non ha bisogno di essere difeso. Ma tutti - cardinali, vescovi, popolo di Dio, credenti - ricordano bene quel che ha fatto dal 2013, quando la Chiesa sembrava vivere momenti bui. Forse è l'ora di stargli più vicino. Non ho da insegnare niente. Ma sento gratitudine per lui. E mi piacerebbe che fosse più espressa.

«Sì, è caos triste. A Roma più tane che piazze» Serve una convocazione per Roma

Roma è in una situazione di «caos triste». Certamente contribuisce l'«immagine, che non è bella, perché la città è mal tenuta». Ma per Andrea Riccardi - romano, docente di Storia contemporanea e fondatore della Comunità di Sant'Egidio nel cuore di Trastevere - c`è un malessere spirituale più profondo che rode l'anima della città, spegne le energie, le disperde in tanti mondi separati ed emerge, poi, nei grandi scandali della corruzione.
Questa «non è stata estirpata dai grandi lavacri come Mani pulite», mentre «può esserlo da uno spirito condiviso, dal senso della comunità». Per questo Riccardi, che è anche stato ministro per la Cooperazione internazionale e l'integrazione, riprende la sua idea di uno «sforzo costituente» per la città, con il quale mettere insieme tutte le energie migliori per «fare sistema». Cosa che al momento, è la sua analisi, non avviene.
Professore, c'entra anche il carattere dei romani, considerati da sempre un po` cinici e menefreghisti? Il carattere storico del romano, che lei tratteggia, è fatto anche di ironia e allegria. Io questa contentezza non la vedo più. Vedo al contrario molta rabbia, costante aggressività e conflittualità, basti pensare al traffico. C`è anche un individualismo diffuso, a partire dal quale si può sviluppare la corruzione. La città è un caos triste. E tutti quelli che hanno avuto una responsabilità a Roma si devono interrogare. Milano invece torna a fiorire. E si rispolverano immagini del periodo postunitario, come la "capitale morale".
 Come la vede?
 Penso che la contrapposizione tra Roma e Milano appartenga al passato e non abbia senso. L'Italia ha bisogno di entrambe. Sono contento del fatto che a Milano c'è un vento di ripresa. Mentre a Roma questo non c`è.
A cosa si deve? 
Il problema è che gli ambienti positivi, di eccellenza, che pure non mancano, si rintanano nei loro circuiti. Le reti sociali sono in crisi, frammentate. Il sistema nervoso della città non è percorso da un sentimento di speranza. Sono molto preoccupato. Roma sta male.
Quale cura serve, allora?
Vanno messi insieme gli aspetti positivi della città in uno sforzo costituente, altrimenti restiamo in una condizione di abbandono. Un uomo solo al comando non ce la fa. Non si tratta solo della questione elettorale o del sindaco. A questo sforzo vedo chiamati anche i cattolici, che sono una grande risorsa per Roma. Ma, lo dico non da oggi, negli ultimi anni sono stati troppo timidi. Avrebbero avuto la responsabilità di convocare i romani, non per dominare, ma per chiedere loro di reagire. Ha ragione il cardinale Vallini (vicario del Papa per la diocesi di Roma, che il 5 novembre presenterà una lettera alla città ndr), quando parla di «anemia». Ne sono malati i cattolici e la città tutta.
Non ha visto reazioni di fronte agli scandali dell`ultimo anno? C'è stato un silenzio troppo forte. Non si tratta tanto di fare dichiarazioni, quanto di tornare a uno spirito che si pone il problema del bene comune e del destino della città. Le reazioni che ci sono state, poi, sono state troppo individuali. Non ci sono state operazioni di largo respiro.
Milano ha avuto l`Expo, Roma tra poco avrà il Giubileo. Come cogliere l`occasione?
Ci vuole la capacità di farne un momento anche di rinascita civile a partire dal fatto religioso. Credo che il significato del Giubileo per laici e cattolici stia nel fatto che Roma non può vivere per se stessa e a frammenti. Il senso profondo della città sta nel Roma-Amor di cui parlava Giovanni Paolo II. Cioè, nel vivere per gli altri, per una dimensione universale, è la sua vocazione di centro della Chiesa e capitale d`Italia. Invece Roma si nasconde. Ci sono molte tane, ma poche piazze. E non c'è nessuno che abbia la capacità di convocare gli altri. Per questo non vorrei che la Chiesa perdesse questa capacità.
A quali modelli ci si può ispirare?
Non posso dimenticare il grande convegno del febbraio 1974 (quello conosciuto come sui "mali di Roma", voluto dall`allora cardinale vicario, Ugo Poletti ndr). Abbiamo lasciato passare il suo quarantennale con piccole commemorazioni. Mentre quella grande occasione ci richiama una dimensione importante di vita.
Il Giubileo è un`occasione per rianimare una città «malata di individualismo e frammentazione»

mercoledì 28 ottobre 2015

La nomina dei vescovi di strada, figlia delle aperture del Sinodo. Di Andrea Riccardi

UN ALTRO SEGNALE DI FRANCESCO: VESCOVI DI STRADA
di Andrea Riccardi

Cantiere aperto. Le scelte del Papa sono un segnale per l`intero cattolicesimo italiano, alla vigilia del prossimo convegno nazionale di Firenze. C`è la volontà di continuare nel rinnovamento

La nomina dei nuovi arcivescovi di Bologna e Palermo è una sorpresa per il profilo dei due prescelti. Il nuovo vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, è un parroco siciliano che ha scritto un libro sulla Chiesa dei poveri secondo il Concilio Vaticano II: viene chiamato a una sede prestigiosa a cui erano inviati normalmente vescovi provati. A Bologna è stato nominato Matteo Zuppi, vescovo ausiliare di Roma, uomo dell'incontro, con all'attivo una storia di impegno per i poveri e per la pace in Africa. La nomina di questi due vescovi «di strada», ma anche del dialogo, è stata comunicata proprio il giorno anniversario della preghiera per la pace tra le religioni voluta nel 1986 da Giovanni Paolo II quasi trent'anni fa. Queste scelte sono un segno indicatore per l'intero cattolicesimo italiano, alla vigilia del prossimo convegno nazionale della Chiesa a Firenze. Avvengono anche dopo il Sinodo dei vescovi, quello in cui si è più discusso in tutta la storia di questa istituzione. Molti hanno ipotizzato, sia per il Sinodo sia per gli attacchi mediatici al Papa, una fase calante di un pontificato, finora caratterizzato da una lunga «luna di miele» con l`opinione pubblica. In realtà non sono le discussioni a spaventare o rallentare il Papa. Le avrebbe potute evitare introducendo una riforma sui matrimoni motu proprio. Certo, ha avuto qualche spiacevole sorpresa nei lavori sinodali («metodi non del tutto benevoli» - ha detto). Sono modi che, per lui, nascono dall`ideologizzazione della fede. Invece vanno superate «ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive» - ha ammonito. Sono parole forti e chiare, unite all`invito a vivere ilVangelo come fonte viva, mentre c'è «chi vuole "indottrinarlo" in pietre morte da scagliare contro gli altri». In realtà Francesco sa che una Chiesa di un miliardo di fedeli, presente in mondi tanto differenti, ha bisogno di nuova articolazione e di più profonda coesione. Le differenze ci sono. Ma non si risponde con più centralizzazione, mostratasi, negli ultimi anni, in affanno nelle strutture vaticane. Il mondo globale da una parte unifica mentalità e costumi, ma dall`altra provoca radicalizzazioni delle identità. La Chiesa anglicana è arrivata al conflitto tra le comunità africane e inglesi. Per la Chiesa cattolica è un`altra storia, anche se i mondi che la compongono sono variegati. Al recente Sinodo, sono emersi blocchi, che ricordavano quelli nazionali degli antichi Concili (che però erano legati agli Stati). Si è vista la differenza dei vescovi dell`Est europeo dai colleghi occidentali.
Il rapporto tra Cristianesimo e nazione nell`Est, nonostante la secolarizzazione, è diverso dall`Ovest. I vescovi polacchi hanno fatto quadrato sulla famiglia, mentre le opinioni dei vescovi dell`Europa occidentale erano diversificate. C'è poi il blocco africano, non così compatto com`è rappresentato. L`Africa è ricca e complessa. Modelli d'inculturazione del passato sembrano arcaici per i giovani che aspirano a stili di vita globali. La famiglia africana non è più quella di una volta, come si vede dalle gravi difficoltà degli anziani a differenza di ieri.
Il Papa andrà prossimamente in Africa e proporrà la grande sfida della missione di fronte a quella delle sette e dell`Islam, ma pure in presenza di corruzione e diritti dell'uomo calpestati. Sta per aprire una nuova pagina del pontificato in un continente in cui la storia corre. Bisogna mettere insieme mondi diversi nella Chiesa. Francesco parla di «decentralizzazione», non per indulgere a spinte centrifughe, ma perché convinto che la complessità vada composta camminando insieme: «sinodalmente» ha detto. Il che non significa una Chiesa introversa che passa il tempo a discutere e litigare. Nemmeno la copia del regime sinodale ortodosso, incentrato sull`orizzonte nazionale.
Nel cuore di questo vasto e vario popolo, c'è il ministero del Papa: «Non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell`unità» - ha detto Francesco, disponibile, come lo fu Giovanni Paolo II, a rivederne le forme di esercizio. Quindi non sono le mediocri «bombe» mediatiche né le discussioni sinodali a impegnare il Papa, bensì la realizzazione d`una Chiesa-popolo, non minoranza «pura e dura», globalmente unita in un mondo lacerato e conflittuale. È un grande cantiere - un processo, direbbe il Papa - a cui egli vuole associare vescovi «di strada», per dare coraggio a un popolo che continua a mostrare voglia di partecipare a questa stagione della Chiesa. In questa linea la nomina di monsignor Zuppi e monsignor Lorefice è un passo ulteriore.

venerdì 23 ottobre 2015

Ma c'è anche l'islam indonesiano. Un'analisi di Andrea Riccardi

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

Il più grande Paese musulmano del mondo dimostra che radicalismo e fanatismo non sono l'unica faccia di questa religione. L'Indonesia sta mostrando al mondo che un forte islam maggioritario può vivere nella democrazia, rispettando le minoranz.

L'Europa è preoccupata per l'aggressività dell'islam. Al recente sinodo dei vescovi cattolici a Roma, vari padri hanno insistito sulla minaccia islamica all'Europa e ai cristiani. Soprattutto i vescovi mediorientali e africani. Ma di quale Islam si parla? Il mondo musulmano non è solo arabo, né vive tutto intorno al Mediterraneo. Le più grandi comunità musulmane sono in Asia: in Indonesia, Pakistan e India. In quest'ultimo Paese, nato dalla partition con il Pakistan ne11947 su base religiosa, vive una minoranza musulmana, il 20% degli indiani, di circa 255 milioni di credenti: una comunità molto più grande della somma dei musulmani egiziani e turchi. Il più grande Stato musulmano del mondo è l`Indonesia, che ha 248 milioni di abitanti, di cui l'88% islamico. Nella storia dell'Indonesia indipendente (dal 1945), si vede come l'islam possa convivere con le altre religioni. Nello Stato indonesiano sono sei quelle riconosciute: islam, protestantesimo, cattolicesimo, induismo, buddismo, confucianesimo. La convivenza indonesiana si basa sul Pancasila, filosofia politica proclamata nel preambolo della Costituzione de1 1947: cinque principi, tra cui la fede in Dio. Anche se la stragrande maggioranza dei cittadini indonesiani professa l'islam e ci sono state talvolta tensioni, non si è andati mai verso uno Stato confessionale, che professasse la sharia, la legge islamica.
L'Indonesia è un Paese plurale, con una ventina di lingue, formato da più di 17.000 isole. Il motto nazionale (letteralmente: "Molti, ma uno") sottolinea l'unità nella diversità; è scritto nell'immensa piazza Merdeka di Giacarta con l'impressionante colonna di Monas. Non è retorica, ma un ideale ben radicato nel sentire popolare, provato da varie crisi nazionali, regionali e dal separatismo. Del resto, l'islam indonesiano ha una storia particolare, molto più antica della giovane nazione. E` giunto nell'arcipelago attraverso i mercanti, non con le anni o una vittoria militare. Ha saputo innestarsi su culti e culture precedenti. Come sostiene Valeria Martano, la sua configurazione originale è frutto della storia.
Il mondo musulmano indonesiano è vario, ma si sono formate due grandi confraternite: la Muhammadyiah e la Nahdlatul Ulama. Quest`ultima, nata sul tronco della cultura musulmana indigena, conta oggi 6o milioni di fedeli ed è la più grande organizzazione musulmana del mondo. Nazionalista, ha dato all`Indonesia, qualche anno fa, un presidente, Abdurrahman Wahid, già suo leader. L'ho conosciuto personalmente: era un personaggio particolare, cieco, attivissimo, difensore della democrazia e dei diritti umani, tanto da definirsi "musulmano gandhiano".
La Muhammadiyah (40 milioni di fedeli) esprime un islam moderato con un ampio impegno sociale, ora molto favorevole al dialogo interreligioso. Difficoltà anche serie, tensioni ed estremismi religiosi non mancano in Indonesia, spesso contro i cristiani. Tuttavia il Paese sta mostrando al mondo che un forte islam maggioritario può vivere nella democrazia, rispettando le minoranze. Anzi, nel quadro della crescita economica dell'Asia, dall'Indonesia viene un messaggio vissuto di umanesimo su base religiosa.
Il grande islam indonesiano mostra che radicalismo e fanatismo non sono l'unica faccia di questa religione. Insomma la fede e la teologia dell'islam non portano per forza alla violenza religiosa e al totalitarismo. Anche se queste sono realtà del mondo di oggi.

mercoledì 21 ottobre 2015

Andrea Riccardi ricorda il poeta Mario Luzi al Senato della Repubblica

Andrea Riccardi, in qualità di presidente della Società Dante Alighieri, ricorda oggi al Senato della Repubblica il grande poeta Mario Luzi, nell'anniversario della sua nascita.


Guarda il video! Il popolo della speranza incontra Ban Ki Moon



GUARDA IL VIDEO! Il popolo della speranza, chi fuggendo la povertà e la guerra ha trovato una casa e degli amici #onuatrastevere
Posted by Andrea Riccardi on Mercoledì 21 ottobre 2015

martedì 20 ottobre 2015

Andrea Riccardi ad Atene: dalla denuncia a un'azione comune per i cristiani in Medio Oriente

Si tiene in questi giorni ad Atene una Conferenza Internazionale che vede una vasta partecipazione di leaders religiosi da ogni parte del mondo: patriarchi delle Chiese cristiane orientali, rappresentanti di Chiese europee, dell'Islam mediorientale e asiatico,  accademici.
Andrea Riccardi vi ha preso parte con un suo intervento nella sessione inaugurale in cui ha richiamato l'ugenza di passare dalla denuncia della tragedia a un'azione comune delel Chiese cristiane.

Per saperne di più

venerdì 16 ottobre 2015

Non dimentichiamo i cristiani in Medio Oriente - Andrea Riccardi rinnova il suo appello

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà

Sotto la pressione islamista e per la guerra civile in Siria e Iraq stanno scomparendo antiche comunità, eredi di una lunga storia

In Medio Oriente, i cristiani sono ostaggi della guerra. Non sono le uniche vittime, ma la loro identità religiosa li espone a una vera persecuzione. Hanno dovuto lasciare i territori controllati dal sedicente califfato in Iraq. L'alternativa imposta dal nuovo potere islamista è stata la conversione all'islam o il pagamento della jizya, tassa richiesta ai dhimmi (non musulmani protetti in regime islamico). Peggio è toccato agli yazidi, un'antica comunità religiosa minoritaria, a cui la legge musulmana non riconosce nemmeno lo statuto di dhimmi: sono stati obbligati alla conversione all'islam, oppure uccisi, mentre parecchie donne della comunità sono divenute schiave sessuali dei combattenti islamici. I cristiani sono fuggiti dalle loro terre e si sono rifugiati nel Kurdistan autonomo, dove vivono ancora in condizioni di fortuna. Hanno lasciato il Paese abitato dai primi secoli del cristianesimo: Mossul, la piana di Ninive. Per la prima volta, da quasi due millenni, non si celebra più un culto cristiano in quelle terre. I curdi sono divenuti difensori dei cristiani. È un grande cambiamento, perché durante le stragi dei cristiani nel 1915 collaborarono alacremente ai massacri e al furto dei loro beni. Anche nei decenni successivi i rapporti curdo-cristiani furono duri. Oggi invece nel Kurdistan autonomo iracheno, come nelle municipalità a guida curda in Turchia e tra i curdi siriani, i cristiani trovano buona accoglienza in nome del pluralismo storico di queste terre (ormai di fatto affievolito). Il governo del Kurdistan iracheno ha costruito un edificio per il patriarca dei cristiani assiri (una delle comunità cristiane dell`area), che aveva lasciato l`Iraq per gli Stati Uniti e ora ritorna volentieri. L`unica novità positiva nella regione per i cristiani è l`atteggiamento positivo dei curdi. Il resto è tutto negativo.

SOTTO ASSEDIO. Aleppo, la storica città siriana che ospitava tante confessioni cristiane (ortodossi, greco-cattolici, armeni, armeno-cattolici, siriaci e altri) è sotto assedio, stremata, senz`acqua. La zona dei cristiani è molto ridotta, circondata da forze ribelli. I cristiani vivono nelle aree controllate dai soldati di Assad. I patriarchi delle varie Chiese appoggiano, con diverse gradazioni, il regime.
Tanti cristiani sono hanno lasciato la Siria per il Libano e la Giordania. Le regioni turche del Tur Abdin e di Mardin (terre di forte presenza cristiana prima del 1915) tornano a ospitare i cristiani, spesso discendenti di chi le aveva abbandonate. Ci sono poi piccoli gruppi nelle mani del cosiddetto califfato: i cristiani assiri non lontano da Hassaké o quelli di Al-Qaryatain. Qui è stato distrutto un antico monastero, Mar Elian, di origine siriaca. Non si sa nulla dei religiosi scomparsi: gli arcivescovi di Aleppo Mar Gregorios Ibrahim (siriaco) e Paul Yazigi (ortodosso), il gesuita italiano Paolo Dall`Oglio ed altri. Si hanno invece notizie di padre Murad, rapito a Al-Qaryatain. Sotto la pressione islamista e per la guerra civile in Siria e Iraq, stanno scomparendo antiche comunità cristiane, eredi di una lunga storia fin dai primordi del cristianesimo. Hanno resistito, con fatica, a secoli di eventi dolorosi e a contatto con genti di ogni tipo. Ora, nel secolo dei diritti umani, sono alla fine. E, purtroppo, quasi nell`indifferenza generale.
Nel secolo dei diritti umani, i cristiani in Medio Oriente sono alla fine. E, purtroppo, quasi nell'indifferenza generale.

L'articolo di Andrea Riccardi è pubblicato su "Sette" del Corriere della Sera, del 16 ottobre 2015

mercoledì 14 ottobre 2015

Il cardinal Loris Capovilla compie 100 anni. Una foto ricordo con Andrea Riccardi



Il 12 ottobre il cardinal Loris Francesco Capovilla, che fu segretario di papa Giovanni XXIII, ha compiuto 100 anni. Buon compleanno e una foto ricordo con Andrea Riccardi
Posted by Andrea Riccardi on Martedì 13 ottobre 2015

Le date del Giubileo della Misericordia

Tra poco più di un mese inizia il Giubileo della Misericordia. Quali le tappe, i momenti più salienti, gli eventi da non perdere? Ma anche quale è il senso profondo di questo anno giubilare? Ce ne parla Andrea Riccardi

martedì 13 ottobre 2015

Cittadinanza, Andrea Riccardi: Una scelta di civiltà che aiuterà il paese a crescere

L’ex ministro per l’Integrazione e fondatore della Comunità di Sant’Egidio applaude al voto di oggi alla Camera: “L’approvazione dello Ius Culturae riconosce finalmente un diritto al futuro a migliaia di minori che crescono in Italia considerandola a tutti gli effetti il proprio Paese”


ROMA - “Si tratta di una scelta di civiltà che cambia in meglio la nostra società e offre al Paese un’occasione in più per la sua crescita, proprio ora che si sta uscendo da un lungo periodo di crisi”. L’ex ministro per l’Integrazione, Andrea Riccardi, che durante il governo Monti aveva lanciato per primo lo Ius Culturae come possibilità di accesso alla cittadinanza italiana, appoggia con convinzione il primo passo avanti verso questo “importante obiettivo”, sancito oggi dal voto della Camera: “Già dal 2004 la Comunità di Sant’Egidio è stata in prima linea per introdurre una semplificazione nel meccanismo di concessione della cittadinanza, uno dei più complicati e lunghi esistenti in Europa e a livello mondiale”.
“Se l’Italia vuole crescere – aggiunge il fondatore di Sant’Egidio, attualmente presidente della Società Dante Alighieri – non può più ignorare e declassare la presenza di migliaia di famiglie straniere che contribuiscono attivamente alla sua crescita e che sono ormai inserite a pieno titolo - a partire dai minori - nella vita e nella cultura delle nostre città. Questa legge, che mi auguro venga approvata presto in via definitiva dal Senato, è il coronamento di una battaglia che portai avanti quando ero ministro e che si basa sul cosiddetto Ius Culturae, ovvero sulla partecipazione al nostro sistema educativo e formativo. Mentre mi auguro che prossimamente venga presa in considerazione una semplificazione anche per l’acquisizione della cittadinanza degli adulti – che richiede attualmente un’attesa superiore, in media, ai 12 anni - ritengo che questa nuova legge sui minori “nuovi italiani” possa rappresentare un modello di integrazione positiva anche per altri Paesi: un diritto al futuro che non può essere negato a chi si sente ed è a tutti gli effetti già italiano ed europeo”.