lunedì 22 dicembre 2014

Istanbul - Intervento per la commemorazione dell'abbraccio di Gerusalemme



Intervento del Prof. Andrea Riccardi
presentazione del volume di Valeria Martano, l'abbraccio di Gerusalemme.
Istituto Italiano di Cultura  - Istanbul, 16 dicembre 2014


Sono lieto di ritrovarmi con Sua Santità il Patriarca Bartolomeo che è un protagonista di questa storia ecumenica, che ci sta riservando nuove sorprese (come si è visto con la visita di Papa Francesco in questa città); ma è anche –non va sottovalutato- una memoria vivente e intelligente della vicenda di mezzo secolo di incontro, come abbiamo potuto ascoltare dalle sue parole così impegnative. Del resto essere qui con lui, per me, è un onore, anche perché lo ricordo sempre –fin da quando era giovane- con tanta stima e profonda simpatia. Ringrazio per l’invito a parlare del bel libro di Valeria Martano, e, in particolare, la Direttrice dell’Istituto di Cultura Italiana. Colgo l’occasione per salutare con affetto e stima, oltre al Signor Ambasciatore, anche il Sottosegretario Mario Giro, che ha voluto essere qui per sottolineare il valore dell’incontro e per onorare il Patriarca ecumenico.
Questo libro ruota, per così dire, attorno a un abbraccio. Nessun negoziato. Nessun risultato, se vogliamo, solo un abbraccio a Gerusalemme tra Paolo VI e Atenagora. Già il viaggio di Paolo VI in Terra Santa aveva un valore simbolico: una Chiesa centrata su Gerusalemme, sulle radici evangeliche e bibliche, sulla forza debole delle sue povere origini. Non il ritorno a Roma (che veniva chiesto ai cristiani non cattolici), ma il papa di Roma che si disloca a Gerusalemme: ma così non poteva essere senza l’incontro con il patriarca. Non solo per superare secoli di inimicizia, ma soprattutto quell’ignoranza dell’altro che caratterizzava la mentalità di allora. Non poteva esserci ritorno alle radici senza l’abbraccio. Papa Francesco, nel giugno scorso, parlando alla Comunità di Sant’Egidio a Trastevere, ha detto a proposito della Comunità e i poveri, ma con un valore più generale:
“Una tensione che lentamente cessa di essere tensione per divenire incontro, abbraccio: si confonde chi aiuta e chi è aiutato. Chi è il protagonista? Tutti e due, o, per meglio dire, l’abbraccio.”
La prima conseguenza di quell’abbraccio è che non c’è più un protagonista. Atenagora lo coglie con grande finezza, come rivela nel suo libro-intervista con l’indimenticabile Olivier Clément, così semplice così profondo, Dialogue avec le patriarche Athénagoras (che ho fatto tradurre in italiano con il titolo Umanesimo spirituale). Afferma: “Tutto si rimette in movimento, c’è un grande soffio di libertà. Il papa non è più solo, può avere compagni di strada”. Questo è il punto: quell’abbraccio ha corroso l’esaltazione della solitudine della monarchia papale, mostrando che la bellezza non è la grandezza del papa, ma l’incontro tra i due primati. E’ stata una corrosione lenta, ma profonda. Paolo VI, parlando di sé, dice che la sua solitudine è come quella della Madonna sulla guglia del Duomo di Milano.
Atenagora, artista del rapporto umano, coglie la grandezza di questo papa-riformatore e anche la sua fragilità. Gli dice: “Sono un vecchio, mi consenta questo consiglio: bisogna dormire di più, mangiare un po’ di più, lavorare un po’ di meno, camminare nei giardini e perfino, malgrado tutto, ridere”. Mons. Macchi, segretario di Paolo VI, mi disse che il patriarca aveva una corrispondenza con lui –per non disturbare il papa- in cui dava consigli sulla salute di Paolo VI e di si informava: lettere di amicizia insomma. Il patriarca aggiunge con fine sensibilità nel suo dialogo con Clément: “Ma soprattutto, il papa è talmente solo. E tutti abbiamo bisogno di fratelli. Per questo ho desiderato che mi accetti come un fratello, un fratello poveraccio, senza dubbio, l’ultimo di tutti, ma tuttavia un fratello”.
Il papa ha bisogno di un fratello: questa fraternità ha toni personali e acquista una valenza profonda, tanto che il patriarca fa dipingere un’icona dell’incontro in cui si vedono gli apostoli Pietro e Andrea che si abbracciano. Dal simbolo dell’abbraccio all’amicizia, alla fraternità, all’incontro, al dialogo, alla preghiera comune, alla comunione, alla teologia… C’è un approfondimento di significati umani e teologici, che scalza una teologia scolastica e controversistica, in modo caro a Atenagora, diffidente nei confronti di una teologia ideologizzata. Il patriarca dice prima di partire per la Terra Santa, rivelando il senso cristologico dell’abbraccio: “L’incontro non sarà semplice contatto tra due responsabili. Ha un grande obbiettivo: quello di ritrovare il Cristo, presente tra coloro che sono ‘uniti’ non ‘separati’”.
Valeria Martano rivela che, nella sala della delegazione apostolica dove doveva avvenire l’incontro di Gerusalemme, era stato montato un trono con predella e baldacchino per il papa: espressione della monarchia papale che non può essere allo stesso piano con nessuno. La sentenza X del Dictatus Papae dice: “che il suo nome sia solo in tutto il mondo”. Addirittura Paolo VI, nel suo messaggio al mondo appena eletto, chiamava i cristiani non cattolici fratelli, ma diceva che Roma era la loro casa paterna. In un anno tutto cambia. Il protocollo romano è sconvolto dall’abbraccio e dall’amicizia tra i due primati, che innescano una dinamica. Il pensiero e la riflessione teologica seguiranno. La casa diventa l’abbraccio: il ritorno a Gerusalemme e l’uno all’altro.
Paolo VI è toccato dall’incontro con il patriarca, come rivela ai cardinali appena tornato a Roma: “Il patriarca… è venuto incontro a me e ha voluto abbracciarmi, come si abbraccia un fratello, ha voluto stringermi la mano e condurmi lui, la mano nella mano, nel salotto in cui ci dovevamo scambiare alcune parole, per dire: dobbiamo, dobbiamo intenderci, dobbiamo fare la pace, dobbiamo far vedere al mondo che siamo ritornati fratelli”. Paolo VI confida che ha avuto la netta percezione che a Gerusalemme, in quell’abbraccio, è avvenuto qualcosa di nuovo e di profondo. Comincia la storia di mezzo secolo arrivata sino all’incontro a Gerusalemme tra papa Francesco e il patriarca Bartolomeo. Nel solco del dialogo dell’amore (che è quell’abbraccio), è iniziato quello teologico –dal 1979- con il rischio ben noto di ricadute nell’ideologico o nello strumentale. Tuttavia, dal quel 1964, è avvenuto qualcosa di irreversibile e di irresistibile. Il popolo cattolico comincia a accogliere nel proprio orizzonte il patriarca ecumenico, come un riferimento. E qui mi permetto di citare un pensiero del patriarca sul popolo, espresso ai focolarini: "I teologi non combineranno niente, essi sono attaccati alla loro personalità, alle loro idee, alla loro posizione. La speranza è nel popolo, nelle pecorelle...saranno loro che formeranno, che faranno l'unità". 
Vorrei aggiungere altre due osservazioni: una sulla genesi di quell’incontro e un’altra sul futuro. Va dato merito dell’iniziativa di Gerusalemme 1964 non solo alla carismaticità generosa di Atenagora, ma alla Grande Chiesa di Cristo, la Chiesa di Costantinopoli che nel Novecento ha assunto una postura storica rilevante: la ricerca di unità. Lo esprimeva bene il patriarca Bartolomeo nel suo discorso di intronizzazione del 1991, quando spiegava la storia della sua Chiesa alla luce della Chiesa di Cristo. Nella chiesa del Fanar si percepì che il suo era un discorso vibrante di forza, pur nella debolezza di un momento storico non facile: “quando sono debole, è allora che sono forte” (1 Cor 12, 10). E’ la grande forza di chi non ricerca la potenza della propria Chiesa, ma l’unità. Non l’autoreferenzialità, ma l’estroversione nella chiamata all’unità. Nella Chiesa di Costantinopoli, attraverso le sue vicende e traversie, c’è stata una passione travolgente per l’unità dei cristiani. Una passione che ha contagiato gli altri. Questo dicevano Chiara Lubich e padre Duprey, per citare due diverse personalità. Il Fanar, dagli anni Sessanta, diviene un crocevia anche per i cattolici, che si abbeverano a una fonte di unità e che qui vengono pellegrini: solo per parlare e incontrare.
Non insisterò sulla storia più remota di questo patriarcato. Ma, nella logica di questa missione, Atenagora –ben prima del pontificato di Paolo VI- cercava l’incontro con i cattolici e con il papa. Alcune lettere a Lardone, nunzio a Ankara e uomo di fiducia di Giovanni XXIII con il quale il papa intendeva presidiare questo crocevia turco, mostrano l'interesse di Atenagora: "se io scrivessi una lettera, crede lei -chiede al nunzio sul papa- che egli possa rispondermi con una sua lettera personale firmata?". Siamo nel 1961 e il patriarca teme che non arrivi una risposta diretta. Poi gli confida: io desidero visitare papa Giovanni, e mi do conto che non può restituirmi la visita a Istanbul: ho pensato a tante soluzioni e ora me ne viene in mente una... se io andassi a Roma, e potessi essere ospite del Santo Padre p.e. a Castelgandolfo, forse egli potrebbe rendermi visita là nella sua casa". Del resto già nel 1951 Atenagora s'era recato in visita alla delegazione apostolica, retta da quel grande diplomatico che era mons. Cassullo, salvatore di tanti ebrei in Romania.
Va anche detto che un papa –uomo di svolta-, Giovanni XXIII, era andato a bussare al Fanar con la sua santa curiosità nel 1927. Scrive a Roma del patriarca Basilio III, a cui aveva baciato la mano: "prego il Signore -gli dice il patriarca- che prima di chiudere gli occhi mi conceda la grazia di potermi incontrare con il Santo Padre per poter combinare con lui questa grande opera di unione delle nostre Chiese che risponde a uno dei più grandi bisogni dell'umanità. E confesso che quando me ne venisse fatto un cenno mi sentirei contento di superare ogni difficoltà della vecchiaia...L'amore è il primo punto". Proprio nel 1927, Roncalli viene ammonito da Roma "perché eserciti molta circospezione e prudenza nel trattare con le autorità scismatiche". Anche se, dopo aver ricevuto dal Fanar le condoglianze per la morte di Pio XI, nel 1939, ufficialmente rende visita al patriarca Beniamino I ("non toccammo affatto la questione dell'unione... evitammo ogni scoglio").
Va riconosciuto –con gratitudine e chiarezza- la profezia di unità che il patriarcato ecumenico ha rappresentato nella storia del cristianesimo del Novecento, facendosi carico della domanda di unità che emergeva dal popolo cristiano, stimolando cercatori di unità in tutte le Chiese. Dall’unità pan ortodossa, a quella tra cristiani, all’unità del genere umano attraverso il dialogo interreligioso, fino al senso del creato come casa comune, di cui va dato merito all’attuale patriarca. Mentre dal papa di Roma è venuto un forte messaggio per la pace in tutto il Novecento, condiviso dal Fanar, dal patriarca Bartolomeo è venuta una riscoperta della Chiesa amica del creato: “La Chiesa offre l’antidoto per il trattamento dei mali ecologici, chiamando tutti alla restaurazione dell' immagine di Dio alla sua antica bellezza originale”.
L’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora ha inaugurato mezzo secolo di storia cristiana, di cui il libro di Martano offre un’importante ricostruzione. Forse, talvolta, il genio di quell’abbraccio è sembrato smarrirsi nella complessità delle vicende. Fu un abbraccio in tempo di guerra fredda, in un altro mondo. Ma oggi, proprio presentando questo libro, mezzo secolo dopo, va detto che un’altra stagione si è aperta: un’epoca – avrebbe detto Paolo VI. Siamo in tempi ecumenici, tanti sono i ponti e i contatti regolari. Ma ancora una volta da Costantinopoli, nel 2013, è partita un’iniziativa di cuore, che ha determinato la venuta a Roma –fatto mai avvenuto nella storia- del patriarca ecumenico per l’inizio del pontificato di quel Francesco, che si era voluto chiamare fin dall’inizio vescovo di Roma. Sua Santità Bartolomeo ha saputo intuire, prima di tanti, il valore dell’incontro e l’ecumenismo dell’amicizia di papa Francesco. Perché anche Francesco cerca compagni e non vuole andare avanti da solo. Così l’abbraccio di Gerusalemme del 2014 e la preghiera al Santo Sepolcro aprono una nuova epoca, inaugurata dalla memoria dei grandi che hanno tracciato la strada: Paolo VI e Atenagora. 
La visita di papa Francesco a Costantinopoli –secondo la mia lettura- ha tracciato un nuovo modello di ecumenismo, basato sull’abbraccio, da cui scaturisce una storia rinnovata. Ha riscaldato l’ecumenismo e lo ha rilanciato. Il papa –lo si vedeva fin da Gerusalemme- ha trovato un compagno. Le parole sul papa dette dal patriarca Bartolomeo sono state toccanti. E Francesco ha avuto espressioni che Atenagora avrebbe amato:
“Incontrarci, guardare il volto l’uno dell’altro, scambiare l’abbraccio di pace, pregare l’uno per l’altro sono dimensioni essenziali di quel cammino verso il ristabilimento della piena comunione alla quale tendiamo. Tutto ciò precede e accompagna costantemente quell’altra dimensione essenziale di tale cammino che è il dialogo teologico. Un autentico dialogo è sempre un incontro tra persone con un nome, un volto, una storia, e non soltanto un confronto di idee. Questo vale soprattutto per noi cristiani, perché per noi la verità è la persona di Gesù Cristo.”
Il mondo è cambiato: la globalizzazione ha cambiato le persone e i popoli. Le reazioni fondamentaliste, sia religiose che nazionaliste, a una mondializzazione invadente, sono di ogni giorno. L’ecumenismo si ricolloca in questo quadro. Il patriarcato ecumenico aveva da sempre avvertito sui rischi del nazionalismo: dalla condanna del filetismo alla Dichiarazione del Bosforo del 1994. Fanatismo religioso e nazionalismo sono storie rinate alla luce della globalizzazione. L’ecumenismo di papa Francesco e del patriarca Bartolomeo vuole essere anima in un mondo globale che ha perso il centro, non per confessionalizzarlo, ma per ridargli un cuore. Scriveva nel 1968 Atenagora: “Guai se i popoli, un giorno, accederanno all’unità fuori dalle strutture e dalla teologia della Chiesa. Per questo l’unione non deve essere un negoziato… diventa una creazione di vita compiuta da quelli che combattono per l’amore e la pace”.


sabato 8 novembre 2014

Laurea Honoris Causa ad Andrea Riccardi all'Università di Catania

Venerdì 14 novembre alle 11, nell'aula magna del Palazzo Centrale, cerimonia di conferimento della laurea specialistica in "Governo dell’Unione Europea e Politica Internazionale"

L'Università di Catania conferirà la laurea specialistica Honoris Causa in "Governo dell’Unione Europea e Politica Internazionale" al fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi.
La cerimonia si svolge venerdì 14 novembre alle 11, nell'aula magna del Palazzo Centrale. Dopo il saluto del rettore Giacomo Pignataro, la lettura della motivazione da parte del direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Scienze Politiche, prof. Giuseppe Barone, e della laudatio da parte del prof. Fulvio Attinà, ordinario di Scienza politica, il prof. Andrea Riccardi terrà la sua lectio doctoralis.

Intervista: "Senza i cattolici danni anche ai musulmani"

Andrea Riccardi, storico  della Chiesa; fondatore della Comunità di Sant'Egidio, ex ministro dell'Immigrazione e co-direttore del progetto su "Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo", perché questo fenomeno avviene adesso?
«Parlare di questa persecuzione è un fenomeno continuo, purtroppo. Lo vediamo con i due cristiani arsi vivi l'altro giorno in Pakistan. È un fenomeno multiplo, con storie diverse, e che compone un panorama mondiale impressionante. E un fenomeno innanzitutto da capire, e che ci lascia attoniti». 
Quello che emerge dall'analisi del volume è il numero dei Paesi coinvolti nelle violazioni della libertà religiosa: ben 81 su 196. Un numero molto alto, quasi la metà dei Paesi nel mondo. Non è dato impressionante?
«Sì, il numero dei Paesi coinvolti è alto, e sono due le risposte a questo aspetto. La prima è che i cristiani vivono in luoghi in larga parte instabili, oppure nel Sud del mondo. E la seconda è che in fondo sono donne e uomini "umani"».
Che cosa intende dire?
«Che con la loro umanità, in modo misterioso ma reale, finiscono per infastidire i poteri, le culture della violenza, i fondamentalismi. E anche i processi di disumanizzazione di tante parti del mondo, penso alle mafie o a quello che accade in Amazzonia. E poi c'è il tema delle minoranze in Medio Oriente, la cui perdita si rivelerà un grande danno per le società musulmane abbandonate a processi totalitari, perché i cristiani sono una garanzia di pluralismo». 
Il Vaticano sostiene che i cristiani rischiano di scomparire da alcune zone calde del mondo, la Siria ad esempio.
«Questo processo dura da decenni. Ma è vero purtroppo che i cristiani oggi stanno letteralmente scomparendo dalla Siria e dall'Iraq. Così come sono scomparsi dalla Turchia. Tutto ciò è un dramma, una trasformazione di ecologia umana in tanti ambienti del mondo».
Poi non c'è solo il Medio Oriente, ma scacchieri emergenti come l'Asia e l'Africa.
«Del Pakistan abbiamo detto. In Africa i cristiani rappresentano una diga contro la violenza, la disumanizzazione, lo sfruttamento. Penso ai missionari rapiti in Centrafrica. Penso all'organizzazione jihadista Boko Haram in Nigeria, laddove uccidere i cristiani fa notizia».
Ma se parliamo di spettacolarizzazione ci sono anche le decapitazioni di occidentali da parte del Califfato islamico.
«A volte si pensa che i fondamentalisti siano dei primitivi che vivono sulle montagne. Mentre invece conducono guerre mediatiche modernissime contro un Occidente indifeso».
Papa Francesco ha deciso di andare, fuori dalle agende già prefissate, a fine mese proprio in Turchia, Paese musulmano al 99 per cento. Dove parlerà davanti a Siria e Iraq. Dicendo cosa, secondo lei?
«Il suo sarà un viaggio ecumenico, ma anche un viaggio di testimonianza per quelle piccolissime comunità cristiane. E sarà un viaggio di dialogo, in un grande Paese musulmano non arabo. Istanbul oggi è una città-mondo, alla periferia dell'Europa e all'inizio del mondo musulmano, dalla quale il Papa potrà rivolgersi a tanti altri universi». 


La Repubblica, 6 novembre 2014

venerdì 17 ottobre 2014

Uscire è la nostra sfida ad un mondo triste

Andrea Riccardi su "Avvenire" del 17 ottobre 2014

Primo giorno di Convegno per la Chiesa di Ischia radunata dal "soffio dello Spirito" e dall`invito del suo pastore, il vescovo Pietro Lagnese, per riflettere sull`esortazione apostolica "Evangelii gaudium"  di Papa Francesco che chiama ad essere popolo di Dio in uscita, in cammino verso le periferie.
«Vorrei che tutti avvertissimo - ha detto monsignor Lagnese nel suo saluto introduttivo - che questa è una convocazione di Dio. Non stiamo qui per coltivare la nostra immaginazione senza limiti e perdere così il contatto con la realtà del nostro popolo fedele. Siamo qui per cooperare al sogno di Dio sulla sua Chiesa che è in Ischia. Vi chiedo di vivere questi giorni con cuore aperto e disponibile, sapendo che ciò richiede la capacità di mettersi in discussione come persone e come Chiesa ed essere disposti a cambiare strategie, modalità di azione, o forse, di più, il nostro stesso cuore!».
Al centro della prima giornata di convegno diocesano, l`intervento dello storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant`Egidio e già ministro per la cooperazione internazionale e l`integrazione che ha invitato tutti ad uscire dal pantano dell`individualismo che ci rende persone tristi e incapaci di condividere in pienezza la gioia del Vangelo: «Non siamo qui solo per rincominciare le attività pastorali o vedere facce che già conosciamo o ascoltare buoni discorsi - ha sottolineato -, ma questo è un evento che va al di là delle nostre storie personali: c`è una storia oltre noi! Diciamo la verità: nella nostra società ha valore solo ciò che ha un prezzo e ciò che non ha prezzo non ha valore. Il gratuito è deprezzato: il mondo degli affetti, dell`amicizia, della solidarietà, della terza età, dei bambini, che non producono niente e non entrano nel mercato è messo da parte. Noi siamo qui perché crediamo che nessuno si possa salvare da solo ma anche perché crediamo che la gente della nostra diocesi, i lontani, gli ostili, non si salvano da soli. Chiediamoci dunque come amare di più, come fare di più: non bisogna avere paura di cambiare; partendo dalle piccole cose si possono scrivere pagine di storia e ce lo insegnano i grandi santi della carità. Il Papa ci dice che tutto questo può avvenire con il Vangelo! Uscire, amare di più, non deve essere un dovere. Tante volte - ha aggiunto Riccardi - ci sentiamo irrealizzati non solo perché la nostra busta paga è carente ma perché siamo chiusi ed egoisti. Imboccare la strada dell`uscita è la nostra sfida ad un mondo triste». Quest`oggi nella seconda giornata di lavori è invece prevista la presenza del vescovo di Cassano all`Jonio Nunzio Galantino. Il segretario generale della Cei dedicherà il suo intervento alle sfide della nuova evangelizzazione in Italia.

giovedì 16 ottobre 2014

Paolo VI, umile riformatore. Diceva di sentirsi "piccolo come una formica" ma aprì nuovi scenari alla Chiesa. @corriereit

Alla vigilia della batificazione da parte di papa Francesco, una riflessione di Andrea Riccardi sulla figura di Montini, che cambiò la Curia e affrontò con coraggio la difficile fase postconciliare.


Paolo VI è un Papa dimenticato. Non ha schiere di devoti come Roncalli o Wojtyla. Eppure Papa Francesco si appresta a beatificarlo. Per lui è figura chiave della Chiesa contemporanea. Per capire il cattolicesimo del nostro tempo, si devono fare i conti con quel pontificato. Anche l'Italia ha un debito con lui. Montini aveva formato, durante il fascismo, gli universitari della Fuci: da quel vivaio sorse tanta classe dirigente democristiana.
Inoltre Montini, da sostituto della Segreteria vaticana e collaboratore di Pio XII, appoggiò Alcide De Gasperi e la nascente Dc, accreditandoli presso il Papa, tanto da essere considerato da alcuni cofondatore del partito. Fu a fianco di De Gasperi nella «storia segreta», cioè i difficili rapporti di un politico laico con Pio XII. Fu vicino a Giorgio La Pira, che rese Firenze luogo di dialogo con l'Est comunista e le religioni, in tempi di guerra fredda e anatema.
Montini ebbe un «genio politico» - afferma il filosofo Jean Guitton, suo amico - come costruttore graduale di nuovi processi storici. È stato un accorto e tenace lottatore. Cresciuto nel laboratorio religioso e civile di Brescia d'inizio secolo, esprimeva uno spirito (fedele e aperto) nel confronto con lo spirito «romano» di una Chiesa-baluardo. Per lui bisognava cambiare. Con questa prospettiva salì i gradini della carriera ecclesiastica, prudente e convinto, percepito come un estraneo pericoloso dal «partito romano» dominante in Curia. Non così da Pio XII.
Tuttavia, nel 1954, i «romani» riuscirono ad allontanarlo, promuovendolo arcivescovo di Milano. Per lui fu un esilio. Pensava che una riforma della Chiesa dovesse venire dal centro, da una Roma rinnovata. Ma Giovanni XXIII lo stupì convocando il Concilio: «Quel  sant'uomo non si rende colto che si mette in un vespaio», confidò Montini. Eletto Papa, però, fu l'architetto del Vaticano Il e della sua recezione.
Nel 1963 - per l'ultima volta - il «partito romano» (con gli spagnoli e altri) provò a bloccarlo, rendendone difficile l'elezione in conclave. Il primo gesto del neoeletto Papa fu pacificatore: si recò al collegio spagnolo per visitare un cardinale iberico ammalato.
Volle presto una profonda riforma della Curia, realizzata in due anni dopo la fine del Concilio: una Roma autorevole e rinnovata, collegata alle conferenze episcopali, doveva far crescere il messaggio conciliare tra quello che si chiamava ormai il «popolo di Dio». Una Chiesa conciliare in dialogo - parola chiave montiniana - con il mondo... Bisognava rinnovarsi per presentare la fede a un mondo cambiato. Ma il disegno fu travolto dalla corrente tumultuosa e contestataria del Sessantotto.
La Chiesa divenne conflittuale, tanto da far temere rotture. Per i progressisti il Papa era un freno. Per i conservatori, íl responsabile della crisi: i preti lasciavano il ministero, i seminari e i conventi si svuotavano, l'autorità era contestata, la gente si secolarizzava. Divenne impopolare, considerato amletico. Lo chiamavano «Paolo Mesto». Ne soffriva. Non cercò però rifugio in un autoritarismo nostalgico; tenne ferma la linea conciliare.
Sembrava vedere oltre la tempesta che riempì molto del suo pontificato, convinto che c'era una pagina nuova da scrivere nella storia della Chiesa, anche se i frutti non si vedevano ancora. Aprì nuovi scenari: i viaggi intercontinentali, il dialogo con i cristiani e le religioni. Presentò la Chiesa dalla tribuna dell'Onu, non maestra di civiltà, ma esperta di umanità. Nel 1970,  prima del viaggio in Asia, confidò il senso del suo limite: «Ma ecco - disse - un altro personaggio. Piccolo come una formica, debole, inerme... Egli cerca di farsi largo ín mezzo alla marea delle genti, tenta di dire una parola... il Papa osa misurarsi con gli uomini. Davide e Golia? Don Chisciotte...».
Un Papa poteva esprimersi così? Montini si sentiva un piccolo uomo moderno nella marea della complessità, ma non rinunciò a scrivere una storia nuova. Un uomo di Chiesa, appassionato al governo come servizio. Un italiano dall'apertura universale, il contrario della caricatura dell'«italiano». Anzi grande espressione di un'umanità italiana novecentesca. Senza grandeur, schivo.
Se ne andò in punta di piedi, nel 1978, affranto dall'assassinio di Moro e dall'impotenza di quei giorni. Anche la sua Italia democratica sembrava scossa. L'ultimo gesto fu andare sulla tomba del cardinale Pizzardo, suo oppositore: «Riconciliazione è un valore cristiano anche per un Papa», disse a un giornalista. Poi febbricitante tornò a Castelgandolfo e morì nel riserbo di una calda estate. 

giovedì 2 ottobre 2014

LE ATROCITA' DEL CALIFFATO: NON È UNA GUERRA CONTRO L`OCCIDENTE

EDITORIALE di Andrea Riccardi su FAMIGLIA CRISTIANA

Al di là delle decapitazioni, si tratta ancora in larga parte di una battaglia tra musulmani, tra due diverse concezioni di islam.

Sono state terribili, quest'estate, le notizie di violenze contro i cristiani e le minoranze da parte delle milizie del cosiddetto califfato in Iraq del Nord. Tutti ne siamo stati molto colpiti. Poi con le terribili decapitazioni, a cominciare dall`americano James Foley (filmata e diffusa), la sfida sembrava rivolgersi contro l`Occidente. C`è stata infine la decapitazione del francese Hervé Gourdel in Algeria compiuta da un gruppo che si richiamava al califfato.
Gli occidentali si sentono minacciati. Molti hanno chiesto ai musulmani di delegittimare i violenti. Poi però l'opinione pubblica è stata un po` distratta nel registrare le reazioni musulmane contro il califfato. Sono tante. In Francia, un imprenditore islamico ha detto: «Siamo una maggioranza presa in ostaggio da una minoranza».
La rivolta dei musulmani contro l`immagine distorta dell`islam è significativa. La maggior parte di loro non si ritrova nel totalitarismo islamico. Una missiva di autorevoli esponenti musulmani, diretta al sedicente califfo, gli ha negato ogni autorità, dichiarando: «L`islam vieta di uccidere gli innocenti». Il gran muftì d`Egitto Shawki Allam ha tuonato ad Anversa contro «alcuni autoproclamati seguaci che hanno cercato di dipingere una immagine distorta dell`islam. Nessuno di questi estremisti ha studiato l`islam».
Le loro sono «interpretazioni distorte e perverse: il loro obiettivo è puramente politico e non ha fondamento religioso, ed è quello di diffondere scompiglio e caos nel mondo».
Questa non è una guerra totale tra islam e Occidente. I media, che hanno diffuso le immagini macabre del terrorismo, contribuiscono a creare un clima da scontro globale. Il califfato usa bene le armi, ma anche si muove ottimamente con i media (specie occidentali). Vuole attrarre musulmani violenti, delusi e inquieti. Alcuni occidentali (figli del vuoto delle nostre società) si sono fatti attirare dai terroristi. Un boia inglese ha ucciso Foley. Forse c`è il rischio di attentati in Europa. Si tratta però ancora in larga parte di una battaglia tra musulmani.
Non è un caso che gli assassini algerini si rifacciano al marchio del califfato. Non dobbiamo accreditare la lotta islamica come una guerra "simmetrica" e globale all`Occidente.
Certo bisogna difendersi, ma non si tratta della lotta musulmana contro i cristiani e gli occidentali. La maggioranza dei musulmani lo rifiuta. Il Medio Oriente, dopo più di mezzo secolo, non ha trovato pace. Dai suoi conflitti si levano ancora crudeli fantasmi, che inquietano musulmani e occidentali.

mercoledì 1 ottobre 2014

Andrea Riccardi alla Giornata Teologica dell'Universidad Pontificia Comillas ICAI-ICADE di Madrid

Andrea Riccardi Giornata Teologica Università Madrid
Il 1 ottobre, a Madrid, Andrea Riccardi ha tenuto una conferenza all'Università Pontificia Comillas,  in occasione dell'XI Giornata Teologica sul tema: "Al servizio della riconciliazione: uno sguardo interdisciplinare".


giovedì 18 settembre 2014

La sorpresa del papa Francisco. Crisis y futuro de la Iglesia. Il libro di Andrea Riccardi pubblicato in spagnolo.

LA SORPRESA DEL PAPA FRANCISCO.
CRISIS Y FUTURO DE LA IGLESIA.
Andrea Riccardi
Ágape Libros
Buenos Aires, 2014
284 páginas

 RECENSIONE DI IGNACIO CANAVERO

Para comprender quién es Francisco

Andrea Riccardi, nacido en Roma en 1950, es el fundador de la Comunidad de san Egidio, una asociación laical, con al menos 50 mil miembros, destinada a promover el diálogo ecuménico en el mundo y el servicio a los pobres y enfermos en más de 70 países.

Autor de varios libros y artículos, fue sorprendido por la personalidad cautivante del papa Francisco. Una sorpresa que abarca también a toda la Iglesia y al mundo. Y de esta experiencia proviene justamente el título de la obra: La sorpresa del papa Francisco. Crisis y futuro de la Iglesia.

Francisco, para Riccardi, encarna el deseo de muchos cristianos: vivir austeramente, confiando en Dios y anunciando el Evangelio a todos los hombres, en especial a los más pobres. El autor considera que la novedad de Francisco tiene su raíz en la renuncia del Papa Benedicto XVI. Este hecho histórico abre la puerta a los profundos cambios que Francisco está implementando en la Iglesia.

El autor destaca la personalidad del sumo pontífice para generar un espacio de diálogo y encuentro entre las religiones, y lo llama “la diplomacia del papa no diplomático”; en palabras de Francisco: “A una Iglesia que se limita a administrar el trabajo parroquial, que vive encerrada en su comunidad, le pasa lo mismo que a una persona encerrada: se atrofia física y mentalmente. […] a una Iglesia autorreferencial le sucede lo mismo que a una persona autorreferencial, se pone paranoica, autista” (p.70). De esta manera, el Papa propone una Iglesia de encuentro con el otro.

El fundador de San Egidio ve en Francisco la figura de un pastor austero con vocación de ayuda a los pobres. Sobre la elección del nombre el autor reflexiona “Él ha querido este nombre en relación a los pobres, a la lucha contra la guerra y por la paz, en fin, al cuidado de la creación” (p.123).

A lo largo de toda la obra se destaca la ágil pluma de Riccardi, que permite una lectura fluida y cordial, en esta primera traducción al español. Un detalle que se destaca como valor agregado de esta cuidada edición es el índice de nombres, que resulta muy útil para apreciar esta fundamentada investigación. En casi 300 páginas, el autor nos ayuda a comprender quién es Francisco, su historia, su vida, sus sueños y sus compromisos.

FONTE: Revista de Vida Nueva

Approfondimenti:La sorpresa di papa Francesco in italiano LEGGI

mercoledì 17 settembre 2014

Cento anni fa una guerra mondiale, non può esserci oggi una pace mondiale? Andrea Riccardi ad Anversa

9 Settembre 2014 19:00 | Grote Markt



Andrea Riccardi


Fondatore della Comunità di Sant’Egidio
Cari amici,
Tanti fuochi di Guerra segnano l’orizzonte. Per questo abbiamo voluto un incontro tra donne e uomini di religioni diverse, umanisti, ad Anversa, su una domanda vitale: la pace è il nostro futuro?
È la domanda di popoli angosciati, travolti o minacciati dalla guerra: la pace sarà il nostro futuro?
Dicono alcuni: non può essere il futuro! Siate realisti! È impossibile evitare i conflitti. La pace non è il futuro! Almeno, per certi popoli… Un “no” rassegnato, in fondo spietato e indifferente. Questo “no” ha un prezzo: sofferenza per centinaia di migliaia di persone; donne ferite e violentate, di bambini a cui è rubata l’infanzia, uomini costretti a fuggire. Gente senza futuro. Noi non vogliamo aggiungere il nostro “no” a quello di tanti altri.
Autorevoli leader religiosi si sono interrogati in questi giorni: si può accettare questo “no”? E’ possibile benedire la guerra, madre di tanto dolore e di tante povertà? Abbiamo sentito dalla voce delle diverse tradizioni religiose: la guerra non può essere santa! Solo la pace è santa, perché è il nome di Dio, perché è la vita delle donne e degli uomini.
Incontrandosi, ascoltando le situazioni di dolore nel nostro mondo, i leader religiosi si sono richiamati vicendevolmente a un aspetto primario della loro missione.
La pace è radicata nel profondo di ogni tradizione religiosa.
Che parli il messaggio di pace con forza! Che conquisti i cuori! Che scoraggi quelli tentati dalla violenza!
È il messaggio che aspettano milioni di persone imprigionate nei conflitti.
Ci vuole audacia e coraggio da parte dei credenti, da parte dei leader religiosi.
Incontrarsi, discutere, ascoltare in questi giorni, ha ridato speranza.
Ringrazio la città di Anversa per la sua calda accoglienza. Vorrei dire tanta gratitudine al Vescovo Johan Bonny e alla Chiesa di Anversa, per l’ospitalità e la sintonia con cui abbiamo lavorato. Ringrazio quanti hanno dato il loro contributo di esperienza e di sapienza. Ringrazio i tanti che hanno partecipato ai nostri incontri e oggi sono qui. Ringrazio voi, che avete tanto lavorato per questo evento.
Abbiamo costruito un evento di pace, in un mondo e una cultura rassegnati alla guerra, intimiditi dalla violenza.
A cent’anni dalla prima guerra mondiale, abbiamo dimenticato quanto è orribile la guerra.
La guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato.
Rifiorisce una speranza di pace. Non solo per noi. Per tutti!
Il nostro mondo ha perso ideali. Ha rinunciato a visioni sul futuro. Spesso ci limitiamo a cercare una piccola pace per me,  per il mio piccolo mondo.
Oggi, da Anversa, a cent’anni dalla prima guerra mondiale, viene proposto un ideale. Allora ci fu una guerra mondiale, non può esserci oggi una pace mondiale?
Non poniamo confini alla pace!
Un sogno? Un’utopia?
Ma è così realistico, umano: la pace è davvero il futuro per tutti!
Credo questo sia l’ideale da realizzare e per cui vivere!

lunedì 8 settembre 2014

Andrea Riccardi: ad Anversa ci interroghiamo su pace e futuro


In questi momenti, il titolo del nostro convegno sembra appena un augurio. La realtà di oggi non è la pace. Non sembra nemmeno il futuro. La guerra è tornata sul territorio europeo tra Russia e Ucraina. L'architettura del Medio Oriente è saltata in due anni, mentre i profughi fuggono perseguitati dal Nord Iraq. La Siria è in preda a una guerra dilaniante e inumana. Storie dolorose che nascono anche dalla riabilitazione dello strumento della guerra, ma pure dalla commistione tra religione e violenza. Storie dolorose che generano una rassegnazione generale nei confronti della guerra.  ....continua

martedì 2 settembre 2014

Andrea Riccardi: spendiamo tempo nel dialogo. Il compito è grande, gli uomini e le donne sono piccoli, ma le religioni insegnano che Dio è il più grande.

Il discorso di Andrea Riccardi all'inaugurazione dellIncotnro Internazionale Uomini e Religioni per la Pace "Il coraggio della speranza"
Roma, 29 settembre 2013

Convenire a Roma di donne e uomini di religione differente non è rituale o folkloristico. E' per me un gesto di coraggio, anche in rapporto al clima e alle crisi di taluni paesi da cui si proviene. E' segno di interesse, di apertura all'altro, che deborda i confini di una singola comunità, per quanto larga, talvolta autoreferenziale, circoscritta alle proprie gioie e ai propri dolori.
Questi mondi, frutto di antiche tradizioni di fede, sono il grembo materno per le esistenze credenti di milioni di persone. Riserve preziose in società spesso povere di speranze. Bisogna che i credenti abbiano il coraggio di guardare fuori dai loro confini: non è gettarsi dietro le spalle le proprie radici, bensì esser loro fedeli nell'avventura spirituale dell'incontro con l'altro.  Papa Francesco direbbe: il coraggio di uscire per strada.
Per le strada di un mondo globalizzato, si incrociano genti diverse per fede, storia, identità.
Vivere insieme tra diversi non è facile, talvolta complicato, diventa conflittuale. Se l'altro resta fuori, ai margini del mio campo di visione, è pericoloso, perché rischia di scivolare nell'area dei nemici. Sicuramente è una condizione spiritualmente insana. Martin Luther King lo aveva compreso quando affermava che l'altro è un problema religioso:
"Ho cercato la mia anima, ma l'anima non l'ho vista,
ho cercato il mio Dio, ma mi è sfuggito,
ho cercato mio fratello, e ho trovato tutti e tre."

Affratellandosi con l'altro, si trova la propria anima e Dio: così diceva. L'altro, il diverso, non sono solo un problema politico, sociale: sono una grande questione spirituale. C'è una grande questione spirituale nel mondo globalizzato (troppo elusa), dove genti diverse vengono a contatto e vivono insieme: come vivere con l'altro? ci si apprezza? ci si stima? si scambiano solo cose? si sentono le vibrazioni spirituali che percorrono il modo di credere altrui?
L'orizzonte si è immensamente allargato con la globalizzazione. L'allargamento interroga le religioni. Se l'etimologia latina della parola "religione" deriverebbe da legare, il contrario di "religione" non è miscredenza, ma solitudine. L'autosufficienza dei credenti diventa cecità. Ma anche avarizia: non mettere a disposizione degli altri le risorse spirituali e umane, maturate nel grembo di una religione. E pigrizia: talvolta chi viene da una lunga storia sente il diritto di essere pigro nella storia dell'oggi.
Il rabbino Jonathan Sacks scrive: “La prova della fede consiste nel capire se io sono in grado di lasciare spazio alla differenza: riesco a riconoscere l’immagine di Dio in qualcuno che non corrisponda alla mia immagine, la cui lingua, la cui fede, i cuoi ideali sono diversi dai miei? Se non ci riesco, allora io ho fatto Dio a mia immagine e somiglianza…”. Lo spirito di Assisi non è un relativismo che fa le religioni uguali. Le religioni sono irriducibilmente differenti. Ma la differenza non porta inevitabilmente al conflitto o alla pigra e pericolosa ignoranza.
Nel 1986, Giovanni Paolo II, invitando i leader delle religioni sul colle di Assisi, con profonda intuizione sentì -c'era la guerra fredda- la forza di pace delle religioni. Per questo volle aprire una stagione nuova: non pregare più gli uni contro gli altri, ma pregare gli uni accanto agli altri -disse. Volle che il cammino continuasse, non per celebrare un evento commovente ma lontano; c'erano nuove sfide che toccavano le religioni e le spingevano a essere amiche e a lottare per la pace e la trasformazione del mondo.
Da Assisi nel 1986 ad oggi, con la crescente globalizzazione, i conflitti di civiltà e gli scontri interreligiosi, noi abbiamo continuato questo cammino. Sempre più convinti che le religioni sono una forza ma umile. Diceva Pietro Rossano: "Ogni religione quando esprime il meglio di sé tende alla pace. Le religioni sono tornate oggi più protagoniste della storia di ieri. Ma spesso sono state accaparrate dal gioco pericoloso della drammatizzazione o sacralizzazione delle differenze.
Drammatizzare è tanto pericoloso per i nostri paesi, anche se elettoralmente sembra redditizio. In alcuni nostri paesi (talvolta purtroppo anche il mio), quel che è davvero drammatico è non prendere sul serio il vero dramma della vita e del grande mondo. Il nostro dramma diventa il teatro effimero della drammatizzazione e delle inutili contrapposizioni. Questo dramma fa di taluni paesi trottole che girano su se stessi e vanno indietro. E mi piace qui salutare il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, che in pochi mesi di governo ha mostrato il senso concreto della politica come responsabilità.
Purtroppo, la drammatizzazione delle differenze è in parecchie parti del mondo un vero dramma. Sanguinoso: l'altro va eliminato. E' la vicenda del terrorismo religioso, una vera ideologia, che si ammanta finanche del nome di Dio. L'ideologia del terrore è  blasfema, attrae cuori disperati oppure esistenze sazie e vuote: offre un nemico da abbattere, quasi una vocazione liberatrice. Ma uccidere innocenti non è mai liberare, anzi porta la schiavitù della paura. Rendere schiavi  e rubare la libertà vuol dire opprimere con la paura. Vuol dire schiacciare la speranza.
Con il terrorismo, pochi possono far male a molti, mostrando, con l'amplificazione dei media, la potenza di colpire. Gente che non vuole cambiare il mondo, ma farlo soffrire. Così, a Nairobi, in Kenia, un bambino occidentale diventa un nemico da uccidere per il terrorismo religioso. Così si semina la morte con un attentato suicida in un funerale sciita a Bagdad. O vengono uccisi i fedeli dopo la Domenica in una chiesa anglicana in Pakistan. E non posso dimenticare i tanti rapiti, specie nella Siria insanguinata, tra cui i nostri compagni di dialogo, i vescovi di Aleppo Paul Yazigi e Mar Gregorios Ibrahim, oltre a Paolo Dall'Oglio e altri. Bisogna salutare, dopo due anni e mezzo di stallo, la recente e unanime risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Siria, perché non si esce da una situazione di violenza disumana con la violenza, ma solo con il negoziato.
Per quanto riguarda il terrorismo, non si creda di sfuggire sperando in una sorte buona per sé e i propri cari o confidando di appartenere a una categoria non a rischio. Il terrorismo globale è cieco. Dobbiamo affrontarlo in faccia. Senza paura. Prima che nasca o quando nasce. Va delegittimato nelle sue radici religiose. Gli va tolto il nome santo di Dio dalla bocca. Gli vanno sottratti adepti, educando alla pace, secondo l'insegnamento dei Maestri e Profeti delle religioni. Il terrorismo si affronta anche con questa unità dei leader religiosi insieme in pace, come vediamo ora. Le immagini di questi giorni (nel nostro incontro a Roma) sono una risposta al terrorismo: sono una rivolta a pochi violenti, uno smascheramento di un'ideologia irreligiosa; sono uno spettacolo di speranza che contrasta lo spettacolo del terrore che vediamo sugli schermi e qualche volta nella vita.
Il dialogo mostra il legame. Il dialogo è "concordia ragionevole tra le religioni" -diceva Cusano nel De pace fidei dopo la conquista turca di Costantinopoli e di fronte al progetto di crociata occidentale. Per sfuggire alla morsa della guerra, egli concepì un sogno: un concilio delle religioni per ragionare insieme su pace e fede di fronte a Dio. Nel cuore delle tradizioni religiose, si trova infatti un messaggio di pace e di rispetto della vita. Lo si legge nella Sura della Mensa, nel Corano: "chi uccide una persona... è come se avesse ucciso tutti gli uomini insieme, e chi, invece, tiene in vita una persona è come se avesse tenuto in vita l'umanità intera". Parole analoghe troviamo nel Talmud. Un antico testo ebraico ricorda la sostanza blasfema della violenza: "Chi oltraggia il volto dell'uomo, oltraggia il volto del Signore".
La pace ha bisogno del fondamento nelle religioni, al di là del contingente. Una pace fondata religiosamente era il sogno di Giovanni Paolo II ad Assisi. La pace ha una ineliminabile dimensione spirituale, perché va tessuta e ritessuta nel tempo con fede. Allora, bisogna andare in profondità nel pozzo della propria fede, essere più credenti: ci sono tante risorse spirituali per abbracciare gli altri con simpatia, con senso della necessità che loro esistano. L'indifferenza e l'intolleranza sono spesso l'atteggiamento di credenti superficiali, pigri ripetitori di formule stanche.
Tante ideologie si sono spente. Molte speranze pure. La crisi economica diffonde pessimismo. Non ci sono molte visioni del futuro. Questo mondo unificato ha meno speranze di ieri. Sembra che il cielo del mondo globale sia vuoto di sogni e di speranze. Resta una grande superstizione. La descrive lo storico delle religioni, Mircea Eliade, come moderna superstizione: “Siamo nati tutti con una superstizione: che ci attendano posti migliori in alto, mai più in basso”. Avere di più e raggiungere di più per sé. Ma non accade nella vita. Allora la disillusione sempre, ma soprattutto in questa crisi.
Occorre dare speranza a esistenze dimezzate. Le dimensioni spirituali ci parlano di una speranza più grande, meno legata all'affermazione del singolo, connessa a un sogno per tutti. Scrive Eliade: “Possediamo ciascuno un orcio d’olio da lampada, e invece di spartirlo con i poveri che marciscono al buio riempiendo le loro lanterne, lo teniamo stretto al petto, aspettando quel fanale che crediamo d’essere destinati ad accendere per illuminare il mondo. E, nel frattempo, gli uomini ci muoiono accanto”. Lo insegnava Gesù con semplicità: "C'è più gioia nel dare che nel ricevere".
La speranza ci rende generosi nel presente e ricchi di futuro. Le religioni possono dare il coraggio della speranza all'umanità. Scrive Abraham Yehoshua, uno scrittore laico ebreo: "anche se non credo in Dio, la sua presenza nella mente di moltissimi esseri umani mi riguarda e mi interessa". Oggi e qui l'umanesimo si misura con le religioni. La sua presenza non fa male alle religioni, anzi in talune situazioni le aiuta ad essere se stesse. 
Siamo diversi. Quella religiosa non è una differenza che gli uomini possono accomodare. Ma questa diversità vuol dire pozzi differenti, da cui genuina speranza e forza di pace. Perché le religioni hanno una forza, che non è arrogante, ma umile e tenace. La diversità non è contrasto, ma forza convincente e polifonica. L'amicizia e la mutua comprensione sono un passo decisivo per operare convergenti: per questo spendiamo tempo nel dialogo. Il compito è grande, gli uomini e le donne sono piccoli, ma le religioni insegnano che Dio è il più grande.

L'uomo dell'incontro. Angelo Roncalli e la politica internazionale

Andrea Riccardi

L'uomo dell'incontro. Angelo Roncalli e la politica internazionale

San Paolo Edizioni, 2014

Giovanni XXIII è stato papa per meno di cinque anni. Questo pontificato breve e di transizione (come l'avevano pensato i cardinali nel conclave del 1958) rappresenta però uno spartiacque nella storia della Chiesa. Papa Giovanni ha colpito i contemporanei per la profondità della sua fede e la qualità della sua umanità, oltre che per l'incisività della sua azione. Hannah Arendt, nel 1965, poco dopo la morte del papa, osserva come Roncalli sia stato soprattutto «un cristiano sul trono di Pietro»: «Nel bel mezzo del nostro secolo questo uomo - scrive - ha deciso di prendere alla lettera, e non simbolicamente, ogni articolo di fede che gli era stato insegnato». Ma chi è stato Angelo Giuseppe Roncalli nella sua lunga vita? Molti ne hanno scritto. Tra l'altro Roncalli ha lasciato una vasta documentazione su di sé e sulla sua vita: le sue agende, le note stese durante i ritiri, la corrispondenza, le lettere, i rapporti alla Santa Sede ... C'è però un aspetto della vita del futuro Giovanni XXIII, che merita di essere ripercorso e sottolineato, perché troppo occultato magari sotto l'immagine del "papa buono". Roncalli è stato un diplomatico vaticano tra le due guerre mondiali e nel cuore della guerra fredda. E, da papa, ha operato nel quadro della politica internazionale per superare la realtà della cortina di ferro.

ISBN: 9788821591327

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Tags: Giovanni XXIII, Chiesa, Papa Giovanni, Angelo Roncalli, Concilio Vaticano II

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio: il dialogo con il mondo musulmano è irrinunciabile

Intervista ad Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio: il dialogo con il mondo musulmano è irrinunciabile
TG2
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-7d2e . . .

venerdì 4 luglio 2014

Andrea Riccardi, cittadino onorario del Mozambico

Il riconoscimento conferito al fondatore della Comunità di Sant'Egidio nel corso di una cerimonia al Palazzo Presidenziale di Maputo, dal presidente Guebuza, il 25 giugno 2014.

Per l'anniversario dell'Indipendenza, la Repubblica del Mozambico  ha voluto  rendere omaggio ad Andrea Riccardi, a mons. Matteo Zuppi e alla Comunità di Sant'Egidio,per i meriti eccezionali e le attivita' svolte a favore della creazione di un clima di pace e di sviluppo economico e sociale in Mozambico. Andrea Riccardi e Matteo Zuppi, infatti, sono stati mediatori nel processo di pace del Mozambico, che si svolse presso la Comunita' di Sant'Egidio dal luglio 1990 ad ottobre 1992.


PER SAPERNE DI PIU':


mercoledì 2 luglio 2014

L'appello di Andrea Riccardi per "Aleppo, città aperta"

Il 22 giugno, Andrea Riccardi ha lanciato un appello per la salvezza di Aleppo, a cui hanno già aderito numerose personalità del mondo politico, dell'associazionismo e della società civile.

Vedi le firme  

Il testo dell'appello

Faccio un appello per Aleppo. Accade  qualcosa di terribile. Ma viene ignorato. Oppure si assiste rassegnati. Sono due anni che si combatte ad Aleppo. Nel luglio 2012 è iniziata la battaglia nella città più popolosa della Siria. Eppure i suoi due milioni di abitanti sono rimasti, preservando la millenaria coabitazione fra musulmani e cristiani. La città è segmentata: la maggior parte dei quartieri in mano lealista, ma anche zone controllate dai ribelli, pur arretrati dall'occupazione dell'estate 2012. A loro volta i ribelli sono incalzati da sudovest dalle forze governative. La gente non può uscire dalla città accerchiata dall'opposizione, tra cui fondamentalisti intransigenti e sanguinari. Per i cristiani, uscire dalla zona governativa significa rischiare la vita.
Lo sanno bene i due vescovi aleppini, Gregorios Ibrahim e Paul Yazigi, da più di un anno sequestrati. Aleppo è la terza città "cristiana" del mondo arabo, dopo Il Cairo e Beirut: c'erano 300 mila cristiani! 
Morte da ogni parte.
La popolazione soffre. L'aviazione di Assad colpisce con missili e bidoni esplosivi le zone in mano ai ribelli; questi bombardano gli altri quartieri con mortai e razzi artigianali. Si soffre la fame e la mancanza di medicinali. C'è l'orribile ricatto dell'acqua che i gruppi jihadisti tolgono alla città. È una guerra terribile e la morte viene da ogni parte. Passando per tunnel sotterranei, si fanno esplodere  palazzi "nemici". Come sopravvivere? Si deve fermare una strage che dura da due anni. Occorre un intervento internazionale per liberare Aleppo dall'assedio. Ci vuole un soprassalto di responsabilità da parte dei Governi coinvolti: dalla Turchia, schierata con i ribelli, alla Russia, autorevole presso Assad. Salvare Aleppo val più che un'affermazione di parte sul campo! Si debbono predisporre corridoi umanitari e rifornimenti per i civili. E poi si deve trattare a oltranza la fine dei combattimenti. Una forza d'interposizione Onu sarebbe opportuna. Certo richiede tempo per essere realizzata e collaborazione da parte di Damasco. Intanto la gente di Aleppo muore. Bisogna imporre la pace in nome di chi soffre. Una sorta di "Aleppo città aperta". 
DEUTSCH    |    УКРАЇНСЬКА   |    РУССКИЙ

venerdì 23 maggio 2014

“Pace e dialogo”, laurea "honoris causa" a Riccardi

L’Università cattolica d’America conferisce oggi a Washington la “laurea honoris causa” in Humane Letters ad Andrea Riccardi per  il “messaggio universale di pace e di dialogo” da lui diffuso in quanto fondatore della Comunità di Sant’Egidio.
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Conversazione di Limes con Andrea Riccardi a un anno dall'elezione di Bergoglio: "Francesco è il primo papa della globalizzazione"

Conversazione con Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio. A un anno dall'elezione di Bergoglio, anticipazione da Limes in edicola.  a cura di LUCIO CARACCIOLO e FABRIZIO MARONTA

LIMES Nella concezione del governo ecclesiastico di Francesco, l’Italia sembra occupare un ruolo  marginale. Il rapporto del papa con l’episcopato italiano è freddo, al pari di quello con le nostre  autorità. Roma, storicamente centro del cattolicesimo, rappresenta un impedimento per questo  pontefice? 
RICCARDI Non credo, perché a ben vedere l’Italia è un po’ la sua seconda patria. Bergoglio non ha  viaggiato molto per gli standard odierni degli alti prelati, che ormai sono dei globetrotter. Rispetto  a molti altri paesi, dell’Italia ha però una discreta conoscenza. A partire da quella linguistica: l’uso  pressoché esclusivo dell’italiano, prediletto non solo all’inglese ma persino allo spagnolo, salta  agli occhi. Tuttavia, la sua esperienza del mondo è maturata altrove.

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martedì 6 maggio 2014

Non possiamo respingerli - un editoriale su Famiglia Cristiana

Matteo Renzi ha avuto l’indiscutibile capacità di far valere in sede europea le ragioni della ripresa italiana, perché l’Europa sia una comunità di destino e non una matrigna. Ma c’è un altro grave problema su cui l’Unione deve risvegliarsi: la questione dei rifugiati, un problema che impone di diventare una comunità di destino proiettata nel mondo. Renzi può far lievitare una politica comune, in forza della particolare responsabilità dell’Italia nel Mediterraneo.

Del resto l’Italia non sfugge al suo dovere; anzi compie una supplenza nel vuoto di responsabilità nel Mediterraneo. La Marina militare, con l’operazione Mare Nostrum, fa un’opera ammirevole, soccorrendo i barconi di profughi e salvando tante vite umane. Ma c’è bisogno di una politica europea. L’Italia non deve invocare l’Europa per sfuggire ai suoi impegni. A fronte alta, il Paese ha la responsabilità di chiedere all’Europa un coinvolgimento politico nel Mediterraneo.

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martedì 29 aprile 2014

Marco Pannella, convalescente, riceve la visita di Andrea Riccardi: umanizzare le carceri una battaglia comune.

ROMA - Andrea Riccardi si è recato in visita a trovare Marco Pannella, convalescente. E indebolito dallo sciopero della sete. Una visita personale e di solidarietà, anche a nome della Comunità di Sant’Egidio, di cui l’ex-ministro è fondatore, che ha il significato di un impegno rafforzato nella battaglia per umanizzare le carceri italiane, sovraffollate, spesso disumane e a rischio di grave sanzione dal 24 maggio prossimo. 
“Le carceri italiane hanno perso, per motivi strutturali e ragioni che nulla hanno a che vedere come la sicurezza, la funzione originaria di espiazione della pena e riabilitazione. Così come sono producono recidive nel 67 per cento dei casi, due volte su tre. E è terribile il bilancio di circa 60 suicidi ogni anno, 100 volte di più che in Italia, cui corrispondono anche troppi suicidi degli agenti di custodia, dieci volte di più quello che accade nel resto della popolazione.

E’ una situazione malata: assieme a un diverso sistema delle pene, non carcero-centrico per reati di lieve entità e che non rappresentano un allarme sociale, alla riduzione della abnorme custodia cautelare – misure cui governo e parlamento hanno messo mano – e al normale uso delle misure alternative al carcere, oggi il coraggio di un provvedimento di indulto e amnistia sarebbe un punto di svolta definitivo: rimetterebbe il sistema carcerario e delle pene in grado di funzionare, dalla patologia alla fisiologia”, ha dichiarato lasciando la stanza di Marco Pannella Andrea Riccardi. “La Comunità di Sant’Egidio continuerà nella stessa direzione per umanizzare le carceri e restituire legalità a un sistema in difficoltà.

lunedì 7 aprile 2014

Meditazioni Quaresimali. A Rimini incontro con Andrea Riccardi

Ultimo appuntamento lunedì alle 21 alla chiesa di Sant'Agostino di Rimini con le Meditazioni Quaresimali, l'itinerario promosso dalla Diocesi di Rimini dal titolo quest'anno "Eucarestia nostra vita". A chiudere il ciclo sarà Andrea Riccardi, ex ministro, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

giovedì 6 marzo 2014

LA NORMALITÀ (ECCEZIONALE) DI FRANCESCO

LA VOCE DI UN UOMO NORMALE CHE SIEDE SUL TRONO DI PIETRO
ANDREA RICCARDI sul Corriere della Sera del 6 marzo 2014

Oggi papa Francesco non è più una sorpresa, ma un interlocutore familiare per tutti. L`intervista al Corriere è uno sguardo globale sull`eccezionale normalità con cui ha guidato la Chiesa a un anno dall`elezione.

Ha cambiato il clima nella Santa Sede e tutt'attorno

Intervista di papa Francesco al Corriere è davvero uno sguardo globale su come ha governato la
Chiesa a un anno dall`elezione. Oggi Jorge Bergoglio non è più una sorpresa, ma un interlocutore familiare per tutti, cattolici e non. Il suo carisma non si è però consumato con una forte esposizione personale e mediatica? Il Papa dice con chiarezza nell`intervista al direttore Ferruccio de Bortoli che non vuole apparire un uomo straordinario: non gli piace «una certa mitologia di papa Francesco». Allude alla voce che uscirebbe la notte per aiutare i barboni: «Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo». Afferma offensivo.
Eppure c`è una sete di straordinario che si proietta sul Papa, chiedendo ogni giorno qualcosa di nuovo. Ci si ricorda dell`elencazione dei «primati» di Papa Wojtyla, un uomo fuori dal comune.
Francesco resiste serenamente alle domande mediatiche. Non vuole essere superman in un tempo di culto (effimero) dei leader e di carenza di classi dirigenti: «Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha i suoi amici. Una persona normale». Non sono solo espressioni di umiltà. È la chiave
di una storia: un uomo normale «sul trono di Pietro». Eppure ha tanto cambiato il clima della Chiesa e verso di essa in un mondo non sempre benevolo.
Un Papa tanto normale da parlare della sua elezione come «trasferimento di diocesi» («esaltazione al pontificato», si diceva invece nel vecchio linguaggio curiale). Lui non se lo aspettava ed è vero. Ha cominciato a lavorare con passione e serietà, partendo ogni giorno dalla preghiera, dalla Bibbia, dalle messe la mattina a Santa Marta.
Un uomo normale sul trono di Pietro, che prende sul serio i protagonisti della Chiesa: «Ho cominciato a governare cercando di mettere in pratica quello che era emerso nel dibattito tra cardinali».
Non ha un «progetto» riformatore, come papa Montini, formatosi in lunghi anni di Curia. Ma sbaglierebbe chi pensasse che Bergoglio non abbia convinzioni fondamentali e orientative, maturate in una megalopoli come Buenos Aires, investita in profondità dalla globalizzazione. Per esempio, quando parla di ecumenismo, ricorda il suo vissuto argentino, affermando che bisogna vivere prima di teorizzare: «Importante è che camminiamo insieme». Un`altra ferma convinzione tocca il tema caldo dei valori non negoziabili: «Non ho mai compreso l`espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un`altra». Infine una rivelazione nell`intervista: esiste uno scambio epistolare con il presidente cinese Xi Jinping. Possiamo stare certi che il Papa gesuita stia cercando strade nuove per un contatto con il  «continente» cinese: «E un popolo grande al quale voglio bene».
Una rivoluzione a Roma? Se si tratta di una rivoluzione (come taluni lamentano), è quella di un uomo normale sul trono di Pietro. Egli sa, però, che bisogna coinvolgere le varie componenti della Chiesa. Ferruccio de Bortoli gli pone una questione circolante nel mondo vaticano: il Papa decide da solo senza condividere le scelte? Replica Francesco: «Sarebbe un uomo solo se decidesse senza sentire o facendo finta di non sentire. Però c`è un momento, quando si tratta di decidere, di mettere la firma, nel quale è solo con il suo senso di responsabilità». Parlare con gli altri e ascoltare (quanti sono ricevuti da lui!) non è rinunciare alla responsabilità. Paolo VI scriveva nel 1963, dopo l`elezione: «Io devo accen tuare questa solitudine: non devo aver paura, non devo cercare appoggio esteriore che mi esoneri dal mio dovere».
Francesco ha una visione meno drammatica di Montini: ama ascoltare, conversare, incontrare la gente. Ma sa decidere. E ha deciso anche di far discutere. Lo si è visto nel recente Concistoro, che non è stato unanime sulla relazione Kasper, «bellissima e profonda presentazione» secondo il Papa, ma non per tutti i cardinali. Francesco commenta: «Mi sarei preoccupato se nel Concistoro non vi fosse stata una discussione intensa, non sarebbe servito a nulla. I cardinali sapevano che potevano dire quello che volevano». Francesco non ha un modello da imporre, ma dà il via a processi di ripensamento - come sulla famiglia- in cui affrontare le questioni in modo complesso e «profondo» (concetto ricorrente): «I confronti fraterni e aperti fanno crescere il pensiero teologico e pastorale». C`è un pensiero da far crescere nella Chiesa, troppo anchilosato: bisogna non ripetere la casistica, andare alla realtà, capire e essere creativi: «La questione non è cambiare la dottrina, ma di andare in profondità e far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni e di ciò che per le persone è possibile fare» (lo dice sul controllo delle nascite, ma ha un valore generale). Questo non porta ad adattarsi al mondo o peggio alla banalità: no al neo-malthusianesimo, al dominio della finanza, rivendicazione di quanto Benedetto XVI e la Chiesa hanno fatto per far pulizia sui gravi scandali della pedofilia («Nessun altro ha fatto di più. Eppure la Chiesa è la sola ad essere attaccata»). Domina una grande ambizione, anzi il Papa direbbe un`utopia: rendere la Chiesa una comunità di credenti più umana, evangelica e estroversa nel mondo. Quest`uomo normale, molto argentino, affezionato alla sorella malata a Buenos Aires, sa vivere il distacco e la disciplina che richiedono una grande missione e un grande sogno: «Mi piacerebbe vederla, ma questo non giustifica un viaggio in Argentina... Non penso di andare prima del 2016, perché in America Latina sono già stato a Rio». Lo dice a de Bortoli con semplicità. Ma la sua rivoluzione è solo all`inizio. Quella di un uomo normale, durante il cui pontificato la Chiesa sta assumendo un profilo speciale.

martedì 11 febbraio 2014

Intervista "Francisco es como un padre que añorábamos"

En su visita a la Argentina, el fundador de la Comunidad de Sant’Egidio dialogó con Cn revista y no ocultó su alegría por el mensaje que está transmitiendo el Papa.
El historiador y docente universitario italiano Andrea Riccardi (nacido en Roma en 1950) es el fundador de la Comunidad de Sant’Egidio, hoy con presencia en muchos países del mundo a través de sus iniciativas por la paz, el acompañamiento a los más pobres, la integración social de chicos y ancianos y la evangelización. Ocupó recientemente un ministerio en el gobierno técnico de transición de Mario Monti, que afrontó una de las graves crisis políticas de su país. Fue, por otra parte, un estrecho aliado de otros dirigentes católicos, como Chiara Lubich. Él mismo afirma al referirse a ella: “Tuvimos una muy fuerte relación, nos unía una gran amistad; a menudo nos encontrábamos o nos llamábamos por teléfono. Ella llevó hasta los últimos años una vida muy activa, desafiando casi su edad y sus fuerzas”.
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