lunedì 23 settembre 2013

Il coraggio di papa Bergoglio. Guardare al futuro con ottimismo

Andrea Riccardi su Il Corriere della Sera, 22 settembre 2013

L`intervista di papa Bergoglio al direttore de La Civiltà Cattolica ha avuto grande risonanza. Forse, leggendola, qualche cardinale si sarà pentito del voto in favore del Papa. Molti altri (cardinali o no) sono soddisfatti del feeling con l`opinione pubblica. Altri perplessi. È un Papa progressista? Qualcuno ha cominciato a parlare di una sua vicinanza alla teologia della liberazione.
La rivoluzione di Francesco non è però lo spostamento del pendolo della Chiesa dal conservatorismo al progressismo. Non è nemmeno un po` di passione in più nel comunicare, come tentano di dire quelli che vorrebbero smorzare la novità. A sei mesi dall`elezione, si vede che una «rivoluzione» c`è stata. Ma quale? 11 Papa non ha fatto riforme strutturali: qualche cardinale si è detto sorpreso del ritardo. Francesco, parlando di riforma, ha affermato il valore della pazienza e del discernimento, ricordando come il decisionismo non sia mai stato positivo nella sua vita. Nei sei mesi trascorsi il Papa si è familiarizzato con una Curia a lui poco nota; ha ascoltato tante persone. Sta prendendo decisioni importanti, come alcune nomine, tra cui il segretario di Stato Parolin. Dice di volere un governo più collegiale nella Chiesa. Soprattutto, nei mesi passati, Francesco ha parlato del Vangelo, manifestando «simpatia» per la gente. Non è secondario: «la prima riforma deve essere quella dell`atteggiamento», ha detto il Papa.
Bisogna cambiare e far cambiare modo di vivere. Francesco ha interpretato un modello di pastore, proposto implicitamente a collaboratori, vescovi, clero: «Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato». Debbono essere «persone capaci di riscaldare il cuore delle persone e di camminare nella notte con loro, di saper dialogare...». Questa è la Chiesa di Bergoglio: compagna dei dolori della gente e sensibile alla loro coscienza. Tanto che il Papa, interrogato sui gay, ha affermato: «Chi sono io per giudicare?». E un uomo di vasta esperienza umana, formatasi nel dialogo con tanti, convinto della complessità della vita. Lo si vede quando parla delle donne che hanno abortito. In questo quadro però i poveri occupano un posto prioritario. È la Chiesa dei poveri. I poveri sono stati determinanti per decidere l`intervento sulla Siria. Quando ha visto lo strazio dei bambini siriani, ha sentito che doveva parlare. I poveri per Bergoglio sono quelli privati di tutto. Basta pensare ai bambini cartoneros nel buio delle notti di Buenos Aires, per cui si è speso. I poveri sono i profughi di cui ha parlato a Lampedusa. La Chiesa di Bergoglio non sublima la povertà allargandola a tutte le sofferenze umane. Hans Kung scrive che va bene l`attenzione del Papa ai poveri «in senso esteriore», ma lui deve agire soprattutto per gli altri sofferenti: divorziati, preti sposati, donne. Papa Francesco, sensibile alle sofferenze umane, è convinto che bisogna partire dai poveri: è la «povertà», di cui parla il Vangelo di Matteo. Lì, Gesù si identifica con il povero, tanto da dire: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare...» (25, 35). Qualche vescovo si è detto perplesso di un Papa che parla poco dei principi non negoziabili. Bergoglio ha risposto chiaro: «Non possiamo solo insistere sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi... Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, già lo si conosce...». Ha fatto così in Argentina. Non ha a cuore una «moltitudine di dottrine da imporre con insistenza», ma vuole avviare la Chiesa sulla strada per comunicare con «freschezza» il «profumo del Vangelo». Per questo la Chiesa deve uscire da se stessa e incontrare chi è indifferente, ostile, chi non crede. Questa è la rivoluzione di Bergoglio. Giuliano Ferrara lo ammonisce: la Chiesa perdona, ma il mondo no. Mi sembra che Francesco, nella sua speranza, si ricordi piuttosto della parola di Gesù: «nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).
Senza arroganza, la Chiesa ha cominciato ad essere sulla scena della vita. Bergoglio l`ha lanciata sull`orizzonte internazionale. Forse non si è pienamente valutato il valore diplomatico del suo passo sulla Siria, decisivo per sbloccare l`impasse tra Russia e Stati Uniti, facendo maturare la proposta di Mosca. Lo stesso ruolo ebbe Giovanni XXIII nella crisi di Cuba del 1962, favorendo una via negoziale tra Mosca e Washington. 11 primo Papa latino-americano non è tutta spontaneità. Si sta interrogando sulla crisi della civiltà europea (un problema sentito da Benedetto XVI). Nella sua elezione vede un «segno dei tempi», che gli consente di collegare un mondo più giovane (latino americano) con quello europeo più vecchio. Il cristianesimo europeo ha perso forza, ma non la saggezza. Conclude il Papa: «il futuro si costruisce insieme». Questa è la formula proposta a tanti livelli da un Papa creativo («Un gesuita deve essere creativo», dice), che ha avuto il merito di rivelare le risorse profonde di un cattolicesimo che sembrava in grave crisi. Non tutto è risolto o può esserlo e forse non lo sarà mai. La Chiesa di Francesco però vive e guarda al domani. Soprattutto è convinta che c`è un futuro: per sé e per tanti altri. Non è cosa da poco.

sabato 21 settembre 2013

Fermare la guerra in Siria deve essere ancora possibile

Dopo il forte appello di papa francesco per la pace
(Famiglia Cristiana, 15 settembre 2013)

La Siria è il nome di un dramma. Era un Paese dove vivevano insieme minoranze religiose ed etniche. Un Paese meraviglioso con monumenti di tante civiltà. Un giorno del 2011 ha sperato nella libertà. Uomini e donne, giovani, sono scesi per strada chiedendo al regime una svolta. Hanno pagato un prezzo durissimo. Il potere (nelle mani della minoranza alauita) ha risposto violentemente. Tutto si è radicalizzato in qualche mese: dal confronto pacifico alla lotta armata. La Siria è entrata nel grande gioco dello scontro tra sciiti (la minoranza alauita, gli hezbollah del Libano, l'Iran) e sunniti(quelli siriani, l'Arabia Saudita, la Turchia). La Russia, protettrice di Assad, non vuole perdere il Paese. Così l'opposizione, da pacifica, è divenuta armata. Il radicalismo islamico e Al Qaeda sono entrati nel gioco, come parte dell'opposizione. La guerra ha prodotto più di centomila morti e due milioni di rifugiati.
Nel fragile Libano si registrano attentati alternativamente a sciiti e sunniti. Che si può fare? La comunità internazionale ha fatto ben poco, divisa in una logica da guerra fredda. Lo stallo vuol dire tanti morti e tanto dolore. La guerra rischia di allargarsi. Papa Francesco ha dato voce a chi non si è rassegnato. Sabato scorso ha chiesto: «Possiamo uscire da questa spirale di dolore e di morte?». È una domanda condivisa dalle tante comunità cristiane che quel giorno nel mondo pregavano con il Papa. Si è visto un popolo di pace, non più rassegnato. Una sfida a un'opinione pubblica rinunciataria e a una diplomazia impotente. L'errore della comunità internazionale è stato non sostenere subito l'opposizione pacifica e non imporsi su Assad. L'opposizione armata rappresenta oggi in buona parte un'incognita per il futuro.
Su questo gioca Assad con una politica arrogante, avvinghiato al potere, spregiudicato fino all'uso dei gas sulla sua gente. Il minacciato intervento punitivo americano può aggravare la situazione con conseguenze al di là della Siria. Sembra una via senza sbocchi. Per questo la voce di papa Francesco si è alzata con forza, inchiodando le diplomazie all'impegno di superare le divisioni cristallizzate. Ma anche risvegliando un'opinione pubblica distratta e rassegnata. Il negoziato è l'unica via: con la partecipazione di tutti i Paesi coinvolti e di tutte le parti siriane. Va imposta una tregua, perché i siriani non siano più ostaggio della guerra. Perché si ricominci a parlare. Una guerra è già in atto: rischia di estendersi. Questo richiede molta responsabilità. Si avverte, quindi, come una forte contraddizione il fatto che, mentre la guerra rischia di incendiare il Mediterraneo, in Italia la stabilità del Governo sia minacciata. Siamo davvero prigionieri di logiche introverse. Ci sono eventi più grandi dei nostri problemi di sempre, che ci chiamano a superarci.

venerdì 6 settembre 2013

Intervista a Riccardi sul papa: "Agisce da leader, per svegliare la politica"

Vincenzo Nigro su "La Repubblica" del 6 settembre 2013

Andrea Riccardi è tornato al suo lavoro, quello di storico cattolico: ha appena consegnato le bozze del suo nuovo libro, naturalmente su papa Francesco. Ma l'ex ministro della Cooperazione del governo Monti, il fondatore e leader della Comunità di Sant'Egidio segue da vicino soprattutto la cronaca di questi giorni, ovvero l`evoluzione della guerra in Siria con l'azione diplomatica di papa Bergoglio.

Papa Francesco ha smosso le acque sulla Siria: ha invitato a un digiuno, seguito da ministri cattolici e forse anche laici del governo della Repubblica italiana. E ha costruito un'azione diplomatica
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«Nel vuoto, nel disorientamento europeo, l'iniziativa di papa Francesco si staglia in maniera limpida come quella di un leader di alto livello. Il papa fa il suo mestiere di pastore, invita al digiuno, alla preghiera la sua comunità e tutte le comunità. Ma lo fa per svegliare le coscienze: ci siamo assuefatti, noi opinione pubblica assieme ai leader politici. Sarajevo, il Ruanda trovavano nell'opinione pubblica una risposta corale, una coscienza vigile, reattiva. Qui sembriamo addormentati, tra crisi economica e vittimismo di una impotenza che in Italia ingigantiamo e che finisce per paralizzarci. Dobbiamo essere realisti, l'Italia non è un impero: ma è un paese importante nel Mediterraneo, che però in questi mesi è come bloccato dalla mancanza di reazione, di azione positiva».

Ma lei crede che i ministri col digiuno dimostrino "azione positiva", oppure rispondono a logiche di schieramento interno e magari di aggiustamento preelettorale?

«Io credo che anche per un ministro il digiuno è una questione di coscienza, fondamentale. Ma naturalmente un ministro, un primo ministro, devono lavorare per allargare il campo del negoziato. Se poi digiunano, ottimo per chi digiuna: ma va costruita la politica».

Papa Francesco fa digiunare i credenti, e poi avvia un'azione diplomatica.

«È dal 2003, guerra in Iraq, che non vedevo un'azione così forte in campo diplomatico del Vaticano. Allora furono le missioni di Etchegaray in Iraq e di Laghi negli Stati Uniti, dopo l`attivismo poderoso di Wojtyla al tempo della guerra fredda. Un'azione decisa da un pontefice che ha appena nominato Parolin segretario di Stato, ovvero un diplomatico nella tradizione di Casaroli e Silvestrini, un diplomatico che ha negoziato in Vietnam, ha seguito le vicende della chiesa cattolica con il governo cinese».

Il Vaticano si mobilita non appena sono gli americani a decidere di intervenire. Sembra un`azione anti-Obama.

«No, assolutamente: questa non è un'azione anti-americana. Innanzitutto quando papa Francesco scrive a Putin lo fa per scuotere anche lui dall'inerzia, dalla passività con cui non è stata fatta pressione su chi come Assad doveva essere bloccato molto tempo prima. L`invito all`America è quello di evitare che il succedaneo dell`inerzia colpevole di altri non diventi l`azione che però non ha una visione, che non sappia prevedere cosa c'è dopo».