sabato 29 giugno 2013

Andrea Riccardi su "Le Figaro": Siria, la guerra non è una necessità

La tragica situazione della Siria, con i suoi centomila morti, quattro milioni di sfollati e due di profughi, è al centro di una riflessione di Andrea Ricardi, apparsa su Le Figaro del 25 giugno 2013.  LEGGI L'ARTICOLO in versione originale (francese) 

La Siria, scrive Riccardi, "è un paese distrutto nelle sue vittime e nei suoi beni, ma anche nella sua anima. Un regime che uccide il suo popolo, ribelli divisi e sempre più radicalizzati, una popolazione separata secondo le antiche fratture etnico-religiose della popolazione ormai ravvivate. Davanti a questo disastro umanitario, la comunità internazionale resta divisa e incerta. Si tratta di un mosaico, mondo unico e fragile, di religioni e culture". 
Ma, si cheide Riccardi "Nella società e negliambienti intellettualieuropei cova una rivolta: perchè tanto immobilismo di frotne a una simile carneficina?"
In Siria, risponde lo storico, "si gioca l'ultimo capitolo della guerra fredda, con la questione della presenza russa nel Mediterraneo. E tutto questo su uno scenario geopolitico complesso".

Ma bisogna riflettere su cosa è possibile fare "perchè è sempre possibile fare qualcosa" afferma Riccardi, che non è nuovo ad affrontare situazioni complesse con la forza di una speranza che si è tradotta in delicate mediazioni politiche per la pacificazione di interi paesi, come fu per il Mozambico e per numerose altre situazioni nel mondo.

"Si tratta di difendere lo spazio di coabitazione che esisteva, nel bene e nel male, in Siria. L'arte di vivere insieme tra musulmani di tradizioni differenti e cristiani di diverse confessioni non è solo legata al regime, come una lettura tutta politica porterebbe a credere. E' anche il frutto di secoli di coesistenza. E' una tradizione di tutta la società".
L'articolo richiama con preoccupazione la situazione dei due vescovi di Aleppo, il siro-ortodosso Mar Gregorios Ibrahim e il greco cattolico Paul Yazigi, amici della Comunità di Sant'Egidio, che dal loro rapimento, il 22 marzo scorso, prega ogni giorno incessantemente per la loro liberazione.

Riccardi richiama l'appello di papa Francesco: "Tutto è perduto con la guerra, tutto si guadagna con la pace" e individua in questo il cuore del problema: bisogna che la comunità internazionale si impegni a creare le condizioni perchè l'opposizione si possa esprimere in maniera civile e pacifica, evitando il confronto violento e la radicalizzazione della ribellione. E' la "pace preventiva", concetto a cui Andrea Riccardi ha anche dedicato un libro, qualche anno fa (Vedi il libro)

"Affermare -  conclude l'articolo - che in Siria la soluzione non potrà che essere politica non è l'espressione di una debolezza, ma di una speranza. Se vogliamo che un popolo ostaggio della violenza ritrovi il suo avvenire, bisogna che i siriani si intendano. Oggi, sembrano essersi allontanati-  Sta a noi sviluppare ogni sforzo per dimostrare loro la fondatezza di questa opzione, che consiste nel ravvivare il desiderio di pace e di avvenire che il popolo intero ha, preparare il terreno per un passaggio inclusivo alla democrazia, preservare sempre gli spazi di dialogo, per fragili che siano, sperando che la Seconda Conferenza di Ginevra si tenga in questo spirito. Questo è quanto c'è da fare e non è poco". 

Traduzione a cura della redazione


martedì 25 giugno 2013

Conferenza di Andrea Riccardi a Parigi: La famiglia, risorsa di umanità nella globalizzazione?

Si tiene oggi a Parigi, nel prestigioso Collegio dei Bernardins, un colloquio sul tema: "La famiglia, una risorsa di umanità nella globalizzazione?". Partecipano, insieme ad Andrea Riccardi, mons. Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e mons.  André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi.

Programma 

 

lunedì 24 giugno 2013

Sanare il deficit di idee e pensieri perché la politica torni a servire

Un articolo di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera del 24 giugno 2013

 In importanti Paesi del mondo, come il Brasile e la Turchia, esplode la protesta contro i governi. In Italia, quella rappresentata dal grillismo o dalla Lega, partito di lotta e di governo, sembra ridimensionarsi.

Oggi nel nostro Paese più che di protesta si deve parlare di deserto del disinteresse. Forse occorre riflettere di più sulle recenti elezioni amministrative come test all`inizio di una legislatura «impossibile» (per cui è stata trovata una soluzione davvero particolare per il governo e la presidenza della Repubblica). Il fatto principale è che ha votato solo il 48,6% degli italiani chiamati alle urne. Colpisce la disaffezione verso i Comuni che, con l`elezione diretta del sindaco, sembravano offrire una formula felice, quasi un modello sul piano nazionale. Aveva ragione Massimo Franco, quando scriveva che è un`indebita consolazione parlare di queste elezioni come di una scelta all`americana. È un errore rispetto alla nostra storia. Non si può dimenticare che le elezioni, a fronte di uno Stato fragile, sono state un ripetuto plebiscito nazionale. La nostra storia è diversa da quella di altri Paesi europei. Le ultime elezioni mostrano una preoccupante e consolidata tendenza. Non va archiviata la riflessione. L`astensione rivela un ulteriore divorzio della politica: questa volta dalla gente, il più traumatico. E viene dopo il divorzio dalla cultura. Non pagano più come prima né il matrimonio cori la televisione (all`inizio della seconda Repubblica e con Berlusconi) e né quello con la democrazia diretta via Internet. L`antagonismo teatrale della seconda Repubblica non suscita più passioni, come fosse un vecchio film visto troppe volte. Forse l`abilità di qualche attore potrà creare un effimero revival. Ma gran parte del Paese appare stanco e disinteressato. In questo quadro, l`affermazione elettorale del Pd sorprende, se si pensa alla crisi del partito nei mesi scorsi, all`impopolarità di un governo con la destra, alle divisioni interne e tant` altro. È vero che il partito ha beneficiato della ridotta affluenza elettorale (che relativizza la vittoria). Ma è evidente un fatto: il Pd, più di altri, esiste - seppure malamente - come soggetto politico tra la gente e parla di politica. La grande domanda di oggi, mentre lavorano i saggi per la riforma della Costituzione, è come far rientrare la politica nella vita degli italiani. La gestione del palazzo non basta. La politica non sembra utile alla vita quotidiana (tra l`altro si trova a secco di risorse da impegnare). Non risolve - così si dice - gli assillanti problemi di ogni giorno. Soprattutto grandi periferie umane restano senza voce e senza rappresentanza. Nonostante il mito della democrazia diretta, almeno la metà degli italiani sono estranei a un qualsivoglia riferimento politico. E le reti sociali non sono in buona salute o addirittura scomparse. Le appartenenze ideologiche restano un ricordo. Questa situazione è pericolosa per le istituzioni, ma soprattutto per la tenuta sociale. Il vuoto non è uno stato permanente né necessariamente si incanala verso forme «politiche» di protesta: può generare esplosioni simili a quelle di altri Paesi.

La grande domanda è «a che serve la politica?». C`è una comunicazione da riprendere con gli italiani. La politica è azione con ricadute sulla vita dei cittadini; ma è anche parola e passione, perché indica una visione del futuro. Non mera tecnicalità. Non solo economia, anche se ovviamente la gente è toccata quotidianamente dai problemi economici. chi ha parlato con autorità negli anni scorsi al Paese, trovando ascolto, è stato il Presidente della Repubblica. Oggi, però, la parola è ai partiti e alla politica. Ma, per i più, sono soggetti afoni. Non si tratta di riproporre modelli desueti, ma nemmeno di liquidare con facilità la ricerca di forme partitiche, che provino a riportare la politica vicino alla gente. Forme troppo liquide sono un ascensore sociale ad uso di aspiranti politici, ma hanno un impatto effimero sulla realtà. Forse i nuovi amministratori (e quelli eletti in precedenza) possono riaprire la comunicazione con i cittadini. Indubbiamente c`è un deficit di idee e di pensieri in tanta parte del mondo politico. Tanta povertà. Forse c`è anche l`idea che un basso profilo favorisca la permanenza nei dintorni del potere. Tuttavia i ritocchi alla Costituzione non possono avvenire nel quadro del disinteresse generalizzato. E poi il disinteresse, se non affrontato, troverà sempre nuove e imprevedibili strade per imporsi, nonostante le operazioni di ingegneria istituzionale. C`è bisogno di un nuovo fervore politico e intellettuale in cui si inquadrino i cambiamenti istituzionali. Soprattutto si deve ridire qual è il ruolo dell`Italia nel mondo globalizzato e in Europa, mentre rispieghiamo a noi stessi a che serve la politica.

sabato 22 giugno 2013

La situazione delle carceri italiane aumenta il rischio criminalità

L'editoriale di Andrea Riccardi su "Famiglia Cristiana" del 23 giugno 2013

La situazione delle 206 carceri italiane è drammatica. Non da oggi. Tanti lo hanno denunciato autorevolmente. Da molti anni lo ribadisce con forza il presidente della Repubblica. Ma si è fatto poco o niente. È la realtà stupefacente di fronte a cui dobbiamo metterci.
Per affrontare questa situazione ci vogliono misure di emergenza e un investimento di più lungo periodo.
Nelle prigioni italiane ci sono circa 66 mila detenuti, in assoluta maggioranza uomini (le donne non sono più di tremila). Ma le carceri potrebbero ospitare una quantità di detenuti di poco più della metà di questa popolazione. Ci sono pure una sessantina di bambini insieme alle loro madri. Gli spazi (anche quelli di socializzazione, di istruzione o di svago) sono spesso occupati da letti a castello. Le condizioni igieniche sono generalmente precarie. Si vive 20-22 ore al giorno in locali stretti e pieni di gente.
Dal 2000 a oggi ci sono stati 776 suicidi in carcere: una cifra allarmante, rivelatrice dell`anníchilimento delle personalità in quell`ambiente.

sabato 15 giugno 2013

Andrea Riccardi presenta il libro "Un domani per i miei bambini" di Pacem Kawonga

"Un domani per i miei bambini" è la storia di Pacem Kawonga, una donna del Malawi, piccolo e povero paese africano e della sua lotta coraggiosa contro l'AIDS, insieme al programma DREAM della Comunità di Sant'Egidio.