domenica 15 dicembre 2013

«Da Francesco l`invito a scrivere una nuova storia missionaria»

Riccardi: l`annuncio massima sfida per la Chiesa di oggi
 

Siamo in un periodo in cui, a differenza di altri momenti, non si amano tanto i documenti. Papa Francesco, presentando l`Evangelii gaudium, ne è consapevole e scrive: «Non ignoro che oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati. Ciononostante, sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti». 
Infatti questa Esortazione apostolica é davvero un "programma" del pontificato che vuole avere "conseguenze importanti" nella Chiesa. Francesco afferma con molta forza: «Questo non è l`opinione di un Papa né un`opzione pastorale tra altre possibili; sono indicazioni della Parola di Dio...». Il Papa sta parlando della missione e dell`essere popolo. Ma che c`è di nuovo? Sono decenni che parliamo di evangelizzazione o di missione. Ci sono piani pastorali, realizzazioni, rilevazioni problematiche e tant` altro. Dov`è la novità? La novità di Francesco è proprio il fatto che parole antiche e evangeliche, come fede, misericordia, perdono, speranza, missione..., sono tornate attuali e attrattive. La gente ascolta volentieri il Papa, ma questo per lui - non è che un inizio. È un popolo che deve coinvolgersi nella missione, che lui sta vivendo. Papa Francesco non propone un`opera in più, ma la visione di questo momento storico. Parte da una lettura del nostro tempo co- me stagione dolorosa: «il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualistica che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l`entusiasmo di fare il bene». 
Bisogna cambiare questo mondo, risvegliare e ritrovare l`umanità. È il compito della missione del Vangelo, che deve diventare «il vero dinamismo della realizzazione personale» per i cristiani, cioè il dono della vita agli altri. In linea con Paolo VI e Giovanni Paolo II, Francesco propone di nuovo oggi la missione come «massima sfida per la Chiesa». Si potrebbe lodare questo testo (come esigono l`uso e il rispetto), ma anche concludere: "già facciamo quanto viene richiesto dal Papa". Certo - si aggiungerà - "lo si potrebbe far meglio, ma siamo gente limitata e le nostre comunità sono fragili". In fondo la vita delle Chiese locali è già programmata e piena d`impegni. In questo modo si elimina la novità del messaggio del Papa e il suo invito a superarsi e rivedersi. Francesco sembra cogliere questa resistenza profonda, da gran conoscitore della vita della Chiesa: bisogna abbandonare - dice - il "si è sempre fatto così". 
Non é un`esortazione generica, ma di una via indicata con autorevolezza: «Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. 
Ora non ci serve una "semplice amministrazione"». La novità sta proprio nell`invito a scrivere, a partire da questo tempo, una nuova storia missionaria della Chiesa. Non è cosa da poco. Insomma un unico grande orientamento per quel corpo complesso che è il cattolicesimo in tutta la sua molteplice stratificazione. Il pensiero del papa è chiaro: le cose non possono restare così. Non è negare il bene che c`è e si fa, ma è manifestare fiducia nelle risorse spirituali e umane dei cristiani che sapranno superarsi in un nuovo entusiasmo evangelico. L'Evangelii gaudium non è un programma, ma un testo ricco e articolato da meditare e su cui misurarsi: dalle sue pagine trasuda sapienza umana e pastorale. Insomma una prospettiva con cui rivedere la vita della Chiesa: «l`azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa» - afferma il Papa -. Non è un`indicazione da poco per una riforma ecclesiale. Ma è realistica una revisione profonda che parte dal cristiano e coinvolge le comunità e le istituzioni? 
Papa Francesco è convinto che sia una necessità e una grazia. In questo tempo rassegnato, propone un sogno affascinante: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l`evangelizzazione del mondo attuale, più che per l` autopreservazione». Sono parole che comunicano visione e speranza per il futuro. 

da Avvenire 15 dicrembre 2013

venerdì 13 dicembre 2013

ANDREA RICCARDI: “AFFETTO E STIMA PER BENNY LAI TESTIMONE ATTENTO E CURIOSO DEL CONCILIO”



Dichiarazione del fondatore della Comunità di Sant’Egido

 “Ricordo Benny Lai, decano dei vaticanisti italiani e testimone diretto del Concilio, con l’affetto e la stima che si deve agli amici di lunga data. E’ stato fra coloro che hanno contribuito a far conoscere al grande pubblico il Concilio Vaticano II, e lo ha fatto, durante il suo svolgimento e successivamente, con articoli e libri nei quali l’analisi approfondita di eventi di portata storica si coniugava con l’arguzia del grande cronista. Da ricordare anche i suoi studi sul cardinale Siri. Il suo era il punto di vista di un laico, come amava definirsi per sottolineare il distacco dell’osservatore imparziale, ma anche quello di un intellettuale rispettoso della realtà ecclesiale nella sua complessità. Come tale, ebbe modo di apprezzare il lavoro della Comunità di Sant’Egidio, che giudicava tra i frutti maturi del Concilio. Sono onorato di essere stato suo amico, e oggi ne ricordo  con affetto l’impegno professionale e la grande umanità”.  


Roma, 13 dicembre 2013

sabato 7 dicembre 2013

La comunicazione, una sfida per l`intera comunità

Un articolo di Maurizio Carucci su Avvenire sul modo di comunicare della Santa Sede, dal Concilio ad oggi, il nuovo libro di Scelzo: La penna di Pietro. Alla presentazione, tra gli altri, Celli, Gànswein, Riccardi, Lombardi, Navarro Valls.

Roma. «La Chiesa trova oggi la sua principale sfida sul come annunciare Gesù e ilVangelo e dunque sul come comunicare in un contesto di miliardi di persone». Lo ha detto monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, presentando La penna di Pietro, libro scritto da Angelo Scelzo, vicedirettore della Sala stamp a vaticana, dedicato alla storia della comunicazione vaticana dal Concilio Vaticano II a papa Francesco. Nella gremita aula magna della Lumsa (Libera Università degli studi Maria Santissima Assunta) c`erano padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, l`arcivescovo Georg Gànswein, prefetto della Casa Pontificia, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant`Egidio, e Joaquin NavarroVal1s, già portavoce di Giovanni Paolo II. «Il tempo del Concilio - ha raccontato l`autore - si è posto come il tempo di maturazione di una stagione importante della comunicazione ecclesiale. La Chiesa ha preso coscienza della sua capacità di "fare notizia", e un gruppo importante di giornalisti più attenti alla sua vita, i cosiddetti vaticanisti, ha preso professionalmente sul serio la nuova occasione che gli veniva offerta». Tutti i Papi sono stati comunicatori. Benedetto XVI, per esempio, ha avuto una grande apertura verso la Rete e il mondo digitale. Padre Lombardi ha ricordato che «Ratzinger ci ha dato una trilogia su Gesù. La grandissima attenzione su papa Francesco di cui tutti godiamo - ha aggiunto il direttore della Sala Stampa vaticana - dal punto di vista comunicativo a me di problemi li pone, perché lui desidera una Chiesa non troppo centralistica e tuttavia il Papa manifesta una leadership e una attrattiva così forti. La domanda è: riusciremo ad avere anche noi una comunicazione non centralizzata? È una bella sfida».

martedì 3 dicembre 2013

A Padova, domani, Riccardi racconta la sorpresa di Papa Francesco

A SANTA GIUSTINA ore 17

La sera del 13 marzo 2013 su una Chiesa in grave crisi, su un mondo cattolico ancora scosso dalle dimissioni di Benedetto XVI, si leva improvvisa "una ventata di freschezza umana ed evangelica". Dalla loggia centrale di San Pietro si affaccia un papa inatteso: il cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires. "La sorpresa di Papa Francesco. Crisi e futuro della Chiesa" (Mondadori) è il titolo del libro di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant`Egidio, che sarà presentato domani alle 17 nell`aula magna dell`Abbazia di Santa Giustina, in via Ferrari 2/A (Prato della Valle).
Ne discutono con Riccardi, la scrittrice Antonia Arslan, Fabio Scarsato, direttore del "Messaggero dì Sant`Antonio", Roberto Papetti, direttore de "Il Gazzettino", e Andrea Tornielli, vaticanista de "La Stampa".
Modera Adriano Roccucci dell`Università degli studi Roma Tre. Il pontificato di Bergoglio si è annunciato fortemente innovatore fin dal nome di Francesco, che nessun predecessore, in duemila anni, aveva mai scelto. Le sue parole e i suoi gesti semplici conquistano subito credenti e non credenti. Bergoglio incarna, fin dai tempi del suo ministero in Argentina, una Chiesa assetata di giustizia, coinvolta nelle "periferie dell`esistenza".

giovedì 28 novembre 2013

«Papa Francesco, il nuovo vigore della profezia»

VI RACCONTO IL MIO LIBRO
Alberto Chiara

Non è un populista. Né un astratto sentimentale. «Pur non coltivando piani dettagliati o una cultura del progetto, Jorge Mario Bergoglio ha mostrato di avere un sogno sulla Chiesa e di volerla condurre
sulle vie del futuro».
Con La sorpresa di papa Francesco (Mondadori) Andrea Riccardi setaccia la ricca biografia del Pontefice. Con lui riprende vigore una parola molto usata dopo il Vaticano II, fino a essere accantonata perché ormai logora: profeta. «Dal greco, significa "colui che parla a nome di qualcuno". Bergoglio segna un ritorno al Vangelo, parla a nome di Dio, insegna a mettersi alla sua scuola».
«Francesco», dice Riccardi, «non è un monarca, ma un pastore e un amico. Ben conosce l`umanità generata dalla globalizzazione, afflitta da solitudine e individualismo, con pochi legami e quei pochi
spesso solo virtuali, inserita in un mondo urbano fatto di periferie, senza più un "prossimo" riconoscibile e da amare.
Sebbene non ne ignori limiti e contraddizioni (anzi, li rilevi) il suo rapporto con la realtà di oggi è marcato da una profonda simpatia. Una Chiesa all`altezza della sua missione è, per lui, il vero contributo per cambiare il mondo contemporaneo, rendendolo più umano».

venerdì 22 novembre 2013

IL LIBRO DI RICCARDI «Bergoglio? Un Papa che riporta la Chiesa vicino agli emarginati»

La presentazione al Comune di Salerno del libro di Riccardi su Papa Francesco
di Paolo Romano  su "La Città".

«Papa Bergoglio è l`espressione di una Chiesa assetata di giustizia, coinvolta nelle periferie dell`esistenza, vicina agli ultimi, agli emarginati, come gli anziani abbandonati al loro destino, come i profughi ricordati nella commovente visita a Lampedusa. Una Chiesa permeata dalla cultura dell`incontro, che è capace di creare condivisione negli sterminati spazi urbani». Nel suo ultimo testo va al centro del carisma di papa Francesco Andrea Riccardi, che l`altra sera ha presentato a Salerno il libro "La sorpresa di papa Francesco" (Mondadori). In un gremito Salone dei Marmi, Riccardi ha tracciato un profilo approfondito di un pontefice che non va letto solo nella dimensione spirituale. «È proprio questa la peculiarità di approccio di Riccardi - ha spiegato il giornalista Angelo Scelzo, vice-direttore della Sala Stampa Vaticana - ci aiuta a leggere Bergoglio non solo sotto l`aspetto pastorale, ma anche in una prospettiva storica, politica, nel senso più alto della parola, così come Riccardi ha fatto con la biografia di Giovanni Paolo II». Nei suoi saluti, il sindaco Vincenzo De Luca ha sottolineato la prospettiva voluta da papa Bergoglio di una "Chiesa non autoreferenziale, che esce fuori dal suo recinto". Il rettore dell`Università di Salerno, Aurelio Tommasetti ha salutato in Riccardi «uno storico che ha dato un contributo prezioso all`approfondimento dell`azione della Chiesa dell`ultimo mezzo secolo». L`appuntamento salernitano, promosso dal Centro Studi di Diritto Europeo e della Cappella dell`Università degli Studi di Salerno, ha visto gli interventi anche del presidente della Comunità di S. Egidio, Marco Impagliazzo e del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, che ha sottolineato come «nel libro Riccardi rimarca come le parole del papa, i suoi gesti semplici, conquistino credenti e non credenti». Nel libro, Riccardi- storico, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant`Egidio e ministro per l`Integrazione nel governo Monti - riflette proprio sulla portata dei primi mesi e sulla prospettiva del pontificato di Bergoglio. Al centro un impegno sociale non da poco: "Papa Francesco - spiega Riccardi non ha condannato nessuno, ma ha puntato il dito sulle inaccettabili ingiustizie che vivono i poveri del mondo».

mercoledì 20 novembre 2013

“Custodire l’umanità” andando “verso le periferie esistenziali”

Se ne parlerà in un convegno ad Assisi il 29 e 30 novembre. Tra i relatori Sorrentino, Bagnasco, Tarquinio, Riccardi, Forte, Scaraffia, Galli della Loggia, Vian

Vatican Insider

martedì 19 novembre 2013

Il Papa, la fede e la missione della Chiesa nell`ultima fatica di Andrea Riccardi

Il tema della fede ed il ruolo rivestito nella vita quotidiana della comunità cattolica, la missione della Chiesa in una società in continua evoluzione e il compito svolto dai Gesuiti. Sono questi solo alcuni dei temi trattati nel libro "La sorpresa di Papa Francesco", edito da Mondadori e scritto da Andrea Riccardi, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant`Egidio e, nel governo Monti, ministro della cooperazione internazionale e dell`integrazione. Il volume, che scatta una fotografia dei primi mesi di pontificato di Papa Bergoglio, sarà presentato domani, alle 18.30, nel salone dei marmi del Comune di Salerno.
All`appuntamento, oltre all`autore, interverranno il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, Aurelio Tommasetti, rettore dell`università degli studi di Salerno e l`arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe.
Ci saranno inoltre, tra gli altri, il presidente della Comunità di Sant`Egidio Marco Impagliazzo ed il docente universitario Armando Lamberti. Modererà il vice direttore della sala stampa della Santa Sede Angelo Scelzo. un appuntamento molto importante perchè Andrea Riccardi, che è stato anche ministro, è da molti anni un profondo conoscitore delle cose vaticane e uomo molto vicino alle vicende dello Stato Pontificio. (Alfonsina Caputano - su La Città quotidiano di Salerno)

giovedì 14 novembre 2013

Andrea Riccardi a Buenos Aires, visita la Scuola della Pace di Sant'Egidio alla Villa Miseria 21

La "Villa Miseria 21" è un grande quartiere della grande Buenos Aires, fatto di baracche e casupole, che raccoglie più di 20.000 persone e nel quale la Comunità di Sant'Egidio, da più di 20 anni, lavora per il futuro dei bambini. Negli ultimi anni si avverte con più forza la violenza, dovuta alla diffusione del narcotraffico. Nelle stradine di terra del quartiere sono frequenti gli scontri a fuoco e a volte purtroppo anche i più piccoli vengono colpiti dalle pallottole vaganti, come è successo a Kevin, di 9 anni, due settimane fa.

Anche David, appena ventenne, è stato ucciso un anno fa accanto alla sua casa. La madre Carolina, (nella foto a destra) accogliendo Andrea Riccardi nella sua casa, dice che la sua consolazione è il figlio Nestor, che è cresciuto alla Scuola della Pace, è riuscito a resistere alla violenza, ed oggi ha un lavoro regolare.
La visita di Andrea Riccardi, insieme ad una delegazione della Comunità di Sant'Egidio di Roma, è stata un'occasione per fare festa e per parlare del valore della Scuola della Pace, che rappresenta una speranza per il futuro dei più giovani. Ha detto la signora Blanca: "Ho 8 figli, tutti sono stati alla scuola della pace, tutti qui sono stati amati hanno imparato qualcosa".
E' vivo qui il ricordo di papa Francesco, che visitava spesso la "Villa Miseria" quando era arcivescovo di Buenos Aires. "Il Papa si ricorda di questo quartiere?" hanno chiesto le madri dei bambini, felici di sapere che, come ha detto loro Andrea Riccardi, "il Papa ricorda molto bene la Scuola della Pace".



Il giorno dopo Andrea Riccardi e la delegazione hanno visitato anche l'istituto per anziani  "Rawson". E' grande la loro voglia di compagnia, di trovare qualcuno che li ascolta. In occasione di questa visita, molti hanno ricordato le loro storie di emigrazione e di lavoro duro, e hanno espresso il loro grande affetto per la Comunità.

mercoledì 13 novembre 2013

Riccardi, conferenza a Buenos Aires su papa Francesco: un nuovo slancio ecclesiale

«L'osmosi tra la crisi europea e la crisi della Chiesa ha provocato una scelta intelligente, e cioè quella di un Papa che veniva da un altro mondo, dove tale osmosi non c'era»: lo ha
sottolineato durante una visita in Argentina il fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi.
Il Papa ha in altre parole rappresentato «uno slancio ecclesiale non legato al pessimismo europeo», ha sottolineato l'ex ministro durante una conferenza presso l'Università Cattolica.
«Non se qui non manchino i problemi nella Chiesa e nella società», ha tra l'altro ricordato Riccardi, sottolineando che «la storia di dialogo e delle periferie di Bergoglio è senz'altro una storia di Buenos Aires».
L'ex arcivescovo della capitale ha quindi portato nella Chiesa «la sua storia, che è argentina, non però un modello». Il Papa non ha, in altre parole, «una visione ideologica», ha precisato Riccardi, che nella conferenza ha tra l'altro sottolineato come «la maggioranza sia entusiasta nei confronti del Pontefice, anche se ci sono delle resistenze».
«Conoscevo Bergoglio e ritrovare Buenos Aires senza di lui - ha concluso Riccardi - un po' mi colpisce».


ANSA 12 novembre 2013

lunedì 11 novembre 2013

Vi spiego perché Francesco è il papa della speranza. Parla Riccardi

In una conversazione con Formiche.net Andrea Riccardi, già ministro per la Cooperazione internazionale del governo Monti, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, professore ordinario di Storia contemporanea e conoscitore della realtà ecclesiale italiana e universale spiega il tentativo di Papa Francesco di ridare speranza alla Chiesa prima di tutto, ma anche al mondo dei non credenti
Un uomo dal cuore giovane, proteso al futuro”. Così Andrea Riccardi, già ministro per la Cooperazione internazionale del governo Monti, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, professore ordinario di Storia contemporanea e conoscitore della realtà ecclesiale italiana e universale, spiega il tentativo di Papa Francesco di ridare speranza alla Chiesa prima di tutto, ma anche al mondo dei non credenti, il suo stile “diplomatico”, la rottura di alcuni schemi, la corsa verso le “periferie” dell’uomo. Riccardi ne parla con Formiche.net, a poche settimane dall’uscita del suo nuovo libro La sorpresa di Papa Francesco. Crisi e futuro della Chiesa (Mondadori, pagine 209, euro 17).

Professor Riccardi, in che senso nel suo libro Lei parla di “sorpresa” di Papa Francesco”?
Già prima di partire per il Conclave, in omaggio a quanto stabilito dal Codice canonico, il cardinale Bergoglio si era dimesso da arcivescovo di Buenos Aires, avendo compiuto i 75 anni di età. Ma la sua elezione, a 76 anni, in un momento di smarrimento della Chiesa dopo la rinuncia di Benedetto XVI, fin dalle prime parole pronunciate dalla loggia di San Pietro, fu subito percepita come l’irruzione del futuro, che dalla Sistina si irradiava nell’intero corpo ecclesiale. Un uomo dal cuore giovane, proteso al futuro, veniva dal “continente giovane” a dare un nuovo futuro alla Chiesa. La seconda sorpresa fu, subito dopo, la scelta del nome Francesco, il nome della semplicità e dell’amicizia; un nome che suona come il programma di una Chiesa che esce dai palazzi e va per le strade, a incontrare gli uomini e le donne. Il programma di una Chiesa povera, amica dei poveri. Francesco “è per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato”, disse subito dopo. Con l’elezione di Papa Francesco si è manifestato un atto di freschezza, di giovinezza spirituale della Chiesa. Questo è il senso della sorpresa.

Cosa intende quando dice che la Chiesa non sa più essere profetica?
Nel mio libro non dico questo. Ritengo tuttavia che nella Chiesa si è vissuta, come ha scritto padre Turoldo in una bella poesia che cito nel mio libro, una crisi di speranza, quasi la percezione che la “profezia” della Chiesa si sia affievolita. La crisi della profezia è infatti anche crisi di speranza. E Papa Francesco ha scelto di ridare speranza, attraverso il servizio alla Parola di Dio, comunicata con semplicità e simpatia.

Wojtyla aveva la forza della fede e viene ricordato, talvolta impropriamente, come il vincitore del comunismo. Ratzinger possedeva, e possiede, la profondità della ragione e da molti viene considerato come il grande sconfitto dalla cultura secolare. Qual è la missione di Bergoglio?
Bisogna guardarsi dai giudizi affrettati su figure come quella di Giovanni Paolo II, che è stato una personalità decisiva del secolo scorso e del passaggio al nuovo millennio, e di Benedetto XVI che è stato un maestro della Chiesa cattolica ed ha mostrato un’umiltà straordinaria con il gesto sorprendente delle dimissioni. Quel che è certo, è che Papa Francesco ha raccolto l’eredità di questi due grandi papi, in un momento di difficoltà per la Chiesa. L’impressione era di un cristianesimo un po’ ingrigito. Il compito che il Papa appena eletto si è dato è stato quello di far uscire la Chiesa dalla propria autoreferenzialità, per incoraggiarla a camminare per le strade del mondo. La scelta di non abitare nel Palazzo Apostolico ma in un luogo aperto, a contatto con altri vescovi e sacerdoti, mostra il suo desiderio di incontro con le persone. Ciò trova conferma nelle udienze in piazza San Pietro e in molte altre occasioni. Il Papa ritiene che la Chiesa debba uscire da se stessa, collocarsi nelle “periferie” umane ed esistenziali che sono l’altra faccia, quella più immediatamente percepibile, spesso alienante, della globalizzazione.

Nel suo libro Lei lega molto la crisi della Chiesa alla crisi dell’Europa. Perché? Non è una smentita del ruolo universale della Chiesa?
La nascita dell’Unione dell’Europa è stata la risposta alla catastrofe della seconda guerra mondiale, che ha trascinato con sé non solo il continente ma il mondo intero, ma ancora, purtroppo, il processo di integrazione politica del vecchio continente, è incompiuto. La crisi economica che ha segnato l’inizio del nuovo millennio ha diffuso un certo pessimismo sulla tenuta della sua moneta e sul futuro dell’Unione. La crisi dell’Europa, il suo invecchiamento demografico e le sue difficoltà politiche, fanno respirare un’aria di declino che in qualche modo si intreccia con la vita della Chiesa, la più antica istituzione europea. Papa Francesco ha da subito assunto un atteggiamento di decisa rottura di fronte a questo atteggiamento, recuperando proprio il ruolo di pastore universale della Chiesa.

La pace sembra essere un punto chiave nell’agenda di papa Francesco. La Chiesa sta riacquistando quel ruolo nello scenario internazionale che sembrava avere un po’ smarrito?
Papa Francesco ha raccontato che il pensiero delle guerre è stato fra i primi ad occupare la sua mente quando l’applauso dei Cardinali ha salutato la sua elezione. Dunque, la pace è certamente un punto chiave della sua agenda; e lo strumento basilare per costruire la pace è il dialogo, il dialogo “via della pace”, come ha detto ai partecipanti all’Incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio; il dialogo che è anche il “canale di comunicazione tra la Chiesa e i popoli”. Papa Francesco invita tutti a farsi operatori di pace, ad assumere il ruolo del mediatore di pace, diverso da quello dell’intermediario che cerca anche il proprio guadagno. Il mediatore è colui che, “per unire le parti, sacrifica se stesso, nella logica della carità, fino a perdere tutto perché vinca l’unità, perché vinca l’amore”. Qui dunque c’è anche uno stile “diplomatico”.

Siamo in presenza di nuove “Ostpolitik”, verso il mondo islamico, verso la Cina, ma anche verso il mondo dei non credenti? Lei cosa ne pensa?
Sono trascorsi appena sette mesi dall’elezione di Papa Francesco ed è difficile dare definizioni di un pontificato che è iniziato da così poco tempo. Il Papa non ha esposto le sue intenzioni in un documento programmatico. Quel che però si può già dire con certezza è che le relazioni con il mondo islamico e in generale con le religioni e con il mondo delle culture umanistiche saranno improntate allo “Spirito di Assisi”, cioè a quello spirito che animò la preghiera per la pace che Giovanni Paolo II inaugurò nel 1986 – ancora in piena guerra fredda – e che l’allora cardinale Bergoglio ebbe modo di definire una “sfida della convivenza tra culture e religioni diverse, che richiede uomini di fede profonda che sappiano scrutare e interpretare i segni dei tempi”. Per quanto riguarda poi i rapporti con gli Stati, è significativa la nomina di monsignor Pietro Parolin a nuovo Segretario di Stato, un uomo che viene dalla tradizione diplomatica della Santa Sede, dalla scuola del cardinal Casaroli, collaboratore di Giovanni XXIII e di Paolo VI e Segretario di Stato dello stesso Giovanni Paolo II. Una tradizione diplomatica non disgiunta dall’impegno pastorale.

sabato 9 novembre 2013

Millepagine: Intervista ad Andrea Riccardi sul libro "La sorpresa di papa Francesco"


Il tema della fede, la sua rinnovata importanza nella vita di tutti i giorni, il ruolo della Chiesa in una società complessa come quella odierna, la vicenda storica dei Gesuiti: sono alcuni degli argomenti toccati nella conversazione con Andrea Riccardi, a margine del suo libro dedicato a Papa Francesco. Una delle testimonianze più belle tra quelle raccolte da "Mille Pagine"...



giovedì 7 novembre 2013

Non possiamo dimenticare l'Iraq

Dimentichiamo spesso le situazioni drammatiche per cui non si intravede una via d`uscita. Avviene a livello personale: cosa posso fare io, dove fallisce la politica degli Stati o dell`Onu? Lo si fa a livello di stampa, di Tv e di opinione pubblica, quando non si danno più notizie. Lo si fa come Stati in politica estera. La smemoratezza aiuta a non essere inquietati. È l`ultimo atto di rassegnazione e di abbandono dei Paesi attanagliati da guerre terribili.
Invece la memoria è una protesta, anche se non si riesce a far molto: non siamo rassegnati a che donne, uomini e bambini muoiano sotto i colpi di una violenza barbara!
La memoria si fa preghiera. E il cristianocrede che la preghiera fatta con fede può spostare le montagne. Dobbiamo essere grati a papa Francesco che ci aiuta a ricordare e a non rassegnarci. Due mesi fa ci ha chiamato alla preghiera corale per la Siria. Conversando con Domenico Quirico (liberato dopo una lunga detenzione nelle mani di bande siriane), ho ancora meglio percepito l`orrore di quel conflitto.
 

DA SADDAM ALL`INSTABILITÀ. 

Qualche giorno fa papa Francesco ha auspicato la pace per l`Iraq, nazione «purtroppo colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza».
Il Paese è ricco, il terzo produttore di petrolio del mondo con il 10% delle riserve mondiali. La produzione petrolifera rappresenta il 98% delle sue esportazioni e i due terzi del Pil. Ma l`Iraq oggi è un Paese povero di sicurezza e di pace. Ha subito due guerre, bombardamenti, embargo. È passato dalla sanguinaria dittatura di Saddam Hussein a una situazione permanente di instabilità, nonostante l`affermazione della democrazia.
La seconda guerra in Iraq, iniziata nel 2003, dopo il rapido abbattimento di Saddam è perdurata in una drammatica conflittualità.
Gli americani si sono ritirati nel 2009. Il Paese è nel caos e non c`è sicurezza di vita per i suoi cittadini. La regione più tranquilla è il Kurdistan, nel Nord. Gli attentati si susseguono (alcuni hanno recentemente colpito anche gli oleodotti).
Tra le numerose fazioni armate è presente pure Al Qaeda, che colpisce gli sciiti. La maggioranza sciita e la minoranza sunnita non trovano pace. La vita quotidiana è impossibile. I cristiani, eredi di un`antichissima tradizione religiosa, nel 2003 erano 800.000; oggi sono ridotti alla metà.
Ormai non si tiene più il conto degli attentati. Le cronache li registrano nell`indifferenza generale. Nell`ottobre 2013 sono state uccise più di 900 persone, nei primi mesi di quest`anno 6.500.
Come si può dimenticare l`Iraq?


Editoriale di Famiglia Cristiana, 10/11/2013

Presentazione del libro "Sgretolamento. Voci senza filtro" di Antonio Ferrari


Oggi nella Sala della pace della Comunità di Sant'Egidio la presentazione del libro di Antonio Ferrari "Sgretolamento. Voci senza filtro". Intervengono, insieme all'autore,  Andrea Riccardi, Emma Bonino, Alberto Negri. Modera Maria Cuffaro.


martedì 29 ottobre 2013

Andrea Riccardi a Frosinone per presentare il suo libro su Papa Francesco

Da "La Provincia" quotidiano

francesco-riccardiAndrea Riccardi torna a Frosinone. E stavolta non nelle vesti di uomo politico. L’ex ministro per la cooperazione internazionale – e fondatore della Comunità di Sant’Egidio – sarà mercoledì pomeriggio nel capoluogo per presentare il suo ultimo libro, ‘La sorpresa di Papa Francesco – Crisi e futuro della Chiesa’.
L’appuntamento è alle 18 presso l’auditorium diocesano di San Paolo Apostolo e ad introdurre l’ospite e il libro sarà il vescovo della Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, mons. Ambrogio Spreafico.
Poche righe per introdurre il libro. «La sera del 13 marzo 2013 su una Chiesa in grave crisi, su un mondo cattolico ancora scosso dalle dimissioni di Benedetto XVI, si leva improvvisa “una ventata di freschezza umana ed evangelica”. Dalla loggia centrale di San Pietro si affaccia un papa inatteso: il cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires.
Il suo pontificato si annuncia fortemente innovatore fin dal nome di Francesco, che nessun predecessore, in duemila anni, aveva mai scelto. Le sue parole e i suoi gesti semplici conquistano subito credenti e non credenti. Non si presenta come il capo di un’istituzione gerarchica, ma come un vescovo che vuole camminare con il suo popolo. Da allora continuano a crescere, giorno dopo giorno, l’entusiasmo e la speranza intorno alla sua persona.
Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, riflette sui primi mesi di pontificato e sulle sue prospettive. Francesco, attraverso il riferimento al Concilio, raccoglie il testimone da Benedetto XVI e porta in dote la sua intensa esperienza di vescovo della ”terza Chiesa”, di uomo del Sud del mondo, immerso nella complessa realtà di una metropoli latinoamericana, a contatto quotidiano con i più bisognosi.
“Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”: una frase che esprime meglio di qualsiasi documento il programma del nuovo papa. Bergoglio incarna, fin dai tempi del suo ministero in Argentina, una Chiesa assetata di giustizia, coinvolta nelle “periferie dell’esistenza”».

domenica 20 ottobre 2013

Papa Francesco, le sorprese nel libro di Andrea Riccardi

Dal sito "Formiche" un articolo di Roberto Paglialonga

Possibile che i problemi della Chiesa siano stati tutti risolti dall’avvento di Papa Francesco? E’ questa la domanda provocatoria che pone subito Andrea Riccardi, professore emerito di storia contemporanea all’Università di Roma Tre, ex Ministro per la Cooperazione internazionale, ma soprattutto fondatore della Comunità di Sant’Egidio e tra i massimi studiosi della Chiesa e del papato, nel giorno della presentazione del suo libro La sorpresa di Papa Francesco. Crisi e futuro della Chiesa (Mondadori, pagine 209, euro 17,00). “No, non è possibile”, risponde con decisione. “Ma è un fatto – prosegue – che per cominciare il Papa abbia ridato alla parola ‘simpatia’ la sua centralità nella Chiesa”, anche attraverso una nuova qualità della comunicazione.........

http://www.formiche.net/2013/10/09/papa-francesco-la-sorpresa-nel-libro-riccardi/


venerdì 18 ottobre 2013

Francesco, ritratto di un papa globale. Il nuovo libro dello storico Andrea Riccardi sul Pontefice

articolo di MARCO ANSALDO (Repubblica, 17 ottobre 2013)

Un giorno andranno indagati ben a fondo i motivi della rinuncia di Benedetto XVI, Un passo coraggioso ed epocale, tutto sommato finora colto nella sua portata, ma di certo non ancora compreso nelle ragioni reali, profonde, che condussero il Papa tedesco a ritirarsi, motivando la sua decisione con l'età avanzata e le forze che non gli consentivano più di gestire pienamente la Chiesa. 
Fu davvero solo questo? In attesa di sapere e di capire meglio, è bene concentrarsi sulla fresca novità costituita dalla figura del suo successore. E nel ginepraio di volumi dedicati negli ultimi mesi a Jorge Mario Bergoglio (alcuni di ottima fattura, uno per tutti quello di Andrea Tornielli, Francesco. Insieme, Piemme) è allora utile affidarsi alle mani sicure ed esperte di uno storico come Andrea Riccardi. Un autore che, forte del suo stampo cattolico, del dialogo interreligioso costantemente intessuto dalla sua Comunità di Sant'Egidio, e della recente esperienza maturata a capo di un ministero di chiara impronta sociale, ha da lungo tempo un dialogo diretto con i Papi. Con molti Papi. E nonostante questo non si è mai atteggiato a Solone, come qualche trombone stizzito dall'arrivo di un Pontefice riformatore, capace persino di spacciare-scrivendolo però a Conclave finito - di aver predetto il cardinale chiamato a sostituire Joseph Ratzinger. 
Che Papa sarà Bergoglio? Riccardi lo prefigura, analizzando da studioso il passato del porporato argentino, e seguendo i primi 6 mesi di pontificato dell'uomo «venuto dall'altra parte del mondo». -Lo fa concentrandosi sulle novità portate e sulle dichiarazioni fatte dal Pontefice argentino (La sorpresa di Papa Francesco, Mondadori). «Una vera sorpresa: - scrive - non solo per la scelta dell'uomo, ma per l'impatto felice e immediato della sua personalità trai cattolici e i non cattolici. Si è percepito subito un cambiamento di rilievo». 
Riccardi, già autore di una fortunata biografia di Giovanni Paolo II, non tralascia affatto quello che definisce come «un periodo delicatissimo, questo 2012-2013, tempo della crisi». Parte anzi proprio dalla data dell'11 febbraio, con l'annuncio fatto in latino da Benedetto della sua decisione clamorosa. Poi, però, affonda lo sguardo sulla «proposta» avanzata dal nuovo Papa, con la constatazione che non si trova ovviamente ancora in un documento programmatico, ma risiede tuttavia nella comunicazione stabilita con la Chiesa e con la gente. Rilevando che il «laboratorio » del suo approccio diverso è stata l'Argentina, con le difficoltà e le contraddizioni di tutto un continente, quello latinoamericano, già affrontate dall'arcivescovo di Buenos Aires. Ecco perché Francesco è altro, in Vaticano, rispetto al recente passato. Non un accademico, ma  un uomo che possiede una visione articolata del mondo glob ale. E in grado, fin da subito, di instaurare un rapporto empatico tanto con i fedeli quanto con i non credenti. Chi va a Piazza san Pietro losa. C'è una corrente di simpatia immediata che fluisce. Lo dimostrano i pienoni la domenica all'Angelus, l'afflusso alle udienze generali il mercoledì, le parrocchie italiane tornate a rianimarsi. Che cosa è successo conia sua elezione? Che la Chiesa- è l'opinione di Riccardi- sembra uscitadal clima di declino. Che qualcosa di nuovo può accadere nella vita di chi crede. Che c'è speranza, insomma, per il futuro. Oggi ogni organizzazione vorrebbe per sé un Francesco. E i media hanno capito che qualcosa di profondo e di nuovo è arrivato nell'universo - statico solo apparentemente - della Chiesa. Se a questo si aggiunge il progetto amministrativo di riforma della Curia Romana a cui Bergoglio sta mettendo pesantemente mano, non è poco. La Storia è piena di sorprese. E, di sicuro, Francesco continuerà ancora a sorprenderci.

giovedì 17 ottobre 2013

La sorpresa di papa Francesco: il nuovo libro di Andrea Riccardi


La sera del 13 marzo 2013 su una Chiesa in grave crisi, su un mondo cattolico ancora scosso dalle dimissioni di Benedetto XVI, si leva improvvisa "una ventata di freschezza umana ed evangelica". Dalla loggia centrale di San Pietro si affaccia un papa inatteso: il cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires.
Il suo pontificato si annuncia fortemente innovatore fin dal nome di Francesco, che nessun predecessore, in duemila anni, aveva mai scelto. Le sue parole e i suoi gesti semplici conquistano subito credenti e non credenti. Non si presenta come il capo di un'istituzione gerarchica, ma come un vescovo che vuole camminare con il suo popolo. Da allora continuano a crescere, giorno dopo giorno, l'entusiasmo e la speranza intorno alla sua persona.
Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant'Egidio, riflette sui primi mesi di pontificato e sulle sue prospettive. Francesco, attraverso il riferimento al Concilio, raccoglie il testimone da Benedetto XVI e porta in dote la sua intensa esperienza di vescovo della "terza Chiesa", di uomo del Sud del mondo, immerso nella complessa realtà di una metropoli latinoamericana, a contatto quotidiano con i più bisognosi.
"Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!": una frase che esprime meglio di qualsiasi documento il programma del nuovo papa. Bergoglio incarna, fin dai tempi del suo ministero in Argentina, una Chiesa assetata di giustizia, coinvolta nelle "periferie dell'esistenza".

Scheda libro su www.librimondadori.it 

Un'intervista a Andrea Riccardi sul libro (Formiche.net)

lunedì 23 settembre 2013

Il coraggio di papa Bergoglio. Guardare al futuro con ottimismo

Andrea Riccardi su Il Corriere della Sera, 22 settembre 2013

L`intervista di papa Bergoglio al direttore de La Civiltà Cattolica ha avuto grande risonanza. Forse, leggendola, qualche cardinale si sarà pentito del voto in favore del Papa. Molti altri (cardinali o no) sono soddisfatti del feeling con l`opinione pubblica. Altri perplessi. È un Papa progressista? Qualcuno ha cominciato a parlare di una sua vicinanza alla teologia della liberazione.
La rivoluzione di Francesco non è però lo spostamento del pendolo della Chiesa dal conservatorismo al progressismo. Non è nemmeno un po` di passione in più nel comunicare, come tentano di dire quelli che vorrebbero smorzare la novità. A sei mesi dall`elezione, si vede che una «rivoluzione» c`è stata. Ma quale? 11 Papa non ha fatto riforme strutturali: qualche cardinale si è detto sorpreso del ritardo. Francesco, parlando di riforma, ha affermato il valore della pazienza e del discernimento, ricordando come il decisionismo non sia mai stato positivo nella sua vita. Nei sei mesi trascorsi il Papa si è familiarizzato con una Curia a lui poco nota; ha ascoltato tante persone. Sta prendendo decisioni importanti, come alcune nomine, tra cui il segretario di Stato Parolin. Dice di volere un governo più collegiale nella Chiesa. Soprattutto, nei mesi passati, Francesco ha parlato del Vangelo, manifestando «simpatia» per la gente. Non è secondario: «la prima riforma deve essere quella dell`atteggiamento», ha detto il Papa.
Bisogna cambiare e far cambiare modo di vivere. Francesco ha interpretato un modello di pastore, proposto implicitamente a collaboratori, vescovi, clero: «Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato». Debbono essere «persone capaci di riscaldare il cuore delle persone e di camminare nella notte con loro, di saper dialogare...». Questa è la Chiesa di Bergoglio: compagna dei dolori della gente e sensibile alla loro coscienza. Tanto che il Papa, interrogato sui gay, ha affermato: «Chi sono io per giudicare?». E un uomo di vasta esperienza umana, formatasi nel dialogo con tanti, convinto della complessità della vita. Lo si vede quando parla delle donne che hanno abortito. In questo quadro però i poveri occupano un posto prioritario. È la Chiesa dei poveri. I poveri sono stati determinanti per decidere l`intervento sulla Siria. Quando ha visto lo strazio dei bambini siriani, ha sentito che doveva parlare. I poveri per Bergoglio sono quelli privati di tutto. Basta pensare ai bambini cartoneros nel buio delle notti di Buenos Aires, per cui si è speso. I poveri sono i profughi di cui ha parlato a Lampedusa. La Chiesa di Bergoglio non sublima la povertà allargandola a tutte le sofferenze umane. Hans Kung scrive che va bene l`attenzione del Papa ai poveri «in senso esteriore», ma lui deve agire soprattutto per gli altri sofferenti: divorziati, preti sposati, donne. Papa Francesco, sensibile alle sofferenze umane, è convinto che bisogna partire dai poveri: è la «povertà», di cui parla il Vangelo di Matteo. Lì, Gesù si identifica con il povero, tanto da dire: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare...» (25, 35). Qualche vescovo si è detto perplesso di un Papa che parla poco dei principi non negoziabili. Bergoglio ha risposto chiaro: «Non possiamo solo insistere sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi... Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, già lo si conosce...». Ha fatto così in Argentina. Non ha a cuore una «moltitudine di dottrine da imporre con insistenza», ma vuole avviare la Chiesa sulla strada per comunicare con «freschezza» il «profumo del Vangelo». Per questo la Chiesa deve uscire da se stessa e incontrare chi è indifferente, ostile, chi non crede. Questa è la rivoluzione di Bergoglio. Giuliano Ferrara lo ammonisce: la Chiesa perdona, ma il mondo no. Mi sembra che Francesco, nella sua speranza, si ricordi piuttosto della parola di Gesù: «nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).
Senza arroganza, la Chiesa ha cominciato ad essere sulla scena della vita. Bergoglio l`ha lanciata sull`orizzonte internazionale. Forse non si è pienamente valutato il valore diplomatico del suo passo sulla Siria, decisivo per sbloccare l`impasse tra Russia e Stati Uniti, facendo maturare la proposta di Mosca. Lo stesso ruolo ebbe Giovanni XXIII nella crisi di Cuba del 1962, favorendo una via negoziale tra Mosca e Washington. 11 primo Papa latino-americano non è tutta spontaneità. Si sta interrogando sulla crisi della civiltà europea (un problema sentito da Benedetto XVI). Nella sua elezione vede un «segno dei tempi», che gli consente di collegare un mondo più giovane (latino americano) con quello europeo più vecchio. Il cristianesimo europeo ha perso forza, ma non la saggezza. Conclude il Papa: «il futuro si costruisce insieme». Questa è la formula proposta a tanti livelli da un Papa creativo («Un gesuita deve essere creativo», dice), che ha avuto il merito di rivelare le risorse profonde di un cattolicesimo che sembrava in grave crisi. Non tutto è risolto o può esserlo e forse non lo sarà mai. La Chiesa di Francesco però vive e guarda al domani. Soprattutto è convinta che c`è un futuro: per sé e per tanti altri. Non è cosa da poco.

sabato 21 settembre 2013

Fermare la guerra in Siria deve essere ancora possibile

Dopo il forte appello di papa francesco per la pace
(Famiglia Cristiana, 15 settembre 2013)

La Siria è il nome di un dramma. Era un Paese dove vivevano insieme minoranze religiose ed etniche. Un Paese meraviglioso con monumenti di tante civiltà. Un giorno del 2011 ha sperato nella libertà. Uomini e donne, giovani, sono scesi per strada chiedendo al regime una svolta. Hanno pagato un prezzo durissimo. Il potere (nelle mani della minoranza alauita) ha risposto violentemente. Tutto si è radicalizzato in qualche mese: dal confronto pacifico alla lotta armata. La Siria è entrata nel grande gioco dello scontro tra sciiti (la minoranza alauita, gli hezbollah del Libano, l'Iran) e sunniti(quelli siriani, l'Arabia Saudita, la Turchia). La Russia, protettrice di Assad, non vuole perdere il Paese. Così l'opposizione, da pacifica, è divenuta armata. Il radicalismo islamico e Al Qaeda sono entrati nel gioco, come parte dell'opposizione. La guerra ha prodotto più di centomila morti e due milioni di rifugiati.
Nel fragile Libano si registrano attentati alternativamente a sciiti e sunniti. Che si può fare? La comunità internazionale ha fatto ben poco, divisa in una logica da guerra fredda. Lo stallo vuol dire tanti morti e tanto dolore. La guerra rischia di allargarsi. Papa Francesco ha dato voce a chi non si è rassegnato. Sabato scorso ha chiesto: «Possiamo uscire da questa spirale di dolore e di morte?». È una domanda condivisa dalle tante comunità cristiane che quel giorno nel mondo pregavano con il Papa. Si è visto un popolo di pace, non più rassegnato. Una sfida a un'opinione pubblica rinunciataria e a una diplomazia impotente. L'errore della comunità internazionale è stato non sostenere subito l'opposizione pacifica e non imporsi su Assad. L'opposizione armata rappresenta oggi in buona parte un'incognita per il futuro.
Su questo gioca Assad con una politica arrogante, avvinghiato al potere, spregiudicato fino all'uso dei gas sulla sua gente. Il minacciato intervento punitivo americano può aggravare la situazione con conseguenze al di là della Siria. Sembra una via senza sbocchi. Per questo la voce di papa Francesco si è alzata con forza, inchiodando le diplomazie all'impegno di superare le divisioni cristallizzate. Ma anche risvegliando un'opinione pubblica distratta e rassegnata. Il negoziato è l'unica via: con la partecipazione di tutti i Paesi coinvolti e di tutte le parti siriane. Va imposta una tregua, perché i siriani non siano più ostaggio della guerra. Perché si ricominci a parlare. Una guerra è già in atto: rischia di estendersi. Questo richiede molta responsabilità. Si avverte, quindi, come una forte contraddizione il fatto che, mentre la guerra rischia di incendiare il Mediterraneo, in Italia la stabilità del Governo sia minacciata. Siamo davvero prigionieri di logiche introverse. Ci sono eventi più grandi dei nostri problemi di sempre, che ci chiamano a superarci.

venerdì 6 settembre 2013

Intervista a Riccardi sul papa: "Agisce da leader, per svegliare la politica"

Vincenzo Nigro su "La Repubblica" del 6 settembre 2013

Andrea Riccardi è tornato al suo lavoro, quello di storico cattolico: ha appena consegnato le bozze del suo nuovo libro, naturalmente su papa Francesco. Ma l'ex ministro della Cooperazione del governo Monti, il fondatore e leader della Comunità di Sant'Egidio segue da vicino soprattutto la cronaca di questi giorni, ovvero l`evoluzione della guerra in Siria con l'azione diplomatica di papa Bergoglio.

Papa Francesco ha smosso le acque sulla Siria: ha invitato a un digiuno, seguito da ministri cattolici e forse anche laici del governo della Repubblica italiana. E ha costruito un'azione diplomatica
.

«Nel vuoto, nel disorientamento europeo, l'iniziativa di papa Francesco si staglia in maniera limpida come quella di un leader di alto livello. Il papa fa il suo mestiere di pastore, invita al digiuno, alla preghiera la sua comunità e tutte le comunità. Ma lo fa per svegliare le coscienze: ci siamo assuefatti, noi opinione pubblica assieme ai leader politici. Sarajevo, il Ruanda trovavano nell'opinione pubblica una risposta corale, una coscienza vigile, reattiva. Qui sembriamo addormentati, tra crisi economica e vittimismo di una impotenza che in Italia ingigantiamo e che finisce per paralizzarci. Dobbiamo essere realisti, l'Italia non è un impero: ma è un paese importante nel Mediterraneo, che però in questi mesi è come bloccato dalla mancanza di reazione, di azione positiva».

Ma lei crede che i ministri col digiuno dimostrino "azione positiva", oppure rispondono a logiche di schieramento interno e magari di aggiustamento preelettorale?

«Io credo che anche per un ministro il digiuno è una questione di coscienza, fondamentale. Ma naturalmente un ministro, un primo ministro, devono lavorare per allargare il campo del negoziato. Se poi digiunano, ottimo per chi digiuna: ma va costruita la politica».

Papa Francesco fa digiunare i credenti, e poi avvia un'azione diplomatica.

«È dal 2003, guerra in Iraq, che non vedevo un'azione così forte in campo diplomatico del Vaticano. Allora furono le missioni di Etchegaray in Iraq e di Laghi negli Stati Uniti, dopo l`attivismo poderoso di Wojtyla al tempo della guerra fredda. Un'azione decisa da un pontefice che ha appena nominato Parolin segretario di Stato, ovvero un diplomatico nella tradizione di Casaroli e Silvestrini, un diplomatico che ha negoziato in Vietnam, ha seguito le vicende della chiesa cattolica con il governo cinese».

Il Vaticano si mobilita non appena sono gli americani a decidere di intervenire. Sembra un`azione anti-Obama.

«No, assolutamente: questa non è un'azione anti-americana. Innanzitutto quando papa Francesco scrive a Putin lo fa per scuotere anche lui dall'inerzia, dalla passività con cui non è stata fatta pressione su chi come Assad doveva essere bloccato molto tempo prima. L`invito all`America è quello di evitare che il succedaneo dell`inerzia colpevole di altri non diventi l`azione che però non ha una visione, che non sappia prevedere cosa c'è dopo». 

lunedì 19 agosto 2013

Il difficile futuro dei cristiani d’Oriente, una terza via per evitare l’estinzione

Andrea Riccardi sul Corriere della Sera

L’emigrazione o la ricerca di dittatori-protettori non è la soluzione per salvarsi. In tre grandi Paesi arabi è in gioco la democrazia: negata violentemente da Assad in Siria, incapace di gestire la convivenza tra sciiti e sunniti in Iraq, ridiscussa dal colpo di Stato militare in Egitto, perché i Fratelli musulmani l’avrebbero sequestrata.
La democrazia non sembrerebbe in grado di gestire il pluralismo stratificato delle società arabe, dove ci sono modi diversi di essere musulmani (sciiti e sunniti, laici, spirituali e fondamentalisti), dove ci sono diversità etniche, come i curdi, e minoranze cristiane. La vita dei cristiani è infatti una vera cartina di tornasole delle turbinose società musulmane. Nel 2014 saranno cent’anni dalla prima grande strage del Novecento: quella degli armeni uccisi con tanti altri cristiani dell’impero ottomano. Lo vollero non tutti i turchi e non tutti i musulmani, ma i nazionalisti «Giovani turchi», mobilitando odio e fanatismo.
Dopo la Prima guerra mondiale, i maroniti (cattolici) ottennero il Libano, dove i cristiani erano maggioritari: davano voce alla convinzione cristiana di non essere sicuri sotto la maggioranza musulmana. Nacque la fragile democrazia libanese, un piccolo mondo originale tra gli arabi, provato in seguito da tanti dolori. Per altri cristiani ci fu l’illusione della protezione europea. Per i più sicurezza volle dire credere nel nazionalismo arabo: lo fecero gli ortodossi in Siria (cui appartiene Paul Yagizi, vescovo di Aleppo rapito da ignoti con il vescovo siriaco Mar Gregorios).
Dal grembo del nazionalismo arabo sono venuti tanti dittatori, a cui i cristiani sono stati per lo più leali considerandoli una protezione dalla maggioranza islamica. Hanno sperato in una laicizzazione dell’Islam; ma è venuto il fondamentalismo. Saddam Hussein, in Iraq, rappresentava una sicurezza per i caldei (cattolici). I cristiani di Siria vedono la fine di Assad come un salto nel buio (diversamente pensa padre Dall’Oglio — che speriamo presto libero — schierato con l’opposizione siriana). I dittatori sono stati una sicurezza per i cristiani, che pur ne conoscevano il doppio gioco. Il potere di Mubarak era dietro al terribile attentato alla chiesa copta d’Alessandria all’inizio del 2011, alimentando la strategia della tensione. È vero che, durante la «primavera» egiziana, musulmani e cristiani chiedevano insieme la libertà. Ma i vescovi erano perplessi: la democrazia non avrebbe portato il dominio della maggioranza (musulmana)? Non è un caso che il patriarca copto Tawadros abbia palesemente appoggiato il colpo di Stato di Al Sisi. Una posizione rischiosa per una minoranza, indice del gran timore per il futuro.
In Iraq non si contano gli attentati ai cristiani, facile bersaglio. Non c’è stato un disegno sul loro futuro: restare a Baghdad tra i musulmani o concentrarsi in una regione più cristiana, come la piana di Ninive? Tra le incertezze, i cristiani emigrano. In Iraq ne restano molto meno della metà dell’inizio della guerra a Saddam. All’inizio del Novecento erano il 25% degli iracheni e ora sono l’1%. In Siria erano nel 1960 il 15% e oggi forse il 6%. In Egitto restano tanti, circa il 10%. Ma anche qui il futuro è buio. I Paesi occidentali possono poco; anzi, spesso la loro «protezione» ha creato difficoltà ai cristiani orientali con i governi e l’opinione pubblica. Forse i cristiani del mondo possono di più dei governi: non solo dare solidarietà (che deve crescere), ma elaborare una visione. Questa manca in un periodo in cui sono rare quelle della politica, come si vede dall’incertezza americana sull’Egitto e dall’impotenza europea. Durante la Guerra fredda, di
fronte alla grave situazione dei cattolici dell’Est, la Santa Sede fece prima una strenua opposizione, poi, da Giovanni XXIII, praticò il dialogo, che prese il nome di Ostpolitik. Scelte frutto di visioni. Nel mondo arabo, è tutt’altra vicenda, ma ci vuole una concentrazione di idee e di relazioni. Forse bisogna riunire i grandi leader delle Chiese cristiane. Anche questo è ecumenismo. Le minoranze cristiane vanno aiutate a non restare ostaggio di situazioni impossibili. L’emigrazione o la ricerca dei dittatori-protettori non possono essere le uniche scelte per i cristiani. Non hanno futuro. In Egitto, al Tayyib, gran imam di Al Azhar (purtroppo in cattivi rapporti con il Vaticano), ha lanciato la riconciliazione nazionale. Ora non facilmente praticabile.
Ma questo è lo spazio dei cristiani. Il loro futuro non sarà facile nel mondo arabo.
Il XXI secolo
conoscerà la fine dei cristiani d’Oriente? Non ce lo auguriamo. Finirebbe una storia bimillenaria. Sarebbe una grande perdita per il mondo arabo-musulmano, perché i cristiani sono un pilastro di pluralismo in quelle società e una garanzia contro il totalitarismo.

martedì 13 agosto 2013

“Io vado in Africa per spiegare a queste persone di non mettere a rischio la vita” Intervista ad Andrea Riccardi

In un'intervista al quotidiano La Stampa, all'indomani della morte di seimigranti sulle coste siciliane, vicino Catania, Andrea Riccardi racconta il suo impegno per l'Africa e gli africani e auspica una politica europea che si faccia carico del fenomeno migratorio, per prevenire tragedie come questa e gestire l'immigrazione non più come emergenza, ma come un fenomeno storico di cui non si può eludere l'esistenza.
LEGGI L'INTERVISTA

martedì 16 luglio 2013

Le Vif-L’Express - Cessons de jouer les victimes ! L’entretien avec Andrea Riccardi



Andrea Riccardi in un'intervista a L'Express parla della Comunità di Sant'Egidio, dell'impegno con i poveri e per la pace (in francese) 
 
5 juillet 2013

Avec quelques copains de classe, comme lui choqués par la misère régnant dans les bidonvilles de Rome, Andrea Riccardi a lancé en 1968 la communauté Sant’Egidio, qui continue aujourd’hui de s’engager en faveur des personnes précarisées : sans-abri, personnes âgées, nomades, malades... Ce mouvement international de laïcs chrétiens a essaimé dans 70 pays, dont la Belgique (présence à Anvers, Liège et Bruxelles), et compte près de 60000 membres. Sant’Egidio est aussi réputée pour sa promotion du dialogue interreligieux et surtout pour ses médiations dans les conflits internationaux.
Tour d’horizon avec ce bâtisseur de paix.

Propos recueillis par François Janne d’Othée


Le Vif/L’Express : D’où vous est venue cette intuition que pour diminuer la pauvreté, il faut résoudre les conflits ?
a Andrea Riccardi : Je ne dirais pas que c’est l’intuition du début. Avec quelques amis de mon lycée Virgilio à Rome, on a lancé en 1968 la communauté Sant’Egidio dans le but de venir en aide aux plus pauvres, par la distribution des repas, l’alphabétisation, l’hébergement, etc. Nous avons fait l’expérience que plus on approfondit la spiritualité, plus on s’approche des pauvres. Cela nous a mené à nous intéresser aux conflits, car la guerre est la mère de toutes les pauvretés. Dans les années 1980, j’ai découvert le Liban, les massacres de Sabra et Chatila, le centre de Beyrouth détruit, je n’avais jamais vu cela. Je n’avais jamais vu la guerre, en fait. Cela prouve au moins que notre génération, contrairement à celle de nos parents, a été épargnée par ces horreurs. Après, nous avons découvert l’Afrique, avec à nouveau ses guerres et donc ses pauvres.

C’est quoi, votre « art de la paix », pour reprendre le titre d’un ouvrage consacré à votre
communauté ( Editions Salvator, 2012.)?
a Il n’y a pas de technique. Peut-être une approche. Il faut provoquer la rencontre entre les gens, les faire parler. Et trouver ce qu’il y a en commun entre eux, en mettant de côté ce qui les divise. C’est ce que nous avons fait en Algérie, au Burundi, au Mozambique, ou, actuellement, en Casamance (Sénégal). L’art de la paix, ce sont des expériences petites et grandes, notamment en faveur de la libération de personnes kidnappées.

Quand on parle de diplomatie secrète du Vatican, cela vous amuse ou vous irrite ?

a Plutôt sourire. Car d’abord le Vatican ne nous a rien demandé. Ensuite ce n’est pas une diplomatie secrète. Enfin, si le Vatican nous demande d’intervenir, pourquoi ne pas le faire ? Chaque communauté qui s’ouvre sur  handicapée par ce manque d’audace à regarder vers les horizons du monde. On préfère rester dans la modestie, la petitesse. Or, quand on regarde vers les horizons du monde avec toutes nos limites, on peut exercer une grande force, une sorte de puissance d’humanité.

Vous êtes considéré comme un apôtre de la non-violence. Mais de l’Afghanistan à la Syrie, on ne cesse de privilégier les solutions militaires. N’est-ce pas une défaite de la diplomatie de type Sant’Egidio ?
a Si je suis un apôtre avec plusieurs guillemets, je serais d’abord celui de la paix. Et surtout de la paix préventive. A 63 ans, j’en ai vu des guerres. Quand je vois comment elles s’enkystent, je constate que ce sont des maladies difficiles à soigner. Regardez Israël et Palestine, c’est la chronique d’une paix impossible. En Syrie, il y avait une protestation civile non violente, modérée, laïque. On a fait tout tomber. Tout est pourri à présent. C’est désormais la lutte entre un extrémisme militaire et un extrémisme fondamentaliste. Pourquoi n’est-on pas intervenu plus tôt ? Pourquoi n’a-t-on pas négocié directement avec les Russes ? Il faut d’urgence trouver un accord avec eux. Toutes les pistes qui mènent à Moscou n’ont pas encore été explorées.
Faut-il parfois intervenir militairement ?
a En Libye, on a fait la guerre pour défendre l’opposition. Mais les expériences de guerre ne sont jamais des victoires de la paix. L’intervention en Libye, je ne la blâme pas. Mais je ne l’exalte pas non plus. Elle n’a pas résolu le conflit et, de plus, elle a apporté la guerre au Mali. Et regardez la guerre en Irak pour abattre Saddam Hussein, elle a en même temps détruit le pays, la communauté chrétienne, etc. La guerre est-elle utile ? En Syrie, il y a des chrétiens qui portent les armes contre le régime, d’autres qui défendent Bachar al Assad. Que faire face à une telle complexité ?

Sant’Egidio est-elle impliquée en Syrie ?
a On a essayé au début. Aujourd’hui, on y est de nouveau très attentif car deux évêques d’Alep, Mar Gregorios Yohanna Ibrahim (archevêque syro-orthodoxe) et Mgr Paul Yazigi (métropolite gréco-orthodoxe), qui sont très liés à Sant’Egidio, ont été enlevés le 22 avril dernier et on est sans nouvelles d’eux depuis lors. Tous les jours, on prie pour eux. En tant que ministre, je suis allé visiter les réfugiés au Liban et j’ai beaucoup poussé l’Italie à leur venir en aide.

Vous avez récemment exercé un mandat de ministre de la Coopération, de l’Intégration et de la Famille dans le gouvernement Monti. Qu’en retirez-vous ?
a Je n’avais rien demandé, et je n’ai pas poussé non plus pour être dans le gouvernement suivant. Est-ce que je me sentais à ma place ? Disons que j’ai choisi d’être à cette place. Je l’ai considéré comme un service à mon pays. Mon pays est dans une situation très difficile, presque une « guerre »,
et je ne pouvais pas refuser. Ce fut une expérience difficile, on a beaucoup travaillé, même si on a été mal récompensé.

Quand vous voyez une ministre d’origine africaine, celle qui vous succède, se faire insulter par une parlementaire aux propos racistes...
a (Il coupe)... c’était une attaque honteuse. Cela montre à quel point l’Italie traverse une crise énorme, économique et politique. Cela m’a fait mal, mais ce n’est pas représentatif. La ministre a réagi avec un grand sens moral en déclarant : « Non rispondo perché ognuno di noi dovrebbe sentirsi offeso» (Je ne réponds pas parce que chacun de nous devrait se sentir offensé). Je suis du même avis.

Vous êtes un Européen convaincu. L’Europe d’aujourd’hui vous enchante-t-elle encore ?

a J’ai eu l’honneur d’avoir le prix Charlemagne (NDLR : prix international Charlemagne d’Aix-la-Chapelle décerné à des personnalités remarquables qui se sont engagées pour l’unification européenne), qui est un prix important qu’un Alcide De Gasperi (NDLR : 1881-1954, considéré comme l’un des pères de l’Europe) a reçu en son temps. J’étais ému quand j’ai prononcé ma profession de foi dans une Europe de la coexistence en tant que réponse aux fondamentalismes. Mais l’Europe politique tarde à se bâtir. On ne la regarde plus que comme une banque. Il faut agir vite car notre continent est en perte de vitesse.

« Le mal de l’Europe, c’est la peur de l’autre », avez-vous déclaré récemment. Est-ce ainsi
que vous définiriez cette perte de vitesse ?

a Peur de l’autre et peur du futur. Nous n’avons plus d’espérance. Nous avons perdu le sens de l’histoire, et on perd le sens du futur. C’est cela, notre problème. Il faut redonner aux jeunes générations le goût de l’avenir et celui du sacrifice. On a fait la lutte des classes, on a lutté pour la justice, pour la démocratie, pour un avenir économique meilleur, et nous voilà aujourd’hui dans une posture de victimes où le « moi je» l’emporte. Il faut sortir de cette egolâtrie pour aller vers le « nous », le nous de la nation, le nous de l’Europe, le nous de la famille... Il y a plusieurs nous qui façonnent notre vie !

Y compris le « nous » d’une communauté !
A Oui, et j’en suis fier. En 1968, « communauté » était un mot à la mode. Aujourd’hui, c’est plutôt perçu comme rétro, dans le sens où ce mot représente sans doute un « nous » un peu trop fort.
Lors d’un colloque aux Bernardins à Paris, vous avez pointé le divorce entre la politique et la culture. Pourquoi ?

a Les partis italiens avaient chacun une culture, de gauche, de droite, marxiste, catholique, mais tout cela a fondu. On assiste plutôt à un mariage entre politique et télévision, dont Berlusconi est le rejeton, ou entre la politique et Internet avec un Beppe Grillo qui croit utile de lancer : « J’ai reçu des messages sur Facebook, le peuple me demande ». Cela montre à quel point les liens sont en crise. Culture, cela signifie vision du futur, et discussion du passé. La politique doit donner des idées aux gens, exercer un certain leadership. Sans culture, l’Europe, nos villes, nos monuments sont inexplicables à nous-mêmes.

La globalisation : un mot porteur ou menaçant ?

a C’est un mot neutre, comme nation, catholicisme, islam... A cela près que la globalisation conduit à la mort du proche. Il y a plusieurs paradoxes. L’homme de la globalisation est un homme individuel. Dans une même ville, plusieurs mondes différents peuvent coexister sans avoir de liens. Il faut donc réinventer les liens de proximité. Nous en avons besoin comme de pain. Sinon, on n’a pas accès aux
chances qu’offre la globalisation. Les chrétiens devraient d’ailleurs plus s’intéresser à la globalisation que se préoccuper de sécularisation.

Le 21 octobre prochain, vous serez l’invité des Grandes conférences catholiques à Bruxelles.
Pourquoi appelez-vous les chrétiens à être anticonformistes ?

a Le chrétien ne peut pas vivre en s’adaptant sans cesse à l’air du temps. Etre un prophète, c’est dire des choses qui ne sont pas facilement adaptables.

Vous prônez le dialogue interreligieux. Mais certains disent que cela ne sert à rien d’encourager un dialogue entre des gens qui, comme en Syrie, cohabitent de toute façon et qui ne se convertiront jamais les uns aux autres. Votre avis ?

a Le dialogue est nécessaire comme la prière. Vous pouvez demander : à quoi sert la prière ? Si vous priez, que deviendrez-vous demain ? Vous resterez comme vous êtes. Ou peut-être pire. Ou peut-être
meilleur. Mais que serait un monde sans prière ? Ce serait un monde sans esprit et sans âme. Le dialogue sert à faire souffler un esprit d’humanité. L’histoire, ce ne sont pas des causes et des effets, de la même façon que vous me posez des questions et j’apporte des réponses. Parfois on n’a pas de réponses, ou alors cinq ans après. Pour ce qui est de la Syrie, je le dis ouvertement : c’est un modèle de cohabitation interreligieuse. J’ai découvert cela lors d’un pèlerinage avec la communauté au début des années 1980.

Ce 14 juillet, c’est un membre de Sant’Egidio, Jean-Pierre Delville, qui sera ordonné évêque de Liège. Le connaissez-vous?

a Je le connais depuis des décennies. Il est notamment professeur d’histoire du christianisme. A l’instar de Jean XXIII, je crois beaucoup aux évêques qui aiment l’histoire. Cela signifie qu’il a le sens de la tradition de son diocèse. Or il n’y a de sens du futur que s’il y a de sens du passé, sans qu’il aille forcément répéter ce passé. C’est aussi, et surtout, un homme qui aime les pauvres. Comme l’actuel pape François!

Connaissez-vous la Belgique ?

a Je suis très lié à votre pays. Je l’ai toujours considéré comme un lieu éminemment européen. Je me souviens comment les travailleurs italiens s’y sont intégrés. Une Europe qui s’intègre et une Belgique qui se désintègre, cela m’interpelle fort, tout comme l’histoire du catholicisme belge qui a été un grand catholicisme missionnaire, universel, social, et qui m’a beaucoup appris. La Belgique a besoin du catholicisme. Cela ne signifie pas, bien entendu, confessionnaliser la Belgique.

En cas de blocage politique en Belgique, Sant’Egidio pourrait-elle proposer ses talents de médiation ?

a (Il rit). Non, non. Les Belges peuvent très bien s’entendre entre eux.

􀀀 F.J.O.